2.

Pilgrim stava soppesando la differenza fra i colombi e i piccioni che si trovavano sul balcone e sui davanzali della sua suite. Da una settimana, dato che aveva cominciato a fare colazione nella sala da pranzo, rubava pane fresco e tostato per dar loro da mangiare. Almeno, lui considerava furto quell’atto. Se uno il cibo non lo mangia, non dovrebbe prenderlo. Le cameriere erano in qualche modo sorprese dalla capacità del suo stomaco, dato che Pilgrim chiedeva anche tre volte che gli riempissero il cestino. Aveva preso l’abitudine di infilare il pane in eccesso in un ampio fazzoletto rosso che teneva in tasca. Poi lo trasportava in camera sua, lo spezzettava e gettava le briciole dove gli uccelli le avrebbero di sicuro trovate.

Osservando i suoi colombi e i suoi piccioni (ormai li considerava suoi), Pilgrim lasciava talvolta aperte le finestre, in modo da udire oltre che vedere gli uccelli che mangiavano.

Studiava i segni sulle ali e sui corpi e la forma delle teste. I colombi, di due tipi, erano ovviamente i più belli, anche se non erano i più colorati. I piccioni, aveva sempre pensato Pilgrim, erano i più splendenti. Il loro piumaggio andava da vari verdi, blu e violetti a tutte le sfumature di grigio che una persona potesse immaginare.

A casa, a Chelsea, nel giardino del numero 18 di Cheyne Walk, aveva passato infinite mattine a nutrire di semi costosi gli uccelli suoi e quelli di Forster. Discendevano dalla colombaia, quasi come se fossero stati chiamati uno a uno, ciascuno con la propria colorazione, ciascuno con la propria distinta personalità. Imbronciati e impettiti come cortigiani della Reggenza, aveva annotato sul diario, spingendosi di lato l’un l’altro per farsi vedere al ballo. Ah, le femmine! Lady Madreperla-Borgogna! Baronessa Viola! Duchessa Rosa! E i maschi che distendono le ali per mostrare spalline e decorazioni! Meraviglioso!

Con tutti i cenni che si scambiavano e il sussurrare nomi, sembravano proprio una specie di corte di piccioni, con tutto ciò che questo comportava in termini di pettegolezzi, esibizione e gerarchia.

I colombi erano del tutto diversi. Tanto per cominciare, erano più magri, talvolta più piccoli e sempre più eleganti. E anche più calmi. Restavano, in massima parte, castamente accoppiati e non si affollavano come i piccioni, scegliendo invece di stare fuori dalle danze sulla balaustra, mentre i piccioni formavano quadriglie e ottetti e non lasciavano mai la sala da ballo.

I colombi erano anche colorati con maggiore finezza, con tinte dal marrone al beige al rosa, talvolta con gli occhi rossi, talvolta no, ma sempre con gli artigli azzurri e le zampe rosse più eleganti di quelle dei piccioni. I colombi più grossi avevano un collare di piume, che li rendeva simili a cuccioli da tenere al guinzaglio. Erano uccelli alla Jane Austen, aveva stabilito, le sorelle Elliot e Bennet in una riunione mondana in cui nessun pretendente era accettabile e...

Sono solo uccelli, idiota furioso.

Davanti alla finestra aperta, Pilgrim rimase di ghiaccio, con le mani piene di pane sbriciolato.

Qualcuno aveva parlato.

Chi aveva parlato?

Sussurrato.

No, voleva dire Pilgrim. Non fare così. Ma rimase in silenzio.

Doveva esserci qualcuno nella stanza, oltre a lui, ma sapeva che non potevano essere né Kessler né il dottor Jung. Jung avrebbe dovuto presentarsi un’ora dopo e Kessler era andato a casa dalla madre a prendere un paio di scarponi primaverili.

Pilgrim diede un’occhiata verso il davanzale.

Solo uccelli.

Importava che fossero solo uccelli?

«Perché importa?» disse ad alta voce.

Nessuna risposta.

Si voltò lentamente.

«C’è qualcuno qui?» chiese.

Di certo, nessuno di visibile.

Talvolta, le voci pretendevano di essere Dio. Pilgrim ne era ben consapevole. Potevano anche pretendere di essere il Diavolo. O i Morti.

Il soggiorno in cui si trovava Pilgrim e la camera da letto oltre la porta erano vuoti, a parte i mobili.

