5.

Era come il giorno della guarigione dopo una lunga battaglia con la malattia. Era discesa la calma, segnata dalla presenza della luce del sole e dalle finestre aperte. Una brezza fresca agitava le tende e voltava le pagine dei libri aperti. In diverse stanze, le persone alzarono gli occhi dalle loro occupazioni e si chiesero, talvolta ad alta voce, che cosa potesse aver provocato il silenzio che, solo per un momento, fu universale.

Alle otto del mattino di lunedì 20 maggio – sei giorni dopo la morte di Sybil Quartermaine – Jung percorreva il corridoio del terzo piano della clinica Burghölzli verso la suite 306. Teneva in mano una cartella di pelle marrone di quelle usate dagli studenti di pianoforte per trasportare gli spartiti. Era, in realtà, di proprietà di sua figlia Anna, di sei anni, che l’aveva ceduta solo dopo la promessa che suo padre gliel’avrebbe restituita non appena avesse trovato qualcosa con cui rimpiazzarla. La borsa di Jung era andata perduta.

Nella cartella di Anna c’erano frammenti di ciò che Jung aveva selezionato e copiato dai suoi taccuini dedicati a Pilgrim: pagine sparse, resti strappati di buste, retri di biglietti da visita, ritagli di carta, pezzetti di cartoncino, riviste, promemoria della clinica, angoli di menu di ristoranti e l’interno di scatole di fiammiferi. Su tutto ciò erano stati tracciati scarabocchi, frasi, singole parole, interi paragrafi e, in uno o due casi, le trascrizioni da parte di Fräulein Unger di brani dei taccuini di Jung, di manuali e diari.

C’era anche una busta con alcune fotografie, una copia della Gioconda ritagliata da una rivista, una monografia, con illustrazioni colorate, sul genere di farfalle collettivamente note col nome di Psyche, una copia manoscritta della lettera di Elisabetta del Giocondo a Leonardo (come se dovesse essere impostata) e, infine, la busta indirizzata a Pilgrim da Sybil Quartermaine.

La copia della missiva di Elisabetta era per Archie Menken, di cui Jung era ansioso di sentire l’opinione; dato che non poteva mostrare ad Archie il diario, aveva pensato di fornirgli la lettera come istigazione. Non compariva nessun nome, in nessuna delle varie forme: Elisabetta del Giocondo, la Gioconda, Madonna Elisabetta (abbreviato nel corso del tempo in Monna Lisa). Per il resto, era esattamente come l’aveva presentata Pilgrim, ma senza firma. Chi potrebbe averla scritta? voleva chiedere Jung. Tanto per vedere... tanto per vedere che tipo di reazione potesse suscitare. Gliel’aveva trascritta Emma, mettendosi a piangere mentre lo faceva.

Tutte queste, a parte la lettera della Gioconda, erano armi, pronte a essere adoperate nella guerra tra il bellicoso silenzio di Pilgrim e l’aggressivo inseguimento da parte di Jung alla voce del suo paziente. Kessler, intanto, aveva informato Jung delle brevi frasi che Pilgrim aveva sussurrato il giorno della morte di Sybil Quartermaine. E tuttavia, sussurrare nei bagni non era parlare al proprio medico. Sussurrare al vento non è rivolgersi a una persona, e Jung era prudente. Magari non erano nemmeno parole, per quello che ha capito Kessler, aveva concluso. C’era anche il fatto che quel giorno, al ritorno dalla seduta di idroterapia, Pilgrim era lentamente scivolato in uno stato quasi comatoso, e non si era veramente risvegliato se non per barcollare verso la stanza da bagno e poi tornare a letto. Kessler aveva informato Jung anche di questo, e aveva ricevuto l’ordine di annotare tutte le parole che fossero pronunciate, controllare il respiro e il polso del signor Pilgrim e chiamare immediatamente in caso di cambiamenti significativi. Tutto era rimasto stabile, tuttavia, e il signor Pilgrim non aveva detto nulla. Non aveva nemmeno russato, notò Kessler, e questo voleva dire che il sonno non era stato disturbato.

