9.

Emma rimise il quaderno nel cassetto e girò la chiave.

Nelle cronache di Pilgrim era finito un episodio commovente e inquietante e lei non poteva continuare a leggere. Forse sarebbe stata una bella giornata per prendere un po’ d’aria e fare esercizio. Il suo medico, il dottor Walter, sarebbe stato contento. Poco tempo prima l’aveva rimproverata perché non era abbastanza attiva.

«Il moto favorisce la circolazione», le aveva detto. «Rafforza la costituzione. Stare troppo seduti fa male alla schiena, e quando verrà il momento, sarà contenta di aver preso le giuste precauzioni».

Emma sapeva tutto ciò ed era in qualche modo sorpresa che il dottor Walter si fosse sentito in dovere di ricordarglielo. Non era al primo parto.

Mise in tasca la chiave e andò in giardino, dove disse a Frau Emmenthal che sarebbe andata a fare una passeggiata, e forse sarebbe stata via per un po’.

Indossò un soprabito leggero e un cappello, prese un bastone da passeggio e percorse il sentiero del giardino fino al lago: voleva camminare sulla spiaggia.

Cercherò sassi tondi, pensò, e mediterò su Teresa d’Ávila.

Dieci minuti più tardi, dopo aver trovato una grossa pietra tonda che le stava perfettamente nel palmo della mano, Emma si alzò in piedi e fissò oltre l’acqua l’altra riva.

Mi piacerebbe essere laggiù, pensò. Mi piacerebbe attraversare il lago.

Guardò verso il paese. C’era il molo del traghetto e, molto più lontano, il traghetto stesso che tornava da Zurigo.

Emma estrasse l’orologio dalla tasca dove lo teneva di solito e vide che, se si affrettava, avrebbe potuto essere sul traghetto prima delle tre, l’ora della partenza per la città.

 

Sul ponte del traghetto, in piedi accanto al parapetto, cominciò a sentirsi ringiovanita. C’era una brezza profumata di pino e molti rumorosi gabbiani fluttuavano sulla scia del traghetto, nella speranza che i passeggeri gettassero loro pezzi di pane presi dal caffè-bar di bordo. I bambini lo facevano spesso, ma Emma non ne aveva voglia. Voleva solo guardare l’acqua, sognando di Manolo e di quello che gli sarebbe potuto accadere se ci fosse stato il miracolo e avesse ottenuto il pieno uso delle membra. Continuava a tornarle alla mente la frase: Era solo un pastore, e si domandava perché. Contava che fosse solo un pastore? Naturalmente no. Eppure...

Avrebbe chiesto l’opinione di Carl Gustav su questa sua reazione, e se questo necessariamente volesse dire che il suo senso della compassione fosse condizionato. Sperava di no, ma era una cosa che la preoccupava. Una volta aveva sentito suo padre dire a sua madre una cosa sommamente sgradevole, una domenica pomeriggio a Sciaffusa, mentre facevano una passeggiata. Era la primavera del 1892; l’anno in cui Emma compiva dieci anni. Come sembrava lontano.

Un uomo anziano con una lunga barba bianca era caduto in mezzo alla strada e nessuno lo aveva aiutato a rialzarsi. La madre di Emma aveva fatto il gesto di andare verso di lui, ma il padre l’aveva trattenuta dicendo: Lascia perdere. È solo un vecchio ebreo.

Emma, da bambina, aveva sentito parlare degli ebrei, ma ne aveva una conoscenza molto limitata. Sapeva che avevano ucciso Gesù Cristo, ma lì si fermavano le sue nozioni. Si parlava poco di loro a casa o a scuola, se non per ribadire quell’unica informazione. Emma non l’aveva mai messa in dubbio. Nessuno le aveva mai detto qualcosa di diverso. Non si aveva il permesso di conoscere ebrei, giocare con loro e nemmeno parlare con loro. Non si potevano chiedere a un ebreo la strada o l’ora, o comprare qualcosa nei loro negozi o vendere a loro, né di sicuro fare loro favori.

