CAPITOLO QUINTO
LA SVOLTA
Riesce difficile, in questi tempi di politica e diplomazia itineranti fino alla frenesia, capire l’importanza del viaggio di De Gasperi negli Stati Uniti, ai primi del 1947. Ma quella fu la sua vera consacrazione internazionale. L’invito era arrivato dalla rivista «Time» che aveva organizzato, a Cleveland, un «forum» sul tema: «Cosa si attende il mondo dagli Stati Uniti?». Si discusse, tra gli intimi di De Gasperi, se fosse opportuno e dignitoso che il Presidente del Consiglio italiano traversasse l’oceano per partecipare a una riunione accademica e in qualche modo privata. Ma il problema venne risolto dall’ambasciatore italiano Alberto Tarchiani, che ottenne fosse rivolto a De Gasperi, insieme a quello di «Time», un invito ufficiale dell’Amministrazione americana.
Le circostanze della visita non parevano, a tutta prima, le più favorevoli. De Gasperi era un Capo di governo che s’apprestava a firmare il duro trattato di pace; ed era anche un leader politico reduce da una cocente anche se parziale sconfitta elettorale. Il 10 novembre del ’46 s’era votato per le amministrative in sei grandi città – Roma, Napoli, Genova, Torino, Firenze, Palermo –, e la DC non aveva confermato il successo del 2 giugno, anzi: dovunque i suoi voti s’erano ridotti parecchio, in qualche caso alla metà o meno (a Roma da 218.000 a 103.000, a Napoli da 89.000 a 28.000, ad esempio). Questo calo era spiegato anche dallo scarso afflusso alle urne; ma c’era dell’altro. Come tendenza generale, i comunisti erano cresciuti a sinistra e i qualunquisti a destra. Nell’area di sinistra il PCI s’era nettamente avvantaggiato sui socialisti. Nenni aveva annotato: «Il peggiorato rapporto di forze tra noi e i comunisti è meritato. Negli ultimi tre mesi abbiamo offerto all’elettorato lo spettacolo delle nostre polemiche interne… Ho esaminato con Togliatti e De Gasperi i risultati elettorali. Il primo si rende conto che non deve tirar troppo la corda. De Gasperi è amaro. A destra lo hanno mollato perché cede ai comunisti. A sinistra perché è accusato di cedere al neofascismo. Cristo in croce».
Il segnale d’allarme era serio per la Democrazia cristiana. In Francia le elezioni politiche, indette per lo stesso giorno, avevano dato risultati analoghi. Trionfo comunista con 172 deputati, duro scacco dei socialisti ridotti da 118 a 93, e segni di logoramento del MRP (che era la Democrazia cristiana francese), che gradualmente fu cancellato dall’orizzonte politico. La tattica del PCI – essere presente nel governo con esponenti di secondo piano, ma avere le mani libere per fare opposizione nel Paese – dava soddisfazioni a Togliatti, e dispiaceri a De Gasperi. Non erano ancora maturate le condizioni per lo «sbarco» dei comunisti dalla zattera del governo: ma già il 15 novembre Attilio Piccioni, intelligente, pigro e taciturno notabile della DC, scriveva ai dirigenti periferici che «il tripartitismo non è stato una collaborazione ma una coabitazione forzata». La DC di De Gasperi rifiutava d’essere considerata un partito conservatore, e anche di identificarsi totalmente con la Chiesa che, per bocca di Pio XII, tuonava il 22 dicembre in una grandiosa adunata di cattolici in piazza San Pietro: «Dal suolo romano il primo Pietro, circondato dalle minacce di un pervertito potere imperiale, lanciò il fiero grido di allarme: resistete forti nella fede. Su questo medesimo suolo noi ripetiamo oggi con rinnovata energia: o con Cristo o contro Cristo; o per la sua Chiesa, o contro la sua Chiesa». Non era, o non era ancora per la DC, il momento della crociata. Si avvicinava tuttavia quello del divorzio dal PCI.
La spedizione americana ebbe un avvio difficile, per molti aspetti. Inclemente il tempo, che costrinse il Dc 6 Skymaster di De Gasperi ad atterraggi fuori programma. La figlia Maria Romana ha ricordato che, mentre l’aereo era sballottato dalla bufera, chiese al padre cosa pensasse. «Penso come farà Menichella [Menichella era il corpulento governatore della Banca d’Italia, N.d.A.] ad allacciarsi il paracadute. Nella prova che abbiamo fatto prima della partenza mi sono accorto che i paracadute sono studiati per i soli magri». E fredde le accoglienze a Washington il 5 gennaio. Delle personalità americane era presente il solo ambasciatore a Roma Dunn. Un po’ poco.
