Esistono persone la cui esperienza della vita è così distante dalla nostra che li chiamiamo pazzi. È una semplice convenzione. Li chiamiamo così per sottrarci alla responsabilità di prendere posizione sul loro posto nella comunità umana. Pertanto li releghiamo nei manicomi, li recludiamo dietro porte sbarrate, dove non li vediamo e non sentiamo le loro grida. Ma per loro, non c’è differenza tra ciò che noi chiamiamo sogni e incubi e il mondo nel quale essi conducono l’esistenza quotidiana. Ciò che per noi sono visioni riservate ai mistici – i miracoli di Cristo, le vite dei santi, le rivelazioni apocalittiche di Giovanni – per loro sono il tessuto dell’esperienza di tutti i giorni. Ai loro occhi, può esserci santità negli alberi e nei rospi, dèi viventi nel fuoco e nell’acqua, e una voce nei turbini del vento alla quale, se solo fossimo disposti ad ascoltare, indirizzerebbero la nostra attenzione. Sono queste le condizioni in virtù delle quali esistono coloro che soffrono di demenza. Essi non vivono in “altri mondi”, ma in una dimensione di questo mondo che noi, per paura, ci rifiutiamo di riconoscere.
Queste parole furono scritte nel 1901 da un uomo la cui esistenza veniva di rado menzionata nel 1912, o in seguito. La sua famiglia era arrivata al punto di cambiare nome, nella convinzione che la disgrazia in cui era precipitato fosse così immensa e universale che anche solo parlare di lui nella stessa cerchia familiare fosse rovinoso. Lo spettacolo del suo declino e della sua morte aveva trascinato nella catastrofe tutti coloro che erano legati a lui.
Robert Daniel Parsons, americano, era uno studente di psicologia giunto in Europa nel 1898 per completare gli studi con l’eminente professore di psicopatologia Pierre Janet all’ospedale della Salpêtrière di Parigi e con Eugen Bleuler alla clinica Burghölzli di Zurigo.
Sia Janet sia Bleuler ispiravano agli studenti nulla di meno che un assoluto timore reverenziale. Insieme all’austriaco Krafft-Ebing, questi due uomini avevano abbattuto il muro che separava la psichiatria dalle altre discipline mediche. Freud non aveva ancora fatto la sua comparsa con L’interpretazione dei sogni, e così il campo era a disposizione di Janet e Bleuler. C’erano contrasti fra loro, ma mai un grave conflitto o uno scisma. Erano non tanto i fondatori di teorie diverse quanto i portavoce, autoproclamatisi, di differenti scuole.
Da studente, Jung aveva sperimentato l’insegnamento di questi “giganti” (giganti, cioè, della loro epoca). Che Jung li avrebbe distanziati entrambi non era nemmeno un’ipotesi da discutere, prima del 1912. Già allora, tuttavia, stava diventando perfettamente chiaro – agli occhi di Jung, e anche, con risentimento, a quelli dei suoi maestri – che lui e Freud avrebbero attirato tutta l’attenzione del ventesimo secolo per quanto riguardava la psichiatria e la psicoterapia. Mentre Janet e Bleuler tendevano ad appoggiarsi alla sicurezza della reputazione che si erano costruiti, Jung correva impavidamente avanti verso quello che gli sarebbe apparso sempre più come un campo di comprensione che si dilatava, qualcosa di allarmante, talvolta perfino terrorizzante, ma che non si poteva respingere. Dalla notte fra il 22 e il 23 maggio 1912, quando ebbe la sua «epifania nel bagno», non ci sarebbe stata nessuna marcia indietro. Il terrore sì – e terrore, come vedremo, è la parola esatta – ma nessuna marcia indietro.
Quanto a Robert Daniel Parsons e al suo posto nella storia, divenne l’apostolo della «dolente massa dei pazzi», ai quali dedicò la vita e, a tempo debito, l’agonia e la morte.
A Parigi, nel 1901, ebbe un’epifania analoga alla rivelazione sperimentata da Jung nel 1912, ma più profonda perché più politica, e più rivoluzionaria.
