5.

Jung era tornato all’ovile, anche se non contrito. Era tornato per dare stabilità e solidità al suo rapporto con Emma, non per dimenticare Antonia Wolff o rinunciare alla relazione con lei. Quest’ultima condizione era al momento irrinunciabile, ed Emma avrebbe dovuto accettarla o andarsene.

Aveva deciso di rimanere.

Posso farmi la mia vita, aveva pensato. E sarebbe stato così, anche se non era la vita che aveva bramato e che una volta credeva fosse a portata di mano. Si era aspettata di essere il centro indiscusso della vita domestica di Carl Gustav, sua moglie, la sua compagna, una sua pari dal punto di vista intellettuale. E la madre dei suoi figli.

Si era compiaciuta delle loro discussioni accademiche, delle ricerche che aveva svolto per lui, delle cene che aveva allestito per gli amici e i colleghi di lui, cene che per tutti erano le occasioni sociali più stimolanti nella comunità degli psichiatri. Freud si era seduto alla sua tavola, e Adler, Jones e James. Il poeta Ezra Pound e il giovane Thomas Mann, che aveva appena pubblicato Morte a Venezia, e Gustav Mahler, che nel 1910 era venuto a Zurigo a dirigere la stupenda Sinfonia dei Mille, con il suo tributo al Faust di Goethe. Carl Gustav, naturalmente, si era particolarmente gloriato di quest’ultima visita a causa della sua pretesa, anche se lontana, parentela con il sommo poeta tedesco, le cui parole risuonavano nel finale corale dell’opera.

Anche adesso, al pensarci, Emma era inebriata dal ricordo del grandioso concerto, dell’elegante abito rosa e rosso che aveva indossato, dei suoi sette lunghi fili di perle. E la minuscola figura di Mahler, colta attraverso il binocolo da teatro, che agitava le anime dei vivi e dei morti, che innalzava il cuore dell’esistenza verso il cielo...

Oh, che tempi meravigliosi abbiamo visto e condiviso e serbato io e Carl Gustav, pensava. E adesso...? Chi poteva dirlo. Doveva dividerlo con Antonia Wolff, cosa che avrebbe fatto, ma mai senza attenzione e dolore. Senza parlare del fatto che, come sempre, avrebbe dovuto dividere Carl Gustav con la sua professione.

La sera in cui Pilgrim era stato liberato dal padiglione dei violenti, Jung era tornato a Küsnacht in uno stato di estrema agitazione. Era successo qualcosa che dapprima non aveva intenzione di discutere. Questa mancanza di comunicazione era ormai la norma.

A partire dal naufragio del Titanic in aprile, Jung aveva preso un’abitudine che Emma non sopportava. Si inumidiva l’indice della mano destra e lo usava per raccogliere ogni briciola e frammento di cibo dal piatto, affermando, al principio, che tutti i superstiti avevano diritto a essere salvati. La crudele superficie bianca del piatto era la crudele superficie bianca dell’Atlantico settentrionale, con i banchi di ghiaccio e tutto. Piccoli avanzi di patate erano tutto quello che gli restava sul piatto quando aveva finito di giocare alla scialuppa di salvataggio. Forse li lasciava perché temeva che gli avrebbero congelato la lingua.

Emma si era rassegnata ad assistere fino alla fine dell’operazione di salvataggio. Una volta, ancora in aprile, aveva suonato il campanello d’argento per chiamare Lotte prima che l’opera di recupero delle briciole fosse completata. Quando Lotte aveva allungato la mano verso il piatto di Jung, lui l’aveva bloccato sul tavolo con una stretta d’acciaio.

«Lascialo», aveva detto Emma. «Suonerò di nuovo quando il dottore avrà finito».

Adesso era preoccupata. Carl Gustav non aveva solo perso la bussola nel campo delle relazioni amorose; stava perdendola anche in altri modi. Quello delle scialuppe di salvataggio non era il suo unico gioco. C’erano anche giochi di costruzioni con fortezze di matite erette sul tavolo della scrivania, centinaia di matite impilate in quadrati incrociati e torri, grandi rocche verdi e gialle e avamposti nel deserto. C’era il gioco dei ciottoli, modellato, a dire di Carl Gustav, sul Go giapponese, giocato non con singole pietre ma con piccole pile di sassolini. C’era il gioco della prigione presso il giardino e quello del cimitero nelle aiuole. Le minuscole tombe venivano lasciate aperte, come se i morti fossero risorti; e la prigione era una capanna di bastoni chiusa su tre lati nella quale Jung aveva posto uno sgabello, dove sedeva per interi pomeriggi di sabato o mattinate di domenica. Diceva che era la sua tenda indiana, ma non lo era. Era la sua buia prigione, stretta fra la rimessa degli attrezzi e i rami del sorbo rosso.

