«Ho sempre ammirato questo panorama», disse Jung. «Le finestre del mio studio mostrano più o meno la stessa veduta: gli alberi, e sopra le montagne che si levano in lontananza. Lo ammetto: guardo fuori ogni volta che sono stanco, o depresso. È così pieno di pace».
«A meno che non ci sia una tempesta», disse Pilgrim.
Jung si era alzato in piedi, Pilgrim no. Era ancora seduto, di traverso, sulla sua poltrona, con il bicchiere d’acqua ormai vuoto in mano e la fotografia in grembo. «Non sono minimamente interessato alla pace», continuò Pilgrim. «Quello che voglio, tutto quello che voglio, è la morte. E lei non può darmela».
«Non ho la possibilità di darla», disse Jung. «Un medico, per definizione, è consacrato alla vita. Lo sa anche lei».
«Sì. Lo so. Ed è per questo che lei è così inutile».
«Gliel’ho già detto, signor Pilgrim. Se lei vuole uccidersi, vada avanti. Finché è quella la sua scelta, non c’è molto che posso fare per impedirglielo».
«Allora perché l’ha fatto?»
«Fatto cosa?»
«Impedirmelo».
«Non posso aiutarla a morire, e non posso lasciarla morire, signor Pilgrim. Dovrà cercare di raggiungere il suo scopo lontano dalla mia sorveglianza. Ma lei è stato affidato alla mia responsabilità, e finché ci rimarrà, è mio stretto dovere fare in modo che continui a vivere, anche se questo dovesse significare rianimarla sulla soglia della morte».
Pilgrim rovesciò il bicchiere che aveva in mano e diede un’occhiata alla fotografia, che adesso era rivolta verso di lui.
«Dato che è stata la mia amica ad affidarmi alle sue cure», disse, «adesso che è misericordiosamente morta, sono libero di andare?»
«No. Dovrà stare qui finché non saremo riusciti a comprendere – se non a risolvere – il suo enigma: per quale motivo desidera morire».
«Voglio morire perché non posso morire».
«Tutti possono quando si tratta di morte, signor Pilgrim. È la condizione umana. Ma perché non attendere che la natura faccia il suo corso e la uccida come ucciderà tutti noi, di vecchiaia o con una malattia o in guerra o in un incidente? Perché rifiuta la sua umanità?»
«Non ho rifiutato la mia umanità. È la mia umanità che mi ha rifiutato. Io non ho nessuno dei suoi privilegi».
«È un’affermazione in sé incomprensibile. Basta guardarla – vederla – e tutto quello che riesco a vedere è un essere umano che vive e respira. Certo, un essere umano infelice, un essere umano tormentato. Ma dire che lei è privo dei privilegi dell’umanità è ridicolo. Lei ha un tetto sopra la testa, cibo sul tavolo, denaro in tasca, vestiti addosso...»
«Queste cose sono acquisite, dottor Jung. Privilegi confezionati. Il risultato delle mie fatiche. Intendo il privilegio di essere libero, di fare scelte, di non essere obbligato a fallire nella mia ricerca della morte. Voglio il privilegio di non dovermi mai più, mai più, mai più inchinare tre volte e mormorare: Sia fatta la tua volontà. Solo la tua volontà. Mai la mia».
«Non mi sembra di aver mai emesso degli ordini, signor Pilgrim».
«COSA LA FA PENSARE CHE STIA PARLANDO DI LEI, RAZZA DI IDIOTA PRESUNTUOSO?»
Pilgrim si alzò dalla poltrona e andò alla porta del soggiorno.
«Ci sono ben più grandi poteri di C.G. Jung, Dottor Vanità! Dottor Narciso, signore! Dottor Orgoglio! Ci sono ben più grandi poteri di Dio!»
Andò nell’altra stanza e Jung e Kessler udirono il suono di un vetro che si rompeva.
Kessler balzò in avanti, ma Jung stese la mano.
«No», disse. «Vado io. Lei stia qui».
Quando si mosse verso la porta, Jung era a mani vuote. No, stabilì. Devo prendere qualcosa con me per distrarlo.
Pilgrim aveva aperto una finestra e volgeva le spalle a Jung. Il vetro rotto era sparso contro lo zoccolo sotto una grande specchiera in frantumi.
«Non sa che rompere uno specchio porta sfortuna?» Non volendo spaventare il paziente, Jung usò tutta la leggerezza di cui era capace.
«Quando tutto il resto fallisce, tirare fuori le storie delle vecchie comari. È così? La paura dei gatti neri, la paura di calpestare le fessure, la paura di ammazzare i ragni dentro casa?» Pilgrim non si era voltato, ma era rimasto immobile, dritto e rigido come un fuso. Perfino le dita erano paralizzate, posate com’erano contro i vetri delle finestre come se volesse studiarli uno a uno. «L’unica sfortuna che può capitarmi, dottor Jung, è di continuare a vivere».
