9.

Quella sera, dopo cena, Jung sedeva afflitto alla sua scrivania, sotto la lampada, a meditare sugli eventi della giornata. Davanti a lui era aperto il diario, sul quale aveva già annotato la partenza dei resti di Sybil Quartermaine e il malinconico ritorno in clinica.

Phoebe Peebles aveva seguito la padrona in Inghilterra e avrebbe continuato il servizio come cameriera di Lady Catherine Pryde, la figlia nota come Kate, che in seguito sarebbe diventata famosa come una delle stelle del teatro britannico. Forster era tornato all’Hôtel Baur au Lac in compagnia dei Messager, la coppia affascinante, anche se in qualche modo misteriosa, il cui legame con Lady Quartermaine restava senza alcuna spiegazione. Separandosi, Forster e Pilgrim non erano andati oltre un rapido cenno del capo: un altro mistero.

Mentre il landau che trasportava Pilgrim, Kessler e lo stesso Jung si arrampicava per le salite fra i boschi e i giardini sotto la clinica, Pilgrim sedeva come un re deposto in un angolo della carrozza, rifiutandosi di riconoscere la presenza degli altri passeggeri e del mondo attorno a sé. Lo sguardo era rivolto solo verso l’interno, le mani immobili e vuote, gli occhiali scuri mostravano il riflesso degli alberi e delle nuvole che passavano.

Kessler era in lutto, come avrebbe confessato la sera alla madre, per la perdita di un angelo, forse il più bello che io abbia mai visto. Alla stazione, davanti alla bara, si era chiesto cosa poteva accadere agli angeli quando muoiono. Sua madre, sentendo questo interrogativo, tenne i pensieri per sé. Temeva ogni riferimento a creature alate e disse solo: «Come tutti noi, tornano in paradiso».

Osservando Pilgrim, Jung non poteva fare a meno di sentirsi profondamente depresso. Che per alcune persone la vita dovesse andare tanto male. Che il trionfo – se, come e quando veniva raggiunto – potesse essere conquistato solo a costo di sogni perduti, speranze deluse e rapporti umani spezzati. Gli amici si fanno da parte, o vengono spinti via, espulsi, rifiutati. Mariti, mogli e amanti vengono separati, i bambini abbandonati. Il luogo non significa nulla. La salute viene perduta, la fatica sostituisce l’energia, la paura rimpiazza la gioia, la sconsideratezza la ragione. Poi, la morte. Era la storia dei suoi genitori, non solo come individui ma anche come coppia. Lui aveva passato tutta l’infanzia stretto nei loro dolori, il dolore di suo padre che non riusciva a entrare in contatto con Dio, il dolore di sua madre che da ultimo non riusciva più a entrare in contatto con la realtà. Eppure, avevano dedicato tutte le loro vite a stabilire quei legami. Era più che triste, concluse Jung. Era ingiusto.

Tuttavia, bisognava dire che nelle sue ultime ore e con i suoi ultimi gesti, Sybil Quartermaine aveva ottenuto una sorta di trionfo. La sua vita si era compiuta con un sacrificio al Dio sconosciuto – come aveva scritto lei stessa – che forse era il dio della ragione che avrebbe anche liberato Pilgrim. Di sicuro, aveva fatto ogni sforzo per aiutare Pil­grim e guidarlo in un luogo sicuro, nel quale avrebbe potuto ricominciare un’esistenza.

Nel buio, circondato dalle lampade del suo studio e dalla famiglia addormentata, Jung ebbe la prima di quelle che si sarebbero dimostrate una serie di rivelazioni sul viaggio che lo aspettava, una sorta di epifania, quasi religiosa, ma in fondo no. Rifuggiva ogni volta dal senso religioso. All’improvviso, sul diario ancora aperto davanti a lui, scarabocchiò che la felicità non è il nostro scopo. E poi che il raggiungimento della felicità ci deflette dal nostro vero destino, che è la piena realizzazione dell’io.

La piena realizzazione dell’io.

Jung si appoggiò allo schienale ed estrasse un fazzoletto dalla tasca e si strofinò gli occhiali, la fronte e le labbra.

Quando sono arrivato per la prima volta qui, alla clinica Burghölzli di Zurigo, era come entrare in un mondo monastico, sottomettendosi al voto di credere solo a ciò che fosse probabile, medio, comune, spoglio di significato; di rinunciare allo straordinario e al significativo e ridurre ogni cosa eccezionale alla banalità. Da allora ci sono state solo superfici che non nascondevano nulla: il frettoloso «Falla finita!» di Furtwängler, il «Tutto ciò che è, è ciò che è!» e anche il mio «La luna! La luna!» Solo inizi senza continuazione, conoscenze che si rimpicciolivano sempre più, orizzonti ristretti e opprimenti e l’infinito deserto della routine...

Allungò la mano verso una caraffa e si riempì il bicchiere vuoto, lo svuotò subito e riaccese un sigaro che era morto nel portacenere. Ma erano solo distrazioni. Il brandy bruciava dove doveva e il fumo gli riaprì la gola e l’odore di zolfo del fiammifero lo costrinse di nuovo ad asciugarsi gli occhi.

E poi, di nuovo la penna.

Per sei mesi mi sono chiuso in queste mura monastiche per abituarmi alla vita e allo spirito del manicomio, e ho letto i cinquanta volumi – cinquanta! – della Allgemeine Zeitschrift für Psychiatrie, fin dal principio, per familiarizzarmi con la mentalità psichiatrica. Volevo sapere come reagiva la mente umana alla vista della propria distruzione, dato che la psichiatria mi sembrava un’espressione raffinata di quella reazione biologica che prende la cosiddetta mente sana alla presenza di una malattia mentale.

Eppure... eppure...

La penna si impuntò.

Jung la mise da parte, e scrisse solo nella sua mente.

La realizzazione dell’io è tutto ciò che è o può essere o dovrebbe essere. L’io che c’è in ciascuno, e lotta per respirare.

L’io in me. L’io in Pilgrim. L’io nella contessa Blavinskaja. L’io in Emma. L’io nel bambino che già giace nel nostro letto, nel ventre di Emma.

L’io nella valanga di Sybil Quartermaine. L’io nella farfalla di Pilgrim.

Sì! La farfalla era vera come sono vero io, nella stanza, desiderosa di raggiungere le montagne oltre la finestra. E io – quel cieco io – non l’ho vista, ma, grazie a Dio, l’io in Pilgrim sì, ed è stato lui ad aprire la finestra e a liberarla.

Jung chiuse gli occhi e tolse gli occhiali e li posò fuori del cono di luce della lampada.

«Gli credo», sussurrò. «Io gli credo. Perché se non credessi, morirei senza provare».