Sogno.
Ancora il fumo. Ancora i fuochi. Fuoco, si direbbe, ovunque. Adesso, era nella stanza.
Strazzi era accucciato accanto al camino, e si scaldava le mani. Gherardini era accanto alla finestra, e guardava la piazza spazzata dal vento. Il pellegrino se n’era andato e con lui il ragazzo, la torcia e tutto. Restava il cane, sdraiato, con le orecchie basse sul cranio, le zampe che sostenevano la sua lunga mandibola grigia, il vento che gli agitava il pelo del collo e la coda. Gherardini chiuse gli occhi ma continuò a vedere. Ombre scorrevano davanti alle palpebre: braccia forse, che si agitavano. Qualcuno faceva gesti con la mano: di cosa? Di addio?
Gherardini alzò la mano destra finché le dita trovarono i vetri. Erano freddi.
Ricambia il saluto.
Strazzi si voltò e disse: «È tutto a posto. È tutto a posto. Saluta».
Addio.
Il cane fece ciondolare la testa di lato. E morì.
Jung si era fatto largo a fatica durante la lunga giornata di lavoro per giungere a questo momento, il momento in cui avrebbe potuto tornare a leggere il diario di Pilgrim.
Ma come si doveva definire ciò che stava leggendo? Ciò che nei brani appena precedenti sembrava reale veniva adesso chiamato sogno.
Un sogno.
Un sogno nel quale, così sembrava adesso, due uomini erano stati testimoni della scena di violenza nella piazza. E uno di loro veniva identificato con il nome che Lady Quartermaine aveva attribuito al giovane la cui figura era stata disegnata nelle parole dettate nel sonno da Pilgrim. Angelo Gherardini.
Era stato tutto un sogno? Tutto ciò che aveva letto? O il fatto era che Pilgrim – se davvero era un medium – talvolta trovava le sue voci in ciò che chiamava sogni? Li chiamava sogni, ma intendeva qualcosa d’altro. Intendeva evocazioni, notizie, messaggi. Disturbi. Altre voci, non la sua, che irrompevano nella sua realtà. Di certo questo accadeva ad alcuni schizofrenici: origliare, come da un nascondiglio, la conversazione di intrusi. Come una casa invasa dai predoni, mentre il proprietario, impotente, osserva e ascolta.
Adesso, all’improvviso, viene ricordato ciò che si è visto e sentito, non più al presente.
E così, tornando al sogno...
Fumo di legna, più che di lampada a olio. Più che dell’incenso che si sollevava dall’apertura ornata di candele di Santa Maria Novella. Più che del carbone che scintillava nei bracieri. Fumo di legna. Resina. Cera. Gherardini pensò ai boschi delle colline attorno alla città e alle foreste di pini a ombrello dietro di lui, verso sud. Bruciavano, tutto bruciava... tutto ciò che stava all’interno dei suoi occhi in fiamme.
Si aprì una porta. Una corrente lo assalì. Un’aria di presenza, un’aria profumata.
Strazzi disse: «Benvenuto. Non ti aspettavamo».
Gherardini aprì gli occhi. Nel vetro poteva vedere il riflesso della galleria illuminata dalle torce oltre la soglia, arancio fiammeggiante con lingue dorate. Un’ombra, non un profilo, lentamente spegneva le luci, avanzando fino a occultare la porta aperta.
Gherardini voleva voltarsi, ma non poteva. Non farlo. Era venuto qualcuno a ucciderli?
Non farlo.
Si portò la mano al coltello nascosto nella sacca legata alla cintura del farsetto.
Quando Strazzi parlò di nuovo, la sua voce era distante, velata, attutita: «Ho acceso il fuoco».
L’ombra tornò alla porta e la chiuse. Il suono diceva: Adesso sono qui io.
Gherardini sentì il mulinare di una cappa che veniva tolta. La corrente gli sfiorò le spalle.
Fu versato del vino. Qualcuno bevve. La coppa fu rimessa a posto e riempita di nuovo.
«È un po’ di tempo che non ti vedo». La voce sapeva di vino non ancora deglutito.
Guardalo. Devi guardarlo.
Gherardini si voltò. Alla luce dei fuochi della piazza oltre la finestra, un velo era stato sollevato dalla stanza e una spaventosa chiarezza – perché spaventosa? – diede all’improvviso luce e sostanza a ciò che era stato perduto nell’ombra.
Davanti a lui c’era un uomo che indossava un lucco color porpora, con il colletto sollevato, ricamato e aperto che rivelava una camicia pieghettata sotto un farsetto color vino. Ogni particolare del ricamo era argento brillante.
Era il pellegrino. Leonardo.
Facendo un passo avanti posò il quaderno sul davanzale della finestra. La pagina aperta mostrava la mano della donna morta e il suo cane moribondo. Gherardini vedeva con chiarezza l’immagine, tracciata con le linee rapide e nette di un sommo disegnatore. Chiuse gli occhi. Un solo sguardo colse tutto per sempre.
Poi, venendo ancora più vicino, Leonardo si piegò in avanti, sorridendo e fissandolo negli occhi. Allungò la mano – enorme, all’apparenza – che non reggeva la coppa di vino e le dita si posarono sulle guance di Gherardini, prima una e poi l’altra.
Strazzi stava in disparte, a osservare come si potrebbe osservare un’aquila in picchiata sulla preda: impauriti, ma lieti della scelta dell’aquila.
Leonardo, con la mano ancora posata sulla guancia destra di Gherardini, con le dita che accarezzavano i suoi riccioli bagnati, piegò appena la testa di lato e lo baciò sulle labbra.
