Bruciammo quel che si poteva di Simon Phillips in una fossa in fondo al giardino. Jenny teneva le mani sopra le fiamme – un falò dell’ultimo fidanzato: foto con gli occhi graffiati, una cosa che le aveva scritto su un tovagliolo, i coriandoli schifosi delle unghie dei piedi tagliate che lei aveva recuperato dal cestino del bagno. I polpastrelli di Jenny erano macchiati di giallo mentre sotto le unghie erano nero barbecue. Miriam alla fine la trascinò via e le massaggiò le mani con l’aloe vera, continuando a ripeterle le stesse frasi perentorie – ti sentirai meglio… gli piacerebbe …non sa cosa si è perso.
Simon era l’ultimo, il gesto teatrale che chiude il cerchio. Miriam e io avevamo già rotto con i nostri ragazzi e contribuimmo a sbarazzarci di quello di Jenny con altrettanta energia. Quando i vicini chiamarono per lamentarsi della puzza, Miriam rispose con grande solennità che ci stavamo purificando dagli spiriti del male.
“Guardi, mi spiace che abbia dovuto chiudere le finestre, signora Adams, ma è il prezzo della catarsi.” Teneva il telefono a qualche centimetro da sé, come sempre riluttante a toccare l’apparecchio per paura di un’infezione. Qualcuno una volta aveva detto a Miriam che sembrava la principessa Anna e su questo commento buttato lì si era formata, nel tempo, tutta la sua personalità. Indossava mocassini di velluto verde tutto l’anno, si acconciava i capelli a forma di zucca e parlava come se avesse i molari di vetro. Dopo aver chiuso la chiamata, si sedette per un momento in silenzio, e fece fare ai suoi anelli mezzo giro in modo che le pietre fossero rivolte verso l’interno. Vedendo che la osservavo, scrollò le spalle e mi mostrò le mani, due palmi pieni di diamanti come se li avesse scavati dalla terra.
Al crepuscolo raccogliemmo i detriti con dei cucchiai, scorze bruciacchiate di fotografie, la stringa plastificata di una scarpa da tennis che non aveva preso fuoco. La debole luce del sole illuminava mucchi di cenere e i fogli di giornale ora bruciacchiati che avevamo usato per accendere il falò. Ne presi un pezzetto tra indice e pollice e lessi ad alta voce le due righe che il fuoco non aveva reso incomprensibili. Era la pagina degli annunci personali, una breve triste fantasticheria che finiva in una macchia dove doveva esserci il numero di telefono.
“Donna in carriera, quarantenne, cerca Principe Azzurro per Lieto fine/Imprese epiche/Castelli in aria. Chiamate Linda al…”
“Sogna pure, Linda,” sbuffò Jenny e diede un calcio al cumulo di cenere del suo ex ragazzo, che a quel punto era a Saint Austell con la ragazza per la quale l’aveva lasciata.
“È così tanto offensivo il modo in cui gli uomini si comportano con le donne che non riesco a ignorarlo,” esclamò Miriam.
Eravamo sedute sui gradini davanti a casa e bevevamo Cherry Coke in un caldo tramonto autunnale. La sigaretta che stavamo fumando era partita da Jenny, ma adesso era macchiata di tre diverse tonalità di rossetto, rosso di Miriam, mandarino di Jenny e marrone opaco il mio. Dall’altra parte della strada il signor Cline del civico 11, tagliava i cespugli che la moglie aveva coltivato con cura, elaborata e densa esibizione di arte topiaria che adesso, grazie al suo intervento, era ormai irrimediabilmente vandalizzata. Due porte più in là un gruppetto di ragazzini giocava a dama cinese sul marciapiede, la giovane mamma del civico 7 trascinava la carrozzina in equilibrio precario per superarli.
“Voglio dire, guarda là.” Miriam gesticolava con gli indici e gli anulari incrociati. “Non si spostano nemmeno per farla passare. Uomini.”
“Quelli non sono uomini,” replicai, guardando quei ragazzini e notando le loro spalle spolverate di brufoli e come uno di loro fosse molto più alto e dovesse piegarsi quasi a metà per giocare.
“Vero,” disse Miriam, senza scomporsi, “ma se li metti tutti insieme forse arrivano a farne uno.”