Nonostante la gravità del suo contenuto, la cartella da musica a Jung sembrava leggera come l’aria. Il contenuto, dopo tutto, avrebbe forse reso possibili i negoziati per un armistizio. Se non avesse provocato il ritorno alla parola di Pilgrim, allora nulla ci sarebbe riuscito. Quei fogli, e la terribile notizia della morte di Sybil Quartermaine.

Riflettendo sul suo atteggiamento nei confronti di quest’ultima notizia, Jung aveva dapprima pensato di mettere da parte l’argomento per un incontro successivo, per non collegarlo in alcun modo con le armi del suo arsenale...

Davvero, Carl Gustav! Armi! Arsenale! Quanta enfasi!

Penso solo al bene del paziente.

Colpirlo sulla testa con un martello? Stordirlo con una mazza di legno? Prenderlo a calci negli stinchi e dargli schiaffi sulle orecchie?

Devo essere crudele solo per essere gentile.

Oh, per l’amor del cielo!

Be’, è vero. L’ho coccolato anche troppo.

A me sembra che sia stato tu a essere coccolato. Sei più premuroso verso di te che verso il signor Pilgrim: gli eviti ogni volta la semplice cortesia di trattarlo come un paziente. Invece lo tratti come un premio. Un trofeo. Guardate cosa abbiamo qui! Miracolo dei miracoli! L’uomo che non può morire! E io sono il suo custode! Io!

La vergognosa verità è che ho paura di lui.

È solo un altro essere umano, Carl Gustav. Ogni giorno hai a che fare con gli esseri umani.

Davvero?

Guarda lungo il corridoio. Cosa vedi? Una decina di porte oltre le quali si nasconde il genere umano in tutte le sue complessità e meravigliose manifestazioni. Nella 308 una fossa di orsi, nella 309 la luna. Indietro, nella 301, una geniale musicista a cui le mani non obbediscono più, sostenendo di essere quelle di Robert Schumann. Nella 304, un uomo che scrive senza sosta su un taccuino immaginario. Un giorno dopo l’altro, da quasi un anno, apri le porte di queste persone, e non hai mai dubitato della tua competenza, e della possibilità di accettare le loro condizioni, senza il minimo scrupolo. Che cos’ha, in fondo, di diverso il signor Pilgrim da farti dubitare della tua capacità di avere a che fare con lui? Niente, Carl Gustav. Niente. All’inizio di ogni viaggio su questo piano, sei avanzato nel buio armato di nient’altro che di intelligenza, interesse, istinto, comprensione della psichiatria e devozione alla medicina. Quello che manca è la voglia di ammettere l’estensione della tua ignoranza.

In quell’istante, all’altra estremità del corridoio comparve Furtwängler, accanto a un’ardente giovane donna che indossava un camice da interno. A Jung venne subito in mente l’immagine di Emma, una Emma più magra, appena più giovane, certo, ma sempre Emma. I capelli della donna erano più scuri, la statura inferiore, i modi più espansivi. Di sicuro, si era conquistata l’attenzione di Furtwängler e gli parlava furiosamente. Questo non era da Emma. Emma non avrebbe fatto gesti tanto eccitati. Non avrebbe dato a Furtwängler il beneficio del suo entusiasmo come faceva quella donna. Ma sarebbe stata una compagna altrettanto affascinante. E lo era, quando era più giovane. Una volta...

Carl Gustav.

Sì, sì, appunto. L’appuntamento con il signor Pilgrim. Anche se, di sicuro, potrei aspettare per farmi presentare alla giovane signora. Così attraente... Così...

No, Carl Gustav. Va’ avanti con il tuo lavoro. Dopo tutto, il caso Pilgrim è il tuo lavoro, in questo momento.

Certo.