Quei giochi non venivamo mai discussi, ma solo sviluppati e praticati. Era Emma che aveva dato loro i nomi.

La sera del 10 giugno, la cena era a base di verdure: cavolfiori, funghi, pomodori ripieni e spinaci con la panna. I pomodori erano un’innovazione concepita da Emma: svuotare il centro, poi riempirli di uvetta, riso selvatico e una spruzzata di arachidi tritate. Frau Emmenthal li aveva cotti alla piastra su un letto di foglie di basilico. Erano deliziosi.

Carl Gustav non ne fu impressionato. Spingeva il cibo attorno al piatto, prendendolo solo dagli angoli e fissandolo con uno sguardo perduto: alzava gli occhi per consultare qualche figura che vagava nello spazio – così sembrava – e metteva a fuoco chiudendo gli occhi, inclinando la testa, riaprendo gli occhi e scrutando nella direzione che si presentava.

All’improvviso disse: «Non ci sarà la luna stasera».

Era una frase del tutto sconnessa.

Emma posò coltello e forchetta e alzò il tovagliolo.

«Che cosa te lo fa dire, tesoro? Il calendario dice che...»

«Non ha importanza quello che dice il calendario. La luna non ci sarà».

«Sì, caro».

«La luna è morta. L’ha uccisa Furtwängler».

«Capisco».

Emma si stava abituando a questo tipo di replica, la risposta vaga che lasciava aperte tutte le porte. Sapeva che Carl Gustav avrebbe spiegato ciò che intendeva, e sapeva anche che la frase sarebbe stata una follia pura e semplice, oppure avrebbe condotto a un enigma psicologico in cui si era imbattuto con qualche paziente. Recentemente c’erano stati casi simili, con frasi d’apertura che avevano fatto trattenere il respiro a Emma: Basta cani, sono tutti partiti, e Se potessi danzare col Diavolo, quale ballo sceglieresti? e ancora Sapevi che Robert Schumann si rovinò le mani per aumentare la loro estensione?

Due di queste frasi si sarebbero dimostrate semplici introduzioni a problemi risolti o non risolti nella vita di due pazienti. Quella sul ballo del Diavolo non aveva mai ricevuto una spiegazione. Restò sul tavolo in mezzo a loro, in attesa di una risposta che Emma non osava formulare. Il tango, avrebbe detto, ma Carl Gustav lasciò la tavola e si chiuse nel suo studio prima che lei potesse parlare.

Quella sera, la luna era morta.

Emma attese.

«Quando sono andato in clinica stamattina, pensavo di passare la giornata con il signor Pilgrim», cominciò Jung.

«Sì. Me l’avevi detto prima di partire».

«Quando sono arrivato, lui non era pronto, e così sono andato a controllare gli altri, la signorina Mani-di-Schumann, lo scrittore senza penna e così via. E... Oh, mio Dio...»

All’improvviso Carl Gustav allontanò la sedia dal tavolo e si mise a singhiozzare.

Emma si alzò in piedi.

Aspetta.

Aspettò.

Carl Gustav si tolse gli occhiali, cercò a tentoni il fazzoletto, lo trovò e se lo premette sugli occhi.

«Mi dispiace. Mi dispiace», disse. «Non riesco... è solo che non riesco a sopportarlo».

«Oh, tesoro...» Emma andò all’estremità del tavolo, prese una sedia e si sedette di fronte a lui. Gli prese la mano. «Che cosa... cosa è successo?»

«La contessa Blavinskaja...»

«No. Non dirmi una cosa del genere. Quella donna dolce, meravigliosa...»

«Sì».

Jung non riusciva a smettere di piangere.

«Mi dispiace. Mi dispiace», ripeté. «Mi dispiace. Mi dispiace. Mi dispiace».

«Ma caro, hai fatto tutto quello che hai potuto. Tutto. È stato quel pazzo di Furtwängler. Lui si rifiutava di lasciarla andare. Oh, Dio... Che tristezza. Non è giusto. Che tristezza».

Rimasero in silenzio per qualche istante.

Entrò Lotte.

Emma le fece cenno di allontanarsi.

«Sì, signora».

Jung aveva cominciato a piegare il fazzoletto, continuando a piegarlo a metà. Alla fine Emma glielo tolse dalle mani e gli porse il suo.

Jung allora cadde in ginocchio e le posò la testa in grembo, abbracciandole la vita. L’odore della colonia di Emma si levava dalle dita di lui.

«Era il mio tesoro. Era la prova innegabile che non possiamo adattarci a tutte le regole della normalità. L’abbiamo trascinata qui e trattenuta contro la sua volontà e, sì, anch’io mi sono comportato così, sì, finché ho capito che lei non era una di noi. Non era – non è – non era meraviglioso? Tutte quelle altre vite che una persona vive e ha bisogno di vivere... Eppure li chiamiamo pazzi».