Questo accadeva qualche giorno dopo il falò. In quel morto fine settimana Jenny aveva cominciato a vagare in calzettoni per la casa come un’anima in pena riempiendo ogni superficie di tazze di tè freddo e piattini sporchi, piagnucolando e guardando il telefono. Simon alla fine aveva chiamato mercoledì sera, brillo di sangria, e aveva chiesto come mai Jenny gli avesse spedito una scatola da scarpe piena di cenere. Era stata Miriam a rispondere e per tutta la breve conversazione era rimasta con un braccio disteso in modo da non far avvicinare Jenny al telefono. Al momento di riagganciare si era distrattamente passata sull’orecchio il fazzoletto con le iniziali ricamate, lamentandosi che l’aveva praticamente sentito sputacchiare anche attraverso il telefono. “Non voglio parlarne più,” aveva detto quando Jenny sembrava sul punto di ricominciare a piagnucolare, e poi mi aveva mandato a comprare Cherry Coke e croccante di arachidi con i soldi del barattolo delle parolacce all’ingresso.
Fino a poco tempo prima frequentavo un uomo di nome Stephen Connolly, bravo a baciare e pessimo sotto ogni altro aspetto. Questa consapevolezza l’avevo raggiunta per gradi, perché baciarlo mi piaceva abbastanza da ignorare per un po’ i libri che leggeva e il modo in cui parlava delle donne, e il fatto che avesse il mento sfuggente e la schiena butterata dalla ceretta. La verità alla fine era venuta fuori, eppure, non so come, era stato lui a lasciare me. Ero complicata, aveva detto, gli chiedevo troppo, le cose di cui parlavo a volte lo facevano arrabbiare.
Questo è il problema con i baci. In teoria, quando uno è bravo, dovresti poterlo baciare per sempre. Ma ovviamente per sempre è un tempo troppo lungo per non annoiarsi di qualsiasi cosa.
Eravamo una famiglia d’idee incompiute, di frizzanti fallimentari prospettive. Eravamo capitate insieme condividendo una casa; una gerarchia impostata sul nulla delle nostre assegnazioni casuali. Miriam, rigidamente matriarcale, cucinava i pasti principali, etichettava le sue mensole e studiava Gainsborough con le penne infilate dietro le orecchie. Jenny, inconcludente ed eccentrica, sfruttava la rete per la sua tesi sul gotico urbano fin de siècle, occupava il ripostiglio e ne tappezzava le pareti con collage di foto di insetti e parassiti delle piante. Io ero da qualche parte tra una e l’altra, ad accumulare testi di consultazione sul pianerottolo, studiare la letteratura sociale realista, mangiare toast a non finire. Passavamo le giornate a lavorare per i nostri dottorati di ricerca, le nottate a guardare film in soggiorno, con le gambe nude a estrarre schegge dai piedi con le pinzette, bere tè freddo da una tazza di plastica. Parlavamo di uomini con cattiveria e troppo spesso, il nostro fastidio per l’argomento ampiamente smentito dalla frequenza con cui tornavamo a discuterne. Le notti di quel periodo entravano balsamiche attraverso le finestre socchiuse, offuscate dall’odore della carbonella prima che venga messa a cuocere la carne. Discutevamo in modo dispersivo su quale film vedere, sapendo che come sempre avremmo finito per vedere quello scelto da Jenny, se non altro per quieto vivere.
Venerdì Miriam ci ordinava la pizza, con fare professionale e l’odiato telefono in mano mentre noi urlavamo le stesse battute di ogni settimana.
“Sto ordinando, cosa volete?”
“Mozzarella e pomodoro, per favore. O margherita se ce l’hanno.”
“Mozzarella e pomodoro è la margherita. Tu invece?”
“Non lo so. Tu?”
“Cotto e Ananas.”
“Non mi aiuti.”
“Be’, che gusto ti piacerebbe?”
“Carne di uomo onesto.”
“Ti prendo quella al salame piccante.”
Il tizio che ci consegnava le pizze era sempre lo stesso: vent’anni, occhi verdi come un gatto di notte. Non gli era mai sembrato strano che andassimo alla porta tutte e tre insieme, ci consegnava la pizza con un sorriso e fingendo di toccarsi un cappello immaginario.
“Ragazze, vi auguro una serata folle,” diceva e se ne andava prima che potessimo dargli la mancia.
Tornate in soggiorno, Jenny commentava i suoi occhi verdi e Miriam i suoi modi, finché le pizze si raffreddavano e dovevamo infilarle nel microonde. Eravamo in quella città da un tempo che ci sembrava infinito e solo il ragazzo delle consegne non ci aveva mai deluse.