Dichiarando che «i pazzi non sono pazzi ma solo diversi», Parsons abbracciò l’equivalente psichiatrico dell’anarchia. Se l’anarchismo è la convinzione che ogni governo andrebbe abolito, la versione di questo principio nella visione di Parsons era che occorreva abolire ogni dominio sui pazzi. Abbasso i manicomi, abbasso i padiglioni psichiatrici, abbasso gli ospizi e gli esperimenti sui pazzi. Abbasso, anche, ogni terapia coercitiva, le medicine e l’isolamento. Abbasso il laudano, l’etere e l’idrato di cloralio. Abbasso l’idroterapia. Abbasso le camicie di forza, i lucchetti alle porte e le sbarre alle finestre.
All’inizio, Robert Daniel Parsons venne considerato una sorta di folle intrattenitore. Aveva appena compiuto ventidue anni; era un ragazzo del Wyoming alto, dinoccolato e con una testa piena di ricci, e la sua figura attraente e il suo viso angelico da bambino, come lo descrisse qualcuno, attirava immediatamente l’attenzione degli altri studenti. Si divertivano alle sue bizzarre interruzioni delle lezioni del professor Janet, e perfino lo stesso Janet lo trovava incantevole. All’inizio.
Ma il fuoco delle idee di Parsons non poteva più limitarsi a provocare qualche eccentrica esplosione nell’aula delle lezioni. Si estese ai corridoi e si riversò oltre le porte della Salpêtrière, per le strade. Incendiò i caffè e i bistrot degli studenti. Prese a comparire sui giornali. Ci furono ben presto discepoli e sostenitori, in gran parte donne. «I pazzi hanno diritti» divenne un grido di battaglia e ci furono incursioni nel corso delle quali gruppi di “parsoniani” tentarono di liberare i pazzi dalle loro «prigioni e camere di tortura».
Alla lunga, Parsons venne espulso dall’ospedale della Salpêtrière: fu sconfessato dai medici e dalla facoltà e gli fu negato l’accesso. Il professor Janet non riconobbe di averlo avuto come studente, e sostenne di essere stato a conoscenza solo delle sue attività extracurricolari.
Il giovane americano “scomparve” allora per due anni, e divenne bracciante vicino a Rossinière, in un’alta valle alpina a nord-est di Montreux. Aveva mantenuto una corrispondenza solo con la sorella minore Eunice, allora studentessa in un college femminile del New Hampshire.
Eunice Parsons era probabilmente, a questo punto, l’unica amica rimasta al fratello. Aveva diciassette anni e aveva intrapreso la strada per diventare un’autrice passabilmente buona di ciò che lei chiamava «narrativa giornalistica». Era l’epoca di Stephen Crane e Jack London, un’epoca in cui Mark Twain era l’idolo supremo degli americani, un’epoca in cui, forse per la prima volta, gli scrittori americani stavano creando una nuova forma narrativa che traeva vigore dalle carriere giornalistiche degli autori. Era una tendenza che avrebbe conosciuto il suo culmine negli scritti di Ernest Hemingway e John Dos Passos.
Ciò che Robert Daniel Parsons portò a termine nei suoi due anni sabbatici a Rossinière fu un manifesto, scritto a sostegno dei folli. Lo intitolò In difesa della demenza, e lo scritto è tuttora consultabile in varie biblioteche universitarie, alla Smithsonian Institution e presso l’archivio dell’Istituto Jung di Zurigo. L’epigrafe era tratta dall’opera di Christopher Smart, in parte graffita sui muri di un manicomio del diciottesimo secolo. Parsons era rimasto colpito da una frase contenuta nel testamento religioso di Smart, Inno a David:
Dove chiedere è avere, dove cercare è trovare,
dove bussare è una porta spalancata.
Il manifesto di Parsons fece sensazione. Tanto per cominciare, rimproverava a Janet, Bleuler e Freud di aver requisito le vite di una massa già privata del diritto alla propria integrità. La parola massa sembrava piacere particolarmente a Parsons, che la usava spesso nelle descrizioni degli abitanti della sua comunità d’elezione. I Pazzi.
