5.

Jung era già partito per Zurigo con la Fiat quando Emma scese a fare colazione la mattina di mercoledì 3 luglio.

Era un torrido giorno di mezza estate e, alle nove, già umido e senza un filo di vento. Erano state aperte le finestre nella speranza che entrasse una brezza fresca dal lago, ma senza nessun risultato. L’aria era del tutto immobile. Si potevano accendere mille candele, e nemmeno una si sarebbe spenta.

Lotte era andata in giardino e, dopo aver chiesto il permesso a Frau Emmenthal, aveva tagliato dodici rose – bianche, rosse, gialle, rosa – e le aveva sistemate in un vaso sul tavolo della colazione. Emma, pensando che fosse stato Carl Gustav a disporle lì, scoppiò in lacrime.

Quando Lotte comparve con la caffettiera, Emma disse: «Guarda cosa mi ha messo qui mio marito. Non sono bellissime? Sono la donna più fortunata del mondo. Qualcuno mi ama».

Lotte si inchinò e non disse niente. Quando tornò in cucina e si sedette al tavolo, era sconsolata.

«Lei ringrazierà il dottor Jung e io finirò nei guai».

«No, no», disse Frau Emmenthal e accarezzò la mano della ragazza. «Il tuo è stato un gesto gentile e solleverà lo spirito della signora. Parlerò io con il dottor Jung. Capirà. Alla fine, ti ringrazierà perfino».

Nella sala da pranzo, Emma si accese, contro le sue abitudini, una sigaretta e bevve il caffè.

Voglio vedere il fumo, stava pensando, che si alza sopra le rose, sfumando la vista. E il giardino, e gli uccellini che cantano sugli alberi...

E lontano, lontano, sul lago, i gabbiani sospesi nell’aria immobile e le montagne avvolte nella foschia che definisce tutto questo, l’immobilità di fumo e di silenzio.

Fumo e silenzio.

Sarebbe andato tutto bene.

Di certo: se ci sono le rose, andrà tutto bene.

Un giorno avremo un altro bambino, pensò, e pensando allungò la mano per toccare i petali dei fiori più vicini. Se solo...

Non dirlo. Non pensarlo nemmeno, mai più. Mai. Se solo è una frase mortale. Significa che hai rinunciato. E tu non hai rinunciato. Volevi solo farlo. Maledizione! Maledizione. Maledetta io. Non rinuncerò mai.

Schiacciò la sigaretta.

C’era succo d’arancia. C’era una brioche. C’era marmellata d’albicocche. C’era muesli, che Emma ignorò. E poi c’era il giornale, la Neue Zürcher Zeitung.

Emma bevve il succo d’arancia. Divise la brioche in quarti, e ne mangiò due con il burro, uno con la marmellata d’albicocche e lasciò da parte l’ultimo per gli uccelli, come Carl Gustav le aveva detto che faceva il signor Pilgrim con il suo pane mattutino.

Quando ebbe finito, si versò un’altra tazza di caffè e si accese una seconda sigaretta (Come sono viziosa stamattina!). Poi si appoggiò allo schienale della sedia e aprì la NZZ.

Emma tossì.

Sputò gocce di caffè sul tovagliolo che teneva sul grembo.

Il titolo di testa diceva: Rubata la Gioconda!

Lasciò cadere il giornale sul tavolo.

Non voglio saperlo, pensò, già sapendo, prima di leggere un’altra parola, che cosa era successo e chi era l’autore del furto.

Alla fine riprese in mano il giornale e lo affrontò, leggendo solo i particolari di cronaca, evitando tutte le teorie, il cumulo di speculazioni e gran parte delle testimonianze dirette.

Era successo due giorni prima, lunedì, il giorno in cui, per tradizione, il Louvre era chiuso al pubblico. “Qualcuno”, forse con uno o più complici, era entrato nel Salon Carré, dove c’era la Gioconda, ed era fuggito con il quadro, forse durante il quarto d’ora in cui l’unico guardiano nella sala – un sostituto del guardiano di solito in servizio nel Salon Carré – era andato in gabinetto a fumarsi una sigaretta.

Emma accese la sua sigaretta, sorrise e aspirò vigorosamente. È quello che facciamo tutti quando siamo tesi...

