Emma giaceva immobile, tanto che Jung per un istante si chiese se fosse morta.
Le prese una mano e la tenne nella sua.
Il dottor Walter era in piedi accanto al letto.
«Potrà averne un altro?» chiese Jung.
«Un giorno, forse. Ho il sospetto, però, che possa decidere di non averne».
«Probabile, probabile». Jung strinse la mano di Emma e la posò sul copriletto. «Si è capito se era maschio o femmina?»
«Sì. Avreste avuto il secondo maschio».
«Oh, Dio».
Jung voltò le spalle al letto.
Era stata assunta un’infermiera che sarebbe rimasta fin quando necessario. Una settimana come minimo, forse di più, aveva detto il dottor Walter. Si chiamava Berthe. Era alta, calma, silenziosa. Amava i libri e le bastava leggere Morte a Venezia durante le lunghe ore del silenzio di Emma. Quando il dottor Jung e il dottor Walter lasciarono la stanza, mise una sedia ai piedi del letto, da dove poteva tenere d’occhio la paziente, e aprì il sottile volume, rompendone il dorso in tre punti e sollevandolo al naso così da poterne assorbire l’odore. Inchiostro. Carta, colla per la legatura. Venezia. Non serviva nient’altro.
Di sotto, dopo aver versato l’obbligatoria dose di brandy, Jung disse al dottor Walter: «Che cosa si fa con i resti in questi casi?»
Walter, che era il medico di Emma da quando si era sposata e si era stabilita a Zurigo e a Küsnacht, disse: «Col tuo permesso, il metodo più semplice è il fuoco».
«Capisco. Posso vederlo?»
«Non te lo consiglio, Carl Gustav. È una cosa troppo triste».
«Era sano e ben formato?»
«Sì».
«Un maschio, dicevi».
«Sì».
«Sii sincero con me, Richard», disse Jung. «Credi che quello che è accaduto sia stato davvero un incidente?»
«Non ho modo di saperlo».
«Chi l’ha trovata?»
«Frau Emmenthal».
«E?»
«Ha sentito il rumore di una caduta ed è arrivata subito. Tua moglie aveva perso i sensi. Mi hanno chiamato. L’aborto è avvenuto in mia presenza, nemmeno un’ora dopo. Lo temevo ed ero preparato. Emma non ha sentito niente».
«Dov’è il bambino adesso?»
«L’ho avvolto in un telo della cucina. Può essere eliminato nella stufa. C’è Frau Emmenthal con il corpo. E la ragazza».
«Eliminato. Eliminato».
«Il bambino era troppo piccolo per sopravvivere, Carl Gustav. Non ci devi pensare adesso».
«Possiamo farlo insieme, allora? Voglio sapere che è stato fatto».
«Certo. Se è quello che desideri».
In cucina, Frau Emmenthal era seduta con il fagotto sul grembo e un bicchiere di Riesling vicino al gomito. C’era un assoluto silenzio. Lotte, che aveva pianto, sedeva all’ombra. Entrambe si alzarono e fecero un inchino all’ingresso dei due uomini.
«Oh, dottor Jung, mi dispiace tanto», disse Frau Emmenthal.
«Grazie», disse Jung. «La ringrazio. Si sieda pure».
«No, staremo in piedi», insistette Frau Emmenthal. «È giusto così».
Jung si rivolse al dottor Walter e disse: «Posso farlo io? Voglio tenerlo solo per un momento».
«Certo».
Il dottor Walter chiese quindi a Frau Emmenthal se il fuoco nella stufa era stato alimentato come richiesto. Era stato fatto.
Jung prese l’involto dalle mani della cuoca e lo strinse al petto.
Non ho nessuno da pregare, pensò. Nessuno da pregare, e per una volta vorrei averlo.
«Caro bambino mio», sussurrò, «perdonaci per averti abbandonato. Non ti dimenticheremo mai».
Restò in piedi, lacerato, sapendo che doveva lasciarlo.
Sulla parete ticchettava un orologio. Per il resto, silenzio.
Jung si voltò e andò alla stufa.
«Bene», disse. «Siamo pronti».
Il dottor Walter sollevò il coperchio sopra la caldaia. Si sollevarono scintille e venne il crepitio delle fiamme.
Jung si chinò in avanti e baciò tre volte l’involto con il feto. Poi lo tenne per un istante sopra il fuoco, chiuse gli occhi e lo lasciò cadere.
Non fece alcun suono.
Il dottor Walter risistemò il coperchio e disse a Frau Emmenthal: «Ritornerò fra mezz’ora».
«Sì, dottore».
I due uomini uscirono e Frau Emmenthal si versò un altro bicchiere di vino.
Lotte prese posto al tavolo e attesero senza una parola il ritorno del dottore. Nessuna delle due guardò la stufa.