Venerdì, 30 novembre 1900
Cheyne Walk
Mi è giunta notizia che oggi, a Parigi, poco dopo mezzogiorno, è morto Oscar Wilde. Mi chiedo che cosa scriveranno i giornali, se mai scriveranno qualcosa. Sono stati tanto meticolosi nell’ignorare il suo nome che possono anche insistere e non stampare nulla. Ho pensato a lui stasera durante la passeggiata.
Emma fissava affascinata la pagina. Oscar Wilde. Ricordava di aver letto della sua vita, dei processi e della morte quando era ancora una ragazza. Guardò di nuovo la data. 1900. Tre anni prima che lei e Carl Gustav si sposassero.
Si chiese che cosa avrebbe avuto da dire il signor Pilgrim di quell’uomo malfamato. E di chiunque altro. Era ancora piacevolmente meravigliata che Carl Gustav le avesse permesso di dare un’occhiata ai diari. Anzi, più di un semplice permesso: era un compito.
«Devo scoprire qualcosa di più di quest’uomo», aveva detto Jung quella mattina a colazione. «Devo scoprire perché sta scrivendo queste storie incredibili, o quello che sono. Sogni, favole... Devo scoprire cosa è accaduto nella sua vita che possa averlo spinto a creare queste fantasie».
Il compito di Emma, dunque, era di scorrere i diari alla ricerca di annotazioni che avevano a che fare con Pilgrim e la sua vita a Londra. Prima di quella mattina, la sua unica esperienza degli scritti di Pilgrim era stata copiare quella lettera straordinaria a Leonardo da Vinci. Ricordava le lacrime che cadevano sulla pagina mentre scriveva.
E adesso, per la prima volta davanti a lei c’erano i ricordi dello stesso Pilgrim: di una passeggiata serale nel 1900, e di Oscar Wilde.
Avevo cenato da solo, anche se come al solito c’era Agamennone ai miei piedi, il caro piccolo Aga, con i suoi starnuti e colpi di tosse. Ha un raffreddore, che immagino gli passerà. Credo che in qualche modo se ne compiaccia, e non voglia aspettare l’arrivo dell’inverno per cominciare a tirare su col naso. Sa che l’inverno gli porterà lunghe sere nel cesto accanto al camino e tazze di latte caldo. Forster è molto paziente con lui, nonostante corra in continuazione il rischio di inciampare perché il cane ama sdraiarsi nelle ombre del corridoio per i sonnellini diurni.
La cena è consistita in un consommé generosamente corretto con sherry, filetto di sogliola in una salsa deliziosa, roast beef au jus, cavolini di Bruxelles (al dente, come piacciono a me) e tortino di patate. Per finire un budino di riso, con un’uva passa grossa e dolce come non ne mangiavo da anni. E una bottiglia di Nuits-St-Georges. Sublime. Devo ricordarmi di parlare con la signora Matheson e congratularmi. È particolarmente abile con dolci e salse, e la carne era cotta alla perfezione.
Quando ho raggiunto l’atrio e ho preso in mano il bastone da passeggio, il povero piccolo Aga ha finto di voler venire con me, pensando, immagino, che fosse suo dovere portarmi a fare una passeggiata. Però si teneva indietro, accanto a Forster, e nell’istante in cui mi sono voltato per andare alla porta l’ho sentito lanciarsi verso la biblioteca e il suo cesto.
Non attraverso mai il fiume. Di conseguenza, posso prendere solo tre direzioni. Me ne stancherò mai? Ne dubito. Ogni direzione offre le sue delizie e i suoi misteri. Il mio gioco di inventare le vite dietro le finestre che oltrepasso è sufficientemente allettante da intrattenermi, nel caso che non abbia nient’altro in testa. Oltre a ciò, dietro le finestre ci sono vere vite con le quali ho fin troppa dimestichezza e, a seconda dei momenti, le ammiro o le maledico, gettando contro il vetro un mazzo di fiori mentale o un mentale mattone prima di proseguire per la mia strada. (Più tardi, arrivando alla casa di Whistler – anche se lui non abita più qui – l’ho maledetto a voce alta in nome di Oscar e ho scagliato una tonnellata di mattoni. L’animale).
