Mentre mangiava il salmone e prima delle insalate, Emma lesse quello che si sarebbe rivelato l’ultimo capitolo delle vite di Teresa e di Manolo. Avrebbe cambiato la sua visione dell’esistenza, anche se naturalmente se ne sarebbe resa conto solo in seguito. In ciò che aveva scritto il signor Pilgrim, avrebbe imparato qualcosa di sé e della fede, e di suo marito e della sua mancanza di fede. Abbiamo entrambi respinto Gesù, avrebbe scritto in seguito alla madre, ma solo io ho investito la mia fede in qualcun altro che non fosse me stessa.
Un vecchio che da tempo si era ritirato veniva ingaggiato di tanto in tanto per sostituire Manolo, quando lui e Perro venivano condotti al Cortijo Imponente per le loro vacaciones. Si chiamava Orlando e aveva due cani chiamati Negro e Blanco per ovvie ragioni, a parte il fatto che Blanco era nero e Negro era bianco. Orlando aveva pensato che fosse un metodo efficace per tenere in mente l’altro cane nel caso si fosse perduto. Guardando Negro, Orlando avrebbe pensato Blanco. E viceversa. Non che scappassero via, ma potevano andare in giro a radunare le pecore e star lontani per mezza giornata.
Alcuni anni prima dell’epoca del pastore che Manolo aveva sostituito, Orlando badava al gregge di Las Aguas e sosteneva di aver conosciuto il padre di Manolo, che poi era partito per un’altra zona del “regno” – el reino – come Orlando chiamava la proprietà di don Pedro. «Non era un uomo buono», diceva Orlando, sempre usando i verbi al passato. «Non era un uomo buono, un buon marito o un buon padre. Pensava solo a se stesso. A me non piaceva. Ai miei cani non piaceva. Alle pecore non piaceva. Era sbadato e incurante. Uomini e pecore potevano ammalarsi e morire, ma il padre di Manolo guardava sempre dall’altra parte, con un sorriso sulla faccia e il vino nella gola».
Non che Manolo non fosse consapevole di quei difetti, ma era utile che qualcuno glieli confermasse quando si scopriva a desiderare il ritorno del padre. Quanto alla madre, Manolo la cercava invano. «Una donna di fuori, non di qui», gli diceva Orlando con un sospiro. «È morta giovane, è tutto quello che sappiamo». Era se non altro una conclusione appropriata per la vita di una persona sulla quale altrimenti Manolo si sarebbe tormentato in continuazione, chiedendosi sempre dove e come potesse incontrarla. Che fosse morta significava che lui non aveva obblighi. Poteva perfino pregarla senza recitare il suo nome. Madre, diceva, por favor. Non pregava mai rivolgendosi a suo padre.
E così fu che Teresa tornò a Las Aguas portandosi dietro un secondo asino e rientrò al Cortijo Imponente con Manolo e Perro il 13 luglio 1533, lunedì.
Aveva chiesto che Manolo fosse trattato come un membro della famiglia, non come un lavorante, e così gli aveva assicurato una branda in un magazzino oltre le cucine. L’unico problema era che Manolo non si trovava a suo agio in un letto, dato che dall’età di nove anni era abituato a dormire per terra. Allo stesso modo non riusciva a usare la latrina, perché aveva paura di cadere dentro. Pertanto dormiva nelle stalle e usava i fossi di scolo degli animali per i suoi bisogni. Una delle cuginette di Teresa, una bambina di sette anni, lo vide orinare nel giardino della cucina e annunciò all’istante che gli uomini erano diversi dalle donne. Loro possono tenerlo in mano, disse alle sorelle. Don Pedro non si divertì, e disse a Manolo che i bisogni doveva farli nella stalla.
Per il resto, Manolo si compiaceva delle attenzioni che gli venivano riservate. Gli furono riparati e lavati i vestiti, e due paia di calzoni nuovi, due camicie nuove e un nuovo paio di sandali si aggiunsero al suo guardaroba. E una coperta. E poi un bagno con il sapone e l’acqua calda nel quale si gettò anche Perro. Il risultato fu una gran quantità di risate, più di quelle che c’erano state in tutto il resto della sua vita, a quanto ricordava.