Jung vide che Furtwängler si fermava appena prima della stanza 308.

«Il signor Leveritch vive in una fossa di orsi», disse alla giovane compagna. «Si prepari».

Mentre aprivano la porta, Furtwängler fece a Jung un sorriso che questi non ricambiò. Invece proseguì fino alla suite 306.

«La stavo aspettando», disse Pilgrim.

La luce del sole era accecante, e quando finalmente riuscì più o meno a vedere, Jung trovò il suo paziente seduto in camera da letto su una sedia. La poltrona a rotelle era stata spinta in un angolo buio.

Kessler, in piedi, teneva una mano protettiva sulla spalla di Pilgrim. «Buongiorno, dottore», disse. Stava sorridendo.

«Sì. Buongiorno», rispose Jung, ancora semicieco. Diede un’occhiata laterale, con circospezione, a Pilgrim. Aveva davvero parlato, o Kessler era un ventriloquo? O era stato un trucco dell’immaginazione di Jung, pronta per la battaglia?

Pilgrim era completamente vestito, stivaletti compresi, bianchi come i calzoni, la giacca e il panciotto. Portava anche una cravatta a farfalla, che sembrava essersi posata sotto il colletto alto. Il papillon era blu, con un tocco di viola: un colore intermedio, né completamente blu né completamente viola. Era come se si fosse sistemato lì di sua volontà. Spuntando dal taschino della giacca, un fazzoletto di una tonalità simile faceva un grazioso sbuffo, come di fumo.

L’espressione sul viso di Pilgrim era quella di un bambino che si attendeva una buona notizia e ha appena indovinato che la notizia sarà cattiva.

Jung distolse lo sguardo, in cerca di rifugio.

Ai piedi del letto c’era una sedia. E accanto un tavolino. E sul tavolino un portacenere. Ecco.

Jung vi si sedette e fece scivolare la cartella da musica sul letto.

Pilgrim seguì il suo movimento con gli occhi. Strinse entrambe le mani a pugno e serrò le ginocchia. La sua alta statura restava evidente anche quando era seduto. Il curioso taglio di capelli era quasi da ragazzo: sembrava che il ciuffo fosse calato sulla fronte come spinto dal vento o da uno sbadato colpo della mano. Nonostante il generale pallore, le guance erano rosee. Avrebbe potuto essere appena tornato da un’energica passeggiata in giardino.

«Non ha niente da dire?» chiese a Jung. «Mi aspettavo delle congratulazioni. Il vestito bianco, l’abbandono della poltrona a rotelle, l’indubbio piacere di sentire la mia voce...» Pilgrim fece un sorriso nervoso. «Naturalmente, credo che l’abbia già sentita, in una precedente occasione. Anche se non riesco a ricordare quando. Il tempo è così... come? Così in disordine? Credo sia questo che intendo. Il tempo è scardinato. L’ha detto qualcuno. Amleto, probabilmente. Amleto dice tutto, non è vero? Quasi tutto quello a cui uno riesce a pensare, almeno in versi sciolti...»

Tacque.

Kessler fece scorrere le dita sulla spalla di Pilgrim e spostò il peso sulle gambe. Le scarpe scricchiolarono. Tossì coprendosi la bocca con la mano.

Pilgrim abbassò lo sguardo.

Jung lo alzò.

«Signor Pilgrim, c’è stato...»

«Un incidente».

La voce di Pilgrim era roca, come se avesse passato l’intera settimana a urlare. Diede un’occhiata di lato verso la finestra e alzò la testa.

«L’acqua è troppo larga», sussurrò. «Non posso attraversare».

«Prego?»

«È una canzone. Solo una canzone. È morta? La mia amica?»

«Temo di sì. Sì».

Pilgrim si alzò. La mano di Kessler ricadde di lato.

Pilgrim si sistemò il papillon. «L’ho indossato per lei», disse. «Immagino che lo sapessi. In realtà... lo sapevo. Speravo solo che lei, dottor Jung...» Andò alla finestra. «Pensavo forse che lei fosse venuto a dirmi che mi sbagliavo».