Erano passate molte ore prima che venisse notata l’assenza del quadro. Il guardiano aveva pensato che la Gioconda fosse stata trasportata nel gabinetto fotografico per essere fotografata. Capitava spesso. Il martedì, un testimone, che risultava essere un pittore di nome Louis Béroud, aveva osservato che quando le donne non sono con i loro amanti tendono a essere dal fotografo.

Emma saltò avanti, girando furiosamente le pagine, fin quando non incontrò altri particolari salienti.

A mezzogiorno di martedì erano state svolte tutte le indagini necessarie presso il gabinetto fotografico e il laboratorio dove venivano portati i quadri per essere ripuliti. La Gioconda non era da nessuna parte. In parole povere, era sparita.

A questo punto erano state avvisate la Sûreté e la Gendarmerie, e il Louvre si era immediatamente riempito di un centinaio di poliziotti.

Il quadro, che era fissato al muro per mezzo di quattro perni d’acciaio, era stato staccato evidentemente da un esperto che si era portato tutti gli attrezzi necessari per toglierlo dal muro. Non solo: il colpevole era anche munito dell’attrezzatura per staccare la tavola dalla cornice. La cornice e il vetro erano stati scoperti nella tromba delle scale che conducevano a un’uscita di sicurezza.

Pilgrim.

Poteva essere solo il signor Pilgrim. Emma “sapeva” che sarebbe andato a Parigi. Adesso “sapeva” anche perché. Il come non aveva molta importanza. Emma aveva letto Pilgrim in entrambi i sensi: nei diari, e nella personale angoscia che le aveva riferito Carl Gustav.

Come sarebbe andata a finire? Se Pilgrim era davvero pazzo, avrebbe potuto distruggere il quadro. Eppure era impensabile, non dal punto di vista di Pilgrim, si rese conto Emma, ma da quello della civiltà occidentale in generale. La Gioconda era l’embrione di tutto ciò che sarebbe venuto dopo. Era il centro di qualunque pensiero dipinto. Era la dea della perfezione e la santa patrona del modo di porsi. L’integrità di una donna dipendeva dalla sua protezione. Gli uomini avevano una tale paura di lei che non potevano nemmeno immaginare i poteri magici che possedeva. Nessun uomo, pensò Emma, l’ha mai capita, ma tutte le donne sì.

Nessun uomo tranne Pilgrim.

La Gioconda era l’aria stessa che lui respirava.

Oh, no, no, non farlo, pregò Emma.

E tuttavia, Pilgrim voleva disperatamente morire. Forse era la distruzione di un quadro, di questo quadro, solo di questo quadro che poteva liberarlo? Credeva con tanta veemenza di essere stato la Gioconda che avrebbe potuto benissimo pensare, come Dorian Gray, che se affondava un coltello nel cuore del ritratto, avrebbe colpito anche il suo, desideroso di morte. E se anche Wilde avesse saputo? Se fosse stato messo a conoscenza dell’enigma di Pilgrim, e avesse modellato il romanzo sulla base di ciò che aveva appreso? Dopo tutto, erano amici, e avevano avuto fiducia uno nell’altro, e il lutto di Pilgrim per la morte di Wilde era il lutto per una persona in cui confidava. Le parole Dorian Lisa si presentarono da sole alla mente di Emma. E Monna Gray.

Si accese un’ultima sigaretta. Il fumo si innalzò. Le rose recise, nel caldo dell’interno, pendevano in avanti e si erano aperte. Il loro profumo era travolgente – miracoloso, ricco, provocante – ma Emma le osservava con sgomento. Tagliamo e uccidiamo tutto, pensò. Tagliamo e uccidiamo tutto ciò che troviamo sulla nostra strada. Proprio come Carl Gustav ha tagliato e ucciso me. Proprio come io ho tagliato e ucciso il mio bambino. Proprio come il signor Pilgrim taglierà e ucciderà la Gioconda. Perché lei si trova fra lui e l’eternità.

Alla clinica, Jung, che non sapeva del furto, andò al terzo piano ed entrò nella suite 306.

L’inutile gabbia dei piccioni era ancora lì, con gli sportelli aperti: il simbolo stesso della fuga di Pilgrim, un simbolo così lampante e indiscreto che Jung dovette sorridere.

