CASSANDRA DOPO

Il fatto che la mia fidanzata fosse tornata era incontestabile. Si sedette sul divano e gocciolò acqua sul tappeto. Mia madre mi aveva sempre detto che era meglio non aprire la porta di casa da mezzanotte alle tre del mattino. Strano quartiere, avrebbe detto, suonando più paranoica di quanto non intendesse, compra un chiavistello, tira le tende.

È una tradizione ebraica quella di coprire i vetri con un tessuto dopo un lutto ma io, che ero cattolica di nascita e agnostica di conseguenza, controllavo il mio riflesso in modo compulsivo prima di aprire la porta. La notte in cui la mia fidanzata bussò, la mia faccia nel vetro sembrava carta da giornale, color inchiostro sotto gli occhi e intorno al collo. Lei rimase lì impalata sulla soglia con gli stessi vestiti con cui era stata seppellita, mi diede un colpetto sotto il mento come faceva di solito e mi disse che sembrava avessi passato la notte in bianco. Fa male alla pelle, tesoro. Smetti di bere caffè. Era morta da sei mesi e la carne cominciava a staccarsi dall’osso anche se lei non sembrava farci caso.

La chiesa cattolica per tradizione designa tre fasi del lutto: grave, media e lieve. La mia ragazza ci aveva scherzato su una volta dicendo che sembravano tipi di assorbenti. Lutto medio, per il terzo giorno del ciclo. Negli anni cinquanta le vedove cattoliche dovevano osservare un anno di lutto grave, seguito da sei mesi di medio e sei di lieve, durante i quali potevano indossare solo vestiti neri o bianchi, grigio chiaro e raramente viola chiaro. L’ho letto in un libro sull’etichetta funebre che ho preso in prestito in biblioteca, e ho visto che in Procedura del lutto coniugale si menzionava anche un avvertimento per cui era possibile abbreviare il lutto se la vedova conosceva qualcuno che riteneva un valido pretendente al trascorrere di un anno. Erano già passati alcuni mesi dalla data di riconsegna e avevo cominciato a ricevere messaggi perentori dalla biblioteca quando la mia ragazza fece ritorno.

Era stata seppellita e adesso non lo era più, e naturalmente era questo il problema, anche se si potrebbe dire che lo stesso accade a molte cose. Una volta io ero una cattolica praticante e adesso non lo ero più. Proprio come la mia fede, la sua morte semplicemente si era persa. La lasciai entrare e sedere sul divano mentre scaldavo al microonde del riso alla cantonese e versavo del succo d’ananas in un bicchiere. Era il suo piatto preferito per coccolarsi – grasso e bromelina. Mi aveva spesso catechizzato sulle proprietà antinfiammatorie dell’ananas, quanto fosse utile a prevenire cataratte e malattie cardiache. Tolto il riso dal microonde, mi resi conto che avevo scarabocchiato la parola denti su una mano per ricordarmi di lavarli. Dalla morte della mia ragazza avevo preso l’abitudine di andare a dormire senza lavarli e mi svegliavo con la lingua felpata e uno strano sapore di iodio in bocca.

Quando le porsi il piatto alzò un sopracciglio, anche se mangiò per educazione e sembrò un po’ a disagio solo quando un boccone le andò di traverso e tossì fino a risputarlo. Niente digestione, mi spiegò, ma è stato carino da parte tua. Sedevo al tavolino da caffè, rivolta verso di lei, le pulivo il fango dalle maniche. Percepii una specie di allarme lontano, una sensazione crescente come un obbligo, come la necessità di applaudire dopo un’esibizione, a prescindere dal merito. La paura si sedette delicatamente alla base della mia schiena, in attesa di un motivo per salire un po’ più in alto. Lei scrollò una spalla verso di me – vedi qualcosa che ti piace? – e i tendini scoperti intorno alla clavicola si tesero e rilassarono.

