14.

Hôtel Baur au Lac, Zurigo

14 maggio 1912

 

E così, mio carissimo amico, mi rivolgo a te per l’ultima volta. Con mio infinito dolore, devo farlo per mezzo di questa lettera, anche se avrei preferito che ci dicessimo addio al solito modo, con una stretta di mani umane e un bacio.

Come indovinerai, ho – naturalmente – paura. Dopo tanta vita, la morte. Eravamo sicuri che non sarebbe mai arrivata! E pensa quante volte abbiamo desiderato che potesse arrivare, pur sapendo che ciò che i mortali chiamano morte non era, per noi, nemmeno una remota possibilità. Gli dèi non l’avrebbero decisa. Non l’avrebbero permessa. Non avrebbero tollerato nemmeno il pensiero della morte. Eppure, eccola qui.

Gli Inviati, due, sono giunti a Zurigo proprio come noi. Ricorderai che siamo arrivati nel mezzo di una tormenta, e sembra che quella tormenta fosse il loro mezzo di trasporto. Si chiamano Messager. Messaggero. Sono mascherati da francesi, parlano perfettamente quella lingua, ma per il resto non hanno una dimensione umana. Li ho riconosciuti all’istante, anche se all’inizio non avevo identificato il portento che annunciavano. Ho pensato che forse ci dovesse essere un incontro nel Bosco; e, naturalmente, il mio cuore ha sobbalzato, perché credevo che una simile riunione potesse avere a che fare con la tua liberazione dalla condizione presente. Ma non era quello il motivo.

Potrebbe divertire il dottor Jung sapere – se per caso volessi un giorno raccontargli questi eventi – che anche lui ha notato la presenza dei miei visitatori, dato che i due Messager, fingendo di essere una coppia fresca di nozze, erano nella sala da pranzo dell’hotel la mattina del nostro primo incontro. Lui è rimasto più che impressionato, non ho potuto fare a meno di notarlo, dalla loro bellezza eterea.

È l’espressione giusta. Evidentemente, non erano di questo mondo, anche se come potrebbe saperlo un mortale? Che peccato, per il bene di tutti noi, che gli dèi e i loro servitori non appaiano più spesso.

Benché la mia “vita” non si sia avvicinata alle dimensioni della tua, riconoscerai, ne sono certa, la mistura di gioia e trepidazione con la quale ho permesso che mi avvicinassero. Come sai benissimo, è questo il protocollo riconosciuto: non si va da loro, sono loro che vengono da noi. Tuttavia, mi sono resa ampiamente disponibile, mettendomi in mostra nell’atrio dell’hotel e facendo in modo di farmi chiamare per nome.

Non posso dirti quanto ci ho messo a rendermi conto che erano venuti per “riportarmi a casa”. In passato, come immagino sia stato anche il tuo caso, non c’è mai stato il minimo dubbio che la permanenza qui dovesse essere prolungata. La mia permanenza non è stata, come sai, eccessivamente lunga. Mi è stata assegnata, mi sembra adesso, l’età media di una vita umana, nulla di più. Avevo un lavoro da compiere, e a quanto pare il lavoro è giunto alla fine. Adesso, mentre sono seduta qui, scrollo le spalle al pensiero: come fa uno a sapere che cosa significa? Sospetto che non lo saprò mai, e devo accettarlo.

Una volta mi hai parlato, in stretta confidenza, di queste materie – e credimi, mio caro, quella confidenza non è mai stata tradita – dicendomi che i tuoi incontri con gli Altri avvengono sempre nel luogo che mi hai insegnato a chiamare il Bosco. È stato un onore che mi è stato accordato una sola volta, e non era un onore che mi aspettassi, da nessun punto di vista. Ma ti confesserò che avevo sperato che si ripetesse molte volte, a condizione che tu venissi con me. Nella tua amarezza, tuttavia, hai sostenuto una volta che quell’onore era l’onore di essere disonorato.

Che tu abbia sofferto, posso testimoniarlo. E sapere che la tua sofferenza deve continuare è ciò che mi causa il dolore maggiore all’idea di essere richiamata. Ma sono stata chiamata.

Che il loro nome sia Messager è quasi divertente: hanno così poco tatto in simili questioni. Ma per il resto sono stati cortesi e mi hanno trattato con un rispetto assoluto. Ho ricevuto un mazzetto di fresie da Monsieur e una riverenza da Madame. Pensa un po’! In quel momento, ero una regina ai loro occhi! Hanno l’aria, che riconosceresti subito, di campioni intatti, di atleti appena incoronati di lauro, della gioventù come di rado è la gioventù, senza lo stampo della mortalità, tutta respiro e pelle e meraviglia a occhi spalancati.

Carissimo... Vivere, morire. Cosa ne sappiamo? Nulla. O forse, una cosa. Vivere è peggio di morire.

