Nemmeno una settimana dopo, giovedì 13 giugno, un uomo con una bombetta e un soprabito grigio di sartoria fu visto sulle terrazze del Lindenhof, che si leva sopra la Limmat sulla sua riva sinistra. In cima al parco boscoso, c’era una magnifica esplanade con panchine, tavoli, un caffè, una fontana e una vista di Zurigo incomparabile per splendore.
Alla destra, il Grossmünster, alla sinistra la Predigerkirche, e più in là l’Università, dominata dalla clinica Burghölzli che, inerpicata sulla collina, si innalzava bordata di alberi protettivi.
Alberi. Erano ovunque. I tigli che davano il nome al parco e poi le querce, i castagni, i frassini e i pioppi bianchi si affollavano fra i negozi e le case dall’altra parte del fiume e formavano una schiuma di pizzo verde, sulla quale sembravano galleggiare i tetti e le guglie.
L’uomo con la bombetta portava un binocolo appeso al collo con una cinghia di cuoio. Aveva in mano un piccolo taccuino rilegato in pelle. Da un’altra cinghia di cuoio, appesa questa alla spalla, pendeva una macchina fotografica Kodak in un astuccio di tela, premuta contro il fianco con il gomito. Un turista perfetto, o apparentemente tale.
L’uomo passeggiava lungo la balconata, entusiasta del panorama. Ogni tanto si fermava, impugnava il binocolo, fissava qualcosa e poi scriveva un appunto sul taccuino. Si comportava così ormai da un’ora, quando, a sua insaputa, divenne a sua volta oggetto di attenzione da parte di una donna seduta alle sue spalle, su una panchina all’ombra degli alberi.
La donna sembrava avere una trentina d’anni. Era curata, elegante e vestita di blu marino, con un leggero soprabito primaverile con bottoni di tartaruga e un cappello di paglia blu con un largo nastro malva. La forma del capello non era dissimile da quella della bombetta indossata dall’uomo, anche se non aveva la falda rialzata.
L’attenzione della donna si rivolgeva totalmente a quell’uomo curioso con il curioso binocolo e il curioso taccuino. Era curato ed elegante e basso di statura come lei, e sembrava quasi altrettanto solitario, a dispetto della concentrazione su ciò che stava scrutando. Qualunque cosa fosse, o qualunque persona.
La donna provò a chiederselo.
Potrebbe essere un agente segreto, congetturò. O un investigatore privato. O forse un marito geloso, la cui moglie ha una relazione con un giovane focoso e romantico. Un ufficiale degli ussari. Un capitano di marina. Un artista o un poeta infelice. Che vita eccitante fanno certe persone!
Certe persone sì. Altre no.
All’improvviso, l’uomo si voltò e la fissò.
La donna chiuse gli occhi e sorrise. Un pensiero le attraversò la mente: Sono stata scelta.
Quando riaprì gli occhi, notò che l’uomo era più maturo di quanto si aspettava. Dato il portamento quasi militare, le spalle squadrate, la vita sottile, la schiena dritta, aveva pensato che potesse avere tra i venticinque e i trent’anni, ma evidentemente aveva superato i quaranta.
Più di quaranta! Un uomo di mondo. Un uomo esperto. Una sfida impegnativa.
Gli occhi, da quella distanza, sembravano grigio fumo. Il naso era ben fatto, e si innalzava diritto come un pezzo d’avorio fino alle sopracciglia simili ad ali la cui forma arcuata imitava il movimento del volo. La bocca era ampia e sottile, il labbro inferiore umido e pieno, quello superiore mascherato da baffi folti ed eleganti e piegati all’insù.
Oh, misericordia, misericordia, cosa sta per succedere?
L’uomo si avvicinava con tanta determinazione che non ci si poteva sbagliare sulla sua destinazione.
Anche se era seduta all’ombra dei tigli, la giovane donna alzò la mano per proteggere gli occhi dalla luce attraverso la quale l’uomo avanzava verso di lei.
«Signora», disse lui quando si fermò a un metro da lei, «posso chiederle se è sola?»
«Potrei esserlo», rispose la donna, con un filo di voce a stento udibile. La sua intenzione era stata quella di farsi sentire, ma qualcosa nella gola aveva impedito alla voce di levarsi al di sopra di un sussurro. «Anche se posso sembrare sola, sto aspettando un’amica», mentì. Non c’erano amici. Non ne aveva dai tempi dell’infanzia. La stessa parola aveva un suono straniero. Nondimeno, era una parola utile quando un gentiluomo si avvicinava. «Potrebbe raggiungermi da un momento all’altro». Aver detto amica e non amico era un colpo da maestro, pensò la donna. Non le impediva di continuare a essere un oggetto del desiderio, ma la poneva in un abbraccio protettivo.
Il gentiluomo si era tolto il cappello. «Tanto meglio», disse. «Avrei solo bisogno di un istante del suo tempo, se lei volesse essere tanto gentile».
La donna ne fu amaramente delusa. Un solo istante del suo tempo ben difficilmente avrebbe condotto a un’avventura romantica.
«Posso chiedere se la signora è di origini scozzesi? Mi è sembrato di individuare un accento familiare alle mie orecchie».
«Be’, sì. Sono venuta qui da Aberdeen. Forse lei vorrebbe essere tanto gentile da dirmi il suo nome. Non sono abituata ad avere conversazioni con persone alle quali non sono stata presentata».
«Con piacere. Mi chiamo Henry Forster e vengo da Londra». L’ultima informazione la diede quasi cantando, allegramente, con ritmo.
«Londra?»