Tre gazze sul filo della biancheria… buono o cattivo auspicio, dipende dalla rima che scegli. Bevendo il caffè in giardino quel giovedì, sentii le campane suonare a morto a tre vie di distanza. Era ancora presto, una mattina di ossa dolenti, una lieve rugiada dopo la pioggia. Mi bruciava la gola dopo la lite al telefono con Stephen per la giacca che secondo lui gli avevo rubato come rappresaglia dopo che ci eravamo lasciati. Mi fischiavano ancora le orecchie per la sua voce, la sua estenuante insistenza.
“È per il tizio dello sportello di orientamento all’università.” Miriam indossava dei pantaloncini bianchi di cotone, si sedette accanto a me e fece un cenno con la testa per indicare le campane. “Quello col ciuffo per aria. Lunedì è finito sotto un autobus.” Scrollò le spalle e mi rubò un sorso di caffè. “Così mi hanno detto. È un peccato.”
Restammo sedute finché il suono delle campane non si affievolì, in attesa di un secondo scroscio di pioggia. In casa trovammo Jenny che cucinava i pancake come piacevano a Simon: dorati di burro alla mandorla al centro e bruciacchiati sui bordi. Miriam prese la padella senza dire una parola e rovesciò i pancake nel lavandino, i pantaloncini striati di nero e raggrinziti dagli scalini.
Bevemmo tutto il giorno, bottiglie di vino bianco che ci resero frenetiche e chiassose, i vicini bussarono alle pareti per protestare contro la musica troppo alta. La sera avevamo mal di testa e occhi rossi. Jenny si lamentava di non aver combinato niente tutto il giorno.
“Ma santo cielo,” sospirò Miriam, brusca per l’alcol, “abbiamo bevuto solo per tenerti compagnia.”
Suggerii una passeggiata, per evitare che litigassero. Vagammo per la città, a piedi nudi e sbandando, con le tende che ci svolazzavano intorno nei vicoli stretti. Finimmo per arrivare alla chiesa, le campane ora tacevano, e sbirciammo nel cimitero per individuare la tomba scavata di fresco nel pomeriggio.
“Che spreco,” sussurrò Jenny quando le dicemmo del ragazzo dello sportello, cercando nel cellulare una fotografia scattata tempo prima a una festa di facoltà – giusto mezza testa. “Aveva dei denti bellissimi.”
***
Jenny adorava i classici horror della Universal: Dracula con Bela Lugosi, L’uomo invisibile, Il mostro della laguna nera. Di ritorno dalla chiesa quella sera mise Frankenstein con Boris Karloff, e mandò indietro due volte la scena iniziale col camposanto tetro, la bara riesumata dal fango.
A quel punto eravamo tutte e tre a metà strada verso i postumi da sbronza, con i denti impastati di caffè solubile, pancia a terra come cani.
“Pensa che uomo potremmo avere se prendessimo solo i pezzi migliori,” disse Jenny a un certo punto accennando al mostro cucito insieme sullo schermo. “Il bacio di Stephen, il petto di Simon, e di Matthew…” Si interruppe e si rivolse a Miriam, la quale però si limitò a sbuffare e a dire a Jenny di non parlare durante il film.
Matthew era un professore universitario che aveva dato a Miriam un anello di diamanti l’inverno prima e a giugno glielo aveva chiesto indietro. Quello era stato più o meno il momento in cui tutte e tre avevamo cominciato a rimanere indietro con il lavoro della tesi, anche se è difficile dire come mai non capitò solo a Miriam ma anche a me e a Jenny.
Avevamo un piccolo scantinato che era stato usato come rifugio durante la seconda guerra mondiale. Fu lì che per la prima volta Jenny ne disegnò la sagoma su della carta da sarto: il lungo corpo di un uomo tracciato con un pennarello nero che Jenny distese sul pavimento come in una scena del crimine. Aveva bevuto parecchio durante tutta la settimana. Uno slalom stretto di alcolici che partiva con l’Irish coffee mattutino e continuava tra cocktail improvvisati appena l’orologio segnava le sei. Simon chiamava spesso in quel periodo, anche se Miriam gli diceva solo di pensare alla sua ragazza e, per l’amor del cielo, di smetterla di infastidirci. Feci qualche pigro progresso con la tesi, trascinandomi avanti e indietro dalla biblioteca con i miei sandali e cuocendomi a fuoco lento in giardino nel tardo pomeriggio. Ero lì quando Jenny uscì in pigiama e ciondolò fino al mucchio di cenere in fondo al prato. Per un attimo la vidi razzolare come un pollo tra i resti del nostro falò, prima di piegarsi all’improvviso e alzarsi tirando fuori qualcosa dalla cenere.