Ho percorso Cheyne Row e poi Oakley Street e poi indietro per Cheyne Walk e su di nuovo per Flood e poi, svoltando a destra, lungo Saint Leonard’s Terrace fino a Tedworth Square. Spesso creo un labirinto a forza di andate e ritorni. Immagino sia una specie di gioco. Perdersi, penso talvolta, sarebbe meraviglioso. Dove sono adesso? E poi la gioia di ritrovarmi a casa, come per caso. Perdersi. Perdersi. E nessuno che sappia chi sono.
Londra sembra essere, in questi anni, insopportabilmente sicura e civile. Nulla di ciò che si vede esige che si distolga lo sguardo, e l’imminente avvento del nuovo secolo e delle sue pronosticate meraviglie fornisce una sorta di sicurezza assoluta, quasi a dire: Siamo arrivati sani e salvi in porto e adesso nulla può farci del male.
Tranne...
Questa mattina alle sei, al buio, ho fatto un altro dei sogni che negli ultimi tempi mi perseguitano e mi sono svegliato, in un lago di sudore freddo, cercando a tentoni la lampada. L’ho quasi ribaltata, ma sono riuscito ad afferrarla in tempo. Nel cassetto accanto al letto ho trovato il taccuino e la penna. Mi tremavano le dita, tanto da non poterle quasi usare. Dopo essermi faticosamente ripreso, ho cominciato a trascrivere ciò che era successo nel sogno, ma ugualmente, come con gli altri, non ho idea del suo significato. La parola, questa volta, era Menin. Adesso ne ho tre in colonna, e ogni nome, come a Delfi, è stato pronunciato in mezzo a volute di fumo e di fuoco.
Arras.
Saint Quentin.
E, oggi, Menin.
E la frase: Ci sono pini, adesso, perché nient’altro crescerà più qui.
Che cosa può significare, mi chiedo. Di tutti questi nomi ne conosco solo uno: Arras, una città francese. Conosco troppo poco i santi, anche se immagino che Quentin sia francese. E chi potrebbe essere Menin? Mi viene in mente un debole gioco di parole: che Menin e Saint Quentin, come Polonio, siano dietro un Arras 4, pronti per essere uccisi. Ma da chi? Non da Amleto, di sicuro. Amleto non ha mai avuto una parte nei miei sogni. Né chiunque altro del teatro, a parte l’occasione in cui Sarah Bernhardt si è messa sotto la ghigliottina dalla parte sbagliata e ha perso le gambe. Era perché insisteva a declamare fino all’ultimo uno dei discorsi dell’Aquilotto di Rostand. Nel sogno, la davano in pasto alla lama un pezzo dopo l’altro. La labbra continuavano a muoversi anche dopo che le avevano tagliato la testa. Spaventoso, anche se divertente. Ricordo cosa avevo pensato, svegliandomi: Be’, ecco che cos’hanno in comune i grandi artisti: l’ostinazione.
Quanto ai pini, non ho nessuna spiegazione. Anche quest’immagine fa parte di una serie, di una sequenza. Quattro giorni fa ho sognato un paesaggio che veniva inondato da un fiume a me ignoto, perché dighe e chiuse erano bloccate da animali morti: pecore, cavalli, bestiame. E una settimana fa, alcune figure vestite con antiche armature – elmi di ferro, maschere e corazze – si muovevano su una collina non identificata, riversando fuoco da quelli che sembravano tubi da giardinaggio. Tutto ciò che trovavano sul loro cammino veniva ridotto a terra bruciata.