Il Presidente del Consiglio italiano, che sperava d’essere salutato dal segretario di Stato Byrnes, ebbe un moto d’irritazione. «Se le cose vanno così» disse «questo viaggio, invece di aumentare il mio prestigio in Italia, rischia di distruggerlo.» Per la verità, non v’era alcuna intenzione scortese verso De Gasperi nell’assenza di Byrnes. Questi, malandato in salute e da tempo in contrasto con il presidente Truman, era dimissionario (ne fu dato annuncio il giorno dopo) e prestava ormai agli affari del suo dicastero scarsa attenzione: fu in questo stato d’animo che ricevette De Gasperi. Il colloquio durò una mezz’ora in tutto e fu generico. Ma la visita proseguì in crescendo, De Gasperi fu ricevuto alla Casa Bianca, vide molte personalità, e nel discorso al forum disse: «A Londra fui accolto come nemico, a Parigi fui riconosciuto belligerante, qui a Cleveland sono stato invitato come membro del Convegno internazionale dopo essere stato accolto a Washington e a Chicago come amico». De Gasperi ebbe finalmente l’onore della sfilata lungo la Broadway, dalla punta di Manhattan fino al palazzo del Municipio. Precedettero il corteo quaranta guardie a cavallo in uniforme, che scortavano la bandiera italiana. La folla era fitta, amichevole, plaudente.
Questo per l’aspetto celebrativo, una sorta di solenne riconciliazione tra due Paesi, ma soprattutto tra due popoli. Poi vi fu l’aspetto sostanziale, economico e politico. All’Italia occorrevano crediti. Li ottenne. Cento milioni di dollari dell’Export-import Bank, altri cinquanta milioni a compenso delle spese sostenute per le Forze Armate americane in Italia. Non erano cifre da capogiro, basta pensare che nel maggio del 1946 la Francia aveva ottenuto un prestito di un miliardo e 370 milioni di dollari. Ma quei fondi erano indispensabili all’economia italiana (furono puntualmente rimborsati).
Si disse allora, e si ripetette insistentemente negli anni successivi, che Washington aveva premuto su De Gasperi perché estromettesse le sinistre dal governo, e che anzi la promessa di questa svolta era stata condizionante per la concessione degli aiuti economici. Di ciò non v’è traccia nei documenti ma si può obiettare che non vi sarebbe nemmeno se qualche intesa in proposito fosse esistita. Con tutta probabilità la sollecitazione americana non fu perentoria, e s’intrecciò a un proposito che De Gasperi già maturava per ragioni interne. Del resto, in contrasto con le tesi di suoi compagni che attribuivano a ordini americani il comportamento successivo di De Gasperi, Giorgio Amendola scrisse che «erano le forze interne, capitalistiche, conservatrici, che volevano riassumere il pieno controllo del governo per far fronte allo sviluppo del movimento operaio». Certo la guerra fredda, che non era stata ancora dichiarata, si stava delineando, e l’Unione Sovietica imponeva un po’ dovunque, con colpi di Stato o elezioni addomesticate, i «blocchi del popolo» (eufemismo per indicare l’egemonia comunista) nei Paesi occupati dall’Armata Rossa.
L’Occidente doveva reagire. Rientrando dagli Stati Uniti, De Gasperi spiegò che i suoi interlocutori americani avevano insistito sulla «stabilità e sul consolidamento del regime democratico italiano» e l’avevano esortato a sottrarre la sua azione «alle manifestazioni e agli atteggiamenti in contrasto con la collaborazione governativa». Non ci poteva essere equivoco: il riferimento era ai socialcomunisti, e ai comunisti in particolare.
Ma, quali che fossero state le insistenze americane, e le intenzioni di De Gasperi, un avvenimento cui sia gli Americani sia i democristiani erano estranei spinse comunque alla crisi ministeriale, anche se non a un giro di boa politico. Quell’avvenimento fu la scissione socialista.
Abbiamo usato il termine «estranei», per i democristiani: che tuttavia, sia ben chiaro, non furono indifferenti né assenti. Per quel poco o quel molto che poteva, De Gasperi aveva contribuito ad attizzare le divisioni, in campo socialista, incitando Saragat a dar vita ad un partito «con cui alla Democrazia cristiana fosse possibile collaborare». L’avventato Nenni agevolò gli sforzi della DC. Tentando di confondere le acque, e di far credere che nelle amministrative si fosse avuto un successo di sinistra – s’era avuto un successo comunista soltanto – lanciò uno dei suoi prediletti slogan «dal governo al potere», lasciando trapelare il proposito di emarginare la DC in declino. Era quanto di meglio De Gasperi potesse aspettarsi per allarmare i moderati e legittimare ogni suo irrigidimento. Togliatti capì il pericolo insito nell’azzardata proposizione nenniana, e le diede una cauta «interpretazione autentica», spiegando che non si doveva credere che la formula «dal governo al potere» significasse l’abbandono, da parte di comunisti e socialisti, del metodo democratico. «Se riusciremo a conquistare la maggioranza in parlamento, noi intendiamo collaborare lealmente con la DC.»