Una volta, alla presentazione di un libro, mi ero appoggiata a un tavolo con una pila di romanzi queer e avevo fatto cadere un bicchiere di plastica pieno di vino. Calma, mi aveva detto, non la conoscevo allora – pantaloni in ecopelle, emblema di assoluto autocontrollo. Si era appollaiata dall’altra parte del tavolo e aveva messo un dito del piede nel laghetto di vino sempre più grande. Conosci l’autore? mi aveva chiesto, con un cenno verso la folla radunata intorno alla donna che firmava copie, oppure ti piace solo fare casino nelle librerie? Era più alta di me, con una cuffietta di capelli biondi. Io indossavo un tailleur-pantalone – non il mio stile abituale, solo una prova – e in seguito mi chiesi spesso se mi avrebbe rivolto la parola se fossi stata vestita in un altro modo. Si chiamava Cassandra e me lo aveva detto facendo un’espressione da profetessa invasata che mi aveva fatto ridere. Aveva scarabocchiato il suo numero sulla sua copia del libro e me lo aveva dato. Quando lo aveva aperto, più tardi, avevo notato che si era già fatta fare l’autografo, il numero di telefono era scritto sotto la dedica dell’autrice: Cassie, senza di te non ci sarei mai riuscita.

Dopo non essere riuscita a finire il riso che le avevo dato, Cassandra si sedette sul divano e mi chiese da quanto non mi tagliavo i capelli. Non teneva saldamente il bicchiere e mi preoccupai che potesse decidere di rovesciarlo sul tappeto o di gettarmelo in faccia. Rannicchiata sulla coperta fatta all’uncinetto da mia madre per coprire le impronte di stivali sul divano che avevo preso di seconda mano, pareva una specie di orrore gentile; la ragazza esumata da un pazzo e rimessa in piedi per partecipare a una festa.

Mi disse che aveva trovato un mazzo di fiori appoggiato sulla sua lapide con un biglietto che diceva RIP Clive e che aveva vagato un’ora buona in giro per il cimitero cercando il posto giusto dove metterlo. Non c’era nessun Clive vicino a me, mi spiegò, ma sarebbe stato sgarbato non cercare. Alla fine aveva pensato di lasciare il mazzo sulla lapide di un tizio che si chiamava Trevor, un nome che riteneva fosse abbastanza vicino per età e classe sociale a Clive da equivalere, più o meno, alla stessa cosa. Quello che voglio dire è che mi spiace di averci messo così tanto tempo ad arrivare qui, aggiunse, appoggiò il succo sul tavolino e mi appoggiò una mano sulla gamba. Le unghie erano sporche, notai, l’espressione strana, e il mio corpo si sentiva stretto come un pugno, una tensione gelida che mi bloccava i muscoli delle gambe.

La tradizione funeraria cattolica è di gran lunga più favorevole alla sepoltura che non alla cremazione. Ciò è dovuto alla credenza nella resurrezione del corpo, un bizzarro approccio contrattuale ai sacri misteri che garantisce la vita eterna solo a coloro che sono stati seppelliti intatti. Quest’idea mi ha sempre ricordato uno scherzo del catechismo: i miei cugini fumavano sotto la finestra dell’atrio, scrollavano la cenere sulle punte delle mie scarpe e io dovevo scuoterla via scalciando: E il terzo giorno è risorto! Oh no, aspetta, l’hanno cremato. Falso allarme. La mia ragazza non era cattolica ma aveva deciso di farsi seppellire lo stesso, una scelta che mi aveva comunicato con una certa solennità anche se si rifiutò di spiegarmene il senso o perché le fosse venuto in mente. Io le avevo risposto che volevo essere cremata ma era più una battuta visto che avevo molto freddo quel giorno. Lei mi aveva preso le mani, ci aveva soffiato sopra e io mi ero seccata senza sapere perché, sfilando una mano e pulendola quando aveva soffiato troppo forte e sputato qualche gocciolina sulla punta delle dita. Sei davvero egoista a volte, aveva detto, forse a causa di quel momento o di qualcos’altro. Hai una vena di cattiveria. Non sei così gentile con gli altri. Non ero d’accordo e mi sottrassi al suo giudizio per rimuginarci su; arrivai infine alla conclusione che aveva ragione e mi gustai la cosa in maniera infantile e indisponente. Divenne come uno strano via libera, questa consapevolezza: la vena di cattiveria, una volta nominata ad alta voce, era una caratteristica che trovavo facile perdonarmi.