Tornata in giardino, mi mostrò i palmi, come Miriam aveva fatto con la manciata di diamanti. Solo che in questo caso le mani a coppa non contenevano pietre preziose ma una collezione di unghie carbonizzate: le mezze lune biancastre che Jenny aveva ripescato dal cestino per bruciarle dopo che Simon se n’era andato.
Frugare tra i rifiuti divenne il gioco di Jenny, tornare a casa con ciocche di capelli strappati a uomini incontrati al supermercato, ciglia trovate tra le pagine di libri e raccolte con strisce di nastro adesivo ripiegato. Di pomeriggio, quando Miriam e io eravamo immerse nei manuali, Jenny trasportava il bottino nello scantinato e sistemava unghie e ciuffi di capelli sulla sagoma della bambola di carta, attaccandoli con la colla Pritt e quella lavabile Elmer.
“Terapia occupazionale,” mi disse un pomeriggio quando le chiesi cosa pensava di fare con una tasca piena di polvere mista a pelle che aveva preso da un davanzale dell’università. “Qualcosa da fare ogni giorno, un giorno alla volta. Come se fossi negli alcolisti anonimi.”
“Non che tu ne sappia qualcosa, degli alcolisti anonimi,” replicò Miriam indicando la bottiglia di birra che Jenny teneva con la mano libera.
Il sole si scheggiava attraverso la finestra aperta, ambra in quel mezzogiorno che aveva odore di tuono e inondava il viso di Jenny di un guizzo di elettricità, come se le avessero dato fuoco al collo.
In generale la lasciavamo fare, leggevamo i nostri libri sempre meno concentrate man mano che la temperatura saliva e il telefono squillava sempre più spesso. Simon si era fissato con qualcosa e insisteva a voler parlare con Jenny, anche se ogni volta rispondeva Miriam e non gli lasciava abbastanza tempo per spiegarsi.
“Forse se gli dessimo la possibilità di parlarle,” osai proporre a Miriam un mattino, sui gradini del retro, in vestaglia. “Hai lasciato che parlassi con Stephen dopo che gli ho rubato la giacca. E anche Matthew ha smesso di chiamare per l’anello dopo che ci hai scambiato due parole.”
“Non è la stessa cosa,” rispose Miriam, gli occhi ancora cisposi. “Tu non ci cascheresti mai sentendo la voce di Stephen.” In casa, ci imbattemmo in Jenny che era appena rientrata anche se erano quasi le otto di mattina. Ci sorrise e tirò fuori dalla tasca davanti della salopette quella che assomigliava molto a una crosta staccata via da una ferita.
Il venerdì ordinammo la pizza come sempre. Il ragazzo delle consegne ce le portò ben prima dei quaranta minuti garantiti e sorrise a ognuna di noi, come se stessimo condividendo qualcosa di deliziosamente privato. Aveva gli occhi più verdi che mai, il colore delle bottiglie di vino svuotate nei lavandini.
“Ragazze, vi auguro una serata folle,” disse, come sempre, e Jenny si agitò compiaciuta.
Poco dopo suonò il telefono, ma per una volta persino Miriam lo ignorò. Guardammo film fino a mezzanotte passata ed evidentemente mi appisolai, perché dopo sapevo solo che era buio e Jenny, a quanto pareva, era uscita e rientrata. Non le chiesi dove fosse andata né mi mossi per farle capire che ero sveglia, ma eccola che sgattaiolava in casa con i gomiti sporchi di fango e una mascella piena di denti bianchi in mano.
Frugare tra i rifiuti divenne meno giocoso dopo quel fatto, Jenny tornava a casa a ore strane e puzzava di pietre sporche e fredde, con borse di stoffa nera che acquisivano forme strane quando se le caricava in spalla. Incontrai il signor Cline per strada un giovedì mattina, si lamentava ad alta voce che gli erano scomparse le cesoie e la vanga. Due giorni dopo me le ritrovai davanti nello sgabuzzino, stranamente scintillanti, come se fossero state appena pulite. Dissi a Miriam che forse era meglio evitare l’argomento appuntamenti per un po’, anche se, come Miriam sottolineò, ormai quasi ogni argomento di conversazione era buono per scatenare Jenny a proposito del tema Uomo Perfetto.