Don Pedro in persona sorvegliò la creazione di due nuovi bastoni per Manolo. Un uomo molto anziano di nome Fernando ricavò le stampelle da rami di quercia e avvolse i punti d’appoggio con tela intrisa d’olio. Ne risultò un’imbottitura all’olio di lino che emanava un odore piacevole ogni volta che Manolo vi si appoggiava. Finché non furono pronti i bastoni, la paralisi lo lasciava esausto, perché il tremito gli prosciugava le energie.
Come molte persone nel suo stato, Manolo doveva ricorrere alla concentrazione per sottomettere la violenza che gli squassava le membra, e defecare, orinare, giocare con Perro o mangiare erano attività straordinariamente libere dall’agitazione. Per il resto – quando camminava o quando conversava – era sempre un prigioniero.
Teresa era innervosita dalla sua presenza. Non avrebbe mai creduto che potesse andare così. Lui era un pastore. L’aveva incontrato per caso. Era zoppo. Minorato. In tutta onestà, nonostante la sua bellezza era grottesco. Ma a Teresa piaceva: si era sentita subito attratta da lui. Non era la nudità.
Se lo ripeté molte volte. Non era la nudità.
Manolo non era Adamo. Lei non era Eva. La sierra non era il giardino dell’Eden. Era l’entroterra. L’altro posto. La terra desolata. La tierra feroz. Lei era avviata sul cammino verso Dio, verso Sua Maestà. Gli uomini non dovevano, non potevano, non si sarebbero messi di mezzo.
Il martedì, Manolo si trasferì nella stalla. Il mercoledì furono pronte le nuove stampelle. Quella notte, Manolo fece un sogno in cui – miracolo dei miracoli – riusciva a camminare con facilità e con grazia e senza nessun aiuto.
Il resto del sogno era confuso, e del tutto al di là delle capacità di comprensione del ragazzo.
Si trovava in uno strano luogo, con indosso abiti ingombranti, e intorno c’era una folla frenetica di persone che non riconobbe. Alcuni erano vestiti da soldati, ma erano diversi da tutti i soldati che Manolo avesse mai visto. Altri erano più familiari, e dovevano essere sacerdoti, che levavano le voci in canti sacri. Molte persone portavano croci, mentre altre avevano le braccia colme di doni: dipinti in cornici dorate, vestiti lussuosi, perfino mobili, e alcuni articoli erano così ornati che Manolo si chiese se si potevano usare davvero.
In un momento del sogno si ritrovò a fissare quattro angeli, tutti vestiti di bianco, con enormi ali, che portavano un bambino sulle spalle. Doveva essere il Salvatore, Gesù Cristo in persona, avvolto in fasce.
All’improvviso cadde il silenzio, che fu presto rotto dal crepitare delle fiamme. Manolo si voltò e guardò incredulo. Una montagna di fuoco torreggiava sopra di lui, e il suo calore insopportabile costrinse tutti ad arretrare. Si allontanò e si trovò di fronte gli occhi di un uomo, fissi e minacciosi, che lo scrutavano da sotto la tesa di un cappello scuro. Era un uomo che il ragazzo non aveva mai visto prima.
Manolo cominciò a correre, un’esperienza tanto estranea quanto mettersi a volare. Corse lungo strade ignote, a fianco di palazzi senza nome e attraverso una serie apparentemente infinita di cancelli aperti, finché si trovò sull’orlo di un precipizio, e si svegliò.
Si sedette di scatto sulla paglia del suo letto nella stalla. Pelle e camicia erano madide di sudore, e gli tremavano le membra nella fredda aria della notte.
Tutto ciò che riuscì a pensare fu: C’era un fuoco e ho corso e ho camminato e non avevo bastoni...
Il mattino seguente – giovedì 16 luglio – Teresa svegliandosi trovò Manolo in camera sua. Non le venne in mente che potesse accadere qualcosa di sconveniente. Non aveva paura di lui.
«Teresa...»