«Questo deve spiegarmelo, signor Pilgrim. Poiché sono uno di quelli che amano la vita, trovo del tutto sconcertante la sua reazione a essa. Lei non è malato. Non sta provando una sofferenza fisica. Non è povero. Non è privo di talento. Non è affatto poco apprezzato. Ha amici, a quanto ne so, e una vita brillante. È appena entrato nella mezza età e vive in quella che agli occhi di tutti è un’era creativa, di progresso, colma di speranze. Eppure, vuole sbarrare le finestre, serrare i chiavistelli e aprire il gas. Qui non riesco proprio a capirla, e ho bisogno di chiarimenti. Provi a considerarmi un suo allievo del tutto ignaro».
Mentre parlava, Jung si muoveva nella stanza, ignorando lo specchio e i vetri infranti. Nel soggiorno, i mobili erano tutti di vimini, di una piacevole sfumatura verde, con i sedili ricoperti di cotone blu e con cuscini avvolti in federe arancio bruciato. C’erano tre poltrone e un piccolo divano, più tavolini disposti strategicamente per dare ampio spazio a portacenere, riviste e libri. Le tende, come sembrava essere la regola per tutto il piano delle stanze dei pazienti, erano di mussola bianca. Pilgrim era in piedi davanti alle finestre, e aveva tirato da parte le tende, che adesso lo incorniciavano come sudari in attesa di un morto. Non c’era nulla, concluse Jung osservando la schiena del suo paziente vestito di bianco, che in presenza di Pilgrim non evocasse l’idea della morte.
Jung si sedette il più lontano possibile da lui, posando da parte la “distrazione” a cui aveva pensato, la monografia sulle farfalle del genere Psyche.
«Se decidessi di dirle la verità, dottor Jung, anche nella maniera più brillante possibile, lei non mi crederebbe. Come insegnante – come istruttore nel campo delle condizioni sotto le quali sono costretto a vivere – lei mi giudicherebbe subito inadeguato e andrebbe a cercare un altro candidato».
«Mi metta alla prova».
«Lei non mi crederà. Perfino Sybil Quartermaine, la mia amica di più vecchia data, la più cara e la più comprensiva, non comprendeva fino in fondo come potesse essere vero ciò che le dicevo».
«Mi metta ugualmente alla prova», disse Jung. «Provi a pensare a se stesso come Darwin nei primi giorni della sua sfida alla comunità scientifica. O Galileo, magari, che lottava per farci credere che il sole non girava attorno alla terra. O Louis Pasteur, di fronte all’ira della medicina ufficiale. Nessuno di loro venne creduto. Non ci fu anima viva, al principio, che fosse disposta a prestar loro fede. Ma adesso sappiamo che le teorie di Darwin, Galileo e Pasteur erano assolutamente corrette e la situazione si è capovolta. Perciò, mi metta alla prova. Me lo spieghi con parole semplici. Ricordi, sono un bambino in questo campo. Un bambino volonteroso, certo, ma ingenuo. Sono piuttosto vulnerabile quando si parla di credenze. Ma sono seduto qui in poltrona, come vede: non mi ribalterò e non mi farò del male, qualunque cosa dica».
Pilgrim non disse nulla.
Poi mosse le dita. Le dita della mano destra si allargarono sul vetro della finestra mentre quelle della sinistra si chiusero delicatamente a pugno, come se racchiudessero un prezioso insetto che temevano di ferire.
«È vero», disse infine Pilgrim, sempre volgendo le spalle a Jung, «che non posso morire. Ed è anche vero che vivo da sempre. Naturalmente, ci sono verità e verità. Il cielo è azzurro. Questa per lei è una verità. Lo sappiamo tutti. Ma che cos’è l’azzurro, dottor Jung? E se ciò che per me è azzurro per lei fosse verde? Non ci ha mai pensato? “Oh, sì”, diciamo entrambi, “il cielo è azzurro”, ma come potrò mai sapere se ciò che lei vede azzurro è ciò che vedo io? E così, se io le dico: “Vivo da sempre”, cosa devo fare per farle capire ciò che intendo? Dopo tutto, ci sono molte valide interpretazioni di sempre, non è vero? Per esempio, alcuni credono di passare istantaneamente da un’esistenza a un’altra, vivendo e morendo prima in una forma e poi in un’altra, per sempre. Altri credono nei vampiri, la cui vita si perpetua per sempre grazie al nutrimento del sangue altrui. Ma io non sono mai stato una volpe, una libellula o una pianta. Sono sempre stato io, talvolta uomo, talvolta donna, ma sempre unicamente io. Me stesso. E non sono un mostro gotico che vive in una cassa. Credo che le prove di ciò siano piuttosto evidenti. Non dovrà mai spaccarmi il cuore con un piolo, dottor Jung; e se lo facesse, non mi ucciderebbe. Nulla può uccidermi. Nulla. Nemmeno io. E sono stanco. Sono stanco di essere imprigionato nella condizione umana. Di essere senza fine un essere umano».