In quella domenica di tanti anni prima, Emma si era voltata a guardare il vecchio con la barba bianca, che intanto si era messo in ginocchio e sembrava che pregasse. In verità, avrebbe potuto benissimo farlo, perché gli sarebbe stato molto difficile, quasi impossibile, rimettersi in piedi da solo. Ma vide che alla fine ci riuscì, e l’ultima immagine di lui fu il momento in cui recuperò il cappello, lo spolverò contro la gamba e se lo mise in testa. Lo fece con la stessa precisione con cui avrebbe potuto mettere un punto alla fine di una frase.

Solo un vecchio ebreo.

Solo un pastore.

Emma si rese conto che aveva imparato a pensare in quel modo e che aveva continuato ciecamente a farlo, senza mai fermarsi a misurarne le conseguenze. E cosa penserei se la gente considerasse me in quel modo?

Be’!

Scoppiò a ridere sonoramente.

Certo, pensò, lo fanno già! Io sono solo una donna!

Solo un ebreo. Solo un pastore. Solo una donna.

D’altra parte, sapeva anche che se lei fosse caduta per la strada, la gente sarebbe accorsa ad aiutarla. In parte perché era una donna, e le donne sono deboli e indifese, devono essere coccolate e devono essere protette. Si rese anche conto con una fitta nella coscienza che la gente l’avrebbe assistita perché era Frau Doktor Jung, e aiutarla sarebbe stato motivo di prestigio.

Quanto a Manolo, se suo padre e sua madre l’avessero incrociato per la strada e l’avessero visto cadere, sarebbero corsi in suo aiuto porgendogli le stampelle? E lei stessa, Emma, l’avrebbe fatto? No. Emma sapeva che la risposta era no, perché Manolo era solo un pastore ed era indegno della sua attenzione. Allora però, non adesso. Adesso la pensava diversamente. Adesso conosceva più da vicino il mondo e la sua indifferente crudeltà. Adesso era una donna adulta che pensava per conto proprio. E aveva una sua volontà.

Il traghetto stava per raggiungere Zurigo ed Emma poteva vedere il primo dei ponti sulla Limmat, il Gross­münster con le sue guglie gemelle e le banchine costellate di giardini. Adesso tutto ciò le era familiare, e caro al suo cuore, benché un tempo avesse terrore di questa città e della sua dedizione alla rivoluzione religiosa, e alla perfezione. Era lì che nel sedicesimo secolo il grande riformatore Huldrych Zwingli aveva messo in ginocchio la Chiesa cattolica ed era lì che suo marito Carl Gustav Jung, nel ventesimo, avrebbe messo in ginocchio il mondo della psichiatria.

Il mio amato marito, il padre dei miei figli e il padre della mia mente...

Avrebbe preso una vettura. In questo modo avrebbe potuto sia precipitarsi a fianco di Carl Gustav sia evitare l’impossibile sforzo di salire l’ultima collina a piedi.

 

Quando Emma arrivò alla clinica Burghölzli, dovette impedire al vecchio portiere Konstantine di annunciare la sua presenza.

«Voglio fare una sorpresa al bravo dottore», gli disse. «È nel suo studio?»

«Sì, Frau Doktor, ma la prego, lasci che vada avanti io».

«No, non ci penso neanche!» disse ridendo Emma. «Dove va a finire il divertimento della sorpresa se tutti sanno che sto arrivando?»

«Ma, la prego...»

«No. Insisto. E non provi nemmeno ad alzare il telefono. Non voglio nessun preavviso».

Si avviò lungo il corridoio, mentre Konstantine tornava al suo posto, si toglieva i guanti bianchi di cotone e li sostituiva con un altro paio.

«Oh, povero me, povero me», mormorò. «Oh, povero me».

 

Come al solito, Emma bussò rapidamente tre volte alla porta e, preparandosi a parlare, la aprì.

La visione che la accolse non poteva essere reale. Nulla di tutto ciò poteva essere spiegato razionalmente. Era composta da immagini che Emma aveva visto solo negli incubi peggiori.

Jung era quasi sdraiato sulla poltrona, con il panciotto e la camicia sbottonati e i pantaloni aperti e calati a mezza coscia. Le ginocchia erano aperte e fra di esse c’era una donna che mostrava la schiena a Emma.