La lingua di Manolo era appesantita dal sonno e dalla minorazione. La parola che uscì avrebbe potuto essere tierra.
«Sì?»
«Ho bisogno di te», disse Manolo.
Era accovacciato sul pavimento, in una pozza di luce proveniente dalla finestra.
Teresa si mise seduta, tirandosi sulle spalle il bordo del lenzuolo. «Sono qui», disse. «Che cosa c’è?»
Le nuove stampelle di Manolo erano appoggiate al suo braccio sinistro. La mano destra oscillava vicino alla faccia, come se volesse toccarsi ma non ci riuscisse. Non c’era modo, sembrava, di entrare in contatto con se stesso. Il naso gli sfuggiva, la bocca, il mento, gli occhi erano così lontani che sarebbero potuti appartenere a un corpo diverso dal suo. Non riusciva ad afferrarsi altro che le orecchie, e le stringeva, prima una e poi l’altra, con forza tra le dita. L’impressione che dava era che avesse preso una testa che fluttuava libera nell’aria e l’avesse bloccata.
Teresa era stata ammaestrata sui “bisogni” degli uomini. Era una parola di cui diffidava profondamente, poiché sapeva che i “bisogni” degli uomini avevano molto probabilmente ucciso sua madre e concorso a gettare la Tia Ana nel presente disorientamento. Tuttavia, come accadeva a molte donne del suo ceto e genere, Teresa non odiava gli uomini: semplicemente li disprezzava. E ne aveva pietà. Erano deboli creature, strette in un cerchio di desiderio che cominciava e finiva con loro stessi: io, me, mio. Le donne conoscevano solo tu, te, tuo. Erano madri, serve, cuoche, nutrici. Un giorno, la morte – propria o altrui – le avrebbe liberate. La vita delle donne era tutta lì. Aspettare la propria morte o quella di un altro. E nel frattempo, badare ai vivi.
Adesso, quest’uomo ferito e devastato era accovacciato vicino alla sua finestra. Lei gli aveva dato amicizia e amore. Lui avrebbe potuto essere il suo bambino. Un trovatello. Un orfano in cerca di un tetto, nulla di più. Ma nulla di meno. Era caro al suo cuore. Era amato.
Manolo disse: «Tu hai fatto miracoli, Teresa. Tu hai salvato la mia vita e riportato a me il mio cane». Le parole, forse per il suo disperato bisogno di dirle, avevano trovato il giusto ordine.
«Perro. Sì», disse Teresa.
«Stanotte ho sognato un altro miracolo e credo che tu puoi far diventare vero anche questo. Puoi farmi stare bene», disse Manolo. E sorrise. «Parlo già bene per causa tua. Tu hai fatto rinascere i miei bastoni. Tu mi hai nutrito e vestito e ospitato». Teresa annuì. «Sì», disse. «E con amore, Manolo».
«Prendi tu la mia maledizione», disse. «Distruggila. Tu e il tuo Dio. Fammi diventare come ero nel sogno».
Teresa chiuse gli occhi. Oh, ti prego, pensò. Non chiedermi questo. Non possono esserci miracoli.
Manolo si fece avanti. Sulle ginocchia, come un supplice.
«Non posso», disse Teresa. «Non devi aspettartelo. È sbagliato».
«Stare dritti in piedi è sbagliato?»
«Oh, no! No, no, no. Oh, no. Stare dritti in piedi significa avere...» Stava per dire dignità, ma decise di non dirlo. «Non posso. Devi capirlo. Non posso».
«Ma tu mi hai trovato e mi hai salvato».
«No, Manolo. Ti ha consegnato a me il cavaliere che ti aveva ferito. Io mi trovavo semplicemente lì».
«Tu hai fatto tornare Perro».
«No. Perro è venuto. Ha fatto tutto lui».
«Ma tu e il tuo Dio. Tu hai parlato con lui».
«Forse. Ma tutto quello che so fare è pregare».
Non sono una santa.