Ho registrato tutti i nomi e le immagini sul taccuino che tengo nel cassetto vicino al letto. Se continueranno, potrò giungere a una sola conclusione: che vengo riportato nella terribile condizione dalla quale ho pregato con tanto fervore di essere liberato. Non in ginocchio. Non prego mai in ginocchio. È infantile e senza dignità. Se c’è davvero un Dio, sospetto che preferisca incontrarci faccia a faccia, guardandoci negli occhi. Così mi sono sempre comportato con lui, e credo che così si sia comportato lui con me. Ma se la situazione lo giustifica, mi metterò subito in ginocchio.
Mi sono diretto verso il Chelsea Embankment, vedendo le luci lontane di Battersea splendere oltre il fiume, e ho camminato lungo Tite Street.
Non c’erano luci al numero 16. C’è da immaginare che da quando Wilde fu costretto a cedere la casa per pagare i debiti, e tutto ciò che vi era contenuto fu venduto per un penny, a nessuno sia importato di abitare qui. In alto, i graziosi balconi sono dipinti di bianco, e alla luce della luna e dei lampioni assumono un’aria triste e desolata. Nessuno starà mai più lassù, a guardare la strada o il fiume. Finito. E Constance è morta e lui è morto. Dio sa cosa è successo ai loro figli. Non è stata stampata neanche una parola su di loro.
Lui stava in piedi, ricordo, sull’entrata aperta, immensamente alto. «Eccoti, e ti stavo aspettando». Non un rimprovero, ma un saluto, che esprimeva il piacere con il quale aspettava la tua compagnia. Non mancava mai di farti sentire l’ospite più importante, a dispetto di tutti gli altri ospiti che poteva avere a cena quella sera. Mi sono seduto con artisti del massimo rango alla tavola di Wilde: pittori, attori, scrittori. Si donava senza lesinare: i vini migliori, cibi squisiti, e tutte le perle che getto senza nemmeno un porco in giro. Citava se stesso.
L’ultima volta che ho visto Oscar Wilde è stata, a suo modo, profetica. Fu quest’estate. Ero andato in Francia, come mezzo mondo, per vedere le meraviglie dell’Esposizione universale di Parigi.
A pochi veniva concesso il privilegio – e non so nemmeno perché l’onore venne concesso a me – di una visita privata nello studio di Rodin. Mentre le opere di scultori di tutto il mondo venivano esposte collettivamente al Grand Palais, a quelle di Auguste Rodin era riservato un padiglione separato. La semplice verità che si può dire di quest’uomo straordinario è che nessun artista dopo Michelangelo ha portato alla vita la forma umana con tanta compassione e vivacità.
Ma non fui invitato al padiglione di Rodin. L’appuntamento era al suo atelier privato in rue de l’Université, per vedere le incompiute Porte dell’inferno. E lì, quando arrivai, c’era Wilde, insieme a un uomo e una donna. Lui era il suo nuovo giovane amico, un marinaio francese di squisita bellezza e proporzioni che Rodin avrebbe usato in seguito come modello per i nudi. Credo si chiamasse Gilbert, anche se non ricordo se quello fosse il nome o il cognome. La donna era molto espansiva e a quanto pareva si era affezionata a Wilde solo da poco.
Si chiamava Seonaid Eggett, ed era irlandese come Wilde. Mentre venivano organizzate le attività della serata presso Rodin, mi porse il biglietto da visita, così vedrà come si scrive il mio nome. In Irlanda non è un nome insolito, ma ho scoperto che per molti di voi inglesi rappresenta un problema. Si pronuncia Scei-nid, ma si scrive così. Poche settimane prima, così aveva detto Oscar, la signorina Eggett lo aveva accostato per la strada, l’aveva preso per il bavero e gli aveva stampato un bacio sulle labbra. E spero che tutto il mondo mi abbia visto! aveva detto. Io la adoro.