Erano stati i mobili a parlare? Una sedia? Un tavolo? Forse una lampada o un paralume. Uno specchio. La cornice di un quadro. O un tappeto. Tutti gelosi che Pilgrim avesse creato una corte della Reggenza composta di piccioni e una casta società di colombi di Jane Austen, ignorando bisogni e sentimenti – ed emozioni e desideri – del loro solido io. La loro solitudine reciproca, sparsi e separati com’erano secondo un modello fisso e infinito, mentre la vita, essendo viva, richiede variazioni, attenzione, qualcos’altro invece del solito vecchio posto sul muro e del solito quadrato sul pavimento e della solita pioggia secca di polvere sulle proprie superfici, che chiude la visuale e offusca l’aspetto. Essere una poltrona e passare settimane senza che nessuno si sieda. Essere un cassetto mai aperto o una lampada mai accesa. Essere un cuscino inutilizzato, mai voltato né battuto né abbracciato. Essere uno spillo caduto e mai ritrovato. Essere una matita rotta mai appuntita, o un vetro macchiato e mai lucidato. Essere messi per sempre con la schiena rivolta al muro e la faccia alla luce. Essere un fiammifero mai strofinato e un libro mai letto. Essere sporcizia. Essere polvere o fango secco mai spazzato lasciato dallo stivale di qualcuno. Passare un’intera esistenza senza essere riconosciuto e ringraziato. Essere...

Sono solo mobili, pazzo che non sei altro!

Oltre le finestre, colombi e piccioni si agitavano e strepitavano perché non ricevevano più cibo.

Pilgrim si sedette.

La poltrona sospirò: Finalmente.

Pilgrim alzò le mani per coprirsi il volto prima di rendersi conto che erano piene di briciole. Aveva pane tostato negli occhi e nei capelli.

Si piegò in avanti e cadde in ginocchio al centro del pavimento.

«Vi imploro», sussurrò. «Qualcuno mi salvi da questo momento».

Ma c’era solo silenzio. Tutti i colombi e i piccioni erano volati via per andare altrove in cerca di cibo.

Quando Kessler tornò con gli scricchiolanti scarponi nuovi, trovò Pilgrim ancora inginocchiato. Sembrava pregasse.

«Signor Pilgrim? Signore?» disse l’inserviente. «Posso esserle d’aiuto?»

Pilgrim non disse nulla.

«Non può starsene lì in ginocchio», continuò Kessler. «Dobbiamo alzarci. Sta arrivando il dottor Jung».

Niente. Immobile e senza parole.

Venti minuti dopo arrivò Jung con la cartella da musica di Anna in mano, il camice ancora sbottonato e i capelli scompigliati.

Dopo che Kessler l’ebbe condotto in camera da letto per spiegargli la situazione, Jung tornò da solo e disse a Pilgrim: «Signor Pilgrim, posso pregare con lei?»

Pilgrim annuì.

Sempre disposto a percorrere qualunque strada fosse necessaria per decifrare l’umore o l’enigma di un paziente, Jung si mise in ginocchio di fronte a Pilgrim.

«Per che cosa stiamo pregando?» chiese, parlando con delicatezza e senza condiscendenza.

«Alberi», disse Pilgrim.

«Alberi?» ripeté Jung. «Vuole dire che dovremmo pregare per gli alberi?»

Pilgrim scosse la testa.

«Mi porti da loro», sussurrò. «Devo andare dagli alberi».

«Dagli alberi», disse Jung. «Benissimo. Lasci che l’aiuti ad alzarsi».

Dieci minuti dopo, Jung e Pilgrim, indossando i soprabiti primaverili aperti, andarono nel giardino a est della clinica. Kessler li seguiva a distanza, con discrezione, benché la discrezione fosse un obiettivo difficile da raggiungere con un paio di scarponi scricchiolanti.

A Pilgrim tremavano le gambe. Si attaccava come un invalido al braccio di Jung e sembrava che non riuscisse nemmeno a camminare.

All’improvviso alzò gli occhi, e così facendo cadde in ginocchio.

«Signor Pilgrim, signor Pilgrim», disse Jung, piegandosi per sollevare il paziente.

Ma Pilgrim lo spinse di lato con il braccio e disse: «No, no, guardi! Non lo vede?»

Jung non vedeva niente di insolito.

«Vedere cosa, signor Pilgrim?»

«Lassù», sussurrò Pilgrim. «Lassù».

E indicò col dito.

Jung si voltò a guardare. In alto sopra di loro, in cima a un pino gigantesco, c’era un martin pescatore, blu e verde e splendente, con un pesce nel becco. Per un istante l’uccello abbassò lo sguardo sugli umani sul sentiero, con l’aria di prender nota di ciascuno di essi. Poi, dopo aver inghiottito la preda, gettò un grido e volò via.

Jung si fece di lato e sedette su una panchina. Da lì osservò il suo paziente, che era ancora inginocchiato sulla ghiaia con un’espressione di estasi quasi religiosa sul volto.

Così, pensava Jung, alla fine abbiamo trovato un visionario. Siamo arrivati alle visioni.

