6.

Una passeggiata in giardino le avrebbe fatto un mondo di bene. Carl Gustav non sarebbe tornato per pranzo, dato che si aspettava che l’incontro col suo paziente Pilgrim sarebbe stato traumatico. Questa era la parola che aveva usato, anche se naturalmente non in senso clinico. Intendeva solo dare l’idea di ciò che poteva accadere fra lui e il suo recalcitrante avversario.

«Sul serio, Carl Gustav», aveva detto Emma, «non devi pensare ai pazienti come ad avversari. Non sono i tuoi nemici».

«Sì che lo sono», aveva risposto Jung. «A loro modo lo sono. Ogni paziente è come un territorio perduto in guerra, o un tratto di madrepatria da rivendicare. Alcuni aspetti di una malattia o di un disturbo li hanno conquistati, e li hanno convinti che adesso sono cittadini di un’altra nazione. Ecco perché dimostrano tanta ostilità. Hanno subito la propaganda dei loro demoni, che li costringono a recitare un catechismo straniero. E alla lunga finiscono per crederci, a questo catechismo straniero. Ecco cos’è la malattia mentale, Emma. O qualunque malattia. Come ha scritto Pilgrim nel suo diario, anche se ha messo le parole in bocca a Leonardo da Vinci: Ogni cosa vuole vivere, compreso il contagio. La lotta sta nel vincere la guerra non solo contro la malattia o il disturbo, ma contro la vittima che lo porta. Ecco perché bisogna prestare orecchio e credere a ciò che dicono i pazienti. Ecco perché incoraggio la contessa a continuare a vivere sulla luna. Finché non riesco a riconoscere la voce della luna, o la versione che ne dà Tatjana Blavinskaja, non potrò mai aiutarla. Non è abbastanza, non è abbastanza, non è mai abbastanza fare ciò che fa Furtwängler e dirle che non può esserci vita sulla luna. Se lei ci crede, noi dobbiamo scoprire perché.

«Ricordi la lotta di tua sorella Mutti contro la tubercolosi?» continuò. «“Mi ucciderà”, diceva. Gemeva, anzi. Non te lo ricordi? “Oh! Oh! Oh! Morirò di questa malattia”, piangeva, “è sicuro come il destino!” Davvero? Pura propaganda. Niente di meno e niente di più. La malattia mette in piedi un ministero della cultura e comincia a distribuire volantini e dichiarazioni. Sei una nazione sconfitta! È inutile resistere. Il risultato della nostra occupazione può essere solo la tua morte! Davvero? Però abbiamo vinto. E perché? Perché volevamo riconquistarla e abbiamo organizzato un nostro ministero della cultura per rivendicarla. Non abbiamo mai negato l’esistenza dell’altro ministero. Ascoltavamo cosa le diceva e contrattaccavamo. Le dicevamo che stavano arrivando nuove cure. Le dicevamo che non era condannata a morire. Le dicevamo di non arrendersi. L’abbiamo fatta ricoverare nel miglior sanatorio di tutta la Svizzera. Le abbiamo dato speranza, e un anno dopo è uscita sana come un pesce».

«Sì, e un anno dopo era morta».

«Certo», aveva detto Jung. «Certo. Ma solo perché era ricaduta sotto l’incantesimo della disperazione. E la disperazione è sempre fatale».

Emma indossò il cappotto, si avvolse una sciarpa attorno al collo e si tirò un berretto verde di lana sulle orecchie. Sembro un orso, pensò quando si vide nello specchio dell’atrio. Una grossa, grassa Mamma Orsa incinta.

«Ciao, Mamma Orsa», disse al suo riflesso, e salutò con una mano guantata.

Incinta di cinque mesi, quasi esatti. Il 10 dicembre. La mattina dell’11 aveva scritto sul suo diario privato: Centro! Centro! Centro sicuro! Una donna lo sa.

Il 10 era stato un giorno ricco di eventi. Il Natale stava avvicinandosi. Le bambine stavano per andare in vacanza. Franzi stava facendo un Babbo Natale nella stanza dei bambini, insieme ad Albertine, la governante. Domenica, giorno di festa. Nevicata. Abete. Musica. E ospiti.

Nel ricordo c’era una macchia indistinta di facce amiche, tutte con le guance rosee ed ebbre di vino. Risate. Balli. Anna che suonava al pianoforte una versione per un solo dito di Frère Jacques. Oh, oh, oh, e Carl Gustav che mi guardava dall’altro lato del tavolo con quello sguardo inconfondibile...

E a letto, senza nemmeno aspettare che ci mettessimo camicia da notte e pigiama, abbiamo tirato indietro le coperte e lui ha giocato con me come se avesse scoperto in quel momento quello che ero. E questo! E questo! E questo! Una donna! E ha messo la testa sul mio grembo e mi ha aperta come un uomo succhia una pesca, e poi un’altra, e un’altra ancora, e io il frutteto, un frutteto di pesche. E quando è venuto da me con “lui” in mano, io avevo tanta voglia di lui che piangevo. E abbiamo cavalcato insieme, con le mie caviglie premute contro i suoi fianchi – il mio cavallo – e abbiamo cavalcato e gli ho morso il collo...

Emma rise ad alta voce al ricordo.

E quando successe...

E quando è successo, l’ho sentito. Lo sentivo raggiungere il centro di me e l’ho sentito venire – sparare, come dicono gli uomini – come se avesse sparato un fucile. Centro! Centro! Centro sicuro!

È tutto vero. È stato così. E l’ho saputo in quello stesso istante. Questo è un bambino, ho pensato. Un bambino. Abbiamo fatto un altro bambino.

