AVVERTENZA

Questo volume, che va dal referendum istituzionale del giugno ’46 alle elezioni del 18 aprile ’48, avremmo anche potuto intitolarlo L’Italia delle scelte perché fu in questo triennio che il nostro Paese fece quelle fondamentali: instaurò la Repubblica al posto della Monarchia, e si schierò nel campo delle Democrazie occidentali.

Si dirà che questa seconda scelta non la facemmo noi; l’avevano già fatta, per noi, gli accordi di Yalta, dove gli Anglo-americani e i Russi si erano spartiti l’Europa, e più ancora l’avevano fatta gli eserciti che la occupavano. Ma questo è vero solo per quanto riguarda i Paesi dell’Est, piantonati dall’Armata Rossa, che non consentì loro di esprimere la propria volontà. L’Italia, come tutte le altre nazioni liberate dagli Anglo-americani, avrebbe potuto decidere il proprio destino contro i loro interessi. Le truppe che ci occupavano non sarebbero mai intervenute per impedircelo: su questo punto i governi di Washington e di Londra furono sempre espliciti: pronti a dare manforte alla nostra democrazia se fosse stata aggredita con mezzi illegali e violenti, ma anche ad abbandonarla alla sua sorte, se con mezzi democratici, cioè con libere elezioni, avesse deciso di seguirne un’altra.

L’ora della verità scoccò il 18 aprile del ’48. Ma a determinare il risultato di quelle elezioni fu proprio il biennio che le precedette, e che costituisce la materia di questo libro. Non sono più molti, temo, gl’Italiani che abbiano un ricordo nitido di quel periodo convulso, fatto insieme di grandi speranze e di grandi paure: l’impeto con cui tutti si gettarono a ricostruire ciò che le bombe avevano distrutto, ma anche il disordine con cui lo fecero, ognuno intento soltanto alle cose proprie e al proprio tornaconto, senza un minimo di programmazione, senza alcun riguardo all’interesse generale; la rapidità e la spregiudicatezza con cui furono aggirati tutti gl’impacci e restrizioni imposte dall’amministrazione militare alleata; il fiorire della borsa nera che creò una categoria di nuovi ricchi dediti ai lussi più sfrenati in un panorama di macerie; l’epopea della bicicletta, unico mezzo di locomozione sicuro e sottratto alle strettoie dei tesseramenti di combustibile; la corsa ai brevetti di partigiano e le smanie dell’«epurazione» nutrite da un’alluvione di lettere anonime di denuncia contro qualche fascista (ognuno aveva il suo, di cui occupare il posto o la casa); le strade rigurgitanti di gente indaffarata a rimettere in piedi i propri affari, studi e negozi; le piazze ingombrate dai capannelli degli agit-prop, quasi tutti comunisti, concionanti sui destini della democrazia; la frenesia dei comizi che provocavano mobilitazioni di masse molto simili alle «oceaniche adunate» del «bieco ventennio», come usualmente lo si chiamava. E una gran voglia di vivere mescolata a un’altrettanto grande ansietà.

Di coloro che avevano votato Repubblica, la stragrande maggioranza lo aveva fatto per punire un Re che aveva accettato il fascismo, subìto la guerra, e poi era fuggito abbandonando il Paese e l’esercito al loro destino. Pochissimi si erano resi conto che, con la Monarchia, l’Italia rinnegava il Risorgimento, unico tradizionale mastice della sua unità. Era un mastice che non aveva mai operato a fondo e che aveva alimentato più una retorica che una coscienza nazionale. Ma, scomparso anche quello, il Paese era in balìa di forze centrifughe che ne facevano temere la decomposizione. Aizzata dai socialcomunisti, la lotta di classe deflagrava con una violenza proporzionale alla repressione cui per vent’anni l’aveva sottoposta il fascismo; mentre il regionalismo, fomentato soprattutto dai democristiani, assumeva, specialmente in Sicilia, gli estremi del separatismo.

Ci fu chi, prevedendo lo sfacelo, cercò scampo nei Paesi che si riaprivano alla nostra emigrazione: America Latina, Canada, Australia. Era un’emigrazione assai diversa da quella col passaporto rosso delle epoche prefasciste, di badilanti e zappaterra. C’era gente in cerca di un clima adatto alla sua intraprendenza, e anche tecnici e dirigenti che, epurati o temendo di esserlo, preferirono mettere altrove a profitto la propria esperienza, e la fecero brillare.

Ma un fenomeno ancora più sconvolgente fu quello dell’emigrazione interna, che subito prese l’aìre dal Sud verso il Nord e assunse dimensioni alluvionali. Le strutture patriarcali del contadiname meridionale non avevano retto al rimescolìo della guerra, al contagio degli eserciti d’occupazione, alle seduzioni della borsa nera e della prostituzione. A trattenere i contadini nelle campagne non valsero le promesse di una riforma agraria che, quando venne, era già in ritardo di alcuni decenni. Essi l’anticiparono con occupazioni arbitrarie di terre, da cui però si accorsero subito che non avrebbero ricavato alcunché. E allora si misero in movimento prima verso le città più vicine, poi verso il Nord, dove li risucchiava il vigoroso decollo industriale. Questo fenomeno doveva farsi ancora più imponente negli anni Cinquanta, ma era già in sviluppo quando ancora, per compiere il tragitto da Napoli o da Bari a Milano, i treni, rigurgitanti di viaggiatori, impiegavano trentasei ore, e non sempre arrivavano a destinazione.