Teresa sapeva che i santi non pensano ai miracoli, ma solo ai bisogni degli altri. Sono quelli che supplicano, che cercano di colmare l’abisso fra la terra e il cielo per sopravvivere a qualche disgrazia umana: la perdita della vista, la morte di un bambino, un’uccisione. L’unico mezzo d’intercessione che ha un santo è indicare il cammino della salvezza. Il resto dipende da Dio.
Teresa sapeva tutto questo. In più, non voleva essere una santa. Voleva solo conoscere Sua Maestà e compiere la sua opera, qualunque fosse.
Aveva già subito tante volte un collasso nervoso che era intimorita dalle sue stesse capacità di ripresa. Non poteva evitare di chiedersi perché fosse sopravvissuta. La sua interpretazione era semplice: Si vuole qualcosa da me. Non ci si aspetta: si vuole.
Quel qualcosa – o parte di quel qualcosa – era il dono a Manolo della capacità di camminare e di usare le braccia come qualunque altro essere umano? Teresa ne dubitava.
Non che i bisogni di Manolo fossero insignificanti o che lui fosse in qualche misura indegno. Nessuno è insignificante quando si tratta dell’infamia del dolore. E nessuno è indegno. Teresa lo sapeva e lo credeva. Ma...
Sarebbe stata lei il mezzo? Era questo il suo destino? Un destino che perfino Gesù Cristo aveva rifiutato. Ciascuno dei suoi miracoli era stato segnato dalla sua riluttanza a compierli. Il miracolo non è in me ma nella fede del supplice che Dio renda possibile ogni cosa.
Guardò Manolo.
Era accovacciato nella luce del primo mattino, con i capelli lavati da poco e splendenti, le dita intrecciate per impedirne la fuga in gesti insensati, la sua ammiratissima camicia bianca – un dono di doña Ana – già macchiata dal sudore della sua serietà e gli occhi come braci sul punto di infiammarsi. Era insopportabile pensare alla sua angoscia e osservarne gli effetti su di lui.
All’improvviso, Manolo si rizzò in ginocchio, accanto al letto. Sembrava un bambino che si fosse inginocchiato per pregare.
«Benedicimi», disse, «per farmi camminare come gli altri uomini. Come camminavo stanotte nel sogno».
Ma solo i consacrati potevano benedire. E le donne non possono essere consacrate. Tranne, naturalmente, la Beata Vergine, e quel giorno, si ricordò all’improvviso Teresa, era la festa di Nostra Signora del Monte Carmelo. Lei avrebbe potuto imporre le mani, ma non Teresa.
«Non posso», disse Teresa, «perché non ho la grazia».
«Allora perché sei venuta dal nulla a trovarmi? Ti ho trovata che pregavi su un albero».
«Non so cosa dire. Non lo so».
Teresa era spaventata. Veniva spinta in un ruolo che lei non aveva mai cercato di interpretare e non aveva mai capito, se non nella maniera più rudimentale. Sapeva che poteva nutrire, vestire e fino a un certo punto proteggere Manolo, ma non guarirlo.
«Non mi ami?» chiese Manolo.
E come si fa a rispondere a questa domanda?
«Sì», disse. «Tu sei il mio amico nel deserto».
«Che cos’è il deserto?»
«Non è da nessuna parte – immagino – e dappertutto», rispose Teresa.
«Non lo sai?»
«È dappertutto», disse con decisione.
Manolo la guardò con un misto di delusione e mortificazione. «Nel mio sogno, c’erano preti e croci, e Cristo Bambino e angeli. Era un segno. Ma tu non vuoi portare il tuo Dio a me. Tu non vuoi portare me al tuo Dio», disse. «Ti odio».
Teresa rimase paralizzata, avvolta nella camicia da notte e nelle lenzuola. Distolse lo sguardo da Manolo. Si sentì in pericolo. Stava per accadere qualcosa.
«Non mi sento bene», disse, ma parlò così piano che Manolo non la sentì.
«Pensi di riuscire a trovare mia zia», disse più forte, «e portarla qui da me?»
Alla base del cranio si era acceso un fuoco. Un rumore le invadeva il cervello.
«Ti prego», disse.
«Non posso portarti tua zia», le disse Manolo. «Non posso camminare».