Mi aveva detto che le donne della sua famiglia tendevano a morire in modi bizzarri, e aveva scritto una lista sul retro del tovagliolo di un self-service dopo aver finito una fetta di torta opéra. Con uno strano gesto sensuale aveva capovolto il tovagliolo prima di farlo scivolare verso di me, come un’offerta in un’asta silenziosa. L’avevo girato e letto mentre lei chiedeva il conto, prendendo nota delle consonanti alte e piegate che sembravano contrabbandare le vocali in giro per il foglio.

Prozia Helen, morta tra le onde a Margate, coperta di meduse.

Nonna Louise, cercò di uccidersi la prima volta mangiando un vaso di poinsettie (non ha funzionato) la seconda bevendo candeggina (ha funzionato)

Cugina di terzo grado Caroline, caduta da una finestra del quarto piano mentre le veniva consegnato un albero di Natale

La lista procedeva per dodici o tredici punti e comprendeva donne della parentela più stretta fino a quella più lontana. La cugina seconda Anya (a circa cinque gradi di separazione) a quanto risultava era stata impalata dalle corna di un cervo, mentre Marina (parentela non specificata, qualcosa a che fare col terzo marito della sua bisnonna) era stata inserita in modo piuttosto criptico perché convinta di una terribile sete. Aveva pagato il conto mentre leggevo, rispondendo con un gesto della mano alla mia protesta. È ovvio che me ne andrò prima di te, disse, battendo il dito sul tovagliolo, tanto vale che io butti un po’ di soldi.

Quest’uscita al self-service era il nostro terzo incontro, anche se solo per un cavillo tecnico, si potrebbe dire. Il primo appuntamento (cosiddetto) era stato quello in libreria. Il secondo era scaturito da una mia telefonata a tarda notte in preda al panico, dopo essermi convinta che non l’avrei chiamata, e lei mi propose un drink. Mi vestii in fretta dopo aver finito la telefonata, mi infilai un maglione rosso scuro che speravo la distraesse dalla crosta che avevo sul mento. Mi trovò fuori dal pub che aveva proposto, quindici minuti dopo l’orario dell’appuntamento: aveva fatto due volte il giro del palazzo ma non mi aveva riconosciuto, mi disse allegra. L’appuntamento fu un curioso misto di spontaneità e convenevoli, Cassandra mi chiese una volta se dovevo andare da qualche altra parte, ma sorrise e basta quando glielo chiesi io. Rilassati, ti stai facendo troppi problemi.

C’era un punto sulla guancia dove aveva perso così tanta carne che si vedevano i denti. La fissavo mentre parlava e pensavo ai disegni in sezione verticale dei libri di anatomia; il corpo umano rivelato per metà come una casa di bambole, strati di derma e tessuto adiposo tirati indietro per mostrare in spaccato fegato e polmoni con le varie didascalie. Portai via il riso non finito e il bicchiere di succo e li misi sul bancone della cucina, mentre strizzavo gli occhi alla cartolina che una volta lei aveva appiccicato sul frigo. Il disegnino di una città, con una larga didascalia nera: Forse non c’è un paradiso da qualche parte ma da qualche parte c’è San Francisco. Avevo staccato e riattaccato quella cartolina diverse volte nelle settimane dopo la sua morte, camminavo avanti e indietro per la cucina tenendola tra il pollice e l’indice, mi avvicinavo al cestino ma non riuscivo a buttarla. Avevo fatto di tutto in quelle dure e incredibili settimane che si erano attaccate al mio corpo come zanne conficcate nella carne. Bruciato incensi naturali e spalancato le finestre con la speranza che entrassero gli uccelli. Chiamato radio per prendere parte a giochi con in palio una Toyota e frullatori e vacanze in Spagna. Una mattina, in preda a un’assurda smania, mi ero strappata due unghie alla radice ed ero rimasta lì a guardarle per diversi minuti prima di avvolgerle nella carta igienica, buttarle nel water e tirare l’acqua.

