A Küsnacht, la luce della luna filtrava attraverso le tende, fino ai piedi del letto dove Jung giaceva sveglio con Emma.
Teneva la mano sul ventre della moglie, e aveva già sentito un piccolo calcio, al quale aveva risposto picchiettando con le dita un messaggio in Morse: Ehi, lì dentro! Salve!
«Ha cominciato solo oggi a scalciare», gli disse Emma. «Mi piace il pensiero di lei che grida: “Voglio più spazio! Voglio più spazio!”»
«Lei?» disse Jung. «Con calci del genere, dev’essere un maschio. Il nostro secondo figlio».
«È una femmina. Ci siamo parlate, e lo so».
«Parlate? Sii seria».
«Che tu mi creda o no, Carl Gustav, una madre conversa col suo bambino. Non sempre con le parole, ma anche in molti altri modi. Io invio pensieri e so che lei li riceve. Lei mi rimanda onde come risposta o come domande, e le onde mi attraversano tutto il corpo. È vero. È vero. Credimi. Lei è il mio pesciolino, e io il suo oceano. Lei è la nuotatrice, e io il mare. Ti ricorderai di sicuro cosa si prova a stare a galla nel mare, tesoro. A Capri, quanto siamo rimasti a galla mano nella mano... te lo ricordi? Siamo andati alla deriva tanto al largo che hanno dovuto venirci a prendere con una barca».
«Avremmo potuto affogare».
«Sciocchezze. Non insieme. Ognuno aveva l’altro: mano nella mano, ed era tutto così caldo e pacifico, azzurro, luminoso, sicuro. A me sembra che nuotare nel mare sia quello che capita al mio pesciolino qui dentro... Come si chiamano le acque dell’utero? Me lo dimentico sempre: come?»
«Liquido amniotico», borbottò Jung attraverso i baffi, piegandosi per baciare il ventre di Emma. Poi stese la mano sulla sua pelle e disegnò la forma del bambino.
«Hai mai sentito la frase “L’ontogenesi ricapitola la filogenesi?”»
«Se l’avessi sentita me la ricorderei di sicuro», rispose Emma ridendo. «Non saprei nemmeno cominciare a dire cosa significa».
«Un tizio di nome Haeckel. Ernst Haeckel. Tedesco. Biologo. Molto controverso. Abbiamo dovuto studiarlo all’università. Ha proposto molte teorie, alcune utili, altre no. Da un certo punto di vista, si potrebbe dire che fosse un allievo, anzi un discepolo di Darwin. Discepolo ed estrapolatore. È andato qualche passo oltre il maestro, per così dire. Come nella frase “L’ontogenesi ricapitola la filogenesi”».
«Santo cielo, che paroloni!»
«Ontogenesi: l’origine e lo sviluppo dell’individuo». Jung pronunciò le parole come un professore davanti alla classe, tamburellandole sul ventre di Emma, come le avrebbe tamburellate sul piano della cattedra. «Come il tuo pesciolino qui dentro», aggiunse. «Poi: filogenesi, il comportamento evolutivo di un gruppo di organismi. Capisci? E l’idea di Haeckel, la teoria di Haeckel era che il tuo pesciolino sta attraversando gli stessi stadi di sviluppo attraverso i quali, collettivamente, siamo passati nel corso dell’evoluzione della specie umana. Dai protozoi all’Homo sapiens. Capisci?»
«Non del tutto, no».
«Fammi ricominciare», disse Jung alzandosi e attraversando la stanza per sedersi su una poltrona. «Haeckel diceva: “L’ontogenesi ricapitola la filogenesi”, ma ciò che avrebbe dovuto dire era che l’ontogenesi ripete la filogenesi. Però era un biologo, uno scienziato, e bisogna perdonargli qualche parolone. E così...»
Jung prese una scatola di sigari dal tavolino accanto alla poltrona e accese un fiammifero. Alla luce della luna, sembrava un Buddha cinese in una nuvola d’incenso.