 

All’improvviso, Emma si fermò sui suoi passi. Come era arrivata fin lì, oltre la casa, dentro il giardino? Non riusciva a farselo venire in mente. Il ricordo di loro che facevano l’amore l’aveva trascinata: si era persa rivivendo quella notte, persa raccontandosela.

Mi piace la parte sulle pesche.

Sorrise e tirò il ramo di un cedro e continuò a camminare in direzione del lago.

Ci siamo fatti una casa e un giardino così belli qui. Tutto da soli. E tutto progettato da noi. Siamo stati, siamo così felici qui. Carl Gustav, io, i bambini, perfino i domestici. Le nostre vite qui sono tutte così belle.

E solo quella volta. Solo quel brutto periodo. E io, naturalmente, non me ne preoccupavo. Mi aveva reso così infelice, così insicura. Sabina. Almeno il nome era adatto!

Emma rise di nuovo.

Sulla riva, si fermò sulla spiaggia di ciottoli a fissare il lago.

Sabina Spielrein.

Dapprima, era stata una paziente di Carl Gustav. Poi era diventata una sua allieva. L’aveva curata per l’isteria.

Qualunque cosa sia...

Era una delle parole preferite di Freud e Jung l’aveva accolta perché presentava un campo così vasto di interpretazioni. Isteria. Sessuale, naturalmente. Carica di tensioni sessuali e di possibili manifestazioni. Insomma, quella povera ragazza, secondo le parole che aveva usato Carl Gustav, la povera ragazza ha avuto la sfortuna di innamorarsi di me!

Oh, la povera, cara ragazza! Oh, il mio povero, caro marito! Il povero, caro, innocente dottore e la povera, cara, innocente ebrea con i grandi, innocenti occhi neri, grandi come piattini. Oh, quei due poveri cari, seduti a darsi l’un l’altra povere care frustate! Cosa, oh cosa, cosa mai dobbiamo fare? Be’, copulare, naturalmente. È l’unica, giusta cosa isterica da fare!

Dio! E io l’ho perdonato!

Perché l’ho perdonato? Come ho fatto?

Sabina voleva un figlio da lui. Cristo santo, voleva un figlio da lui. Gliel’aveva detto lei. Il nostro figlio dell’amore ebreo-ariano! Testuali parole.

Ma io...

Io sono sua moglie.

E la madre di...

Sono il suo frutteto.

Sono...

Io...

 

Ci sarà passato per pranzo. Delizioso passato di pomodoro. Pomodori dalla Spagna: pomodori fuori stagione, lattuga fuori stagione e cipolle dalla Spagna. Nell’allegro, allegro mese di maggio.

Quella donna. La marchesa di Quartermaine. La Duchesse du Baur au Lac. La Contessa delle Valanghe. Lady Morte in persona.

Ha avuto anche lei, scommetto.

Voleva. Ci ha pensato. L’ha sognata. L’ha invasa travestito da salvatore del suo amico. Quante invasioni ci sono state? Di sicuro non lo saprò mai. Pazienti, infermiere, studentesse, le signore titolate che portano i loro amici perché siano salvati. Lui organizza il suo ministero della cultura e lancia la sua campagna. L’ha fatto perfino con me. L’invasione maritale del dicembre 1911! E la conseguente occupazione delle forze imperiali. Questo bambino. Suo figlio. Nostro figlio.

E così, la salsa per l’anatra può essere anche la salsa per l’oca. Perché no?

Ma chi sceglierò io? Un giardiniere spagnolo con folti capelli neri e braccia muscolose, che mi porterà cipolle e pomodori nel suo grembo nudo. Grossi pomodori maturi, annidati fra peli neri e ricci, a far gocciolare il loro succo lungo le sue cosce e io...

Se può Carl Gustav, posso anch’io.

Ma no.

Io sono Emma Jung, sua moglie. Sono Emma Jung, la madre di... Sono il suo frutteto. Sono...

Io...

Torna indietro e sospira e accontentati. Non ci sono giardinieri spagnoli qui. Solo passato di pomodori. E questo giorno di sole. Questo giorno sereno, azzurro, senza amore.

Emma allungò i passi con gli stivali di gomma dalla punta quadrata, scavando con i talloni fossi fra i ciottoli. Infilò le mani sotto il cappotto e fece un nido per il ventre. Porto buone notizie, pensò. Di una nuova vita. E la nuova salverà la vecchia. Ecco tutto quello che conta.

Sul lago c’erano tre gabbiani bianchi.

Dentro di lei sentì un calcio.

Emma sorrise.

«Ciao», disse. «Ci sono tre gabbiani bianchi sul lago. Tre gabbiani bianchi sul lago, e tutt’intorno a noi, senti l’odore della primavera? Oh, spero proprio di sì: il giardino dove viviamo sta tornando alla vita, e io, e io e te, e noi siamo in clausura in paradiso e nulla, nulla, nulla spezzerà più la nostra felicità. Io non lo permetterò».

Non c’era stato nessun figlio dell’amore ebreo-ariano. Sabina Spielrein aveva sposato un medico russo ed era partita. La donna inglese era morta, tragicamente, una morte che Emma non avrebbe augurato a nessuno. Ma era andata anche lei, partita verso il ricordo e andava tutto bene.

Voltandosi, Emma vide il giardino in pendenza ai suoi piedi, i suoi fiori, i prati, gli alberi, i sentieri e le loro destinazioni, il boschetto di pioppi, il padiglione estivo, le panchine disposte fra l’ombra degli alberi e il padiglione, orientate verso occidente. Ed esultò perché tante cose offrono speranza e poche disperazione, in questo momento privato con il mio bambino, a passeggiare qui, nel giardino inondato di sole del mio amore, e ferma col cucchiaio posato sul bordo di una tazza di passato di pomodori spagnoli.