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Lo storico e romanziere americano Henry Adams aveva letto nel 1910 il libro di Pilgrim su Leonardo, Sfumato: il velo di fumo, e si era preso la libertà di mandare allo studioso inglese una copia del suo libro, Mont-Saint-Michel e Chartres, che aveva stampato in forma privata nel 1904. Di conseguenza, Adams e Pilgrim cominciarono a corrispondere, anche se non si incontrarono mai. (Sette lettere di Pilgrim sono conservate nell’archivio Adams della Massachusetts Historical Society).

La coincidenza della passione di Adams per Chartres con i propri sparsi “ricordi” affascinò fin dall’inizio Pilgrim, che tuttavia non si sentì mai spinto a scrivere nulla di più di un apprezzamento accademico per il libro al suo nuovo amico americano. Adams, d’altra parte, sentiva davvero uno speciale legame con l’uomo al di là delle acque, come chiamava Pilgrim. Era avvinto dalla conferma ottenuta dall’esperto inglese all’esplorazione da lui stesso condotta dell’ultima grande età della comprensione prima dell’intervento della ragione. Ciò che diceva Pilgrim suggellava, per Adams, il legame tra la sua singolare lettura del passato e il passato stesso. Non si interrogò mai sulla fonte della conoscenza di Pilgrim riguardo a quel passato, ma si limitò ad accettare la sua posizione di grande storico dell’arte.

La voce di Pilgrim, annotò Adams nel suo diario, è unica, e di essa mi rallegro, perché, come me, egli getta da parte tutti gli abili veli accademici della ragione che hanno annebbiato la capacità degli studiosi di vedere il passato per quello che era, e non come avrebbero preferito che fosse.

Nello stesso periodo, Pilgrim prendeva appunti sul saggio di Adams, appunti che sembravano una doppia lista di centri ed errori. I punti negativi non venivano mai citati nelle loro lettere. Nella maggior parte dei casi, concluse Pilgrim, ha visto giusto.

Ma l’erudizione non era più il fulcro attorno al quale ruotava l’esistenza di Pilgrim, che si era ormai spostato in direzione di ciò che, nel taccuino che gli aveva fornito Forster, chiamava rifiutismo. Voltiamo le spalle alle ambizioni fallite dell’umanità e affrontiamo l’abisso in cui siamo precipitati.

Il successo dell’“evasione della Gioconda” l’aveva talmente esaltato che Pilgrim cantava a gola spiegata in automobile, mentre lui e Forster si dirigevano a sud-est lungo la strada da poco lastricata fra Parigi e Chartres.

Bella sognatrice, svegliati e vieni da me,

stelle e rugiada aspettano te...

Forse, si spinse a pensare Forster, lo champagne che il signor Pilgrim ha consumato per un’ora gli permetterà di dormire stanotte.

Forse. Ma non in macchina.

«Guarda la barca del sole che affonda», si entusiasmò Pilgrim, seduto rigido accanto a Forster, che guidava indossando gli occhiali. «Guarda tutti quegli uccelli che volano, e tutti gli alberi, gli alberi, gli alberi...»

Discorso poetico, stabilì Forster. Sta facendo uno dei suoi voli con la fantasia.

All’improvviso Pilgrim disse: «Siamo diretti alla cattedrale di Chartres, Forster, la più grande, la più sublime e la più sacra delle case di Cristo. Ci aspetta senza sospettare nulla. L’ultimo grande incendio di Chartres è accaduto nel 1194. Settecentodiciotto anni fa. Settecentodiciotto. Lei sa che stiamo arrivando. Lo sa, te lo dico io. Siamo già stati qui. Sentirà l’odore delle suole delle mie scarpe. Riconoscerà il tocco delle mie dita. Capirà che sono tornato. Si ricorderà di me».

Forster sollevò il collo dello spolverino. Aveva il sole direttamente negli occhi e si ripromise di comprare un paio di occhiali più scuri. Cosa mangeremo per cena? stava pensando. Dove passeremo la notte?

«Il signor Henry Adams, un americano, ha scritto della cattedrale di Chartres che cambia umore. E ha aggiunto che talvolta, il suo umore è severo», disse Pilgrim, con una risatina. «Mi chiedo come sarà stasera l’umore della grande dame. Apprensivo, direi».

Adesso il sole al tramonto si mostrava senza ostacoli. Era di un vivido arancione bruciato, e risplendeva oltre i vapori e le foschie della terra. Si potevano quasi vedere le sue fiamme.

«Terribili incendi», continuò Pilgrim strascicando le parole. «Tre, tutti riferiti nelle cronache. Uno durante la mia vita...»

Oh, mio Dio, pensava Forster. Adesso siamo tornati alle vite immaginarie. Episodi simili erano accaduti in passato, momenti nel giardino di Cheyne Walk in cui la mente ribolliva e traboccava, per usare l’espressione della signora Matheson. Gettare il bastone da passeggio contro i rami di un albero nella convinzione che dal muro calassero i saraceni. Starsene in piedi sulla carriola per essere condotti alla ghigliottina. Stringere il cagnolino Agamennone, dicendo che Clitennestra non doveva trovarlo. Momenti traumatici, certo, ma si era sopravvissuti a tutti. Adesso, andavano a distruggere la cattedrale di Chartres.

Be’.

Avevano rubato e dato via la Gioconda. Non male, per essere una fantasia. Pensandoci, Forster dovette chiedersi, almeno per un istante, se era accaduto realmente. L’abbiamo fatto davvero?

Sì. Sì, l’abbiamo fatto. E adesso lei è da qualche parte a Parigi, quasi sicuramente sotto un letto.

E così stavano andando a Chartres.

«Non ci passeremo tutta la notte», gli disse Pilgrim. «Prenderemo una stanza, ma per le quattro del mattino saremo partiti».

L’hotel prescelto era l’Auberge du Pèlerin. Quando arrivarono, il viaggio aveva ormai sottratto a Pilgrim tutto il suo buonumore, tanto che non si era nemmeno disturbato a spiegare a Forster che Pèlerin era l’equivalente francese di Pilgrim, e quindi sarebbero stati nell’Albergo di Pilgrim. L’hotel aveva una minuscola sala da pranzo, della quale approfittarono, benché senza alcun piacere. Il cibo, un ragoût, non era buono, e il vino era anche peggio. Si ritirarono nella loro stanza entrambi di cattivo umore, anche se solo Pilgrim aveva il permesso di esibirlo. Gettò le scarpe contro il muro.

Per venti minuti, si lanciò in una tirata contro la scomodità delle automobili. Dopodiché, si chiuse in bagno e si lamentò di essere costipato. Alle undici si sdraiò completamente vestito, annunciando che doveva essere svegliato alle due precise.