Benché fosse stato preso alla sprovvista dall’impeto di quel saluto, Wilde era stato sedotto dalla sua compagnia. È una sfrontata avventuriera nella giungla dell’arte, confessò.
«Caro ragazzo», mi disse Wilde al termine delle presentazioni. Ragazzo, nonostante fossi poco più giovane di lui. «Non avrei mai creduto di rivederti».
«Sono venuto per causa tua», mentii. «Mi sembrava una cosa appropriata. Dove ci si potrebbe aspettare di incontrare il maestro della parola se non presso il maestro del silenzio di pietra? Non c’è nessuno qui che possa ribattere. Nessuno che ti sconfigga nel tuo stesso gioco».
«E chi mai potrebbe?» disse con un sorriso. Notai che aveva perso alcuni denti.
Ci stringemmo la mano.
I suoi occhi erano pieni di lacrime, e la mano era spaventosamente priva di presenza. Tutta la sua forza lo aveva abbandonato, e lui non poteva opporre nessuna reazione.
È terribile osservare un gigante al momento della caduta. Ecco lì Wilde, poche settimane prima della morte, a fissare le Porte dell’inferno come se fosse venuto a prender posto nello spettacolo delle visioni di Rodin. Devo mettermi qui o laggiù? sembrava dire. Alzo un braccio o tutti e due? In che posizione devo stare? Ditemi cosa volete che faccia. Forse noterete che non c’è nulla nel mio atteggiamento attuale che suggerisca un rimpianto del passato. Tutto è passato, ormai. Tutto.
«Caro ragazzo», disse mentre le nostre dita si separavano, «vieni a guardare l’inferno con me. Non c’è niente qui che non ti possa spiegare».
Ci separammo dagli altri e restammo da soli davanti a un gigantesco modello di gesso delle Porte. Era alto più di sei metri e largo la metà. Rodin aveva spiegato che la commissione originale era di disegnare i “portali” (era la parola che aveva usato) per un museo delle arti decorative, allora progettato. Il museo non fu mai costruito. Naturalmente, avrebbe dovuto essere a Parigi. Quando, l’estate scorsa, vidi la sua opera abbandonata, lo scultore aveva passato già vent’anni a progettare e inventare i suoi vari componenti, alcuni dei quali avevano già raggiunto la fama per proprio conto.
Rodin aveva osservato: Questi portali sono la mia arca di Noè. Posso popolarli con chi mi pare, perché nessuno tranne Dante è mai stato all’Inferno ed è tornato indietro per contraddirmi. L’aveva detto ridendo, ma notai che l’amore per quella vasta e miracolosa creazione gli procurava una specie di tremito nella voce.
A meditare sull’architrave c’era la figura che siamo giunti a chiamare Il pensatore. Anche Il bacio era stato pensato per le Porte dell’inferno, ma era stato rimosso perché Rodin non riusciva a sistemarlo nel contesto dei temi che stava esplorando. Ugualmente famoso era già diventato il gruppo di Ugolino e i suoi figli, che raffigura la spaventosa tragedia del nobile cieco e impazzito che, in prigione, divorò i figli.
Ma l’opera che più interessava Oscar era la figura in caduta di Icaro, il cui peccato era stato di volare troppo vicino al sole. Mentre lo fissava, disse: «Anch’io sono diventato un maestro della caduta, e avrei potuto prendere lezioni da lui».
Trascorsi poco tempo con Rodin, la cui attenzione era stata catturata dall’esuberante signorina Eggett. Tuttavia lo ringraziai dell’invito e dell’opportunità che mi aveva concesso di ammirare il suo lavoro.
Mentre mi preparavo ad andarmene, notai che il giovane marinaio di Wilde aveva portato una sedia di legno sulla quale si era seduto Oscar, col cappello in mano, davanti alle Porte dell’inferno, fumando una sigaretta turca con la punta dorata, mentre il bel giovane in uniforme gli stava accanto: due dannati agli occhi della società “perbene”.