La frenesia di vita che animava l’Italia somigliava a quella che, a quanto si dice, s’impadronì dei passeggeri del Titanic dopo l’urto con l’iceberg. Dovunque e in tutti c’era un senso di provvisorio. Il frenetico attivismo dei comunisti, i loro toni trionfalistici, la pressione a cui tenevano sottoposta la pubblica opinione incalzandola un po’ con le minacce, un po’ con le lusinghe, davano l’impressione ch’essi avessero ormai partita vinta. E in certe regioni infatti l’avevano, come l’Emilia, dove il «triangolo della morte» coi feroci ammazzamenti perpetrati dai comunisti subito dopo la Liberazione, invece di provocare una reazione di rivolta, aveva sortito – e forse continua a sortire – gli effetti dell’intimidazione. Nenni parlava, compiacendosene, di un «vento del Nord», e con ragione, perché tutto il Nord sembrava ormai in balìa dell’ondata rossa.

Ma non il Sud. E fu questa differenza di clima ideologico e passionale, molto più che la difficoltà dei mezzi di comunicazione, e il diverso trattamento amministrativo cui dapprincipio gli Alleati sottoposero i due tronconi della Penisola, ad approfondire il solco fra di essi. Fu proprio in opposizione al vento del Nord che nacque il «qualunquismo», fenomeno essenzialmente meridionale e – in quel momento – salutare, come sedativo di certe frenesie. Ma le frenesie sembravano avere il sopravvento e trascinare il Paese verso avventure, di cui era facile prevedere lo sbocco: Nostradamus nel cui inesauribile magazzino c’è, per chi ci crede, qualcosa da pescare per ogni emergenza, aveva profetato che un giorno i cosacchi avrebbero dissetato i loro cavalli alle fontane di Piazza S. Pietro.

Qualcuno dice che l’Italia non era mai stata grande come in quel momento per lo slancio con cui affrontò la ricostruzione, per la fiducia che mostrò nel proprio destino e per la elasticità con cui si adattò alle nuove esigenze. Qualche altro dice che l’Italia non era mai stata così abietta per la facilità con cui la gente cambiò bandiera, per la disinvoltura con cui ripudiò il proprio passato e per la spensieratezza con cui sacrificò ogni scrupolo di solidarietà e di civismo al proprio interesse personale.

Forse hanno ragione gli uni e gli altri. Ma è certo che l’atavico istinto di conservazione fece presto ad avere la meglio. Più i partiti della sinistra si agitavano, in gara tra loro a chi reclamava le riforme più audaci, più l’Italiano della strada, pur fingendo in piazza di partecipare ai grandi slanci progressisti, si arroccava in casa a difesa dei valori tradizionali e più ancora dei suoi interessi privati.

Gli storici, anche quelli anticomunisti, sono concordi nel dire che Togliatti esercitò un’azione sedativa sulle masse rosse un po’ per scrupolo legalitario e allergia alla violenza, un po’ in ossequio agli ordini di Stalin, che non voleva allarmare gli ex alleati destabilizzando un Paese che, secondo le pattuizioni di Yalta, apparteneva alla loro zona d’influenza, nel momento in cui riduceva a colonie quelli dell’Est.

Può darsi che sia così. Togliatti non era un rivoluzionario. Da vero uomo di «apparato» cresciuto alla scuola sovietica, disprezzava le masse; forse temeva, scatenandole, di restarne prigioniero; e forse ancora di più paventava che l’instaurazione a Roma di un regime comunista facesse di lui uno di quei «proconsoli» che il padrone del Cremlino sottoponeva a regolari «purghe» per sottrarre i loro successori a tentazioni d’indipendenza.

Ma può darsi anche ch’egli allentasse la tensione delle piazze perché queste gli davano la certezza di poter raggiungere il potere senza il bisogno di ricorrere a mezzi illegali. La sicumera con cui, quando fu sbarcato dal governo, andava ripetendo nei comizi di aver ordinato al calzolaio un paio di scarpe chiodate per poter prendere meglio a pedate De Gasperi, era probabilmente sincera. E a rafforzarla c’era forse anche la convinzione che un potere raggiunto per via democratica grazie a un consenso liberamente espresso di popolo gli avrebbe dato maggior forza anche nei confronti di Mosca.

Sono soltanto supposizioni: nessuno ha mai penetrato i veri pensieri e sentimenti di Togliatti. Ma il fatto che gli se ne possano attribuire di questo tenore basta a dimostrare quanto, in questo decisivo triennio, l’Italia apparente fosse talmente diversa da quella reale da trarre in inganno anche un politico perspicace e consumato come Togliatti. Lo slancio di entusiasmo e di fiducia che aveva animato il Paese al momento della Liberazione si stava esaurendo. Solo i militanti socialcomunisti seguitavano ad animare il dibattito ideologico. La grande opinione pubblica già si mostrava stanca dei partiti e non seguiva che straccamente i lavori della Costituente, intenta a confezionare la Magna Charta della democrazia italiana e delle sue libertà. Non riconosceva in essi la propria espressione, e già cominciava a chiedersi se non avesse avuto ragione Mussolini a tenerli in quarantena per vent’anni.

Fu in quest’atmosfera che incubò la disfatta elettorale socialcomunista del ’48, terminale del dopoguerra vero e proprio.

I.M.