Dov’è tutta la frutta? disse Cassandra, che nel frattempo si era spostata dal divano per raggiungermi vicino al frigo. Era bagnata, una permanenza viscidamente intrisa d’acqua, con i capelli che gocciolavano limo sulle piastrelle della cucina. Guardava il cestino della frutta che avevo lasciato andare a male, melagrane rinsecchite. Le dissi che non ricordavo l’ultima volta che ero uscita a fare la spesa e lei alzò gli occhi al cielo. Ho sempre pensato fosse un miracolo che non avevi lo scorbuto. Pensai a tutte le altre cose di cui avevo smesso di prendermi cura: le bollette che buttavo nel tritarifiuti, gli iris che avevo lasciato morire nei vasi. Mi disse che avrebbe fatto un salto al negozio all’angolo quando ci sarebbe stata un po’ più di luce per comprare un sacchetto di arance rosse, ma le feci notare che avrebbe spaventato gli altri clienti. Be’, non voglio metterti in imbarazzo, mi rispose con freddezza. All’improvviso dubitai di avere forza nella parte superiore del corpo, una sensazione come di aria che esce da pneumatici squarciati da un vetro. La paura che si era sistemata alla base della schiena si arrampicò un po’ più su, stringendo come mani nemiche. Oltre la finestra della cucina il cielo era color pelle di balena. Mi accorsi che stavo sudando anche se la notte era fredda, le gambe chiazzate di lividi verdi per tutte le volte che avevo sbattuto contro le porte o gli spigoli del tavolino da caffè, mentre vagavo stordita per casa. Ma allora, disse Cassandra come riprendendo una normalissima conversazione, dimmi tutto, voglio sapere cosa hai fatto negli ultimi tempi. La guardai e pensai a quanto avessi sempre amato le sue attenzioni e altrettanto odiato il loro eccesso. Incrociò il mio sguardo con equanimità, il labbro spaccato come un palo di recinzione incendiato da un fulmine. Non molto, risposi dopo una pausa, le solite cose. Mi interessa di più sapere come stai tu.

Scosse la testa. Non vuoi mai parlare di te. So che pensi di essere educata ma in realtà mi fai sentire come se non ti fidassi di me. Sospirai, in cerca di un equilibrio tra la logica di quello che ­diceva e l’assurdità della sua presenza in cucina. Scosse la testa di nuovo e le uscì un pezzo di lombrico da un orecchio.

Mi portava a mostre, caffetterie ucraine e in giro nelle sezioni meno frequentate delle librerie. Appuntamenti pomeridiani, con cieli color limone e all’aria aperta, le tenevo la mano in metropolitana e lasciavo che mi baciasse sopra un piatto di rugelach. Guarda i tuoi capelli, diceva spesso, guarda le tue mani, guarda come dici le cose. Era il suo modo di farmi i complimenti, essere sottoposta a un esame del genere, ma poteva anche diventare una specie di compito a casa. Per il mio compleanno, due mesi dopo che ci eravamo conosciute, mi invitò a mangiare ostriche e bere muscadet in un locale che conosceva in centro e riuscimmo a ubriacarci tutte e due come matte nel giro di un’ora. Le ostriche erano buone, lusso economico, ruga di sale, lische e marea. Guardavo la sua gola mentre inghiottiva pensando a tutti i maschi che avevo baciato a scuola. Che ne pensi? mi chiese, leccandosi il labbro inferiore e la punta degli incisivi. Le dissi che mio padre spruzzava sempre un po’ di limone sulle ostriche, lo spaventato ritrarsi delle cremose creaturine da quel bruciore. Non avevo capito che le avevi già mangiate, rispose lei indietreggiando sul suo sgabello come se l’avessero spinta. Pensavo di ampliare i tuoi orizzonti! Risi, le versai altro vino e buttai giù un’ostrica con inusuale slancio. Sei così condiscendente. Passamene un’altra.