Wilde disse che stava aspettando l’amico canadese Robert Ross, che avrebbe portato a cena lui e gli altri al Jardin des Lilas, uno dei pochi caffè in cui lo scrittore in esilio era ancora accettato. In seguito, avevano in programma un’escursione nella vita notturna parigina. Ero interessato a partecipare?
Certo.
Ross, che era basso di statura, secondo la descrizione di Wilde aveva la faccia da Puck e il cuore di un angelo. Quando lo incontrai per la prima volta, fui sorpreso di scoprire che era anche molto curato nell’aspetto e aveva l’aria dell’atleta. Si diceva che nel 1886, quando lui aveva diciassette anni e Wilde trentadue, Ross avesse “sedotto” l’amico adulto e l’avesse iniziato ai misteri fisici dell’omosessualità. Alla fine, Ross aveva dimostrato di essere molto più che un seducente uomo di mondo: fu uno dei pochissimi amici che rimasero al fianco di Wilde fino agli ultimi momenti, offrendogli un sostegno sia pratico sia emotivo.
Era sembrato opportuno – al fine di completare l’educazione mondana della signorina Eggett – che la “vita notturna” dopo cena comportasse una visita al famoso bordello chiamato La Vieille Reine, la Vecchia Regina.
«Lì», aveva spiegato Wilde, «si fa tutto con stile e ostentazione, ma anche con grazia. Non ci sarà nemmeno un istante d’imbarazzo. Le signore della Vieille Reine sono irreprensibili, scelte non solo per la bellezza ma anche per le maniere inappuntabili. Non c’è nulla di volgare né di sgradevole. Ci sono andato molte volte, solo per osservare come si svolgono le operazioni. Tutto è incantevole e seducente».
Robert Ross si era detto d’accordo. «Ha l’aria del salon letterario, pieno di bas-bleu», aveva detto.
E come avrei scoperto, era proprio così, con una differenza piuttosto significativa. Le calze sarebbero state nere.
La padrona era conosciuta come Madame la Madame. Non aveva altro nome se non per i genitori, che erano morti.
Madame la Madame salutò Wilde con baci sulla mano e affettuose carezze sul braccio. Salutò Ross con un più formale bisou sulle guance. La signorina Eggett ricevette un cenno del capo e io pure. Gilbert, al contrario, fu afferrato per i gomiti e stretto contro il petto di Madame come se fosse un figlio perduto, un figliol prodigo appena tornato. Oh! continuava a ripetere Madame, com’è perfettamente incantevole! Com’è totalmente meraviglioso! Che mirabile scoperta! Monsieur Wilde, come ha potuto tenerlo nascosto tanto a lungo? Da un momento all’altro compirà quattordici anni e potremmo perdere la gioia di introdurlo alle arti del piacere. L’ha portato qui come regalo? È un dono?
Perfino Wilde fu sorpreso da tanto entusiasmo. Gilbert si fece piccolo nell’abbraccio di Madame e si rifugiò dietro la signorina Eggett. Ma Madame la Madame aveva altre ambizioni.
«Glielo pagherò», disse a Wilde.
«No, Madame. No», rispose Oscar con un sorriso. «Non è mio: io non lo posso vendere e lei non lo può comprare. È padrone di se stesso e l’ho portato qui solo per mostrargli un aspetto della vita che ancora non s’immaginava. Non siamo qui come clienti, Madame, e nemmeno come merce. Saremo spettatori della sua deliziosa corte».
«Che peccato», disse Madame. «Ma siete lo stesso i benvenuti. Vi manderò Roselle che provvederà ai vostri bisogni».
Così dicendo ci guidò a un tavolo in un angolo del salone e si allontanò di fretta.
