4.

Lady Quartermaine era stata tanto gentile da provvedere all’alloggio di Forster fino alla fine di luglio. Se era stata certa della sua morte imminente, non l’aveva tuttavia comunicato in alcun modo a Forster. La scusa che aveva addotto per giustificare il pagamento anticipato di ogni sua spesa era il desiderio di renderlo del tutto indipendente da lei. Gli assicurò, come lui stesso sapeva bene, che il signor Pilgrim avrebbe saldato ogni debito al suo ritorno a Londra, una volta che le cure avessero condotto alla sua guarigione. Che il dottor Jung potesse aiutarlo, aveva detto Lady Quartermaine a Forster, era fuori discussione. Era solo una questione di tempo.

Fino al giorno della valanga, che adesso sembrava remoto, quasi appartenesse a un’altra età, Lady Quartermaine aveva tenuto vivo il suo legame con Pilgrim per mezzo degli incontri con il dottor Jung e delle lettere che aveva scambiato con lui. All’inizio, subito dopo l’arrivo a Zurigo, le era stato permesso di visitare due volte l’amico, forse tre. Forster aveva rivisto il suo padrone solo in occasione della traslazione dei resti di Lady Quartermaine in Inghilterra. Quel giorno non avevano parlato e Pilgrim era apparso così sconvolto che era del tutto possibile che non avesse riconosciuto il suo cameriere-maggiordomo. C’era anche quell’altra persona, quello svizzero biondo e arrogante che aveva assunto i compiti di Forster, e che sembrava del tutto inadatto alla posizione. Non sapeva nemmeno come ci si veste in maniera appropriata.

Di conseguenza, Forster si era presentato alla clinica in cinque diverse occasioni, chiedendo di poter incontrare il signor Pilgrim. Tutto quello che gli avevano risposto era che il signor Pilgrim è già impegnato. È sottoposto a una cura... è sotto sedativi... è ai bagni. Ogni volta che telefonava, Forster si sentiva ripetere lo stesso ritornello. Le scuse erano innumerevoli. Ed era chiaro che nessuno dei suoi messaggi era stato trasmesso. Quando cercava di lasciare un biglietto si sentiva dire: Può lasciarlo, ma deve sapere che tutte le comunicazioni scritte da o per i pazienti sono controllate, per tutelare la stabilità mentale dei pazienti stessi.

Stabilità mentale. Le procedure e i metodi della psichiatria erano un completo mistero per Forster. Li considerava incomprensibili rituali da stregoni, e riteneva pertanto che il suo padrone fosse segregato in un sistema fondato su sedute spiritiche, ipnotismo e voodoo. E tutto questo senza parlare dell’atroce possibilità che dopo tanti tentativi Pilgrim fosse riuscito a uccidersi, e che i medici, temendo per la propria reputazione, stessero complottando per camuffare il suo successo come risultato di qualche malattia. Tutto ciò aveva condotto Forster alla disperazione. Sentiva crescere dentro di sé la certezza che prima o poi sarebbe stato costretto a prendere in mano la situazione.

Benché in generale non avesse la passione della lettura, Forster era un devoto delle storie di Sherlock Holmes. A parte quelli, i libri non erano affatto i suoi compagni abituali. Ma Holmes era un’altra storia. Leggere le sue avventure era salire in paradiso. Una parte del fascino esercitato su Forster dal grande detective risiedeva nel suo uso ingegnoso del travestimento. Era il sogno di ogni bambino essere qualcun altro e Forster non aveva mai perduto quel desiderio infantile.

Una persona può essere ciò che vuole, aveva appreso dalla lettura di Sherlock Holmes, finché ci crede.

Era questo il grande segreto di Holmes. Il travestimento non significa nulla finché è solo fisico. Così, Forster sapeva che farsi crescere i baffi e tingersi i capelli era inutile, a meno che l’uomo sotto il travestimento non diventasse uno spaccone impetuoso o un cortese superstite delle campagne indiane o un aristocratico che precipita nella scala sociale per frequentare i bassifondi in cerca di oppio e cocaina. Aveva cercato di interpretare tutti e tre i tipi e, con sua somma delusione, aveva scoperto che esisteva una quarta incarnazione che gli si addiceva maggiormente: l’impiegato di banca in vacanza all’estero. Solo quest’ultima incarnazione era accettabile, come aveva scoperto durante incontri come quello con Leslie Meikle, anche se, di tanto in tanto, fantasticava di essere un impiegato di banca che si era indebitamente appropriato di un milione di sterline.