«Ho paura di no».

«Un incidente, ha detto».

«Sì. Con l’automobile. È morta all’istante, glielo posso garantire».

Pilgrim scrollò le spalle.

«Perché la gente ha sempre il bisogno di dire una cosa del genere? Non è mai vero. E lei lo sa. Se vuole che mi fidi di lei, dottore, dovrà fare di meglio».

«Le chiedo scusa».

«Può dirmelo con una sola parola. La dica».

«Valanga».

«Valanga».

«Sì».

«Capisco». Pilgrim sospirò. Nella sua mente, una Daimler argento veniva rovesciata e fatta rotolare da un bambino che creava una gigantesca palla di neve. Dentro, gli occupanti erano sballottati come topi di laboratorio in una ruota che gira. Pilgrim allungò una mano e fece scorrere le dita lungo il bordo della tenda di garza alla sua destra. «Miss Peebles era con lei?»

«No».

«Pensavo di no».

«Solo l’autista».

«Doveva avere un nome, dottor Jung. Di solito ce l’hanno».

«Sì. Si chiamava Otto Mohr».

«Un’altra morte istantanea, senza dubbio».

«Non possiamo far altro che sperarlo».

Pilgrim si voltò di nuovo verso la stanza.

«Vedo che si è portato una cartella da musica da bambino».

Sorpreso che Pilgrim avesse notato la cartella, per non dire del fatto che ne avesse indovinato il proprietario, Jung riuscì solo a mormorare: «L’ho presa in prestito da mia figlia».

Pilgrim indicò il letto, dove era posata la cartella. «C’è dentro qualcosa per me?» chiese. Non lo disse con timidezza quanto con malignità. Sembrava quasi che deridesse Jung, e lui non sapeva come reagire.

Pilgrim era arrivato in mezzo alla stanza, alla sinistra di Jung. «Un giocattolo, magari?» disse. «Sono come un bambino, io, sa», continuò. «E una cartella da bambino dovrebbe contenere almeno un giocattolo. Se mi dà un giocattolo, sarò suo per sempre. Non è così che fanno i bambini?»

Jung si alzò in piedi.

«Niente giocattoli, ho paura. Ma c’è una lettera».

Prese la cartella, slacciò le fibbie ed estrasse una busta.

«Ecco», disse passandola a Pilgrim.

Pilgrim raggiunse la finestra più lontana del soggiorno prima di sfilare la lettera dal suo bianco involucro.

Bianco, bianco, tutto bianco, pensò Jung. Chi sono, i giapponesi? Bianco per il lutto, nero per festeggiare? Qualcosa...

All’improvviso, Pilgrim lasciò cadere la lettera sul pavimento. Non poteva aver letto più di una o due frasi.

Jung attese nervosamente che riprendesse le pagine cadute. Doveva per forza essere ansioso di sapere ciò che l’amica aveva da dirgli, ma Pilgrim restava immobile, con la busta che gli pendeva dalle dita. Lentamente, assalito da un muto panico, Jung si voltò verso la cartella da musica. Guardò dentro e si accorse subito di ciò che aveva fatto. Dentro c’era la lettera di Lady Quartermaine.

Andò in soggiorno, si chinò e raccolse i fogli sparsi. Poi prese la busta dalla mano di Pilgrim.

C’era musica, è vero. Niente nani, anche se li avevi promessi...

 

Aveva dato a Pilgrim la lettera di Elisabetta a Leonardo, che naturalmente Jung non aveva la minima intenzione di mostrargli. Se Pilgrim avesse saputo che lui aveva accesso ai diari, avrebbe avuto ogni diritto di farseli restituire, e Jung avrebbe perso uno strumento prezioso per raggiungere lo scopo, il recupero della salute mentale di Pilgrim. Si trovò d’un tratto a pregare che Pilgrim non avesse creato lui la lettera, con un suo atto di immaginazione, ma l’avesse scoperta ad ammuffire in qualche archivio sconosciuto, dal quale Jung poteva sostenere di aver ottenuto una copia. Prie Jésus.