Guardò le varie stanze. Alcuni cassetti non erano stati richiusi, e così le ante dell’armadio, e anche una finestra, davanti alla quale colombi e piccioni si erano radunati in attesa.

Jung ispezionò il cassettone e trovò un sacchetto di carta marrone con briciole di pane raffermo, che gettò agli uccelli.

In un altro cassetto trovò la fotografia che Pilgrim aveva tolto dalla cornice d’argento che adesso era vuota, posata a faccia in giù, e che aveva ospitato quella di Sybil Quartermaine.

La fotografia che Jung aveva in mano raffigurava la testa e le spalle di una donna triste ma bella, la persona che, secondo le parole di Pilgrim, era la donna che sosteneva di essere mia madre.

Doveva avere all’incirca quarantacinque anni quando era stata scattata la foto, alla fine del diciannovesimo secolo. Stranamente, fissava l’obiettivo nell’identica posizione in cui Elisabetta Gherardini del Giocondo aveva fissato lo sguardo di Leonardo da Vinci. Forse era un semplice trucco, o forse, dal punto di vista dell’artista, quella posa presentava una vista ideale del soggetto. Leonardo stesso aveva scritto: Richiedi sempre al soggetto che la testa formi un angolo con il torso.

Eccola lì, la donna che sosteneva di essere mia madre.

Nessun sorriso. Nessuna astuzia. C’era solo tristezza.

A quanto pareva, Pilgrim la odiava, liquidandola come una simulatrice, dato che dal suo punto di vista non aveva genitori ma, semplicemente, era. Era una forma veramente unica di follia: non essere nati, eppure esistere.

Jung si mise la fotografia in tasca. Guardò nella camera da letto e nel soggiorno e decise, prima di andarsene, di far impacchettare a Kessler tutte le cose di Pilgrim – vestiti, preziosi, libri e articoli personali – in attesa che il fuggiasco venisse riportato alla clinica. Nel frattempo, avrebbe fatto in modo che nessun altro occupasse quelle stanze. Nella più strana maniera pensabile, erano sacrosante. Jung voleva che lo restassero, vuote o occupate, come parte della sua sfera d’indagine.

Per questo, vi ritornò ogni mattina per dare da mangiare agli uccelli.

 

Due giorni prima, il 1° luglio, lunedì, Pilgrim e Forster si erano alzati presto, avevano fatto i bagagli e li avevano chiusi nel bagagliaio della Renault. Pagarono il conto dell’Hôtel Paul de Vère e raggiunsero una stazione di servizio dove fecero preparare la macchina per il viaggio che li attendeva. Fu riempito il serbatoio e il carburante di riserva fu sistemato davanti al sedile posteriore. Pilgrim aveva insistito per avere due taniche, nonostante le proteste di Forster, per il quale una era sufficiente e due erano potenzialmente pericolose.

«Ho le mie ragioni», si limitò a dire Pilgrim.

Nella tasca interna aveva anche una lista delle cose necessarie.

Guanti sottili di cotone, due paia.

Scarpe da passeggio.

Soprabiti leggeri.

Una cartella da artista con dodici fogli di carta da di­segno.

Pastelli e matite.

Seggiolino da campo in tela.

Pinze.

Coltello sottile.

Soldi.

Cesto da picnic: pâté, pane, frutta, cioccolato, vino.

Tutto ciò era stato debitamente procurato e sistemato.

Forster parcheggiò la Renault nella rue du Pont Neuf, dietro l’angolo rispetto al loro hotel e a un paio di isolati dalla destinazione del mattino.

Alle dieci in punto arrivarono al Louvre e presentarono il lasciapassare di Monsieur Moncrieff al custode presso la porta. Pilgrim fu accolto come se fosse un regnante in visita.

Le grandi sale erano vuote. Gli echi di passi lontani erano le uniche presenze, oltre alle statue silenziose e alle immagini allo specchio di Pilgrim e Forster diretti al Salon Carré. Poi, ancora più in lontananza, qualcuno, non visto, si mise a fischiettare e una porta sbatté.

«Merde», disse un uomo.

La melodia fischiettata continuò.

