Alle tre di quel pomeriggio, Archie Menken era appena tornato nel suo studio dopo un’ora snervante passata con un paziente che non poteva e non voleva essere costretto al silenzio. Nel corso delle passate settimane, innumerevoli sedute erano state spese ad ascoltare, innumerevoli altre a fare esperimenti con etere, idrato di cloralio, laudano, i bagni, la camicia di forza e altri metodi per bloccare l’isteria del paziente. Ma il silenzio non era ancora in vista: solo un incessante balbettio, peraltro abbastanza intelligente. La storia dei danesi, le vie di Londra in ordine alfabetico, la vita della regina Alessandra e una spiegazione del perché la ghigliottina non era riuscita a zittire l’aristocrazia. Archie Menken trovava particolarmente invitante quest’ultimo argomento, dato che il suo paziente era figlio di un principe.
Alle tre e cinque, mentre Archie si versava illegalmente un dito di bourbon e si accendeva una sigaretta, bussarono alla porta.
«No», disse, nascondendo rapidamente bottiglia e bicchiere, nel caso che il visitatore fosse Bleuler. «Non posso. Sono occupato».
Cionondimeno, la porta si aprì.
Era Jung.
«Vattene, C.G. Ho bisogno di stare da solo», gli disse Archie.
Jung era livido. Senza fiato.
Stringeva in mano alcune fotografie appena stampate.
Raggiunse la scrivania di Archie e si lasciò cadere sulla poltrona dei pazienti come se avesse corso fino a quel momento.
«Cosa diavolo c’è?» chiese Archie. «Ti ho detto che non posso vederti. Ho bisogno di stare un momento da solo».
«Fa’ finta che io non ci sia».
Archie recuperò il bicchiere e bevve un sorso di bourbon.
«Cos’hai fatto, hai scalato una montagna?» gli chiese. «Come mai sei senza fiato?»
«Ti spiego quando hai finito la tua meditazione. Ignorami».
Archie si appoggiò allo schienale e sospirò. Cedette.
«Vuoi qualcosa da bere?» gli chiese.
«Certo che lo voglio».
«Certo che lo vuoi. Naturalmente. Sei tu».
Archie si voltò e prese un altro bicchiere, vi versò due dita di bourbon e lo passò attraverso la scrivania. Poi rabboccò il suo bicchiere e ripose la bottiglia.
Archie osservò Jung che beveva. Non aveva mollato le fotografie che aveva con sé. Muoveva le labbra. Le sue ginocchia si spostavano avanti e indietro, toccandosi e separandosi come quelle di un adolescente ansioso e agitato.
«Be’? Parla».
«Hai finito di startene da solo?»
«Non essere così infantile. Dimmi perché sei venuto».
Jung sventagliò le fotografie come una mano di carte. «Queste», disse. «Vorrei che gli dessi un’occhiata».
Menken si curvò in avanti e le prese in mano: otto fotografie ancora appiccicose.
«Le ho fatte stamattina», disse Jung, «e le ho portate a sviluppare da Vallabreque. Le ho ricevute neanche mezz’ora fa».
«Jürgen Vallabreque?»
«Quanti Vallabreque credi che lavorino qui? Otto? Certo che è Jürgen, razza...»
«Dillo, C.G. Cavatelo dalla bocca».
«Razza di idiota».
«Grazie. È molto che penso che lo pensi».
«Oh, per l’amor di Dio, guarda le foto!»
Jung si alzò in piedi, svuotò il bicchiere di bourbon e girò attorno alla scrivania per versarsene dell’altro. Così si ritrovò dietro la spalla destra di Archie Menken.
Archie avvicinò la lampada e dispose le foto sul foglio di carta assorbente, quattro e quattro. Le studiò per quasi un minuto, una a una.
Tre narcisi, tre Lady Quartermaine-Pilgrim, una Psiche, un’automobile (una Daimler).
Finalmente Jung chiese: «Notato niente?»
«Be’», disse Archie voltandosi. «Sono davvero molto belle».
«Non quello. Niente di insolito?»
Archie guardò di nuovo ciascuna immagine.
«Hai una lente d’ingrandimento?» disse Jung.
«No». E poi: «Lady Come-si-chiama sembra un po’ triste. È questo che vuoi dire? Non sta bene?»
«Vero. Ma non era quello che cercavo».
Archie esaminò con cura tutte le foto, tenendole una per una sotto la luce.
Jung si chinò sopra di lui.
«Allora?»
«Niente nelle foto dei narcisi, immagino».
«No».
«È sempre lo stesso fiore? Sono foto veramente magnifiche. Potresti pubblicarle. La neve, le ombre...»
«Niente nelle foto del narciso».
Archie le mise da parte.
«Psiche?»
«In parte».
«La si vede in quattro foto, tre con Lady Quello-che-è e Pilgrim, una da sola».
«Sì».
«Be’, ha le ali coperte di ghiaccio. Questo è chiaro. E...»
«Guarda Pilgrim».
Archie mise le tre foto di Lady Come-si-chiama e Pilgrim direttamente sotto la lampada, si alzò e si piegò sopra di esse.
«Niente?» chiese Jung.
«Niente».
E poi: «Be’...»
E poi: «In questa...»
Archie prese in mano la foto al centro e la tenne più vicina, per poi andare presso la finestra, alla luce naturale, bianco inverno, meno gialla.
«Be’...» disse infine, «in questa c’è qualcosa sulla spalla di Pilgrim che nelle altre non c’è».