Essere liberati della vita, farla finita con la vita. Non dovere più. Mai più doversi alzare all’alba, essere, prendersi responsabilità, vedere quello che vediamo, conoscere la tristezza, sentire la mancanza di coloro che amiamo, toccare e provvedere a bambini morti, animali, estranei, non dover più dire non posso, ma ci proverò. Non posso, ma lo farò. Sapere ciò che ci si aspetta da noi, perché abbiamo occhi, orecchi, terminazioni nervose, ma non essere più in una posizione in cui si è costretti a dire riconosco, vedo, sento, provo. Tutte queste qualità “umane” stanno per essermi sottratte, e mentre esulto al pensiero di esserne liberata, non posso sopportare la consapevolezza che liberandomi di esse devo anche essere liberata di te.

Adesso, non c’è più niente che posso fare per te. Niente.

Oh, Dio. Oh, dèi. Oh, chiunque.

Essere così impotente è già meno di essere viva.

La nostra reciproca utilità è giunta, qualunque sia il motivo, alla fine. E in questa fine, riconosco la necessità della mia dipartita.

La mia dipartita, sì. Devo imparare a esercitarmi con le parole della morte. Estinzione. Quiete. Trapasso. Andata. Finito. Finale. Nulla.

È tutto così trito. Così privo di significato. Spero che tu stia ridendo. Io sì. Non credi che sia buffo?

Je suis passée, monsieur. La vita in sé è passée.

Ridi, Pilgrim, ridi. Una di noi è giunta alla fine. Ho fatto tutto. Ho amato un mortale, generato figli mortali, sofferto la mortalità in tutte le sue troppe manifestazioni. Ho fatto parte della classe dei più privilegiati del mio tempo e della mia terra. Ho visto torti, e li ho corretti. Ho anche evitato di farlo. Sono stata molto, al massimo grado, umana. Eppure...

Tutti ci perdoniamo, non è vero? Tutti perdoniamo noi stessi e diamo la colpa a qualcun altro, qualcuno di anonimo, ma opportunamente notato con la coda dell’occhio. Sempre, quando ne abbiamo bisogno, compare qualcuno da incolpare. Ma mai noi stessi, mai noi stessi.

Mentre la morte si avvicina, è questo che rimpiango di più, Pilgrim, a parte l’idea di perderti. Rimpiango di aver dato tanto spesso la colpa a qualcun altro di mancanze e problemi che erano solo opera mia. O che, se non erano opera mia, di certo avevo tollerato. Che gli uomini non possano amare gli uomini, o le donne le donne; che la povertà sia colpa e responsabilità dei poveri (come ho potuto pensarlo!); e che il “bene” sia una cosa che possa essere decisa dai governi, come se inventando una legge potessimo stabilire i confini dei bisogni e delle gioie e della fiducia di qualcun altro. Come osiamo decretare ciò che è “bene” per gli altri quando a noi è stato donato tutto?

Ho imparato tutto ciò (così poco!) nel momento in cui ho saputo che dovevo essere richiamata. Ho imparato che, se si esclude il fatto di averti conosciuto, amico carissimo, non ho quasi vissuto. Il mio amore per Harry e per tutti i miei figli – perfino il mio oscuro amore per David, il cui prevedibile futuro è così rovinoso, a quanto credo – era “meramente umano”. Ho avuto denaro e un’alta posizione sociale. Tutti i privilegi, e non ne ho tratto vantaggio, tranne che quando si trattava di te. Non è strano – o lo è, c’è da chiedersi – aver mancato tanti bersagli, pur con uno spettro così ampio?

Penso a quante persone, perfino i miei amati figli, ho mancato troppe volte di vedere. Non li vedevo, non potevo, non volevo vederli, mentre sostenevo di amarli.

È finita. Tutta la vita. Tutte le mie opportunità. Una volta data, una volta persa, per sempre privata. Una distesa così ampia. Un’esperienza così ristretta. Aver vissuto. Essere stata viva.

Devo essere portata in qualche valle, a quanto ho capito. C’entra un’automobile. Ci sarà la neve. Non so nient’altro. E non me ne curo.

Quest’ultima cosa resta da dire, e l’ho detta anche al dottor Jung nell’ultima lettera che gli ho spedito: Nel deserto, ho trovato un altare con l’iscrizione: Al Dio sconosciuto... E in accordo a essa ho fatto il mio sacrificio.

So che tu capirai, anche se il dottor Jung forse no.

E adesso, devo dirti ciò che tu non potrai mai dire a me.

Addio.

Con tutto il mio amore, oso dire per sempre...

Sybil

 

Terminata la lettura, Jung ripiegò la lettera, la infilò di nuovo nella busta e, senza nessun rimorso per averla letta, la ripose nella cartella da musica di Anna.

Sospirò e sprofondò nella poltrona. Tutto questo significava che aveva a che fare non con un paziente psichiatrico, ma con due? E una di loro adesso era morta.

Naturalmente sarebbe giunto il momento in cui avrebbe dovuto mostrare la lettera a Pilgrim. Ma prima che venisse quel momento, Jung sapeva che avrebbe accettato l’idea – se non altro l’idea – che la lettera che aveva appena finito di leggere fosse indirizzata a un immortale.