Il salone era vasto, affollato e arredato con eleganza. L’elemento ornamentale più notevole era un grande pergolato di glicine, modellato abilmente in gesso dipinto. Ricopriva con i suoi rami curvi e contorti tutto il soffitto e parte delle pareti. Appesi ai rami coperti di foglioline verdi c’erano i “fiori”, una serie infinita di minuscoli lampadari in vetro di Murano, ognuno dei quali era un grappolo di lucenti fiori color malva che spargevano una luce diffusa sulla foschia del fumo di sigari e sigarette sospeso sopra la folla. C’erano anche lanterne cinesi, come in un giardino.
«Incantevole!» esclamò la signorina Eggett. «Assolutamente incantevole!»
La signorina Eggett non veniva a Parigi da quando era bambina, allorché in tre o quattro occasioni i genitori ve l’avevano accompagnata. Naturalmente non aveva alcuna esperienza di uomini come Wilde e della cerchia nella quale lui era abituato a muoversi. Eppure, quello stesso giorno era stata con Wilde, come era successo a me, alla presenza di Auguste Rodin.
«È stato semplicemente troppo emozionante», disse. «Sa cosa mi ha detto? Mi ha detto: “Nella scultura classica, gli artisti cercavano la logica del corpo umano, mentre nel mio lavoro io cerco la sua psicologia”. Non è meraviglioso? Non sono parole perfette? La logica e la psicologia del corpo umano! Le ricorderò sempre, e anche il modo in cui le ha dette. Troppo, troppo perfette. E assolutamente giuste, naturalmente. Assolutamente giuste. Mi piace un artista capace di spiegarsi. Molto più soddisfacente di quelli che non trovano le parole».
Stavo cominciando a desiderare che la signorina Eggett smettesse lei di trovare le parole.
Arrivò subito Roselle, alta, truccata con cura. Portava un corpetto rosa di satin e pantaloni da odalisca quasi color cioccolato. I capelli tinti di rosso erano raccolti a crocchia e decorati di stelle d’argento e lustrini rossi. Dopo un discreto salaam, chiese se desideravamo qualcosa.
Wilde ordinò champagne.
Notai che altre donne erano vestite allo stesso modo di Roselle, ma in diverse combinazioni di colori: azzurro e verde, porpora e arancio, giallo e verde, rosso e blu. Erano tutte di altezza simile, tra il metro e sessantacinque e il metro e ottanta. Indossavano, oltre ai pantaloni da odalisca, pantofole con la punta ricurva e lunghe fasce frangiate. Era chiaro che non avevano altro compito che provvedere al benessere dei clienti portando bevande, sigari, portacenere, cuscini o distribuendo ventagli, ognuno dei quali era decorato con un nudo femminile.
Quando Roselle si allontanò, Ross si voltò verso di me e disse, sottovoce: «Ha capito, naturalmente, che la nostra cameriera è un uomo».
«Santo cielo, no!»
«Sono tutte uomini», disse Ross con un sorriso, «per dissuadere i clienti dallo scegliere loro invece delle ragazze il cui lavoro consiste nel fornire i piaceri essenziali del locale».
Mi guardai intorno e mi resi conto con una certa meraviglia che ciascuna delle “cameriere” aveva mani e piedi troppo grandi e un eccessivo trucco da teatro. Erano tuttavia uno spettacolo interessante e sarebbero diventate un’annotazione ugualmente interessante per il mio diario.
A un certo punto, sollevando la coppa di champagne e osservando attraverso di essa i lampadari del glicine, Wilde commentò: «Attraversare la Manica è più che cambiare costa, sapete. Una volta giunti in Francia, vi trovate nel cuore del paradiso del vino. Gli inglesi, al contrario», disse, «hanno l’infallibile capacità di trasformare il vino in acqua».
Tutti risero e Wilde levò un brindisi «a questa gloriosa vacanza dall’operazione del morire».
Mi trovai a riflettere: eccoci qui, riuniti in un bordello di Parigi in una calda notte d’estate, mentre tutt’intorno a noi la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra non hanno più importanza del cambio della guardia a Buckingham Palace. Guardia? Guardiani di cosa? Dell’eternità? Perché ne dubito?
