11.

La luna era piena quella notte e Tatjana Blavinskaja non riusciva a dormire. Era vestita come se si stesse preparando per salire sul palcoscenico come regina delle Villi nel secondo atto di Giselle. Le braccia tornite erano nude, a parte i nastri di pallido chiffon tirati fra spalle e polsi. Sotto la gonna al polpaccio portava la sua migliore calzamaglia bianca e la vita era legata strettamente con una fascia di taffetà verde chiaro i cui capi, legati a nastro, ricordavano le ali di una farfalla. I capelli erano intrecciati e fermati in uno chignon sulla nuca. La contessa si era legata nastri verdi ai polsi e teneva in grembo un paio di scarpette con le punte.

Era seduta accanto alla finestra, a fissare la luna, che si era levata sopra le montagne dietro la clinica e ormai splendeva tanto luminosa che si potevano contare una per una le nuove foglie di ogni albero.

Dora Henkel era seduta sul letto. Aveva paura di lasciare da sola la sua paziente in un umore così malinconico. Era tutta la sera che la contessa giocava coi suoi costumi, tirandoli fuori uno per uno dall’armadio e dal baule nell’angolo, esaminando ciascuno davanti allo specchio e poi mettendoli da parte sul letto, sullo schienale delle sedie e perfino sul pavimento.

Il corpetto piumato della principessa Fiorina per il pas de deux dell’Oiseau Bleu della Bella addormentata. Il tutù rosso e con la vita alta – e il ventaglio! – per le variazioni del Don Chisciotte. Le ali di farfalla da Papillons. Il costume viola e porpora della Fata Confetto dello Schiaccianoci, con la coroncina e la bacchetta di falsa ametista. Tre cigni, due bianchi, uno nero, e la stessa principessa Aurora: «Russia imperiale in tutta la sua gloria! Guardi le perle qui e qui e qui! E questo! Il mio preferito, preferito, preferito! Danzato al chiaro di luna. Myrtha, la regina delle Villi! Oh, se potessi trovare un pubblico, un’orchestra, un corpo di ballo, danzerei fino all’alba!»

La contessa Blavinskaja si osservava nello specchio a figura intera. «Forse non capirà», disse, «quanto ho dovuto supplicare per ottenere il ruolo di Myrtha. Non ho il corpo adatto per il ruolo, capisce. Eppure è stato il mio più grande trionfo. Per tradizione, lei è alta, e io non lo sono. Per tradizione, è sottile come un foglio di carta, e io non lo sono... Ma, oh, lo volevo, lo volevo... Dovevo danzare Myrtha. E li supplicai di darmi la parte, e danzai per loro e così si lasciarono convincere. Furono costretti a darmela!» Scoppiò a ridere. «Ero magnifica!» Si accasciò. «Magnifica», sussurrò, «perché anch’io ero morta vergine...»

Dora teneva sempre un sedativo a disposizione: una fiala di etere, un’altra di laudano. Ma era riluttante a usarli se non nelle più gravi emergenze. Quella sera, tuttavia, erano già tre ore che era seduta al buio accanto alla contessa, e ormai erano le due di notte e non vedeva il minimo segno di stanchezza. La contessa era senza fiato, anche se era seduta. Era come se fosse appena rientrata da un’esibizione.

«Interpretiamo fanciulle morte», disse la contessa Blavinskaja nel suo tedesco screziato dall’accento russo. «E tutto al chiaro di luna. Siamo le giovani vergini morte prima del compimento dei voti matrimoniali. Eppure... sono i vivi che ci vedono. I vivi che osservano».

La contessa si piegò in avanti e infilò i piedi nelle scarpette con le punte, prima uno e poi l’altro, e si alzò in piedi per sentirsele più «comode». «Comode non è una parola da usare quando si parla di scarpette con le punte», spiegò. «Sono la tortura personificata. Inventate all’inferno, naturalmente da un uomo. Tuttavia, nel corso del tempo i piedi cominciano a adattarsi. Si plasmano a vicenda, il piede la scarpetta, la scarpetta il piede, e si riesce a raggiungere un certo sollievo. Ma non saranno mai comode».

Si sistemò i nastri, legandoseli stretti attorno alle caviglie, e accarezzandoli con soddisfazione con le mani grassocce.

«Bon! Je suis prête. Andiamo, e danzerò al chiaro di luna».

La contessa passò davanti a Dora, afferrando uno scialle di cashmere, e si diresse verso la porta.

«Ma, madame!»

«Non è tempo di ma, cara Dora. Andiamo in giardino. Mi segua».

Mentre lo diceva, era già in corridoio e camminava verso le scale.

Dora, dibattendosi per liberarsi da un cigno bianco, un cigno nero e un tutù rosso, si accorse sgomenta alzandosi in piedi che le si era addormentata la gamba sinistra.

«Maledizione! Maledizione!»

Cadde in ginocchio e si rimise faticosamente in piedi, inseguendo meglio che poteva Myrtha, la regina delle Villi, zoppicando lungo il corridoio e giù per le scale, attraverso l’atrio e oltre il portiere addormentato, e oltre l’atrio, attraverso le porte, nella notte.