A causa della sua fede in Robert Daniel, che lei chiamava Rad, Eunice Parsons portò avanti la pubblicazione del manoscritto del fratello con lo zelo di Giovanni Battista che proclamava l’avvento di Gesù Cristo. Si mortificò fino al punto di rinunciare alle speranze di raggiungere i propri obiettivi accademici, e lasciò il college per sostenere la causa del fratello e trovare un editore di rango che corresse il rischio di presentare al pubblico le dottrine radicali di Robert Daniel. Così, In difesa della demenza fu pubblicato in America da Pitt, Horner & Platt nel settembre del 1904.
Fu un successo immediato ed elettrizzante. In un momento in cui Marie Curie trovava le prime prove dell’esistenza della radioattività nei minerali di uranio, in cui il capolavoro di C?echov, Il giardino dei ciliegi, veniva messo in scena a Mosca, e in cui Claude Monet incominciava la sua esplorazione delle ninfee, l’appello di Robert Daniel Parsons a favore della «libertà della pazzia» si conquistò il primo posto nell’attenzione del pubblico colto.
Furono aperte le porte, e i pazzi si riversarono per le strade.
Fu, naturalmente, un disastro. Non si prese nessuna precauzione. Non furono previste le necessarie sistemazioni. Non c’erano guide che accogliessero i malati. La maniera in cui tutto accadde non aveva nulla a che fare con le intenzioni di Parsons. Lui aveva sostenuto la necessità di istituzioni che in seguito sarebbero state chiamate centri di riabilitazione, fornite di personale specializzato, e di un sostegno finanziario governativo. Niente di tutto ciò fu messo in pratica, e gli incendi che seguirono furono fra gli orrori più cupi del loro tempo.
Quando Eunice Parsons presentò il manifesto del fratello agli editori europei, nessuno degli effetti che aveva avuto in America era stato sufficientemente pubblicizzato da dissuaderli dall’idea di utilizzare In difesa della demenza come “gingillo intellettuale” per sfruttare la corrente di interesse popolare per cose freudiane, cose libidinose, cose pericolose.
La parola pericoloso era ovunque. La letteratura doveva essere pericolosa, l’arte aveva lo scopo di essere pericolosa, le idee non valevano nulla se non erano pericolose. André Gide, Pablo Picasso e Isadora Duncan erano pericolosi. Come summa della pericolosità, al pubblico venne offerto In difesa della demenza.
Jung pensò che fosse un valido contributo alla letteratura del nostro campo. Freud concordava. Ma rimasero soli. Janet, Bleuler, Krafft-Ebing e gli altri capiscuola voltarono le spalle alle idee parsoniane.
Ciò nonostante, Robert Daniel “Rad” Parsons lasciò l’esilio e tornò a Parigi, dove le porte erano state forzate, i cancelli spalancati e i pazzi liberati.
Grazie al denaro ricavato dalle vendite del libro e con Eunice al suo fianco, Parsons aprì un Hospice des Aliénés al numero 37 di rue de Fleurus, all’ombra del palazzo del Lussemburgo. Poco lontano, nella stessa piccola via, Gertrude Stein era stata raggiunta da poco nel suo atelier da Alice B. Toklas. Ogni giorno dell’autunno del 1904, la signorina Stein e la signorina Toklas raggiungevano con il loro cane i giardini del Lussemburgo, salutando allegramente con la mano i residenti del numero 37, molti dei quali sedevano nudi nel cortile oltre il cancello di ferro battuto, fra i gerani che sfiorivano. Nel suo diario, alla data 14 ottobre 1904, la signorina Toklas annota: Erano di nuovo lì stamattina, i membri della setta parsoniana, seduti su minuscoli tappeti marocchini, splendidi nella loro sfrontata nudità, a intrecciare tende di corda. Ha commentato G.S.: «Se uno decide di sedersi per terra, non può esserci superficie migliore di un tappeto marocchino. I colori sono così accoglienti per la carne umana». Devo riflettere su questo punto, e lo farò.