«Pensavo che non ti avrei più rivisto. Quanto tempo è passato? Un anno? Un anno e mezzo?»
Gherardini non poteva rispondere.
I capelli e la barba di Leonardo erano profumati. Radici d’iris, rosmarino, qualcosa di simile... Posò due dita sulle labbra di Gherardini. Il suo corpo si fece più vicino, sempre più vicino: la sua coscia destra si era liberata del lucco, all’altezza dell’inguine del ragazzo, come un animale al pascolo divide l’erba dove sta mangiando.
Gherardini ebbe un tremito e cercò di scivolare via, ma la finestra alle sue spalle glielo impediva.
Leonardo separò le labbra del ragazzo e vi infilò le dita.
A questi sembrò che sapessero di polvere di pastello e di guanti profumati.
«Ricordi quando giocavamo alla madre e al bambino, e tu mi succhiavi le dita mentre ti accarezzavo i capelli...»
Si tolse il lucco e raggiunse il grande cassettone nel quale erano sparsi libri, quaderni e disegni.
Strazzi guardò Gherardini, scrollò le spalle e si voltò.
Leonardo frugò nei cassetti, aprendoli e chiudendoli con crescente frustrazione.
Nel camino erano stati gettati a bruciare due nuovi ceppi di pino, in quel modo che hanno i sogni di saltare nel tempo e fra le azioni senza indicare come avvengono le cose. Se Strazzi aveva alimentato il fuoco, quando l’aveva fatto?
Dalla piazza venne di nuovo un rumore di cavalli. A causa del Carnevale, la guardia era stata rafforzata con soldati a cavallo di Palazzo Vecchio. I loro colori erano smorzati. Savonarola. Non più l’oro e lo scarlatto dei Medici, ma grezze tuniche verde oliva e le cappe grigie dei monaci. Le armature erano di acciaio non lucidato. Riflettevano solo un’idea di luna.
Anche lei era comparsa all’improvviso.
Doveva essere stato il vento, che aveva spazzato via le nubi, le nubi a cumuli come grigi castelli di pietra e...
«Ecco. Ti ho trovato».
Leonardo liberò con gesti bruschi un tavolo e, portando le lampade, vi posò un grosso quaderno rilegato in pelle. Mentre voltava le pesanti pagine mormorava: «Questi te li ricorderai, questi, dove ti ho insegnato l’arte della seduzione... dito dopo dito, capello dopo capello. Eh? Vero? Questi te li ricorderai».
Strazzi, imbarazzato, cambiò postura vicino al camino.
Gherardini si avvicinò e osservò le mani di Leonardo che scorrevano veloci sulle pagine. Quanti ragazzi, quanti giovani, quanti uomini erano sepolti sotto i gessetti, le matite, gli inchiostri, i colori... Anche Strazzi fra loro, e decine e decine di altri, nel sepolcro chiuso dalle copertine, dove ogni riga rivelava l’appassionata ricerca della perfezione da parte di Leonardo, il suo appassionato inseguimento del particolare. Disegna prendendo spunto dalla natura. Disegna la cosa in sé. Dimentica tutti i maestri. L’unico maestro è la realtà.
«Qui. Guarda. Eccoti qui. Oh, guarda. Guarda. Guarda. Il ragazzo più bello che io abbia mai visto».
Gherardini fissò la sua testa di profilo, con gli occhi bassi. La schiena dalle spalle alle natiche. Nuda. I piedi. Le braccia. La bocca. Le dita.
E seduto, con una gamba distesa, una mano posata sul petto, i genitali in mostra, gli occhi semichiusi, la testa piegata, i capelli che gli accarezzavano le spalle, le labbra sorprese nell’atto di respirare, come se potesse cadere addormentato da un momento all’altro.
Leonardo fece un respiro profondo ed emise un lungo sospiro. Aveva voltato pagina, e agitava la mano aperta come se volesse sollevare un velo o un’ombra dal cammino del suo sguardo. I suoi occhi, vide Gherardini, luccicavano di lacrime.
Gherardini abbassò lo sguardo sulla pagina. Allungò la mano e le dita sfiorarono, come se potessero scottare, i contorni della figura disegnata.
Ci fu un alito di vento. Le fiamme delle candele vacillarono. Una porta si aprì e si richiuse. Strazzi se n’era andato. Gherardini era solo con l’immagine di suo fratello, e la mano che l’aveva evocata era posata sulla sua spalla.
Jung chiuse gli occhi.
L’immagine di suo fratello...
Benissimo. Non si trattava di Angelo, dunque, ma del fratello. Ottimo. Questa storia, questa fantasia, questo sogno, qualunque cosa fosse, era giunta a un’altra svolta.
E io la seguirò fino in fondo, ovunque vada.
Ma cosa fare con la mente che aveva suscitato quelle scene? Come si poteva penetrare in una mente simile, la mente di Pilgrim? Come si poteva aiutarlo ad affrontare fantasie la cui realtà era così potente da aver soggiogato la vera realtà? Il “vero mondo” del qui e ora. Il mondo dal quale Pilgrim si era allontanato per rifugiarsi nel silenzio, il mondo dal quale voleva allontanarsi per rifugiarsi nella morte.
In altre parole, pensò Jung mentre chiudeva il diario, come faccio a partire da qui quando il qui è l’ultimo posto in cui Pilgrim vuole stare? Quanto all’ora, a giudicare dal suo diario, si direbbe che per Pilgrim ora è interamente nel passato. Bene, pensò e si alzò, questo è il mio lavoro. Il mio lavoro, sì. Ma come faccio a farlo?