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La mattina di sabato 29 giugno, Pilgrim e Forster arrivarono al Louvre, dove Pilgrim notò subito una chiara differenza nel modo di presentare i quadri dall’ultima volta che li aveva visti, tre anni prima. Molti dei più celebri erano stati messi sotto vetro. Era stata una richiesta dei curatori del Louvre, accolta dal direttore dei Musei Nazionali, Théophile Homolle. La decisione senza precedenti di invetriare i quadri a olio era stata provocata dal recente aumento degli atti di vandalismo e dei danni accidentali. Un Rubens era stato imbrattato di escrementi (senza effetti permanenti); un Botticelli era stato sfregiato con un coltello (danno riparabile); ed era stato trovato un Giotto parzialmente smontato dalla cornice nel tentativo evidentemente frustrato di rubarlo (nessun danno rilevabile).

Nonostante tutti questi capolavori fossero stati salvati, c’erano crescenti timori che tentativi di furto o atti ancora più disastrosi di danneggiamento potessero provocare perdite irreparabili. Il vetro, a quanto sembrava, era l’unica soluzione. Stranamente, nessuno propose un aumento del personale incaricato della sicurezza.

Quando i quadri appena coperti di vetro furono riappesi, ci fu una specie di pubblico scandalo. Come fa uno a vedere i quadri se tutto quello che vede è se stesso? E: Il Louvre ha una nuova galleria degli specchi che rivaleggia con quella di Versailles!

La vergogna ricada su Homolle e i suoi lacchè! tuonava un titolo, e nell’articolo il ministro e i curatori vennero accusati di aver messo sotto vetro la Gioconda per mascherare il fatto che l’originale era stato rubato o danneggiato ed era stato sostituito da un falso. La risposta di Homolle a quest’ultima accusa fu una dichiarazione in cui sosteneva che alla stessa stregua potreste pretendere che si possano rubare le torri di Notre Dame! Nel giro di pochi giorni, avrebbe rimpianto quelle parole.

A causa dell’afflusso di turisti stranieri, il Louvre era inondato di visitatori. Alle dieci, Pilgrim e Forster non riuscivano quasi a muoversi quando entrarono nello straripante Salon Carré, dove era appesa la Gioconda tra il Matrimonio mistico di santa Caterina del Correggio e l’Allegoria di Alfonso d’Avalos di Tiziano.

Come risultò ben presto, benché in origine fosse la Monna Lisa ad attirare tali masse di persone, c’era un altro spettacolo in corso nel Salon Carré che tratteneva i visitatori per un tempo insolitamente lungo. Un uomo si stava radendo.

Forster apprese che l’uomo si chiamava Roland Dorgelès. Monsieur Dorgelès era un romanziere parigino di una certa fama. Lui e il suo cameriere erano arrivati con l’attrezzatura adatta verso le nove e quarantacinque. Avevano uno sgabello da campo, una bacinella, una brocca di acqua calda, un rasoio, sapone da barba e un ampio telo bianco in cui lo scrittore si era avvolto.

Lo “specchio” era un autoritratto di Rembrandt appena messo sotto vetro. La scena era insieme divertente e scandalosa e, negli intenti di Dorgelès, doveva essere una protesta contro i vetri davanti ai quadri. Di certo attirò l’attenzione della stampa, che ospitò molte vignette che ritrae­vano la toilette del romanziere.

Pilgrim, seguito come un’ombra da Forster, attraversò il salone a un passo forzatamente lento a causa della folla. Era deciso a farsi vedere, e a far vedere Forster, dal maggior numero possibile di guardie addette alla sicurezza. Si era anche annunciato col proprio nome all’ingresso del museo e aveva presentato il biglietto da visita, chiedendo che fosse portato al curatore capo, Émile Moncrieff. Moncrieff avrebbe riconosciuto all’istante il suo nome, ed era proprio questa l’intenzione di Pilgrim.