«Sia ringraziato il Signore», disse Jung, e si sedette sulla poltrona di Archie.
«Perché sia ringraziato il Signore?»
«Perché vuol dire che non sono impazzito».
Archie scoppiò a ridere. «Non sei impazzito perché c’è qualcosa sulla spalla di Pilgrim?»
«Dimmi che cos’è».
«Non si capisce. È troppo debole».
«Guarda di nuovo. Guarda di nuovo».
«Sul serio, C.G., è ridicolo».
«GUARDA DI NUOVO!»
Archie, sbalordito dall’improvvisa veemenza di Jung, non disse nulla e tornò alla finestra con la fotografia.
Poi disse: «Sembra... una farfalla. Naturalmente è impossibile. Sarà neve, ma sembra una farfalla».
Jung chiuse gli occhi e batté le mani, e poi le strinse contro le labbra.
Archie riportò la foto alla scrivania e la posò insieme alle altre.
«Allora?» disse. «Che cos’è?»
Jung non disse nulla.
Si alzò in piedi, tolse le mani dalla bocca e raccolse le fotografie, se le mise in tasca, finì il bourbon, andò alla porta, salutò con la mano e disse: «Grazie, signor Menken».
Poi se ne andò.
Archie tornò a sedersi.
«Non può essere una farfalla», disse ad alta voce. «Non può essere».
Ma lo era.
Il giorno seguente, a mezzogiorno, Jung tornò a Küsnacht per pranzo.
«Psiche», lesse Emma dal libro posato accanto al suo piatto di minestra. «Personificazione di un’anima piena di passione d’amore, e in quanto tale concepita in forma di piccola fanciulla alata, o, in altre circostanze, di farfalla».
Emma guardò verso la finestra, dalla quale Jung, in piedi, fissava il suo narciso. «Ecco», disse. «È quello che volevi?»
«Grazie. Sì».
La sua voce era poco più di un sussurro.
Poi disse: «Dimmi se la vedi lì, come la vedo io».
Emma diede un’occhiata alla fotografia in questione, impugnando una lente d’ingrandimento per metterla più chiaramente a fuoco. «Sì», disse. «La vedo».
«Archie pensa che sia semplicemente un fiocco di neve».
«Sembrava anche a me all’inizio», gli disse Emma. «In fondo, è gelido, là fuori. Come potrebbe sopravvivere una farfalla? Non vanno in letargo o qualcosa del genere, quando fa freddo? Si immobilizzano. Da dove può essere venuta fuori?»
«Da Psiche».
Emma quasi sorrise. Chiuse il libro e impugnò il cucchiaio. All’improvviso la schiena di Carl Gustav le parve quasi commovente. Triste.
Di certo non può crederlo veramente, pensò. E poi: Ma ci crede. Crede – o vuole credere – che la statua di Psiche abbia in qualche modo generato la farfalla sulla spalla di Pilgrim. Cosa che, naturalmente, è insensata e assolutamente impossibile.
«Vieni a mangiare», disse. «Hai altri pazienti oggi pomeriggio?»
«Sì. Uno».
«Allora mangia. Per farti forza».
Jung si sedette e aprì il tovagliolo, infilandoselo nel colletto come avrebbe fatto un bambino. O un contadino.
«Leveritch e i suoi orsi», disse.
«Povera me. Il signor Leveritch è così energico. Sei sicuro di farcela? Hai un’aria stanca».
«Sono stanco. Ma ce la farò. Devo farcela. A patto che lui non mi aizzi contro i suoi cani».
«Mi pareva avessi detto che li aveva lasciati perdere».
«Dipende dalla sua paranoia. Da una settimana, sì: niente cani».
Otto Leveritch credeva di vivere in una fossa con degli orsi. L’immagine derivava probabilmente dal fatto di essere cresciuto a Berna. Secondo la leggenda, quando Berna venne fondata, nel dodicesimo secolo, il suo fondatore aveva dichiarato che il nome della città sarebbe derivato dalla prima creatura uccisa nella battuta di caccia che si sarebbe svolta di lì a poco. Per questo lo stemma della città mostra un orso.
Orsi ballerini, orsi in gabbia, orsi in una fossa, orsi attratti da un’esca: erano questi i costanti compagni di Leveritch, e lui, di tanto in tanto, era uno di loro. Nei momenti peggiori veniva attaccato dai cani – così credeva – e allora doveva essere legato con una camicia di forza. Un tempo Jung era affascinato dalla condizione del poveretto, ma ormai, dopo tre mesi di trattamento, trovava le sedute con Leveritch estenuanti. Troppi cani.
«Che ora è?» chiese.
«Non è ancora l’una. Smettila di preoccuparti. Mangia. Devi prenderti il tempo necessario per vivere».
Jung alzò il cucchiaio vuoto e lo abbassò.
Emma lo osservò, fingendo di interessarsi al giardino oltre le finestre. Andrà tutto bene, pensò. Andrà tutto bene. Passerà.
Orsi e cani e farfalle. Uomini che avrebbero dovuto essere morti ma non morivano. Donne che vivevano sulla luna. Era la vita che aveva scelto suo marito e lei doveva tenerlo vivo perché lui la potesse vivere. I momenti peggiori – i momenti come quello – sarebbero passati. Lavorava troppo e si agitava troppo e... e si era allungato troppo. Era così. Voleva allungare le mani fino a dove non poteva più afferrare le cose. Ma era sempre lì, e osservandolo con orgoglio, Emma pensò: Troverà il modo di farcela. L’ha sempre trovato.