«Quello che proponeva Haeckel era che nello sviluppo di qualsiasi individuo, non solo umano – una rana, per esempio – dal concepimento alla nascita, la crescente complessità dell’embrione ripercorre la storia evolutiva della propria specie. In questo modo, il tuo pesciolino ha cominciato come unica cellula – l’ovulo fecondato – e questo riflette una delle forme di vita più primitive, in particolare i protozoi unicellulari. Mi segui?»
«Spiegami i protozoi». Emma si mise più dritta nel letto, appoggiandosi ai cuscini. «Mi sembra di conoscerli, ma preferisco se me li spieghi tu».
Jung adorava la parte del mentore e per un momento si mise in posa col sigaro in mano, il profilo illuminato dalla luna e i capelli tagliati alla prussiana dritti sull’attenti.
«Proto-zoo», disse. «Primo animale. O, se preferisci, primo essere. Quando l’uovo fecondato si sviluppa, si divide e si moltiplica...»
«E non si somma e si sottrae?» disse Emma sorridendo.
«Non interrompermi. Mentre si divide e si moltiplica, ciò che fa è formare una massa di cellule, una massa non organizzata, non diversa da una spugna. Pensa alla spugna nel bagno e a tutte le forme e misure che hanno le spugne. Poi... passa attraverso stadi che ricordano le meduse. In seguito, dopo aver cominciato ad allungarsi, le sue cellule nervose migrano verso la parte posteriore e restano chiuse in un involucro di cartilagine, che poi si indurisce e diventa osseo – la colonna vertebrale e il midollo spinale – e così l’individuo assume le caratteristiche dei primi vertebrati marini. Si sviluppano le branchie, come quelle di un pesce...»
«Il mio pesciolino».
«Precisamente. E poi queste branchie, nel corso del tempo, vengono sostituite dai polmoni. Eccetera eccetera. Vedi? Tutte queste cose sono già accadute al tuo pesciolino, e molte altre ancora accadranno prima che sia pronto a uscire...»
«...dal mare. Cioè a nascere».
«Cioè a nascere, mia cara. E così, l’intero processo dello sviluppo embrionale riflette il processo dell’evoluzione. L’ontogenesi ripete la filogenesi. E qui finisce la lezione, come diceva mio padre dal pulpito. E tuttavia, si può ricavare altro dalla teoria di Haeckel, che va al di là della biologia...»
«No, Carl Gustav. No. Basta. Sono stanca. Sono le due passate».
«Ma è importante. Immensamente importante. Non capisci. Ha a che fare con il mio lavoro. Ha a che fare con...»
Tutto.
Oh, no. Non cominciare.
Pensavo solo che ti facesse piacere sapere che stavo ascoltando. E sono d’accordo con te: si può ricavare altro.
«Emma, per favore. Stai sveglia solo per ascoltare una cosa».
«Sì, Carl Gustav. Ma dilla alla svelta».
Jung si sporse in avanti. Aveva – ma perché? – un’erezione.
Ti ecciti troppo, Carl Gustav. Ti ecciti troppo quando si tratta di idee.
Non posso... non posso farci niente. Oh, santo cielo. Speriamo che lei non mi veda.
Non avrebbe importanza anche se ti vedesse. Non è interessata. Non ora.
Non avevo pensato di voler... Ma eccolo lì. Gesù. Guarda.
Non ho bisogno di guardare. Lo sento. Ciò di cui soffri – fra le altre cose – non è nient’altro che priapismo intellettuale. È semplice. Ti viene un’idea, ti viene un’erezione.
Smettila.
Perché non reciti il tuo monologo? Emma ha cominciato a scivolare nel sonno, e se non cominci la tua dissertazione, se ne sarà andata prima che tu possa impregnarle la mente con la tua intelligenza. Un’immagine che immagino ti faccia piacere... ricorda Sabina Spielrein. Pensa a quella stupenda nuova interna che hai visto in corridoio con Furtwängler. Pensa alla tua pianista traumatizzata, le cui mani non vedono l’ora di essere occupate. Recita il tuo monologo, Carl Gustav. Recitalo. Tutti noi siamo ansiosi di ascoltarlo, ti supplichiamo di aprire i tuoi calzoni mentali e inondarci il cervello di teorie. Ti prego. Comincia.