Ah, sì, la sindrome dell’incontro-casuale-con-un-tesoro-sepolto, alla quale soccombono tanti sognatori.

Mi pareva che avessi acconsentito a non interferire.

Sono qui solo in qualità di osservatore, Carl Gustav. Un témoin, come dicono i francesi. Un testimone. Potrei andarmene, naturalmente. Ma se me ne vado, con me scomparirebbe anche qualunque registrazione precisa di questo incontro. Dopo tutto, sono la tua memoria, oltre che la tua coscienza.

Non voglio una coscienza.

Be’, mi spiace dirtelo, ma ce l’hai. E perché, se posso chiedertelo, non la vorresti?

Perché sei un ostacolo sulla via della spontaneità.

Non farmi ridere, Carl Gustav! Non farmi ridere. Nella tua vita, la coscienza non arriva mai prima dei fatti, ma solo dopo. Ecco perché sei uno scienziato e non un filosofo, uno psichiatra e non un chirurgo. Tutto quello che fai dipende dal fatto che ti lanci prima di avere la possibilità di pensare. Se mi avessi consultato in anticipo, non avresti mai accettato il dono dei diari del signor Pilgrim. Li avresti restituiti all’istante a Lady Quartermaine. I tuoi giudizi – finora, almeno – sono sempre stati empirici. Io non intervengo mai se non quando è troppo tardi. Ma...

L’Inquisitore sospirò e tirò mentalmente il fiato.

... io appartengo a te e tu a me. Come direbbe l’americano Archie Menken, siamo incollati uno all’altro. E credo che dovresti sapere che il tuo paziente ti guardava speranzoso. Fra le sue ultime parole, prima che gli passassi la lettera fatale, c’è stata la frase: «Se mi dà un giocattolo, sarò suo per sempre».

Jung ripiegò le pagine rivelatrici, le infilò nella busta e le rimise nella cartella da musica. Lì, a portata di mano, c’erano le altre due buste: una conteneva le fotografie, l’altra la lettera di Sybil Quartermaine. In più c’era anche la monografia sulle farfalle Psyche.

Jung estrasse il libro e le fotografie.

Giocattoli?

Be’, la cosa più vicina: divertissements. Era di questo che aveva bisogno adesso Pilgrim. Non di una lettera di un’amica morta, ma qualcosa di totalmente diverso. Lo sconvolgimento provocato dall’incontro con le parole della Gioconda avrebbe potuto, in fondo, risospingerlo nel silenzio, ed era questa la cosa da evitare a ogni costo.

Jung tornò da Pilgrim.

«Pensavo che forse avrebbe voluto vederle», disse, e portò alla luce le fotografie. Alcune, naturalmente, per lui sarebbero state prive di significato. Il narciso, il busto del dottor Forel, la facciata della casa di Jung a Küsnacht. Emma incinta, i bambini – Agathe, la maggiore, con Marianne, la più piccola, in braccio – Anna e Franz. E i cani, Filemone e Salomè.

No. Queste non mostrargliele. Troppe facce felici. Un’altra volta, magari. Non adesso.

Ma le immagini di Lady Quartermaine e Pilgrim in giardino sì. Non quella con Otto Mohr e la Daimler argento. Era solo una coincidenza che queste ultime foto potessero essere giustapposte con tanta precisione agli eventi che le avevano seguite?

E, naturalmente, la farfalla.

«Ho portato queste», disse Jung attraversando la stanza. «Le ho scattate la settimana scorsa, come forse ricorda. Mostrano voi due insieme, in giardino. Il giardino qui fuori, sulla sinistra della...»

Non dire clinica.

«... dell’edificio».

Jung mescolò le fotografie. Carte da gioco.