Così, era nelle vesti di impiegato di banca che Forster si era messo a perlustrare la città, raccogliendo informazioni casuali sulla clinica Burghölzli mentre cercava di escogitare un metodo per comunicare col suo padrone senza rivelare la sua vera identità.

Usando il binocolo e i vari punti sopraelevati a sua disposizione, Forster aveva anche preso nota dei movimenti di Pilgrim.

Poi Pilgrim era scomparso dalle finestre e dal balcone – il 1° giugno, sabato – e dopo tre giorni di assenza, Forster era talmente allarmato che cominciò a escogitare un piano di salvataggio.

Doveva in un modo o nell’altro entrare nella clinica, recitando la parte dell’impiegato di banca. Aveva raccolto i nomi di una mezza dozzina di altri pazienti inglesi tenendo le orecchie aperte nella sala da pranzo, nel bar e nei saloni dell’hotel. Avrebbe sostenuto di essere fratello o cugino di uno di essi.

E poi, come per uno dei suoi soliti accordi con la morte, Pilgrim si era levato dalla tomba e si era mostrato alle sue finestre il 10 giugno, il lunedì precedente.

Il giovedì successivo Forster aveva incontrato Leslie Meikle. Le fotografie scattate da Leslie sarebbero state usate per informare Pilgrim dei cambiamenti che doveva aspettarsi nell’aspetto fisico del suo cameriere, la prossima volta che si sarebbero incontrati, nel caso si incontrassero.

Nel frattempo, Forster aveva già cominciato a progettare come ottenere quell’incontro. Adesso che Pilgrim era riapparso, il passo successivo era elementare ma difficile da realizzare. Comunicazione.

Gli unici libri che Forster aveva letto, a parte quelli di Conan Doyle, erano manuali sull’allevamento dei piccioni. A Londra, a Cheyne Walk, Forster aveva chiesto e ottenuto il permesso di costruire una colombaia, dove allevava e curava una notevole varietà di piccioni. Durante la sua assenza, gli uccelli ricevevano le cure della signora Matheson, la cuoca-governante, e di suo nipote, un ragazzo di quattordici anni di nome Alfred.

Alfred badava anche al giardino e dormiva in un angolo sotto le scale sul retro. Aveva i capelli neri e sembrava tetro, ma amava gli uccelli e aveva una naturale affinità con i loro bisogni e desideri. Sapeva con precisione quando dovevano essere accuditi e quando no, quando era giusto accordare loro momenti di libertà e quando bisognava chiudere le persiane per proteggerli dalle visite notturne di falchi, gufi, corvi neri e anche dell’occasionale furetto.

Forster era profondamente affezionato a quel ragazzo silenzioso e imbronciato, il cui comportamento gli ricor­dava il proprio alla sua età, e la tragedia di una perdita, quando tutto ciò che conosceva e in cui confidava venne spazzato via da un incendio che gli sottrasse, oltre alla casa, anche i genitori e i fratelli. Nel caso di Alfred, la tragedia si era manifestata nella furia distruttiva di un padre violentatore e alcolizzato, che si era abbattuta sulla madre di Alfred, sul fratello e sulla loro casa. Le atroci violenze sessuali che Alfred aveva subito non si erano rivelate con le parole, ma potevano essere indovinate dal suo sguardo e dal suo triste rifiuto dell’amicizia maschile che Forster aveva provato a offrirgli. Eppure, il ragazzo si era fermato a casa loro. Amava la zia, Eulalie Matheson, amava il “suo” giardino e amava, soprattutto, i “suoi” piccioni.

Sul tetto dell’Hôtel Baur au Lac c’era una colombaia di dimensioni non trascurabili. Ospitava più di trenta uccelli, e fornì a Forster un’idea. Di chi può essere? aveva chiesto, e aveva appreso che apparteneva al sous-chef dell’hotel, Dominique Fréjus.