La luce, benché diffusa, era abbastanza brillante da rivelare ogni particolare mentre procedevano: gli architravi scolpiti, le figure di marmo sprofondate nelle nicchie, i grandiosi arazzi e le specchiere dorate.

C’erano scalinate che curvavano qua e là e una di esse aveva un cartello con una freccia e l’indicazione La Joconde. Forster portava lo sgabello da campo, la cartella e la scatola dei colori, nella quale erano nascosti anche il coltello e le pinze. Pilgrim portava il cesto da picnic. Aveva l’aria di essere diretto alle Tuileries.

C’era un guardiano all’ingresso del Salon Carré, al quale Pilgrim mostrò il lasciapassare del curatore capo. Altri saluti, altri cenni, e continuarono per la loro strada.

All’altra estremità del Salon Carré, un artigiano con un grembiule bianco era in piedi su una scala a ritoccare con la vernice l’intelaiatura della porta di uscita. In precedenza doveva averla stuccata e adesso stava rendendo invisibile il restauro.

Pilgrim e Forster girarono per il salone come se avessero tutto il tempo del mondo, ma davanti a ogni quadro prima della Gioconda indugiavano sempre più a lungo, finché si fermarono.

Forster mise da parte la cartella e aprì lo sgabello da campo, posandolo a circa un metro e mezzo dal quadro.

Pilgrim si tolse il soprabito e il cappello e li posò su una delle panchine destinate ai visitatori. Non si tolse invece i guanti. Si sedette, aprì la cartelletta e se la posò sulle ginocchia. Forster gli passò la scatola dei colori e fece qualche passo indietro, fissando il ritratto.

«Guarda cosa riesci a scoprire del tizio in fondo al salone», disse Pilgrim, sottovoce. «Forse sarà necessario pensare a qualcosa, per lui».

«Sì, signore».

Mentre Pilgrim schizzava quello che già sapeva essere il suo stesso ritratto, fu divertito dalla giustapposizione della sua immagine presente a quella della donna dipinta. Il vetro che la proteggeva rifletteva solo grossolanamente i tratti del suo volto: la forma fondamentale, le ossa e i punti in piena luce. Il resto era una fusione di artificio e realtà. Un ritratto del tempo.

Il nome dell’artigiano risultò essere Vincenzo Peruggia. Era un italiano del nord, che proveniva dal paese di Dumenza, nella zona del Lago Maggiore. La sua vera professione era l’imbianchino, ma aveva ampliato le sue competenze agli stucchi e ai restauri. Questo apprese Forster nella conversazione preliminare, stando ai piedi della scala su cui lavorava il baffuto italiano.

Parlarono anche della cura e della crescita dei baffi. Forster aveva confessato che i suoi erano un’avventura in cui si era gettato da poco tempo.

Peruggia non era molto alto, dato che era più basso di Forster, il quale arrivava appena al metro e settanta. Aveva un volto serio e scuro, ma non sgradevole. Il corpo era magro e robusto, il portamento esemplare. Stranamente, o così sembrò a Forster, aveva mani estremamente piccole. Ma il suo lavoro era delicato, raffinato e squisitamente eseguito. Forster era affascinato dal processo con cui i vari colori venivano mescolati per mascherare le linee fra il vecchio stucco e quello nuovo.

La loro conversazione era in sé un’incantevole e quasi comica mistura di inglese e italiano spruzzati di francese.

Allo stesso tempo, il guardiano in servizio, che si chiamava Verronet, venne a mettersi dietro Pilgrim e il suo disegno.

Fu chiaro fin quasi dal principio che Verronet era un avventizio, un guardiano sostituto, senza alcun vero interesse per ciò che faceva. Per lui la Gioconda non aveva alcun significato. È solo un quadro come un altro e io sono qui a guardare i quadri, come se il suo lavoro fosse fare il voyeur.

«Le piace?» chiese Pilgrim in francese.

«Sì, va bene. La preferirei col seno più grosso».

Pilgrim sorrise, pensando che ricordava il peso di quel seno.

«Non è una donna grande e grossa, sa».

«Be’, è seduta. Come si fa a dirlo? Penso che non ci sarei andato a letto».

«Oh. E perché?»

«Non mi piacciono le donne con quell’aria di superiorità. Una donna dovrebbe stare al suo posto».