«Alcuni di loro, la maggioranza di loro lo sono, Carl Gustav».

«Lo so. Lo so, ma lei era pazza fino a essere sana. Viveva lassù in cielo, viva, viva, finché non l’abbiamo ancorata qui. Trascinata in questo posto atroce dove tutti sono pazzi e niente funziona e il mondo finisce ogni giorno. Non avrei mai dovuto lasciarla a un altro. Avrei dovuto insistere. Era mia, ma Furtwängler la pretendeva. E nel momento in cui io ero distratto da Pilgrim... l’ho perduta».

«Non devi dare la colpa a lui. Al signor Pilgrim».

«Non gliela do. Sto solo dicendo che se non fossi stato distratto, tutto questo non sarebbe successo».

Sì, Carl Gustav. Se solo non fossi stato distratto.

Emma gli posò una mano sulla nuca.

«Dimmi che cosa è successo».

«Nella notte, ieri notte», cominciò Jung.

«Sì?»

«Nella notte, ieri notte, lei è salita sulla terrazza superiore. Hai presente, quarto piano, sopra il portico...»

«Sì».

«Per un motivo o per l’altro, Dora Henkel l’ha lasciata sola. Non so con precisione come. Forse è andata semplicemente a prendere una tazza di cacao, una cosa banale del genere. Fatto sta che, per quanto poco ci abbia messo, il tempo è stato sufficiente perché la contessa scappasse. Dio sa come faceva a conoscere la strada per la terrazza. Dio sa perché la porta era aperta. L’edificio è stato progettato per evitare incidenti simili, ma qualcuno ha lasciato una porta aperta, non ha chiuso una finestra. Lo sa Dio».

Jung si appoggiò sui talloni, ma restò per terra, ai piedi di Emma.

«Va’ avanti».

«Facendo rapporto stamattina, Dora – per la quale provo solo dispiacere e pietà: oh, quanto amava la contessa! – ci ha detto che la contessa Blavinskaja era stata chiusa in isolamento da Furtwängler, messa sotto sedativi, legata e maltrattata».

«Maltrattata. Santo cielo».

«Non maltrattamenti fisici, ma, secondo Dora, lui le ha urlato contro, più volte, e, in altre sedute, l’ha sottoposta alla sua campagna dei sussurri. La maledetta campagna dei sussurri di Furtwängler. Te ne ho già parlato: sussurra insidiosamente nell’orecchio del paziente che è sotto sedativi. Alla contessa diceva: Lei non abita sulla luna, non ha mai vissuto sulla luna, la luna non esiste, venga giù, venga giù e si unisca al genere umano...! Venga giù e si unisca al genere umano. E così...»

«Si è buttata».

«Si è buttata».

Emma allungò la mano e svuotò il bicchiere di vino del marito.

«Come facciamo a sapere che non volesse raggiungere la luna?» disse Emma. «L’ho guardata anch’io, ieri notte, e avrei voluto poterla raggiungere». Si alzò e disse: «Non devi sentirti in colpa, Carl Gustav. È giusto essere addolorati, ma nemmeno lei darebbe la colpa a te. È l’ignoranza degli incompetenti, di uomini come Josef Furtwängler, che non capiscono nulla di psichiatra, che credono solo nella mediocrità, nella normalità, e Dio aiuti quelli che non si adeguano o non possono adeguarsi».

Andò al centro della tavola, prese la caraffa del vino e versò un bicchiere pieno a entrambi.

«Beviamo alla contessa Blavinskaja», disse Emma.

Jung si alzò in piedi, con un certo sforzo. Le gambe si erano quasi addormentate.

Guardando il marito, Emma pensò: Tutti i superstiti hanno il diritto di essere salvati.

Alzò il bicchiere.

«Alla luna», disse Emma, «e alla sua ultima abitante».

Bevvero.

Si sedettero.

La luna si levò, splendente, bianco avorio, e sorrise.

 

Il mattino seguente, prima di prendere il traghetto per Zurigo, Jung si ritirò in giardino e vi rimase per un certo tempo. Emma lo osservò dalla finestra, e dopo la sua partenza andò a ispezionare le aiuole alle quali il marito sembrava tanto interessato.

Una delle sue piccole tombe era stata chiusa e ricoperta di terra. Emma si inginocchiò e, scavando, trovò il corpo di una rosa. La baciò e la rimise al suo posto, e poi raspò il terreno in modo che Carl Gustav non avrebbe potuto capire che lei era stata lì. La rosa era di un bianco purissimo, e il nome che aveva ricevuto era in onore di Anna Pavlova.