Per un certo tempo, Forster fu troppo turbato per proseguire le indagini. Gli uccelli venivano allevati per finire in tavola? Sarebbe stata una cosa inaccettabile. Forster era una di quelle creature carnivore che potevano sopportare tutto riguardo al consumo della carne tranne l’uccisione da cui la carne aveva origine. Conoscere la propria preda significava commettere un assassinio. Scegliersi la propria preda era la cosa peggiore. Così osservò, ascoltò e tenne il conto.

Quando, dopo due settimane, fu chiaro che i piccioni nella colombaia non diminuivano di numero, accostò finalmente Dominique Fréjus e gli chiese se poteva osservare gli uccelli da vicino.

Il sous-chef non fece nessuna obiezione, e alla fine consentì perfino a Forster di provvedere lui stesso a uno dei pasti.

Il 14 giugno, il giorno successivo all’incontro con Leslie Meikle, Forster parlò a lungo nelle prime ore del mattino con Fréjus a proposito dei vari tipi di piccioni accolti nella colombaia sul tetto. Colombi torraioli, colombi dal collare, piccioni viaggiatori, piccioni da competizione. E gli sventurati colombi migratori, dei quali Dominique Fréjus aveva importato una coppia dall’America del Nord, nella speranza di farli riprodurre.

«Ahimè», disse a Forster, «i colombi migratori non si riproducono in cattività. Per me, e per loro, è una grande tragedia. In America del Nord sono quasi estinti».

Forster chinò il capo e rimase in silenzio, come per un in memoriam. Non che non provasse dolore; anzi, lo provava, e in profondità. Ma era in missione, e aveva bisogno di un alleato. A questo fine, se si fosse conquistato la fiducia di Dominique Fréjus avrebbe trovato il perfetto compagno di cospirazione.

«Ho bisogno», disse Forster, «di sei piccioni viaggiatori».

«Ne ho solo quattro», gli disse Fréjus. «Perché le ser­vono?»

«Per corrispondere con un amico che è sottoposto a terapia alla clinica Burghölzli».

«Ah, sì», sorrise Fréjus. «Una vittima della Carrozza Gial­la».

«Che cos’è la Carrozza Gialla?»

«È la carrozza usata per raccogliere gli esemplari riuniti nella clinica».

«Capisco».

«Non l’ha mai notata?»

«No».

«La noterà, con l’andar del tempo. Passa quasi ogni giorno per le strade. In massima parte, i clienti sono familiari di persone impazzite, ma in certe occasioni raccoglie gente nei parchi o sui gradini della cattedrale. Fanatici religiosi, sa, o inabili stesi dall’alcol. E così, lei vuole i miei piccioni viaggiatori?»

«Solo in prestito, se posso. Naturalmente torneranno da lei, ma spero che lo faranno portando messaggi per me. Il mio amico è appassionato di uccelli, e in patria, in Inghilterra, corrispondiamo spesso con questo metodo. Pensavo che potrebbe tirarlo un po’ su». Forster giudicò la frase una bugia innocua, e non sentì nessun rimorso nel dirla.

Dominique Fréjus, seduto sul parapetto del tetto, si chinò in avanti verso l’impiegato di banca, facendo lentamente cenno di sì con la testa.

«Mi sembra una buona cosa», disse, «rallegrare le giornate di una persona malata». Sorrise. «Naturalmente, le servirà una gabbia», aggiunse.

«Certo».

«Ma non deve preoccuparsi. Ho una gabbia con la quale li trasporto durante le escursioni in campagna. Li libero a due, tre chilometri da qui e tornano sempre a casa. L’esercizio gli fa bene. Immagino che verranno nutriti dal suo amico».

«Certo. Insieme a loro manderò anche del becchime».

«In questo caso, può avere l’uso dei miei piccioni viaggiatori, se in cambio io posso avere l’uso di cinquanta franchi».

«Affare fatto», disse Forster, e si strinsero la mano.

 

Lunedì 10 giugno Pilgrim era stato liberato dal padiglione dei violenti ed era tornato alla sua suite al terzo piano.

Si era vestito di bianco, dato che aveva chiesto a Kessler di portargli l’abito bianco, scarpe bianche e perfino il cappello di paglia bianco. Nell’occasione, la cravatta era verde, un colore che per Pilgrim indicava la libertà. Impugnava anche il bastone da passeggio.