«Crede che si sentisse superiore?»

«Ha un atteggiamento di superiorità. Ma non direi che sia giustificato dalla bellezza. Credo che sia superba e basta. Non sento nessuna umanità in lei».

«Lei è uno studente?»

«No».

«Parla come uno studente. Non sa niente, eppure ha un sacco di opinioni».

Errore.

«Non sono uno stupido», disse Verronet con sdegno. «E, se posso dirlo, a giudicare dai suoi scarabocchi lei non è un artista. Una persona non può avere opinioni?»

«Certo», disse Pilgrim. «Le chiedo scusa. Intendevo dire solo che credo si sbagli sulla sua mancanza di umanità. Credo che sia supremamente umana».

«Ognuno ha i suoi gusti. Se dovessi avere una donna di quella posizione, non vorrei che mi guardasse dall’alto in basso».

«Capisco».

Ci fu una pausa imbarazzata. Pilgrim rimase con la matita sospesa in aria, Verronet tossì. «Adesso la lascio», disse. «Vado in bagno a fumarmi una sigaretta. E mentre sono fuori, se posso dirlo, terrei d’occhio quell’italiano dall’altra parte del salone. Chiunque può essere un ladro, sa, e gli italiani come ladri sono famosi. Come gli zingari e tutti quelli con la carnagione scura».

«Benissimo», disse Pilgrim, e riprese a disegnare.

A mezzogiorno, Forster tornò dalla conversazione con l’imbianchino e suggerì che poteva essere l’ora giusta per il pranzo.

«E l’uomo sulla scala?»

«Credo che non dobbiamo preoccuparci di lui».

«Ma possiamo usarlo?»

«È possibile. Come non so, però».

«Perché non invitarlo a mangiare con noi?» disse Pilgrim sorridendo come un bambino che ordisce complotti. Poi disse: «Dopo tutto, la generosità fa nascere la complicità».

Mangiarono nella Place du Carrousel.

Peruggia si era portato pane, formaggio e vino, ma accettò le pere, altro vino e un po’ di cioccolato.

Il sole splendeva. Era tutto molto piacevole. Pilgrim conosceva abbastanza l’italiano per riuscire a portare avanti una conversazione con l’imbianchino. Scoprì così che Peruggia non era sposato, aveva trentadue anni ed era venuto a Parigi per sfuggire all’inflessibile regno della povertà che c’era in Italia, dove il lavoro era così scarso che lui aveva rischiato di morire di fame.

L’uomo era quasi analfabeta. Sapeva scrivere il suo nome e comprendere il succo di un titolo sui giornali italiani, ma non aveva mai letto un libro né se n’era mai fatto leggere uno. Non era mai andato a scuola e per i calcoli era costretto a contare sulle dita. Eppure, era un artigiano estremamente abile e aveva lavorato molte volte al Louvre.

Mentre mangiavano e bevevano, Pilgrim esplorò le passioni di Peruggia, dato che aveva intuito che, come accade con gran parte delle persone non istruite, le sue passioni erano molte e profonde. La sua incapacità di leggere e scrivere era fonte di grande frustrazione: l’impossibilità di comunicare rendeva il bisogno di farlo straordinariamente pressante.

La più grande passione di Peruggia era il suo patriottismo. L’Italia è la madre di tutto il mondo vivente. Era una cosa semplice e diretta. La donna Italia! la chiamava, levando il bicchiere. E diceva che, nelle sue molte ore di lavoro al Louvre, non gli era sfuggito che le più grandi opere d’arte erano tutte e sempre italiane! Tiziano! Tintoretto! Caravaggio! Botticelli! Leonardo!

Cantava quei nomi come se fossero stati messi in musica da Verdi.

«E il più gran tesoro del Louvre è la Gioconda! La Gioconda è la donna Italia in persona! La madre di tutti noi!»

Pilgrim sorrise e annuì, ma non disse nulla.

Vincenzo Peruggia continuò: «Non fosse stato per Napoleone, la Gioconda e tutte le altre meraviglie sarebbero rimaste in Italia, dove sono nate».

«Napoleone?» Pilgrim cercò di non suonare troppo incredulo.