Le tende erano chiuse, le luci abbassate e la stanza sapeva di profumo, sigaro e vecchi libri.

Emma sbatté le palpebre, e quando riaprì gli occhi la donna, o l’immagine della donna, era scomparsa. Era come se non ci fosse mai stata.

Jung si era alzato in piedi, aveva voltato la schiena alla moglie ed era indaffarato a sistemarsi i vestiti.

Emma si appoggiò alla porta, temendo di stare per cadere, ma non vedeva nessuna sedia da raggiungere.

«Cosa ci fai qui?» disse Jung.

Emma non poteva parlare.

Volevo farti una sorpresa, pensò.

«Ti rendi conto che avrei potuto essere con un paziente? Come ti permetti di saltare dentro in questo modo? Come ti permetti di fare una cosa del genere!» Jung, sempre girato di spalle, stava tremando.

Alla fine indossò il camice bianco, si lisciò i capelli e si voltò.

«Era una giornata così bella», disse Emma. «Io...»

«Come hai fatto a venire qui?» chiese Jung. La sua voce era una lama di coltello che avesse appena finito di tagliare il ghiaccio.

«Con il traghetto», disse Emma. «Voglio sedermi».

«Con il traghetto? Con un mezzo pubblico? Mostrandoti a tutti? Devi essere impazzita».

«Non capisco cosa vuoi dire, Carl Gustav. Per piacere... Potresti fare un po’ di luce? Devo sedermi».

Jung accese la lampada col paralume verde che teneva sulla scrivania. Le ombre erano rovesciate rispetto al solito, gettate dal basso verso l’alto, e lui aveva un’aria demoniaca.

Emma, usando la libreria, la parete e il bastone da passeggio per sostenersi, riuscì finalmente a raggiungere una sedia e si lasciò cadere. Tutto quello che poteva pensare era: Non devo svenire.

Jung la fissava senza dire nulla. Sembrava stesse calcolando cosa dire. Poi sospirò, alzò le spalle e disse: «Come hai potuto fare una cosa del genere? Proprio tu, fra tutti. Come diavolo hai potuto fare una cosa del genere?»

Si sporgeva verso la luce.

«Fatto cosa, Carl Gustav?» Emma non riusciva quasi a sentire la sua stessa voce. «Fatto cosa?»

«VENIRE FIN QUI DA KÜSNACHT CON IL TRAGHETTO! SOTTO GLI OCCHI DI TUTTI, E NEL TUO STATO!»

La scrivania tremò.

Emma era tanto disorientata da non capire. Abbassò gli occhi e sussurrò, rivolgendosi al bel soprabito nuovo che strinse fra le dita: «Quale... quale... quale stato?»

«Sei incinta!» disse Jung. Era come se avesse detto: Sei nera e blu e rossa.

Emma disse: «Lo so. Lo so, Carl Gustav. Ma era una giornata così bella...»

«Non parleranno d’altro, ti rendi conto», disse Jung, ignorando completamente le parole della moglie. «Non la finiranno mai. Eccola lì, proprio sul traghetto, a farsi vedere, la moglie di Herr Doktor Jung, e incinta di sette mesi!» Imitò un’acuta voce femminile. «Lì, all’aperto, a farsi vedere da tutto il mondo!»

Emma distolse gli occhi e disse: «Hai sbagliato ad allacciare i bottoni del panciotto, Carl Gustav». Voleva mettersi a piangere, ma rifiutò la tentazione. Invece disse: «Certi atteggiamenti stanno cambiando, sai? Non è un delitto mostrarsi in pubblico quando una è incinta».

«Magari lo pensi tu, ma a me non risulta. E voglio che tu esca immediatamente da questo edificio. Konstantine ti chiamerà una vettura che ti riporterà direttamente a Küsnacht. Non m’importa il costo. Signore Gesù, e se qualcuno ti avesse vista...»

«Ma... Ma io sono venuta a trovare te, tesoro...»

«Non chiamarmi tesoro». Jung stava tentando di rimettere a posto i bottoni, senza riuscirci. «Mi hai causato un danno irreparabile e passerà del tempo prima che ti perdoni... Ammesso, anzi, che possa mai perdonarti. Andiamo».

