Prima di morire, Marie-France mi aveva detto: “Devi parlare a tuo padre, mia piccola tanagra. Voglio che sappia. Se tua madre non fa niente, tuo padre, invece, reagirà.” Marie-France concedeva fiducia a Bernard per proteggerci. Mi aveva detto: “Camille, parla a tuo padre o lo farò io.”
Non ne ha avuto il tempo.
*
Che cosa le è capitato?
Trovata morta, con la testa incastrata dentro una sedia, in fondo alla sua piscina. Le cicale e le mimose. Il timo e il rosmarino. Il cane che non ha abbaiato... Nella vita vera. Davvero. Nella vita reale.
Rammento la sera di aprile, anno 2011, in cui io e Victor siamo andati a cenare insieme. L’antivigilia del funerale di Marie-France. Ero appena rientrata dal Paese basco. Come sempre nei momenti difficili, ci siamo ritrovati. A La Sardine, Place Sainte Marthe. Nel mio quartiere.
Quella volta, il colpo allo stomaco ci impediva completamente di respirare. Totale impossibilità di piangere. Ci guardavamo e ci scambiavamo parole sconnesse, separate da lunghi silenzi. Eravamo storditi, gli occhi stralunati, e scavati. “Lei, comunque sia, non ci ha fatto questo, no?”, “Loro, comunque sia, non ci hanno fatto questo!”, “Non è per colpa nostra, non credi?”, “Un incubo”, “Senza Marie-France, le cose finiranno per complicarsi”, “E mamma, che cosa le succederà?”
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Marie-France non ha avuto il tempo di avvertire mio padre. Ma, nel rispetto delle indagini, è stato tracciato il suo computer. Si sono ritrovati gli scambi di mail con mia madre. Victor è stato convocato dal Dipartimento per la tutela dei minori. Un’amica di Marie-France ha confermato: “Sì sì, quello che raccontano è tutto vero. L’ha ammesso anche il patrigno. Ha abusato di Victor quando era adolescente. È per questo motivo che le sorelle erano in lite tra loro.”
Mio fratello mi ha raggiunto al palazzo di giustizia. È il momento della denuncia. Io tremo tutta. Esce dall’ufficio dei poliziotti e ha il verbale in mano.
“Aspetta, ti leggo. Credi vada bene? Ti ricordi?” Incubo. “Ho detto ai poliziotti di essere discreti. Di quel che può succedere a lui me ne sbatto, ma non voglio che l’indagine distrugga tutto quello che ho costruito con il mio lavoro, la mia famiglia, la mia vita! In ogni caso eviteranno di far arrivare la cosa ai giornali! Luz e Pablo ne resteranno fuori, spero. E Évelyne?”
Salone dei passi perduti. Ci sediamo su uno dei divanetti del palazzo.
Mio fratello mi fa leggere quel che ha dovuto testimoniare. Nei dettagli. Tutto. Sotto i miei occhi, le parole nella loro luce più cruda. Quelle parole-immagini che, da piccola, mi hanno traumatizzato.
Leggo e la mia memoria subito si diluisce. Le domande che interessano l’indagine giungono a me in una sorta di oscurità. “Chi?” “Quando?” “Dove?” “Quanto tempo?” “È stato costretto?”
Come mio fratello, ricordo tutto ma non ricordo nulla. Che età aveva, esattamente? Quante volte l’ha fatto? “Chi?” Questo lo so. “Quando?” So anche questo, più o meno. “Dove?” Un po’ ovunque. “Quante volte?” Non ne ho idea. “Lei ha resistito?” No, non fisicamente.
Leggo e, immediatamente, vedo il mio patrigno. Leggo e sono terrorizzata. Non da quanto è accaduto, ma da quanto potrebbe accadere. I dettagli sono chiari, non esistono dubbi. I poliziotti, d’altronde, lo hanno riconosciuto a Victor: “Certo che lei non ha resistito. È sempre così. Resta il fatto che era lui l’adulto, il suo patrigno per giunta, e che lui non ne aveva il diritto. Lasci fare a noi: lo richiameremo all’ordine.”
La prigione! Il cuore mi batte a mille all’ora. Sul viso di Victor, il medesimo terrore. Di nuovo quell’impressione. La sensazione di essere all’origine di un’immensa stupidaggine. Di nuovo prevediamo la catastrofe che potrebbe scaturirne. Siamo di nuovo dei bambini terrorizzati. No! Troppa paura! La cosa ci fa troppa paura! La cosa addolorerebbe troppo le persone che amiamo. Non possiamo fargli una cosa del genere. Non possiamo mandarlo in prigione. Ce lo ha insegnato, noi non siamo così. L’idra mi guarda. Il passato non si può cambiare.
Prendo la mano di mio fratello, ma lui la ritira subito. Non vuole alcuna commiserazione da parte mia. Non vuole nemmeno vedere quel mio sguardo spaventato.
Leggo: “No. Non desidero presentare denuncia. È una storia che non vi riguarda.” Tutto si confonde. Profondo sollievo e immensa delusione. L’idra si scatena.
*
L’indagine si è fermata. Sotto i miei occhi, il resoconto di un incesto. E l’indagine si è fermata. Polizia ovunque, giustizia da nessuna parte. Non è neppure il caso di ricordarmelo.
Uno dei poliziotti, comunque, non ha perso l’occasione per farsi bello. Sono stati informati alcuni giornalisti. Telefonate, vibrazioni, telefonate, vibrazioni. Per primi sono stati avvisati i genitori, a Sanary. Ci hanno fatto il processo: “Bastardi! Avete spifferato tutto.” Noi, stomacati: “Non è così, mamma. Victor è stato convocato. Non è stato lui a chiedere di essere ascoltato.” La voce di mia madre al telefono è una nuova condanna. “Odio la vostra perversità. Ora ne saranno al corrente tutti quanti.” Informo Victor, che reagisce immediatamente: “Dobbiamo avvertire Luz e Pablo. Devono assolutamente essere informati prima che esca la notizia.” Victor insiste con mia madre: “Tocca al loro padre parlargli.”
Provo a spiegare a Nathan e a Lily perché piango spesso. “Marie-France è morta. Non me lo aspettavo. Non posso dirvi come.” Più che altro dico a me stessa che, se i giornalisti insistono, prima o poi dovremo avvertire Bernard.
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Una mattina mi chiama Victor: “Tu e Colin sarete contenti, adesso sono obbligato a dirglielo.” Poi si raddolcisce: “Be’, ci andrò.” Un’ora dopo mi richiama: “Fatto. Ora vado a farmi un giro. In questo momento non ho voglia di parlarti.”
La sera stessa mi convoca Bernard. La sera stessa Bernard mi fa paura. Conosco il suo coraggio fisico. Per tutta la vita ha saputo difendersi. A Colin dice: “Gli taglio la gola.” E, io e lui insieme, tremiamo al pensiero che lo faccia davvero.
Spiego a Bernard che è indispensabile tacere. Mi riallaccio alle parole di Victor, vi aggiungo nozioni di diritto: “Così sarai tu ad andare in prigione, capisci?” Utilizzo il vocabolario specifico di mio padre e tento di convincerlo con ogni mezzo: “Dobbiamo andare avanti. Tu, papà, dici sempre che non bisogna guardare indietro. Victor non intende più parlarne. Dobbiamo andare avanti.”
Una volta tanto mi dà ascolto, ma so che me ne pentirò.