Si voltò e cominciò a strisciare verso l’altro lato della stanza.
«Devi. Sto male», supplicò Teresa.
«Devi, sto male! Non ti ho detto anch’io queste parole?»
«Sì. Sì. Sì. Ma non c’è niente che posso fare. Non c’è niente che posso fare per te. Non posso!»
Scoppiò in lacrime. Il rumore nel cervello diventava sempre più acuto. Era un rumore stridente, come se qualcuno tagliasse la legna, e la legna fosse una persona viva che urlava terrorizzata.
«No! No! No!» gridò. «No!»
Manolo si sedette vicino alle stampelle.
«Non posso fare niente», disse. «Non posso camminare. Tu mi hai lasciato così».
Cominciò. Il letto prese a tremare. Teresa si tirò un angolo del lenzuolo in bocca e cadde all’indietro.
Arrivò gente di corsa. Una cameriera. Una cugina. Uno stalliere che aveva sentito il grido da dietro la finestra, e alla fine doña Ana.
La zia si avvicinò al letto. Gli altri, che non avevano dimestichezza con gli attacchi di Teresa, avevano paura. Doña Ana andò dalla cameriera e le diede uno schiaffo.
«Vieni! Subito!»
La ragazza strisciò fino a un capo del letto e fece ciò che le venne ordinato.
«Devi tenerle le braccia», disse doña Ana. «Dobbiamo impedirle di farsi del male».
Così fu fatto.
«Piano, piano», avvisò doña Ana. «Piano, piano...»
Lentamente, i gesti scomposti nel letto si placarono, e Manolo, che osservava da un angolo della stanza, riconobbe l’immagine allo specchio della sua stessa inabilità.
Quanto fu tutto davvero finito e Teresa giacque contro i cuscini, con la zia che le teneva la mano, Manolo pensò: Il suo Dio è venuto a calmarla, ma io vengo lasciato per sempre come sono.
Eppure, continuava ad amarla, anche se non l’avrebbe mai più detto.
Nei restanti mesi d’estate e nei primi giorni d’autunno, Teresa andò ancora alla Sierra de Gredos e si fermò presso Las Aguas mentre Picaro si metteva all’ombra delle querce da sughero dietro di lei. I pellicani ingialliti, le anatre e le donnole continuarono ad apparire, ma la cerva e i cerbiatti, l’airone e il martin pescatore non si fecero più vedere. E nemmeno Manolo. Aveva portato il gregge ai limiti estremi della proprietà di don Pedro, e la tierra dorada con il pastore storpio venne consegnata presto alla sola memoria.
Teresa non li avrebbe più visti. Nei suoi sogni, tuttavia, un uomo nudo appoggiato alle stampelle stava sotto i rami su cui pregava e le chiedeva se conosceva la via per raggiungere Dio.
Accanto a lui, un cane polveroso e dorato alzava la testa e agitava appena la coda. Aveva uno sguardo felice, uno sguardo che si sarebbe detto di comprensione. Le persone non stanno sedute sugli alberi, ma gli angeli sì, e le creature di un altro luogo.
Quanto alla via per raggiungere Dio, Teresa scrisse un giorno sul suo quaderno: Dio può accadere solo quando smetti di essere Dio.
Questo le aveva insegnato Manolo, senza che lui lo sapesse e senza trarne beneficio. Ma era vero. Non possono esserci miracoli finché il dono della semplicità e dell’innocenza non sia stato riconosciuto e sia diventato un modo di vita.
Come sempre, i colombi facevano i loro giri nel cielo. Come sempre, le cicale cantavano. Come sempre, Teresa aspettava che Dio accadesse. Ma sembrava che anche lui stesse aspettando.
Due anni dopo, una giovane di vent’anni comparve al cancello del convento delle carmelitane di Ávila e chiese di essere ammessa come novizia. Era il 1535. Nel corso della sua vita, quella giovane avrebbe cambiato il volto della sua religione. E a un secolo dalla nascita, Teresa de Cepeda y Ahumada sarebbe stata beatificata, perché per mezzo suo si compirono miracoli.