Alla fine, Jung lasciò la scrivania, e afferrandola per il gomito con una presa ferrea, la fece girare e la spinse come una prigioniera fuori dallo studio e lungo il corridoio fino alla portineria.

Non lasciarmi cadere, pensava Emma. Non farmi inciampare e cadere.

E come se stesse consegnando un pervertito sospettato di omicidio, Jung ordinò a Konstantine di chiamare una vettura, si voltò e si allontanò senza dire una parola, con i tacchi che risuonavano come colpi di martello sul marmo, finché il rumore della porta del suo studio, sbattuta con forza, non segnò la fine dell’incidente.

 

Per tutta la strada fino a casa, Emma lottò per tenere lontane le lacrime. La vettura era una carrozza a due ruote e lei concentrò lo sguardo sull’andatura ondeggiante del cavallo.

Carl Gustav era pazzo? Era impazzito senza che lei se ne accorgesse fino a quel momento?

Le accuse che le aveva rivolto erano folli. Sul traghetto nessuno aveva degnato della minima attenzione il suo “stato”. Certo, era un’abitudine più o meno consolidata che le donne – soprattutto donne della classe e della posizione di Emma – non si mostrassero in pubblico quando erano visibilmente incinte. Ma non era una regola. Potevano esserci esigenze particolari. Potevano esserci momenti in cui era necessario. Momenti in cui poteva essere perfino indicato: una cena, un ricevimento...

Emma cercava di non pensare alla donna china fra le ginocchia del marito.

Non l’ho vista. Lei non c’era. Una persona non può scomparire e basta. È impossibile.

Ma l’aveva vista.

Certo.

E lo sapeva.

Seduta sulla poltrona, stordita dall’attacco di Carl Gustav, aveva visto tuttavia una donna accucciata sotto la scrivania, che cercava senza successo di nascondersi.

Aveva visto i suoi capelli nella scarsa luce che entrava dalla porta aperta sul corridoio.

Aveva visto ciò che stavano facendo.

Aveva visto suo marito che tentava disperatamente di sistemarsi i vestiti e lo faceva nella maniera sbagliata.

Aveva visto la mano sulla quale si appoggiava la donna accucciata sotto la scrivania.

Aveva visto le sue unghie.

Aveva sentito il suo profumo e notato la presenza di un cappello femminile al di là della pila di libri sulla scrivania del marito.

Mio Dio, la mia vita è finita, pensò Emma.

Sto morendo. Sono morta.

Non aveva importanza chi fosse la donna. Che importanza poteva avere se aveva un nome? C’era, era questo il punto. E da quanto?

Tutti i pasti consumati da sola di fronte al posto vuoto del marito. Tutte le notti in cui lei era già andata a letto prima del suo ritorno. Tutte le mattine in cui lui partiva prima che lei si alzasse. Settimane? Mesi? Come faceva a ricordare da quanto tempo andava avanti? Come faceva a indovinarlo?

Era finita. Era tutto finito.

 

Quella sera – era il 31 maggio, venerdì – Jung ricevette una telefonata da Küsnacht. Era il dottor Richard Walter, il medico di Emma.

«È giusto che tu sappia, Carl Gustav, che Emma ha avuto un incidente. Ti consiglierei di arrivare più presto che puoi».

Era caduta dalle scale, dopo essersi vestita per la cena, e la caduta aveva provocato l’aborto. Il bambino era morto ed Emma era priva di conoscenza.

Jung non tornò prima di altre due ore. Bisognava informare la donna, parlarle e spiegarle che, almeno per qualche tempo, avrebbe dovuto abbandonarla. L’incidente nel suo studio non sarebbe stato mai più menzionato.

Nel 1910, all’epoca della sua relazione con Sabina Spielrein, Jung così aveva scritto a Freud a proposito di Emma: Fa scene di gelosia, senza nessun fondamento. Non capisce che il prerequisito di un buon matrimonio – almeno così mi pare – è la licenza di essere infedeli. Poi aveva aggiunto: Da parte mia, ho imparato molte cose.

Evidentemente, ciò che aveva imparato era come controllare la moglie, ma non come controllare la madre dei suoi figli.