«Pensieri simili vengono a tutti, signor Pilgrim».
«Quali pensieri? Di vivere da sempre?»
«Certe volte sembrerebbe proprio così». Jung sorrise, ma Pilgrim non lo vide.
«Sono matto, naturalmente. Non sono sano di mente», disse Pilgrim. «Continuo a pensare che qualcuno mi crederà. Ma non succederà mai, e forse è per questo che ho provato tante volte a uccidermi, nella speranza che, quando gli esperti riconoscono che dovrei essere morto ma non lo sono, almeno uno di loro, finalmente, dirà: “Questo è un uomo che non può morire”. Ma nessuno lo dice. Mai».
Jung restò in silenzio.
«E adesso anche lei, il celebrato campione dell’impossibile, non mi crede. E allora cosa devo fare?»
Jung chiuse gli occhi. Pilgrim soffriva in maniera tanto evidente. Era il proverbiale testimone che aveva osservato tutto solo una stella cadere e non riusciva a convincere il mondo che il cielo stava precipitando. O la piccola Bernadette che aveva visto la Vergine Maria: ma chi, sano di mente, poteva crederle?
Pilgrim disse: «Muero porque no muero».
«Prego?»
«Muoio perché non posso morire. Lo disse uno spagnolo pazzo, san Giovanni della Croce. Lo scrisse. Ma nessuno comprese».
«Capisco».
«Ne dubito».
«Lo scetticismo è il nascondiglio degli sciocchi, signor Pilgrim».
«Sì. Ma chi è lo scettico? Io o lei?»
Jung pensò: Lady Quartermaine mi aveva supplicato: «La esorto a credergli, almeno per un po’, per il bene di Pilgrim».
«Non ho detto finora che non le credo», annunciò Jung. «Ciò di cui ho bisogno è una prova concreta. Più della sua semplice sopravvivenza».
Pilgrim si voltò e guardò Jung. C’era la luce del sole, c’erano ombre, c’erano raggi che illuminavano la polvere sospesa. C’erano frammenti di vetro scintillante e uno specchio scheggiato dentro la sua cornice. E c’erano farfalle. Decine di farfalle. Erano ovunque.
E lì era seduto Jung, il nemico.
Sopra la sua testa danzavano tre farfalle. Le ali erano color madreperla e ognuna era punteggiata di macchioline azzurre.
Pilgrim sorrise.
Il mondo era colmo di cose incredibili. Fate e unicorni, sirene e miracoli, cavalli volanti, uomini della luna e messaggeri di Caronte.
E me. La differenza è che io posso essere visto.
Pilgrim andò allo specchio e ne sfiorò la superficie infranta con le dita, tagliandosi in maniera superficiale. Fissò la sua frammentata immagine riflessa e la bordò col suo sangue.
«Tutti i pensieri e le esperienze del mondo», sussurrò, «sono state incise e fuse qui... L’animalismo della Grecia, la lussuria di Roma, il misticismo del Medioevo, il ritorno degli ideali pagani, i peccati dei Medici e dei Borgia... Io sono più antico delle montagne oltre queste finestre e, come il vampiro che disprezzo, ho vissuto molte vite, dottor Jung. Chissà, come Leda avrei potuto essere la madre di Elena, o, come Anna, la madre di Maria. Una volta fui Orione, che perse la vista e la riguadagnò. Fui anche un pastore storpio, soggiogato da santa Teresa d’Ávila, uno stalliere irlandese e un mastro vetraio a Chartres. Ero sugli spalti di Troia e fui testimone della morte di Ettore. Vidi la prima rappresentazione di Amleto e l’ultima recita dell’attore Molière. Fui amico di Oscar Wilde e nemico di Leonardo... Sono sia maschio sia femmina. Sono senza età, e non ho accesso alla morte». Si voltò. «E, tra parentesi, c’è una farfalla posata sul suo pollice».
Pilgrim andò alla finestra, la aprì e disse: «Deve portarla qui e liberarla».
Jung non poteva quasi muoversi. Era insieme allarmato ed eccitato.
«Metta l’altra mano a coppa», disse Pilgrim, «e porti qui la farfalla».
Jung si alzò in piedi e piegò con delicatezza una mano attorno all’altra.
«Venga, adesso. Presto».
Jung giunse alla finestra, del tutto consapevole, ma timoroso di ciò che sentiva o pensava di sentire sotto le dita. Un battere d’ali.
Alla finestra, mise fuori entrambe le mani e le aprì.
«Ecco che va», disse Pilgrim. «Finalmente ha liberato la sua immaginazione». Poi chiuse la finestra.