Scelga una carta. Una carta qualsiasi. Non mi dica quale. La rimetta nel mazzo...

Le aprì a ventaglio e le presentò, nascondendo quella che mostrava la farfalla. Doveva essere l’ultima.

Pilgrim prese il ventaglio e lo chiuse.

Abbassò gli occhi e vide Sybil seduta sulla panchina.

Come è bella, pensò. È, era e sarà sempre.

«Posso tenerla?» chiese. «Solo questa. Mi piacerebbe averla».

«Certo. Assolutamente».

Jung riprese le altre.

«C’è una cornice d’argento sul cassettone», disse Pilgrim con aria sognante. «Con la fotografia della donna che sosteneva di essere mia madre, anche se io avevo altre informazioni. Non ne ho più bisogno e non la voglio più. La distruggerò: alla fine la brucerò e getterò i resti nella tazza del bagno».

Alzò gli occhi e sorrise a Jung come un bambino cattivo che un giorno ucciderà i genitori. Un brivido attraversò le spalle di Jung. Anche se cercò di non mostrare il suo sconcerto, non riuscì nemmeno a fare un cenno di risposta.

«Al suo posto metterò la fotografia di Sybil e la guarderò ogni giorno. La ringrazio del dono. Lei è gentile, molto gentile. Più che gentile. Lei è sollecito e premuroso. Ha un cuore capace di comprendere. Lei è pieno di compassione. Che fardello dev’essere, amare tanto il genere umano. Opprimente, immagino. Opprimente, schiacciante. Logorante, quasi rovinoso. Annichilente. Pensare che lei fa cose tanto premurose, gentili, generose come portare fotografie dei defunti. È inimmaginabile. Una specie di miracolo, anzi, l’essenza stessa della gentilezza umana. Quanto le costerà il mantenimento dei suoi archivi! Cantine piene di fotografie! L’intero genere umano! E tutto con una piccola macchina fotografica! Posso vedere il suo archivio? Un giorno mi piacerebbe proprio vederlo. Davvero. Sul serio. Assolutamente. Il dottor Jung e la sua camera compassionata! Se uno ci pensa... L’intero genere umano in bianco e nero...»

Il discorso era stato pronunciato con una cantilena sonnolenta e disinvolta e un atteggiamento languido, con la fotografia che pendeva dalla mano di Pilgrim come il fazzoletto dalle dita di un dandy che intrattiene il suo ospite con un divertito pettegolezzo. Ma gli occhi di Pilgrim smentivano ogni idea di umorismo o intrattenimento. Si strinsero sempre più finché, a conclusione del suo attacco polemico – perché di quello si trattava –, erano ormai chiusi.

Poi, all’improvviso, gridò: «PERCHÉ MI HA COSTRETTO A GUARDARLA? È MORTA. SYBIL HA OTTENUTO CIÒ CHE IO NON RIESCO A OTTENERE. PERCHÉ ME L’HA FATTA VEDERE? PERCHÉ?»

Jung stese la mano e guidò Pilgrim fino a una poltrona, lo fece sedere e chiese a Kessler di portare un bicchiere d’acqua.

Pilgrim sedeva desolato, con la fotografia in grembo, voltata all’incontrario.

Jung si fece indietro e si infilò in tasca le altre fotografie, compresa quella della farfalla.

Si rese conto che, se non una porta, almeno una finestra era stata aperta, dalla quale era uscito un diluvio di parole. Ma adesso non aveva la minima idea di cosa fare. Perché, per esempio, Pilgrim non aveva fatto cenno alla lettera di Elisabetta? Davvero non aveva capito di cosa si trattava, o c’era qualcosa in essa che era sepolto tanto in profondità nella sua psiche che lui non poteva parlarne?

Quando Kessler tornò, offrì un bicchiere d’acqua a Pilgrim e un altro a Jung. In una guerra, aveva pensato Kessler, entrambi i fronti hanno sete.