La sera al rientro dai nostri appuntamenti presi l’abitudine di spalmarmi le mani di crema per costringermi ad aspettare prima di rispondere ai suoi messaggi. Sono stata benissimo, mi scriveva, poi la foto di un cane che aveva visto in treno. Aspettavo finché le mani non si erano asciugate, in un ciclo fatto di impazienza, apatia e desiderio sorprendente e fugace di non scriverle mai più. Anche io, rispondevo sempre, poco dopo aver superato l’ultimo impulso e aver ricominciato il ciclo. Poi le dicevo che musica stavo ascoltando e lei mi scriveva le sue opinioni e andavamo avanti così finché una delle due non si addormentava.

Quindi ora sei lesbica, mi chiese un amico, davanti a un tè e a una confezione di ciambelle. Provai a spiegare le mie idee sulla scala Kinsey, a spiegare che non era proprio così ma non ero nemmeno bisessuale, e mi arresi a metà strada.

Una sera io e Cassandra andammo in un locale gay perlopiù maschile, in centro. Era quasi autunno, freddo graffiante come unghie su una lavagna, mi mise la sua giacca sulle spalle mentre eravamo in coda. La baciai in risposta e subito mi pentii perché un gruppo di uomini sul marciapiede ci applaudì, mi staccai per l’imbarazzo e mi slogai una caviglia. Dentro, comprai da bere e cercai di evitare altri baci, anche se lei riuscì a darmene uno sulla guancia e all’angolo della bocca. Sulla pista da ballo mi mise le braccia nude intorno alle spalle e mi diede una scossa così forte da farmi barcollare lontano da lei. Finimmo a ballare con un gruppo di uomini abbastanza indifferenti, il più amichevole dei quali mi tirò la coda di cavallo e gridò, dal nulla: Amo chi ci prova. Mi abbandonai all’improvviso, ubriaca di tequila e musica a tutto volume, ballai in modo ridicolo e circondai con le braccia il collo della mia ragazza. È troppo sdolcinato! pare che le gridai a un certo punto, lei mi accarezzò e mi disse di non offendere la clientela. Quando ce ne andammo mi accorsi che mi avevano rubato il portafogli e finii la serata a piangere in un bar. Seduta storta al tavolo accanto alla finestra, frugai più volte nella borsetta, con le ciglia appiccicose e salate, e i primi conati di vomito. D’un tratto Cassandra si inserì nel mio campo visivo, si accovacciò e poggiò le mani sulle mie ginocchia. Non ricordo gran che le parole di quella sera, ma so che le dissi che mi sembrava una punizione e so che alzò gli occhi al cielo. Non può essere sempre tutto una vergogna, disse, con un gesto circolare che sapevo non coinvolgeva solo il bar; tutta la notte, tutto.

Il giorno dopo mi svegliai con i postumi della sbronza e andai alla chiesa cattolica in fondo alla via, dove non ero mai stata. C’era un odore, non di incenso, come nelle chiese cattoliche che ricordavo, ma di sudore e lucido per mobili, pane raffermo e Gucci Guilty. Un tizio all’ingresso mi diede un libro dei canti – impronte su plastica appiccicosa. Mi sedetti in un banco in fondo, sfogliai l’indice e cercai di decifrare i graffiti del catechismo: Roxane è stata qui; una sola chiesa cattolica e APOSTOLICA; santa cecilia era lesbica e pure santa lucia.

Più tardi venne a trovarmi Cassandra con caffè e dolcetti alle mele e si offrì di aiutarmi a richiedere una nuova carta di credito e una nuova patente. Mi fece scivolare un braccio sulle spalle e mi baciò l’angolo della bocca in un modo che me la fece amare tantissimo, anche se avevo promesso l’opposto a Dio solo qualche minuto prima.

Si capiva che il libro sul lutto era datato prima di tutto per l’enfasi che metteva sull’astenersi da balli e serate di gala nei mesi successivi alla morte.

Si consiglia, diceva, di astenersi da funzioni pubbliche durante il lutto, così come da feste private ed eventi organizzati in casa. È consentito cenare con amici selezionati e proseguire gli sport e i passatempi in maniera ragionevole e appropriata, con vestiti scuri e indossati solo per la pratica sportiva.