Gettò una rapida occhiata alla Gioconda, notando che anche lei aveva un vetro di protezione. Questo lo preoccupò. Non si poteva semplicemente rompere il vetro e tirare fuori il quadro. Sarebbe stato necessario lavorare sul retro della cornice.

La sua prima intenzione era stata quella di distruggerla sul posto. Ma questo presentava il problema di un arresto immediato e, come minimo, del forzato ritorno a Zurigo. Cosa inopportuna. C’erano altre opere d’arte da distruggere. C’era un intero mondo di caos da suscitare. Doveva a tutti i costi rimanere libero.

A colazione aveva spiegato a Forster che lo scopo essenziale di quella prima visita, a parte il farsi vedere dal personale, era la memorizzazione delle distanze fra l’ingresso del Salon Carré, l’uscita e ciò che stava oltre l’uscita, le varie vie di fuga. Era ben consapevole della sua età, e sapeva che non sarebbe stato capace di correre a lungo, soprattutto se occorreva anche superare delle scale.

Gli era venuto in mente anche che, mentre Forster scappava col quadro, lui avrebbe potuto allontanarsi con tranquillità e raggiungere la strada prima ancora che il furto fosse scoperto. A questo punto intendeva trarre vantaggio dal fatto che, come sapeva benissimo, il Louvre era sempre chiuso di lunedì.

Prima di andarsene, si avvicinò a un guardiano in uniforme e si informò se era possibile incontrare Monsieur Moncrieff. La risposta fu positiva, e così Pilgrim e Forster furono introdotti negli uffici, e si fermarono in un’anticamera. Nel giro di pochi minuti comparve Moncrieff, un uomo sulla quarantina, estremamente espansivo, profumato e pettinato con cura, che accolse Pilgrim come un caro amico che non vedeva da molti anni. Naturalmente non si conoscevano, se non di fama. Il curatore capo dei primi viaggi di Pilgrim al Louvre era morto, e Moncrieff doveva essere stato il suo protégé.

Parlando in francese, Pilgrim chiese educatamente se Monsieur Moncrieff sarebbe stato contrario a concedergli una visita privata di lunedì, quando, a causa della chiusura, non ci sarebbe stata folla attorno al paio di quadri su cui Pilgrim aveva intenzione di scrivere e che voleva esaminare da vicino.

Ma certamente no. E Monsieur Pilgrim desiderava essere accompagnato da Monsieur Moncrieff o da un altro curatore, che potevano fornire tutte le informazioni richieste?

In un’altra occasione certamente sì, ma in questa un esame privato sarebbe stato sufficiente.

Moncrieff invitò Pilgrim e Forster nel suo ufficio, dove scrisse e firmò un lasciapassare da presentare il lunedì mattina all’ingresso principale.

Pilgrim gli era estremamente grato e non avrebbe mai dimenticato la gentilezza di Monsieur Moncrieff.

Molte strette di mano e inchini e l’offerta di chiamare una vettura se ce n’era bisogno.

Pilgrim rifiutò: aveva i suoi mezzi di trasporto, i piedi.

Moncrieff li accompagnò fino al grande cortile oltre gli uffici amministrativi, la Place du Carrousel. Nel farlo, comunicò che, purtroppo, Pilgrim non sarebbe stato completamente solo il lunedì mattina. Ci sarebbero stati naturalmente alcuni guardiani e – poiché era giorno di chiusura – anche uno o due imbianchini e artigiani che venivano in tali occasioni per piccole riparazioni e ritocchi all’intonaco.

Non sarebbe stato un problema, disse Pilgrim al curatore capo, ma lo ringraziava per l’informazione.

A mezzogiorno, Pilgrim e Forster oltrepassarono i portali e uscirono sul Quai du Louvre, dove Pilgrim disse: «Pranzeremo sull’altra riva. Che splendida giornata! Che giornata splendida, brillante, ricca di informazioni! Se solo fosse la stagione delle ostriche, ne mangerei una dozzina!»