Simon ormai chiamava tutti i giorni, e Miriam il più delle volte lasciava il telefono squillare e basta. Era dispiaciuto, mi confidò Miriam, la nuova ragazza non era come se la immaginava, voleva tornare con Jenny. Quel giorno uscì sul giornale locale la notizia che un giovane atleta, una promessa olimpica di velocità nato a sei strade di distanza, era morto per un infarto prematuro e a breve sarebbe stato riportato a casa per la sepoltura. Jenny passò la mattina a fantasticare sugli uomini con le gambe forti, ripetendo quanto l’avessero delusa quelle di Simon le poche volte che aveva accettato di farlo senza pantaloni.
“Forse abbiamo un po’ sottovalutato la situazione,” mi disse Miriam molto seria. La collezione di dita sul tavolo della cucina non apparteneva a una sola mano ma a molte, anche se tutte sembravano in uno stadio iniziale di decomposizione. Le aveva trovate controllando la borsa di Jenny e me le contava come fossero banconote e adesso se ne stava lì a disagio quando sentimmo un rumore: i passi di Jenny sulla scala dello scantinato.
“Ecco dov’erano,” disse Jenny, entrando in cucina tutta tranquilla come se stesse cercando le chiavi di casa. “Sapevo di non avere solo pollici.”
Le raccolse tutte insieme, un bouquet di dita mozzate, lungo e bluastro sulle punte. Un’immagine sfrontata mi attraversò la mente: Jenny che torna a casa dopo il suo primo appuntamento con Simon, lo striminzito mazzolino di narcisi che le ha dato e il modo in cui lei li teneva dritti per tutto il tragitto verso casa. In quel preciso istante il telefono squillò e Jenny gli lanciò un’occhiata spazientita. “Non so perché continua a rompere. Ora queste,” ci mostrò tre dita come per invitarci a scegliere una carta, “erano di un pianista. L’hanno seppellito la settimana scorsa. Incredibile come sono flessuose, non vi sembra? Mentre queste,” altre tre, con unghie e nocche più squadrate, “be’ queste le ho trovate per caso. Mi piace pensare che quest’uomo fosse bravo con le mani, chiunque fosse. Che gran collezione, comunque, no?”
“Jenny, rimarrai indietro con la tesi.” Fu tutto ciò che riuscii a dire, sebbene più tardi, quel giorno, quando ci mostrò cosa aveva fatto nello scantinato – la pelle, le ossa e gli altri pezzi che aveva trovato frugando, tutti disposti sulla sua striscia di carta – capii che non era rimasta indietro ma aveva proprio cambiato tema.
Era un sabato quando finalmente gli parlò, di ritorno da un funerale con la borsa ben stretta sotto per paura che si rompesse il fondo. Si sedette sul bracciolo del divano, con il telefono in mano, le gambe incrociate e l’espressione assente. Dalla porta della cucina Miriam e io potevamo sentire il flusso della voce di Simon, il modo sempre più disperato di insistere, mentre Jenny gli rispondeva solo sì o no.
“Non va bene,” disse alla fine lei, muovendo le mani in direzione di Miriam per chiederle una tazza di tè. “Non c’è più niente che io voglia da te, niente che tu possa dire. Mi hai dato il tempo per capire che posso avere di meglio. Che posso decidere da sola.”
Annuì rapida alla voce al telefono, mentre si sistemava appena la borsa sulla spalla come faceva lei, una forma stranamente simile a un orecchio appena visibile attraverso la tela.
“Guarda,” disse alla fine, “sulla carta eri splendido. È solo che non vali la somma delle tue parti.”
Jenny ordinò la pizza da sola mentre io e Miriam eravamo in biblioteca, un venerdì pomeriggio di pioggia estiva. Il ragazzo delle consegne arrivò alla porta come sempre – occhi verdi come vetrate di una chiesa –, salutò toccandosi il cappello immaginario e le domandò come mai questa volta avessimo ordinato una pizza solo.
Lei non gli diede una vera risposta, sorrise mite e lo invitò a entrare visto che pioveva. Sarebbero arrivati i fulmini, disse, non era il tempo giusto per stare fuori. Perché non portava dentro la pizza, voleva fargli vedere una cosa, disse, una cosa che gli avrebbe fatto schizzare fuori dalle orbite quei meravigliosi occhi verdi.