Una vedova, continuava, non deve accettare attenzioni romantiche clandestine né pubbliche per almeno un anno. Se questa regola viene infranta, tutto l’abbigliamento e le pretese di adesione al lutto devono essere abbandonati.

In cucina Cassandra aveva acceso la radio e cantava la canzone di Barry Manilow su un addio e il ritorno in una città dove niente sembra chiaro. Alla luce che scendeva dal soffitto vidi quanto erano radi i suoi capelli e il modo strano in cui i denti ballavano nelle loro cavità, dislocati per via della terra e del tanto tempo trascorso fuori dalla vista. Stai infestando la casa? le chiesi e mi guardò sorpresa. No, rispose abbassando il volume della radio, non tecnicamente. È più un’apparizione. La accusai di fare cavilli semantici e lei mi accusò di non capire le sfumature. Discutemmo e sembrò proprio come una volta, a parte le ossa che si intravedevano dalla carne.

Ti senti in qualche modo “infestata”? mi chiese e io le rivolsi un’occhiata veloce. Aveva un’espressione piatta, ma c’era qualcosa di tagliente e piuttosto risentito nello sguardo affamato ­d’aria. Intendo in generale, mi pungolò. Rifiutai di abboccare.

Hai l’aria stanca, disse dopo un po’ e allungò una mano per spostarmi i capelli dalla faccia, ma aveva le dita umide e provai la sensazione che anche la mia fronte lo fosse. Non penso, avrei voluto rispondere, di aver mai meritato le tue attenzioni, ma alzai solo le spalle e mi voltai cercando di ricordare come scacciano i fantasmi nei film. Sul bancone della cucina vidi il mio telefono illuminarsi – luce verde, non blu, significava che c’era un messaggio sul sito di incontri.

Sono nuova qui, diceva il mio profilo, non so cosa sto cercando.

***

Il fine settimana dopo essere andata a letto con la mia fidanzata per la prima volta, mi tagliai i capelli. La parrucchiera, una donna incline a parlare troppo, mi disse di sua spontanea volontà che una sua amica di recente era “diventata gay” e che lei, la mia parrucchiera, non era più sicura di volerla invitare alle cene che teneva ogni seconda domenica del mese. Una sensazione non diversa da quando manchi un gradino o capisci che la persona con cui stai vivendo un momento toccante è molto più ubriaca di quanto ti sembrava. Continuò a tagliarmi i capelli e non le chiesi di spiegare cosa intendesse di preciso. Quando finì, mi tolsi la mantellina nera chiusa col velcro che mi aveva messo e i capelli caddero come qualcosa che si rovescia da un barattolo.

Cassandra era brava a baciare, a conversare, una buona giudice di pace. Io non ero brava a letto e lo sapevo, ma non sono mai stata brava a letto e sottolineavo che non dipendeva da lei. Le spiegai che mi sentivo fluttuare fuori da me stessa mentre osservavo la scena dall’alto senza interesse. Le spiegai che dopo non stavo meglio o peggio, provavo solo l’opprimente sensazione di non capire. Scosse la testa, mi baciò e mi disse che la prendevo troppo sul serio. Più tardi ci addormentammo insieme e mi svegliai di soprassalto per un incubo in cui lei mi infilava gli artigli nel fianco.

Non avevo un bel corpo a quel tempo – articolazioni che scricchiolavano e digestione difficile, un martirio di afte e gengive sanguinanti. Mi eccitava essere morsa e presa per i capelli. Mentre facevamo sesso la mia ragazza a volte mi diceva che non aveva mai desiderato nessuno quanto me, a volte io le dicevo lo stesso e altre volte non dicevo nulla. Dopo il sesso le piaceva mangiare budini di riso monoporzioni che teneva nel mio frigo. Il sabato mattina andava a nuotare nel lago vicino al parco mentre io facevo il bucato e passavo l’aspirapolvere. Tornava a casa che puzzava di muschio e lenticchie d’acqua, le asciugavo i capelli e le leggevo l’oroscopo dall’ultima pagina del giornale. La domenica stavamo a casa, solo noi, a guardare film e inventare sughi per la pasta e spesso erano i momenti che preferivo.