Restarono per mezz’ora in attesa: Jung sulla panchina, Pilgrim inginocchiato e Kessler appoggiato a un albero.

Alla fine, Pilgrim si rialzò e si spolverò le ginocchia. Aveva ancora briciole di pane nei capelli e le spazzò via con la mano, raccogliendole in un palmo. Poi si voltò per dare un’ultima occhiata all’albero, il pino deserto con la cima vuota che splendeva al sole.

Tornerò, stabilì. Tornerò e lo segnerò.

Jung si alzò in piedi e scrollò le spalle. Che cosa poteva significare quella reazione mistica di Pilgrim? Uomo, albero, uccello. Martin pescatore. Ce n’erano pochi attorno al lago di Zurigo. A Küsnacht, Jung ne aveva visto solo uno, e almeno tre o quattro anni prima. Era chiaro tuttavia che Pilgrim aveva qualche affinità con quell’uccello raro ed elegante. Ma perché, e come? Forse in Inghilterra se ne trovavano in abbondanza, e Pilgrim sentiva semplicemente nostalgia, di loro e di casa. In fondo viveva accanto a un fiume, anche se quello vicino alla casa di Pilgrim era un fiume consacrato al commercio. Più in su, nell’entroterra... Dove nasceva quel fiume, il Tamigi? Nell’Oxfordshire, da qualche parte, Jung non ricordava il nome delle altre contee a nord-ovest di Londra. Non che importasse. Di certo nasceva in uno splendore pastorale, lontano dalle città avvolte in acque morte e da una campagna morente. Da qualche parte, un uomo poteva ancora risalire in barca i fiumi ed esplorare ciò che la natura aveva ancora da offrire.

L’immagine di un Pilgrim vestito di bianco, seduto in una barca che risaliva il Tamigi apparve fin troppo facilmente davanti agli occhi di Jung. Un parasole, forse, un cappello di tela, un taccuino aperto sulle ginocchia, e un martin pescatore che si tuffa sulla preda in una pozza appartata. Molto inglese. Fedele all’immagine dell’Inghilterra. Molto edoardiano. Molto sicuro. Del tutto privo di minacce.

E c’era dell’altro. Ai margini di quella visione feudale, ragazzi e ragazze di campagna si dondolavano sulle staccionate, convenientemente déshabillés, a suggerire pronta disponibilità, nel caso che uno desiderasse rotolarsi nel fieno con una lattaia o per un incontro in ginocchio con uno stalliere. Inghilterra, quest’Inghilterra. Una menzogna, che tuttavia viene ugualmente sognata e compianta prima della sua morte imminente.

Di rimpianto è carico il mio cuore,

Per gli aurei amici che ho avuto,

Per le molte fanciulle dalle labbra di rosa,

e i molti giovani dal piede veloce...

Non c’era nulla di insolito nella familiarità di Jung con la poesia di A.E. Housman, considerando la clientela della clinica Burghölzli. I membri dell’alta società inglese portavano sempre con sé poesie simili. Era per loro una sorta di stampella sentimentale, un modo di entrare in contatto con le realtà che la vita di privilegiati aveva loro negato. Le signore svenivano nelle braccia di Elizabeth Barrett Browning e di Christina Rossetti. I gentiluomini piangevano sulle pagine di Wordsworth, Tennyson e Keats, e singhiozzavano immancabilmente su quelle di Housman. Molte volte Jung aveva dovuto distogliere lo sguardo, tanto era imbarazzato. Gli inglesi! Gli inglesi! Dio protegga gli inglesi, nasuti, infestati da snob ed eletti del Signore!

Tutto questo per aver scorto un martin pescatore.

In tutto questo, tu personalmente, Carl Gustav, stai mostrando qualche segno di una certa superiorità ariana e germanica alla quale non hai per nascita diritto, disse l’Inquisitore. Tu sei – e cerca di ricordarlo – svizzero!

Avevano finalmente raggiunto il portico. Jung osservò Pilgrim salire le scale ed entrare nell’edificio, seguito dall’inserviente dagli scarponi scricchiolanti.

Quando raggiunse il piano superiore, Jung si voltò per guardare verso le montagne, sopra le fitte cime degli alberi. Il lago di Zurigo non era visibile. In realtà, la sua assenza dal paesaggio era deliberata. Piantando gli alberi che si levavano tra la clinica e il lago, i fondatori della Burghölzli avevano deciso che nessun paziente potesse avere accesso alla vista dell’acqua, dato che molti di loro erano potenziali suicidi ed è così facile morire per annegamento. Ma c’erano le montagne, le cime e il cielo e le catene lontane, grigie e viola e velate di foschia.

Martin pescatore, pensava Jung.

Martin pescatore. Visioni. Visionario.

Be’, concluse. Vedremo.