A parte Gertrude Stein e Alice Toklas, ben pochi altri prestarono attenzione ai parsoniani. Furono scarse, ad esempio, le attenzioni ufficiali. I poliziotti passavano davanti e guardavano dall’altra parte: a loro bastava che i cancelli restassero chiusi. I cittadini di elevata posizione sociale – elevata ai propri occhi – evitavano del tutto rue de Fleurus. Cani e bambini venivano spinti di corsa verso i giardini del Lussemburgo. Nessuno si lamentò.
E poi accadde.
Fra i pazienti “salvati” dalla Salpêtrière c’era un uomo di nome Jean-Claude Vainqueur, che credeva di essere arrivato sulla terra da un altro luogo, mai nominato, per cercare e uccidere l’Anticristo e tutti coloro che credevano in lui.
Era giunto per la prima volta all’attenzione ufficiale trentacinque anni prima di essere liberato dal manicomio, quando, vicino a Marsiglia, era stato gettato a riva tra le braccia della madre morta. Erano due dei duecento passeggeri di una goletta sovraccarica che era affondata nel mare tra Algeri e la costa francese. Erano tutti morti. Nella tasca del grembiule della donna non identificata era stato trovato un foglio di carta, sul quale era scritto a matita il nome Jean-Claude Vainqueur, senza dubbio il nome di un uomo con cui aveva intenzione di mettersi in contatto dopo aver messo piede sul suolo francese.
Il bambino aveva al massimo quattro anni, forse meno. Non parlava nessuna lingua nota a coloro che lo incontravano, e la sua origine non era identificabile. Fu accolto in una serie di orfanotrofi: ogni volta provocava la sua espulsione appiccando incendi e urlando invettive alle autorità che accorrevano per spegnerli.
Negli ultimi momenti della sua vita di orfano affidato allo stato, un paziente gesuita, un sant’uomo, era giunto alla conclusione, del tutto appropriata, che una delle maggiori frustrazioni del ragazzo fosse la sua incapacità di comunicare. Perciò ideò una lingua su misura, per Jean-Claude, una mistura di francese elementare, latino ancor più elementare e un lessico convenuto di grugniti, mormorii e sospiri. Dio era Deo-Dieu, Cristo Corpus e l’Anticristo era Diabolo.
Alla fine, il corpo del gesuita venne scoperto, un pezzo per volta. Era stato smembrato e disperso. La testa non fu mai trovata. Jean-Claude Vainqueur fu incarcerato, si supponeva a vita, in un manicomio criminale, L’avoir Paix, alla periferia di Parigi. Un mese prima del ritorno di Parsons dall’esilio, Vainqueur fu portato alla Salpêtrière come caso esemplare di linguaggio dei pazzi.
E poi i Pazzi cominciarono a essere liberati.
Jean-Claude Vainqueur finì all’Hospice des Aliénés in rue de Fleurus. Lì, sviluppando una sua logica perversa, giunse alla conclusione che Parsons era il diavolo incarnato, forse per il semplice fatto che sedeva a capotavola nella mensa comune. Di conseguenza, Vainqueur e i suoi discepoli tirarono Parsons giù dal letto, lo spogliarono e lo inchiodarono a una croce. La croce fu poi appesa capovolta sopra un rogo acceso nel cortile chiuso a chiave del numero 37 di rue de Fleurus. Prima di essere espulsa dall’Hospice, Eunice fu costretta a osservare la morte tormentosa del fratello.
Tali eventi ebbero luogo la notte fra il 13 e il 14 ottobre 1904, domenica e lunedì. Il lunedì, la polizia assalì i cancelli e imprigionò i quindici parsoniani residenti, insieme a Jean-Claude Vainqueur.