«Abbiamo l’aria», disse Kessler, «di chi sta per partire per Venezia».

«Magari è così», disse Pilgrim. «Destinazione: San Michele, l’isola dei morti».

«Sì, signore».

Kessler, portando in una borsa di tela gli articoli da toilette, il pigiama, l’accappatoio, le pantofole e gli utensili da barba di Pilgrim, seguiva il suo paziente lungo i bui corridoi dove tutte le porte erano chiuse finché, da ultimo, giunsero a un corridoio in cui tutte le porte erano aperte.

Pilgrim si portò la mano al cappello e si abbassò la tesa sugli occhi. Attendeva da tanto tempo il sole che quando lo vide ne venne abbagliato.

Arrivando alla suite 306, permise a Kessler di precederlo, e di aprire la sequenza di porte finché sembrò che non ci fosse più posto per la luce del sole ma solo il sole stesso.

Pilgrim andò immediatamente alle finestre e le aprì una a una, facendo un passo indietro per lasciar entrare l’aria e una brezza delicata.

Ecco i piccioni, ed ecco i colombi.

«Pane», disse Pilgrim, posando il bastone da passeggio.

Kessler andò al cassettone ed estrasse un sacchetto di carta marrone pieno di briciole di pane tostato e di croissant, pagnotte all’uva e panini.

Pilgrim disse: «Su-su-su. Qui, qui», e cominciò a spargere con liberalità.

 

Dalle sue finestre al Baur au Lac, Forster aveva osservato la scena con il binocolo. Pilgrim vestito di bianco, e quel cretino di Kessler sullo sfondo, a piegare vestiti.

Un’altra fitta di nostalgia e di rimpianto colpì la sua memoria: il pensiero di tutte le mattine in cui aveva estratto dagli armadi vestiti, giacche, camicie e cravatte e scarpe, e di tutte le sere in cui aveva tirato indietro le coperte e preparato pigiami, vestaglie e pantofole. E Agamennone, il bastardino increscioso e incantevole, il cui gioco preferito era strisciare sotto le coperte e sdraiarsi in attesa del pa­drone. Era passato tanto tempo, sembrava. Tanto, tanto tempo.

Pilgrim si tolse il cappello e cominciò a usarlo per farsi lentamente aria, avanti e indietro, avanti e indietro come una dama che osserva dall’esterno la propria covata di figlie a un ballo.

Pilgrim si voltò. Dovevano aver bussato alla porta. Kessler stava riponendo gli abiti piegati. Fece il suo ingresso la figura del dottor Jung.

Forster spostò lo sguardo verso destra finché riuscì a puntare il binocolo sul soggiorno. Jung appariva agitato.

Era insieme affascinante ed esasperante non poter sentire ciò che dicevano.

Pilgrim aveva fatto qualcosa che non doveva fare? Perché Jung era così furioso?

Dopo qualche momento, la furia – così sembrava – si sciolse e una sorta di rassegnato fatalismo prese il suo posto: mani gettate all’insù, spalle scrollate, un fazzoletto passato sulla fronte, e poi scoraggiamento, la testa china di Jung, il suo corpo immobile.

Pilgrim disse qualcosa.

Jung rispose.

Poi Jung parlò a Kessler il quale si inchinò in quella raccapricciante, bestiale maniera tedesca che Forster non poteva sopportare: la sottomissione rassegnata del soldato al suo comandante, del cittadino al sindaco, dello schiavo al padrone. Tirati su, raddrizzati! voleva gridare Forster. Anzi, disse ad alta voce: «Tutto quello che devi fare è dire ! Non devi leccargli gli stivali!»

Jung uscì.

Forster attese il suono della porta che si chiudeva, ma naturalmente non lo sentì.

Poi Pilgrim tornò in camera, gettò il cappello sul letto e tirò una sedia vicino alla portafinestra aperta sul balcone.

Guardò verso le montagne.

Il suo viso era una maschera di angoscia.

Forster abbassò il binocolo. Cosa può essere successo?

Di cosa poteva trattarsi? Era morto qualcun altro? O, come era successo troppo spesso, il fatto era che qualcuno non era morto?