Bastardo.
Be’, a me piace dire la verità. A te non piace sentirla. Raccontaci, miracoloso dottore dell’anima, che cosa vuoi dirci.
Era solo...
Dillo ad alta voce. Ricordati, è Emma che vuoi impressionare.
Per il momento.
«Era solo... È solo che, data l’ovvia giustezza della teoria di Haeckel, io non posso fare a meno di chiedermi, di riflettere sulla possibilità che se l’ontogenesi ripete la filogenesi in senso biologico, potrebbe forse ripeterla anche in senso psicologico. Non potrebbe ogni individuo ereditare la psiche – o una porzione della psiche collettiva – dell’intera razza umana? Non capisci? Se Haeckel ha ragione – e ce l’ha – allora il suo principio non suggerisce forse qualcosa di più di un mero processo fisico che riflette e ripete un altro processo fisico? Non potrebbe essere che la natura individuale – che è unica – rifletta e ripeta anche in qualche misura la natura e l’esperienza degli antenati? Dell’intera razza? Perché no? Perché no? Non è per questo che alcune delle cose che sappiamo non abbiamo mai dovuto impararle? Emma? Emma...?»
Troppo tardi. Si era addormentata.
Jung schiacciò il sigaro nel portacenere e corse al cassettone, dove frugò fra i resti di ciò che aveva tenuto in tasca in cerca di penna e taccuino.
In bagno, si sedette sul coperchio abbassato della tazza e, usando le ginocchia come scrivania, scrisse nel suo diario:
Io sono i sogni incarnati di mia madre. Sono le paure ataviche di mio padre. In questa caverna dove siedo...
Alzò lo sguardo e sbatté gli occhi.
Le luci sopra e attorno allo specchio lo abbagliavano, riflesse in ogni piastrella e in tutto il vetro e il metallo di cui era circondato.
Quale caverna?
Perché aveva scritto caverna?
In questa caverna dove siedo...
All’improvviso ebbe voglia di piangere e non sapeva perché.
Un’idea si era impadronita di lui.
Un’erezione intellettuale.
E la potenza di quell’idea era così schiacciante e onnipervasiva come la potenza dell’erezione che tendeva il sottile cotone bianco del pigiama.
Via. Via.
Poteva esserci qualcosa come un’eiaculazione intellettuale?
Perché no?
Via di qui.
Non posso andarmene. Ne faccio parte. La coscienza. Ricordi? Coscienza e memoria, premute contro la sottile membrana bianca del tuo cervello. La caverna in cui sei seduto, Carl Gustav, è la tua mente. Guardati intorno. Che cosa è stato dipinto sulle sue pareti? Quali animali vedi? Quali altre creature? Altri uomini?
Jung fissò il soffitto.
Di chi è quell’impronta di mano? Di chi erano questi dèi? Di chi erano i totem, gli emblemi, i segni e i simboli...? Non averne paura. Alzati e guarda.
Il taccuino cadde sul pavimento. Usando il bordo del lavabo per alzarsi in piedi, Jung fece cadere la penna senza cappuccio nella caverna della sua piccola vasca smaltata.
C’erano ombre negli angoli, crepe nel soffitto. Formavano i profili di esseri che non aveva mai visto prima? O erano mappe di fiumi e catene montuose, di strade per i viaggi compiuti da altri prima di lui...
Jung si sentiva un supplice, con le braccia levate, le dita aperte, gli occhi pieni di lacrime.
Ho percorso un cammino tanto, tanto lungo, pensò con una voce che non aveva mai udito prima. Abbiamo percorso un cammino tanto, tanto lungo. E io riesco a ricordarlo...
Riesco a ricordare...
L’ontogenesi aveva appena ripetuto la filogenesi, con una voce chiara e distinta come se avesse parlato davvero, forte e chiaro.
Posso conoscere ciò che non ho mai dovuto imparare. E posso ricordare ciò che mai, mai ho sperimentato personalmente.
Jung si sedette e pianse.
Non sarebbe più stato lo stesso.