Emma allontanò la sedia dalla scrivania dove stava leggendo. Il diario di Pilgrim era aperto davanti a lei. Lo chiuse, fissò le finestre e rimase con le mani posate sul ventre.
Buongiorno, bambina, disse, ma non con la bocca. Aveva detto la verità quando aveva spiegato a Carl Gustav che tra la madre e il figlio in grembo c’erano maniere speciali di parlare. Il bimbo spinse all’insù con un gomito, o forse un piede. Non era un calcio, solo un segnale. Emma amava pensare alla luce colorata di rosa in cui nuotava: un mondo simile a una Petra liquefatta. Molti anni prima, suo padre l’aveva portata a Petra. Perfino l’aria era rosa, ricordava, e oltre le rovine si estendeva da ogni parte un mondo di deserto e rocce desolate.
Qui non c’è il deserto, disse al bambino. Viviamo in un giardino.
Teresa aveva ragione. Tutto era un miracolo, ogni centimetro, ogni minuto.
L’orologio batté le ore.
Undici e mezzo.
Santo cielo! Mancava solo mezz’ora al pranzo e lei non si era ancora vestita.
Rimise il diario nel suo nascondiglio, chiuse il cassetto e girò la chiave.
Forse Carl Gustav non sarebbe tornato a casa a mangiare. Ultimamente capitava sempre più spesso: sosteneva che il viaggio era un’interruzione e un’ora per il pranzo era troppo. Avrebbe mangiato alla mensa della clinica. Così poteva tornare al lavoro in meno di un’ora.
«Ma io sento la tua mancanza», gli aveva detto Emma.
Jung non aveva replicato.
Mezz’ora dopo, Emma tornò di sotto, indossando un gradevole abito azzurro da mattino, e andò in cucina da Frau Emmenthal.
«Cosa ci prepara di buono oggi?» chiese.
Frau Emmenthal era china sui fornelli, a mescolare con un cucchiaio di legno il contenuto di una pentola di ghisa, da cui si levava un profumo delizioso. Nell’altra mano teneva un antico ventaglio viennese che le aveva regalato la nonna, che un tempo era stata sguattera alla corte imperiale. Quando parlava, Frau Emmenthal scandiva tutte le parole, come se presentasse il menu al ristorante.
«Zuppa di porri e patate. Salmone al forno con insalata verde. Pomodori con cipolle. E Parker House rolls appena sfornati».
«Che cosa sono i Parker House rolls?»
«Americani. Ho letto la ricetta su una rivista, in un articolo sui vari tipi di pane. C’è un famoso hotel di Boston che si chiama Parker House, e li servono lì. Vuole un po’ di vino o il solito?»
Il solito era latticello.
«Il solito», disse Emma e sospirò. «Mi piacerebbe il vino, ma è meglio di no. Però se arriva il dottore, lui lo vorrà».
«Ho del Riesling in ghiaccio».
«Va benissimo. Dov’è la ragazza?»
«Lotte? Apparecchia la tavola».
«Santo cielo! Ci metterà un’ora, come minimo!»
Lotte si perdeva nei suoi sogni, secondo Emma, e aveva sempre la bocca aperta. Stava cercando di guarirla. Era una cosa troppo imbarazzante quando c’erano ospiti. E purtroppo i bambini prendevano talmente in giro la ragazza che talvolta la povera Lotte scoppiava in lacrime e scappava dalla stanza.
Grazie al cielo, per il bene di tutti, i bambini erano dai genitori di Emma a Sciaffusa, dove la casa era abbastanza grande da poter sistemare un esercito di bambini in una sola ala. La loro nonna li adorava e li introduceva ogni volta a una schiera di nuove esperienze e nuove persone. Li avrebbe immersi in un mondo di fiabe e leggende popolari, di giardini segreti e castelli medievali. Avrebbe mostrato loro le spettacolari cascate del Reno, una visione che, anche nel ricordo, emozionava ancora Emma. Nonna Rauschenbach li avrebbe anche portati in battello sul fiume, così che potessero scendere sulle grandi rocce alla base delle cascate. Erano state le gioie dell’infanzia di Emma, ed era felice che anche i suoi figli le potessero sperimentare. Più di tutto, era felice di essere stata liberata dalla Covata, come li chiamava, in quel momento particolare della gravidanza. La Covata aveva raggiunto l’età “difficile”.
Ah, sì. Ma c’erano momenti in cui un bambino non fosse difficile? Dal momento in cui saltiamo fuori e ci mettiamo a piangere, siamo tutti ai ferri corti con il posto in cui ci troviamo e le persone che ci circondano.
Frau Emmenthal disse: «La zuppa posso servirla fredda stasera, se preferisce...»
«Forse è meglio», rispose Emma. «È già mezzogiorno, e a quanto pare il dottor Jung non verrà a pranzo».
Mentre usciva dalla cucina, Emma vide tornare dalla sala da pranzo Lotte con un vassoio in mano. Non appena scorse la padrona, la ragazza chiuse la bocca.
Be’, è una buona cosa, pensò Emma. Sta imparando.
Ai fornelli, Frau Emmenthal mise da parte la grossa pentola di ghisa, e agitando il ventaglio a una velocità furibonda, si sedette al tavolo della cucina e disse a Lotte: «Riesling, per favore. In un bicchiere molto grande. E fa’ alla svelta». Poi aggiunse: «Puoi prenderne un po’ anche tu. Siamo una famiglia in difficoltà, a quanto pare, dato che il dottor Jung passa così poco tempo a casa, e dobbiamo prepararci al peggio».