Mentre continuavo la passeggiata attraverso Chelsea, i pensieri di Wilde e di Rodin mi hanno inevitabilmente riportato i ricordi di un altro artista.
James McNeill Whistler era vissuto una ventina d’anni fa al 13 di Tite Street e in precedenza, ma per poco, nella disgraziata Casa Bianca al 31. Adesso vive, per la mia disperazione, al 21 di Cheyne Walk. Dico per la mia disperazione perché questo fa di lui un mio vicino.
Nonostante l’indubbio talento – alcuni direbbero genio – e nonostante il suo famoso umorismo e la sua foga, Whistler è un bigotto, uno spirito meschino e perfino traditore, se si parla di amicizia. Aveva protetto Wilde, l’aveva coccolato, fino a sviluppare poco per volta una sorta di paranoia a causa delle sue crescenti scorrerie nei territori della fama. Che qualcuno, e in special modo un protégé, potesse splendere di una luce più brillante, assurgesse a una più grande celebrità, diventasse una figura più riconoscibile, per Whistler era un peccato imperdonabile.
Ne fu coinvolta la stampa per mezzo delle copiose lettere di Whistler e delle ugualmente copiose ed entusiastiche risposte di Wilde. Notando che era in corso un conflitto fra dandy, i giornali lo incoraggiarono, agitando Wilde davanti a Whistler e viceversa. Era la solita esibizione di drappi rossi e tori, grande sollevamento di polvere e grida di olé. Wilde si divertiva; Whistler no. Lui, dopo tutto, aveva fatto ricorso al tribunale per difendere la sua reputazione, che a suo dire era stata rovinata quando Ruskin mise alla berlina il suo stile pittorico. Ruskin, naturalmente, era allora al culmine della fama e dell’influenza critica. Credo che accadde nel 1877 o nel 1878. Non ricordo con precisione. Ciò che ricordo è la famosa asserzione di Ruskin: James McNeill Whistler aveva gettato un secchio di colore in faccia al pubblico!
Non era questa allora, e non è oggi, la mia opinione sui quadri di Whistler. Li ammiro profondamente, e anche se aborro l’uomo, è chiaro che Ruskin era andato troppo oltre.
Il parere che il giudice trasmise alla giuria, a quanto ricordo, affermava che talune parole usate da John Ruskin, al di là di ogni dubbio, costituivano diffamazione. O una cosa del genere. Ciò che alla giuria restava da decidere era se il danno provocato da tali parole alla reputazione di Whistler valeva le mille ghinee che aveva richiesto come risarcimento, o semplicemente un quarto di penny.
Whistler si vide riconosciuto il quarto di penny.
E andò incontro alla rovina finanziaria. Fu allora che costruì e perse la sua amata Casa Bianca, che finì per essere occupata, fra tutte le persone possibili, da un critico d’arte!
Per questa vicenda, offro a Whistler tutta la mia simpatia. Ma quando toccò a Wilde patire un’ignominia ben maggiore a causa dei pubblici insulti, Whistler non si fece vedere. Però si fece sentire. Si compiaceva, ogni tanto, di osservazioni, come ho detto, meschine e bigotte a spese di Wilde. Sì, l’uomo può essere divertente. Forse la sua battuta più famosa, pronunciata agli inizi della paranoia nei confronti di Wilde, fu la sua risposta ai complimenti ricevuti da Oscar, che dopo un’arguzia di Whistler aveva detto: «Per Dio, Jimmy, vorrei averlo detto io». Al che Whistler replicò: «Lo farai, Oscar, lo farai».
A Parigi, mi capitò di trovarmi in un ristorante – non ricordo quale – quando Whistler e i suoi amici cenavano a un tavolo vicino. Oscar Wilde era evidentemente l’argomento della loro conversazione. Il suo solo nome produceva rumori volgari e risate sguaiate. Lo prendevano in giro, il dandy vestito di velluto, costretto a indossare l’uniforme della prigione.