È una specie di vacanza, no? mi chiese un’amica leccandosi marmellata e zucchero di ciambella dalla nocca di un pollice. Una cosa tra donne. Solo una soluzione temporanea. Pensai alla lista di Cassandra sul retro del tovagliolo, la tacita promessa di requie – prozia Helen, morta tra le onde – e non sapevo cosa dire. Ogni tanto mi convincevo di aver inventato tutto – l’amore, l’attrazione, tutto – e che l’avevo fatto con ogni persona che conoscevo.

Ero preoccupata che il sole sorgesse e che lei fosse ancora lì. Volevo sapere se il libro sul lutto prevedeva qualche regola in caso di visite di persone decedute da poco, ma mi sembrava insensibile sfogliarlo davanti a lei. Per quanto insistesse che la sua presenza non era un’infestazione, sembrava esserci uno strano intento dietro la sua mancanza di scopo, un’incapacità di dire qualcosa di importante che mi fece stupidamente pensare ai film con i fantasmi che tornavano per risolvere una questione in sospeso – spettri che infestavano palazzi signorili invece di esprimere a voce alta le proprie rimostranze. Fece diversi giri della cucina, prendendo cose e rimettendole a posto, risistemò le calamite sul frigo. Mi ritrovai a desiderare che fosse tornata vampiro o lupo mannaro, qualcosa con le zanne e cattive intenzioni. Per come stavano le cose, sembrava che toccasse a me dare un senso a quella visita.

Mi resi conto che si reggeva in piedi a fatica. Si appoggiò al bancone della cucina e il ginocchio si piegò troppo all’indietro – i tendini flosci sotto la pelle fragile. La carne delle dita pareva più cadente di un’ora prima e i letti delle unghie vuoti e grigi. Ogni tanto, ai vecchi tempi, le guardavo nelle orecchie mentre dormiva e mi chiedevo se potessi vedere la sua anima, seppellita da qualche parte tra la coclea e la base molle del timpano. Era assurdo, ora, riuscire a vedere attraverso di lei in alcuni punti: laggiù nella gola e nella cassa toracica dove la pelle si era consumata per rivelare i suoi organi scuri, le cavità aperte del suo petto. Avevo sempre immaginato la sua anima come un punto nel tessuto, un filo metallico nella lana. Mentre guardavo dentro di lei mi domandavo dove avrei potuto trovare questo punto o se invece, come la maggior parte di ciò che riconoscevo, si fosse solo staccato dal corpo e perso.

A cosa stai pensando, mi chiese, e mi accorsi che non potevo dirle che mi mancava, malgrado fosse vero com’era anche vero che speravo se ne andasse. È terribile, quando non mi parli, insistette e sentii il risentimento, ancora, degli spazi delle conversazioni che rifiutavo di riempire. Era terribile, si corresse, e mi parve un colpo basso.

Avevo baciato un uomo, solo una volta a un evento di lavoro, e confidavo che Cassandra sarebbe stata comprensiva. Non so come mai lo pensassi in realtà, forse soltanto perché non ero mai stata con una donna prima e ingenuamente mi aspettavo lo stesso supporto incondizionato che ricevevo dalle amiche. Era stata una cosa di nessuna importanza. Pianse quando glielo dissi e mi irritai senza ritegno, le chiesi più volte di ascoltarmi perché non stava a sentire quello che cercavo di dirle. Quello che sto sentendo è che ci consideri un esperimento, mi disse, che la norma per te è qualcos’altro.

Non sapevo cosa controbattere e mi ritrovai a scusarmi, sorpresa di capire la mia colpa tanto all’improvviso. Hai una vena di cattiveria, pensai in un mantra compulsivo, una voce mentale a volte mia e spesso di Cassandra. Non parlammo per tre giorni, durante i quali fui così terrorizzata al pensiero di perderla che le mandai un totale di trentanove messaggi isterici e insensati – una foto della colazione, la citazione di un film, un lungo messaggio su quale dei miei treni era in ritardo quel giorno.