«Certo», disse Peruggia. «È venuto nella nostra terra e l’ha spogliata di tutte le grandi opere d’arte. È quello che hanno fatto dappertutto i francesi. Invadere, fare la guerra, massacrare, bruciare e filarsela con il bottino. È tutta colpa di Napoleone. Il mio più grande desiderio sarebbe riportare tutti i quadri italiani del Louvre a Firenze, Roma, Venezia, ovunque sono nati, e di tenerli in Italia per sempre».

«Un’idea ammirevole», disse Pilgrim. «Ma assolutamente impossibile».

«No, no», ribatté Peruggia, «per niente impossibile. Per esempio, ho studiato come tirare giù la Gioconda dai suoi ganci».

Pilgrim non disse nulla.

Stava pensando: Riportarla al luogo a cui appartiene. Sì. Volere che ritorni la luce. Volere la luce invece dell’oscurità. Ecco la mia intenzione.

Ricordò la sua furia distruttiva nella sala da musica della clinica. Ricordò di aver scagliato contro le pareti i dischi e di aver sfasciato il violino. Ricordò la sua rabbia e l’idea invincibile che l’arte – tutta l’arte – fosse impotente. E ricordò la figura della contessa Blavinskaja rannicchiata sul pavimento, che guardava verso Kessler e gridava No!

Volere che ritorni la luce. Volere la luce invece dell’oscurità. Come si poteva farglielo capire? Bisognava pretendere molto di più della mera presenza dell’arte, bisognava che qualcosa si innalzasse nello spirito di chi vede, legge, ascolta. Bisognava che qualcosa si elevasse dalle fogne di violenza e degradazione in cui era volontariamente precipitato il genere umano. Forse la risposta l’avevano uomini illetterati come Peruggia, con l’idea semplice e incolta che riportare un quadro nel suo luogo di nascita avrebbe potuto diffondere la luce su un popolo decaduto?

«Il mio problema», disse Peruggia, «è che non ho abbastanza coraggio. Sono rimasto molte volte solo in sua compagnia, ma non ho la temerarietà di tirarla giù e correre via».

Pilgrim disse «Ma se qualcun altro dovesse staccarla e consegnargliela, riuscirebbe almeno a scappare con lei?»

Peruggia restò in silenzio.

Poi disse: «Cosa sta proponendo il signore?»

«Che sono d’accordo con lei», disse Pilgrim. «Sono d’accordo che il suo posto è in Italia. A Firenze. Mi piace quello che ha detto sull’arte che nasce in un luogo. È assolutamente vero. Tutta la grande arte nasce in un luogo, la madre è la sua terra, la sua cultura, il padre è il pittore, lo scultore, il compositore o lo scrittore».

Peruggia sorrise. «Non avrei potuto dirlo come ha fatto lei», disse, «ma ne sono convinto».

E fu così che successe.

Alle due del pomeriggio il guardiano, Verronet, andò di nuovo in bagno a fumare un’altra sigaretta.

Peruggia tolse il quadro dalla parete.

Pilgrim lo estrasse dalla cornice.

Peruggia ricevette il quadro, all’interno della grande cartella da artista.

Ognuno dei tre uomini si allontanò dal Salon Carré per una strada diversa. Forster lasciò la cornice e il vetro nella tromba delle scale, e tutti uscirono dal Louvre alle due e venti del pomeriggio.

Pilgrim diede a Peruggia cinquecento franchi, augurandogli buon viaggio.

Quando si separarono, nessuno si guardò indietro. Pil­grim e Forster raggiunsero a piedi la Renault, depositarono il cesto da picnic, la scatola dei colori e lo sgabello da campo sul sedile posteriore, sopra le taniche di carburante. Pilgrim, allegro e raggiante, gettò il soprabito sul cesto e disse: «Lasceremo Parigi alle quattro. Ma prima, dobbiamo festeggiare. Champagne, al Jardin des Lilas!»

Mentre percorrevano il Quai du Louvre, Pilgrim scorse la minuscola figura di Vincenzo Peruggia che attraversava il Pont Neuf, schiacciato, sembrava, dalla mole della cartella da artista stretta sotto il braccio, con il suo prezioso carico.

Lei è libera, pensò Pilgrim. Io sono libero. Siamo liberi.

Fatto.

Adesso toccava all’obiettivo seguente. Chartres.