Alice Toklas annotò sul diario che durante la notte c’erano stati fuochi e grida angosciate. Molti cani si sono messi ad abbaiare e G.S., svegliandosi, mi ha detto: «Non accendere la luce ma solo le candele. Per quanto ne sappiamo, visto il numero di russi che vivono a Parigi, potremmo essere in mezzo a un pogrom e non voglio attirare l’attenzione su di noi». Io ho acceso una sola candela e l’ho messa al centro della stanza, in modo che la sua luce non arrivasse alle finestre.
Quanto alla stampa, uscì con i soliti titoli a sensazione: L’esperimento parsoniano finisce nel fuoco! Il parsonismo muore sulla croce! E così via. Nel mondo, la reazione fu istantanea. Fu allora che la famiglia Parsons, nel Wyoming e altrove, si nascose, cambiò nome e scomparve definitivamente dalle attenzioni dei posteri. Per due anni, Eunice tentò di pubblicare ciò che aveva scritto, fallì e si suicidò. A Toronto, Ernest Jones, discepolo di Freud, tenne una lezione sul pericolo di flirtare con il parsonismo nelle sperimentazioni sul campo della psicopatologia. A Parigi e a Zurigo, Janet e Bleuler cantarono vittoria per la morte del pazzo dei pazzi e a Vienna Freud bruciò la sua copia di In difesa della demenza.
Non così a Küsnacht. Jung prese la precauzione di avvolgere la sua copia del libro di Parsons in carta oleata da macellaio, legarla con lo spago e chiuderla in un armadietto di solito riservato ai diari privati, alle lettere e alla bottiglia di cognac di riserva.
Alle prime luci dell’alba dopo l’“epifania nel bagno”, Jung indossò la vestaglia, infilò le pantofole e scese di sotto.
Nel suo studio, aprì finestre e persiane, andò all’armadietto chiuso a chiave, fece scattare la serratura, si tirò lo sportello verso le ginocchia, allungò la mano ed estrasse il pacchetto di carta da macellaio legato con lo spago che conteneva In difesa della demenza.
Pilgrim, stava pensando. La contessa Blavinskaja. Haeckel. E in questa caverna dove siedo.
Sciolse lo spago e lo posò sulla scrivania. Aprì, lisciò la carta oleata da macellaio e posò anch’essa sulla scrivania, dove poteva vederla con la coda dell’occhio. Il piccolo libro – non più di cinquanta pagine – aveva l’aria di essere stato acquistato da poco: la copertina grigio-azzurra era senza macchie, le lettere nere non si erano sbiadite. Jung posò il palmo della mano destra su di esso, come per dire: Pace, pace.
C’era un martire, lì dentro. Lo riconosceva senza il minimo dubbio. Aveva spaventosamente torto, ma anche innegabilmente ragione.
Un altro Lutero. Un altro Rousseau. Un altro Leonardo. Un altro mostro nascosto dentro un santo, un altro santo nascosto dentro un mostro.
E se si libera il santo, si libera anche il mostro.
Una voce nei turbini del vento, lesse, alla quale, se solo fossimo disposti ad ascoltare, indirizzerebbero la nostra attenzione.
Pilgrim. La contessa Blavinskaja. Il pesciolino di Emma, il nostro bambino.
E scrisse:
Tra il momento in cui fu esposto allo sguardo di Leonardo e quello in cui è esposto al mio, non c’è né tempo né spazio nella mente di Pilgrim. Né, per la contessa Blavinskaja, tra la vita sulla luna e la sua dimora qui. Né tra l’oceano del grembo di Emma e la costa sulla quale il nostro pesciolino sarà un giorno pescato.
Tutt’uno.
È vero.
Un unico luogo e un unico tempo.
È vero.
È così che vediamo noi. È tutto quello che conta.
E quello che ricordiamo.
Sì. E sentiamo dentro di noi.
E raccontiamo.
Abbracciare tutto. È un tutt’uno.
Jung si piegò in avanti.
La penna vacillò e poi scrisse:
Tutto il tempo, tutto lo spazio, è mio. La memoria collettiva dell’intera razza umana è dentro di me, seduta in questa caverna, il mio cervello. E se mi unisco ai pazzi nel sostenerlo, pazienza. Sono pazzo.