Infine persi ogni parvenza di senno e andai a casa sua un giovedì sera per scusarmi, portando in offerta dei doni: un mazzo di girasoli e una confezione dei suoi budini di riso. Le dissi che ce l’avrei messa tutta e che poteva fidarsi di me perché quel tizio nel locale gay mi aveva identificato come una che non smetteva di provarci davanti a tutti. Non credo fosse quello che intendeva, replicò, ma l’avevo divertita abbastanza da farmi entrare e, poco dopo, da permettermi di baciarla sulla poltrona reclinabile blu che teneva sotto la luce di una piantana. Mi sento molto più me stessa, le dissi, senza sapere di preciso cosa intendessi in quel momento o più in generale da quando ci eravamo conosciute. Finii per passare a casa sua la notte e tutto il venerdì e assaporai con gioia, in quel momento, un senso di qualcosa di deciso e certo; per quanto, se le cose fossero andate in un altro modo, non posso dire che col tempo non avrei rovinato tutto un’altra volta.

Il sabato mattina mi baciò e scivolò fuori dal letto per andare a nuotare, come faceva di solito, e non tornò. Non aveva documenti con sé, oltre all’indirizzo scarabocchiato di lato sulla muta, e la polizia non avrebbe mai potuto comunicarmelo se non fossi stata in camera sua quando bussarono.

I funerali cattolici sono spesso preceduti da una veglia serale che si chiama Ricezione del Corpo. È un momento riservato ai parenti più stretti – una breve cerimonia la notte prima del funerale, durante la quale la bara viene portata in chiesa e i parenti e le persone più care del defunto sono invitati a stare insieme e a recitare il rosario. Ha il significato di un momento di silenzio e riflessione, ma permette anche alla famiglia di vedere prima la bara, per attenuare il trauma del giorno dopo.

La mia fidanzata, come ho detto, non era cattolica, ma anche se lo fosse stata, nessuno sapeva chi fossi per invitarmi a una veglia del genere, se ne avessero organizzata una a cui partecipare. Il mio telefono continuava a illuminarsi di verde, anche se la mia ragazza sembrava non accorgersene. Stava cadendo a pezzi sui fianchi a quel punto, si poteva vedere attraverso la stoffa consumata dei vestiti, un imbarazzante sganciarsi delle costole che non sembrava causarle dolore ma mi trafisse la schiena e il petto solo a guardarlo. Provai una specie di panico, come se mi stessero cronometrando, un fremito di lacrime frustrate. Sapevo che una versione migliore della storia di fantasmi che si stava svolgendo nella mia cucina avrebbe implicato che le chiedessi scusa per aver partecipato al funerale come vicina di casa, per non essermi presentata alla sua famiglia e per aver detto ai miei genitori che non avrei potuto andare a trovarli quel fine settimana perché era morta una mia collega. Sapevo che un’altra, più appagante, storia di fantasmi sarebbe finita con una vendetta e un vento cinematografico che spazzava via le ceneri della mia fidanzata.

E invece balbettavo, le parole incespicavano davanti alla sua espressione minacciosa. Le chiesi scusa per non essere stata migliore e per non essermi sforzata di più e lei mi guardò con occhi che erano di per sé una infestazione, qualunque cosa potesse aver detto per negarlo. Le dissi che mi ero accontentata della comoda verità dei miei limiti e lei annuì in un modo che sembrò crudele e palliativo allo stesso tempo. Mi ritrovai col viso premuto sul suo petto nel punto troppo molle in cui la carne era ancora intatta e compresi che la superficie della terra è più sottile in alcuni punti. Sono i luoghi dove si rifugiano le cose più strane e vere.

Non parlammo più molto, però rise quando scherzai sul fatto che non avevo vestiti da darle per dormire. Al mattino scrissi alla donna che mi mandava messaggi sul sito di incontri che non potevo parlarle in quel momento; stavo spazzando le ossa di una ragazza che avevo amato dal pavimento della cucina.