«E dove pensate che li tenesse, nella cella, i suoi gigli?»
«Nel vasin! Nel vasin! Nel suo bel vasin!» cantò qualcuno, sull’aria di By the Beautiful Sea.
«E come si fa a sculettare in catene?» chiese un altro.
«Non ne ho idea. Dillo tu».
«Con molta attenzione».
Boati di risate.
Ordinarono altro vino. Accesero altre sigarette. I clienti dei tavoli vicini partecipavano al divertimento, dato che Whistler e i suoi amici stavano evidentemente sforzandosi di farsi sentire.
Tutto quello che potevo pensare era: Oscar non si sarebbe mai comportato così. Di sicuro non con qualcuno che era caduto in rovina, come era capitato un tempo a Whistler.
Le punzecchiature pubbliche di Wilde nei confronti di amici e nemici famosi non erano mai maligne. Non ferivano mai in profondità, o ferivano solo un atteggiamento, e di sicuro non erano mai rivolte alla vita privata della vittima.
Pensai: Be’, bisogna fare qualcosa in nome di Oscar, e devo farlo io.
Pagai il conto, raccolsi il cappello e il bastone da passeggio, e dopo aver afferrato una caraffa di vino rosé da un carrello di passaggio andai al tavolo di Whistler e gli rovesciai il contenuto sulla faccia.
«Questo è per Oscar Wilde», dissi. «Un genio. Un gentiluomo. E un amico».
Whistler naturalmente mi riconobbe. Un sorriso tirato e quasi spaventato gli comparve sotto i baffi.
«Buonasera», dissi, e me ne andai.
Gli occhi di tutti erano ormai puntati su di me. E sentii alle mie spalle, prima che uscissi, la voce nasale di Whistler, con l’inconfondibile cadenza americana: «Bene! Ancora amico di Oscar! Cielo, cielo, cielo! E starà andando, senza dubbio, a trovare il grand’uomo nel suo sudicio alberghetto, dove, indovinate un po’?»
«Cosa? Cosa? Cosa?» gracchiarono gli amici.
«Oscar sta scrivendo The Bugger’s Opera!» 5
La battuta produsse uno scroscio di risate. Pagai al maître il vino rosé e me ne andai per la mia strada. Oscar avrebbe forse fatto lo stesso, se fosse stato presente. Non gli era mai piaciuto il rosé.
«Un mero riflesso, caro il mio ragazzo, del divino potenziale del vino. Un pallido riflesso in un vetro colorato».
Cosa che non era una cattiva descrizione della presente reputazione di Oscar.
Riposi in pace.
Finalmente.
Chiuderò queste pagine stasera con un ultimo saluto a Oscar, morto ormai da dieci ore. (Solo dieci ore? Sembra un decennio. Forse lui è davvero “trapassato” nel carcere di Reading).
Un giorno, l’anno scorso, disse alla vedova del fratello: Sto morendo al di sopra dei miei mezzi.
Quella era una spacconeria.
Scrisse anche che uno dovrebbe vivere come se la morte non esistesse.
E questo era coraggio. E straordinariamente appropriato, nel mio caso.
Emma smise di leggere. Le parole erano diventate una macchia indistinta. Mentre cercava il fazzoletto, si trovò a sorridere. Era destinata per forza a farsi commuovere tanto in profondità dagli scritti del più enigmatico paziente di suo marito?
4 Nell’Amleto (III, 4) Polonio si nasconde dietro un arazzo (in inglese arras, dal nome della città francese) e viene ucciso da Amleto (N.d.T.).
5 “L’opera dell’invertito”: gioco di parole su The Beggar’s Opera, “L’opera del mendicante”, ballad opera scritta da John Gay e musicata da Johann Christoph Pepusch nel 1728 (N.d.T.).