«Sì. Chelsea, sul Tamigi. Cheyne Walk, per essere precisi. Se la signora non ha mai avuto il piacere, le suggerirei di prendere confidenza con questa deliziosa veduta. Un paesaggio di totale incanto».
Era un invito?
La giovane donna arrossì.
«Io sono la signorina Leslie Meikle», disse.
«Che nome insolito. E piacevole. Meikle: un cognome celtico».
«Leslie è il cognome della famiglia materna. I miei genitori speravano di avere un figlio maschio, ma invece sono arrivata io e hanno concesso a me quell’onore».
«Molto piacere».
«Il piacere è mio. Come posso aiutarla?»
«Sarò breve, signorina Meikle», disse Forster. «Sono in missione e ho bisogno di alcune fotografie. Due. Forse tre. Se lei fosse tanto gentile».
Forster si tolse la Kodak dalla spalla e la estrasse dall’astuccio di tela.
«Deve schiacciare questa leva, così», disse, aprendo il soffietto e mostrando la macchina. «Ne vorrei una di profilo e una di fronte».
Leslie Meikle si alzò, prese la macchina e si mise alla luce.
Lei sarebbe una perfetta bellezza, pensò Forster, se la si incontrasse in un ambiente pastorale. Gli occhi azzurri, le guance piene come mele, le labbra di ciliegia. Ma il suo viso era in qualche modo sconcertante in un paesaggio urbano. L’esibizione di tanta salute era sconvolgente, per uno che aveva trascorso gli ultimi tempi nelle profondità di una camera d’albergo e all’ombra di una bombetta, mentre era impegnato a farsi crescere un paio di baffi per camuffarsi.
Forster si mise al sole e Leslie Meikle si pose a cinque passi di distanza, inquadrando nella macchina fotografica il profilo sinistro di Forster, che si era rimesso il cappello in testa.
«Si può chiedere se queste fotografie sono per un’innamorata, signor Forster?»
Clic.
«Sono per un collega che è stato imprigionato».
Leslie Meikle lasciò andare la macchina fotografica, che le ricadde all’altezza della vita.
«Imprigionato? Intende proprio in carcere?»
«No, non esattamente. Tuttavia, gli è stata sottratta la libertà. È segregato».
Leslie Meikle si rimise in posizione.
Profilo destro.
Che storia romantica, pensò. Avere un collega privato della libertà. Di sicuro è un intrigo degno di un romanzo di Elinor Glyn, o forse di Mrs Henry Wood.
Clic.
Ultimo scatto: piena fronte.
«Sono incuriosita, signor Forster. Posso chiederle che cosa intende fare – ammesso che voglia fare qualcosa – riguardo alla sfortunata condizione del suo collega?»
«Certo che può, ma non le risponderò. Voglio solo che riceva queste fotografie per ricordargli che qualcuno bada alle sue necessità, fuori».
Clic.
Fuori. Che storia drammatica!
Con gli occhi della mente, Leslie Meikle evocò l’immagine del Collega Imprigionato attaccato alle sbarre della cella, con lo sguardo perduto sulle montagne lontane.
«Ecco la sua macchina fotografica, signore», disse, porgendo la Kodak a Forster.
«Forse», disse Forster con tutta la timidezza che riuscì a mettere insieme, «la signorina Meikle vorrà concedermi di scattarle una fotografia, allo scopo di avere un souvenir del nostro incontro». Perché lasciar perdere la possibilità di riprendere un bel viso quando bastava chiedere?
«Ne sarei più che lieta».
Leslie Meikle, avrebbe scritto Forster sul suo taccuino; incerto sulla grafia ma senza alcun dubbio sulla magia di quel volto. Col passare del tempo, guardando la sua immagine sorridente sulla terrazza del Lindenhof, avrebbe rimpianto che il suo senso del dovere nei confronti di Pilgrim gli avesse impedito di approfondire la conoscenza.
Quanto a Leslie Meikle, non avrebbe mai dimenticato Henry Forster, con la sua bombetta, gli occhi color fumo, il naso d’avorio e le sopracciglia simili ad ali. Né le sue spalle squadrate con cura, né la vita sottile come la sua. Né le sue labbra non baciate, con la promessa di umidi abbracci.
Sarà domani
non stanotte:
devo seppellire il dolore
lontano dagli occhi.
Perché uno ricorda inevitabilmente questi versi? si chiese Leslie Meikle.
Sarebbe tornata a casa. Non si sarebbe sposata. Si sarebbe presa cura dei genitori e poi sarebbe morta. Ci sarebbero voluti quarant’anni. Non che avrebbe passato tutti quei quarant’anni all’ombra delle avances di Forster – come le avrebbe sempre chiamate – ma lui era destinato a restare lì, in compagnia degli altri uomini che, ogni anno, non avrebbe conquistato: la sua collezione di ombre, come arrivò a considerarli, il suo reggimento di gentiluomini-che-avrebbero-potuto-chiedere-di-più-ma-non-lo-avevano-fatto.
Dividi la razza umana in due, avrebbe scritto Pilgrim di un altro incontro incompiuto, ed eccoli lì: i milioni che non si uniscono mai.
Quanto alla fotografia di Leslie Meikle, Forster l’avrebbe infilata nel taccuino e l’avrebbe tolta di tanto in tanto per guardare il desiderio commovente negli occhi di lei e il sorriso contrastato che solo all’ultimo memento si era posato sulle sue labbra. E se...? sembrava dire. E se ci fossimo incontrati in un altro tempo e in un altro luogo? E cosa sarebbe successo se...? Ma dai se non nasce nulla, e i suoi occhi lo sapevano.