Ma nello stesso momento in cui attenuava alcune impostazioni di Nenni, Togliatti approfondiva le fratture socialiste prendendo di mira ripetutamente, e con grande asprezza, Saragat e i suoi compagni di corrente. «Non è forse premio sufficiente alla fatica dell’onorevole Saragat» scriveva Togliatti sull’«Unità» «il fatto che (un suo articolo) gli abbia valso la simbolica concessione della tessera ad honorem del Movimento dell’Uomo Qualunque?» A questo punto, paradossalmente, gli scopi di De Gasperi e gli scopi di Togliatti coincidevano. La scissione socialista faceva comodo ad entrambi per ragioni di fondo identiche. Sia i comunisti, sia i democristiani, volevano avere al loro fianco, come alleato, un Partito socialista che fosse in posizione subalterna, indebolito, e affidabile. Per meglio controllare, nel Partito socialista, i settori «fusionisti», il PCI vi aveva sparso degli «infiltrati», comandati in missione. Lo hanno scritto Bruno Corbi e Fabrizio Onofri, due dirigenti comunisti (attingiamo le citazione dalla Storia del dopoguerra di Antonio Gambino). Ha rivelato Corbi che «di tanto in tanto, quando un giovane particolarmente capace mostrava il desiderio di iscriversi al PCI, il consiglio che gli veniva dato dai dirigenti comunisti era invece di indirizzarsi verso i socialisti». E Onofri: «La presenza del PCI all’interno del PSIUP era desiderata sia da coloro che si richiamavano alla linea Togliatti sia da coloro che si richiamavano alla linea Secchia. Per questi ultimi l’infiltrazione tra i socialisti era una delle tante mosse con cui ci si preparava all’ora X. Per Togliatti e per i togliattiani, che non credevano all’ora X, era invece solo un mezzo per garantirsi contro uno slittamento socialdemocratico del PSIUP».
Nel Congresso di Firenze le fazioni socialiste avevano raggiunto un compromesso faticoso e fragile, che resse dalla primavera all’autunno del ’46. Poi i contrasti divamparono. Su posizioni autonomiste erano i riformisti di «Critica sociale», legati alla tradizione turatiana, e i massimalisti anticomunisti di «Iniziativa socialista», capeggiati da Mario Zagari. La coalizione saragatiana voleva un Partito socialista che «da retroguardia del bolscevismo diventasse avanguardia della democrazia». A sinistra stava Lelio Basso, risoluto a seguire in tutto e per tutto – anche nel doppio giuoco – i comunisti. Nenni, che era per l’unità d’azione con i comunisti pur senza aderire totalmente alle tesi di Basso, non credeva che la scissione potesse avere conseguenze devastanti. Un giorno Sandro Pertini l’andò a trovare, presenti Ignazio Silone e Fernando Santi, e fu colpito dall’abulia di Nenni. «Il nostro colloquio quasi subito assunse un tono molto violento. Ai miei tentativi di scuoterlo, Nenni rispondeva stancamente, con frasi quasi ironiche, dicendo che dal partito se ne sarebbero andati via quattro gatti: e infatti qualche giorno dopo, in un discorso pubblico, pronunciò la famosa frase dei rami secchi. Gli risposi allora bruscamente che si ingannava in modo grossolano… La discussione assunse un tono così concitato, e tutti e due gesticolavamo a tal punto, che più tardi gli uscieri andarono a riferire, erroneamente, che Nenni e io eravamo venuti alle mani.»
Sicuro di sé, Nenni indisse un congresso anticipato del partito, dal 9 al 13 gennaio (1947). Era preparato – senza molto turbamento, forse con una punta di soddisfazione – al distacco degli autonomisti. «Dietro» malignò nel suo diario «ci sono Vaticano e America, con i quali non credo si faccia un Partito socialista, ma si fa però una scissione.» Quando, nell’Aula magna dell’Università di Roma, si aprirono i lavori, vari esponenti di Critica sociale sedevano tra i delegati. Mentre Iniziativa socialista aveva deliberato di ignorare il Congresso, i riformisti erano invece, al proposito, molto divisi. Nel pomeriggio stesso del 9 gennaio Matteo Matteotti lesse, a nome degli oppositori, una dichiarazione che invalidava il Congresso. In quelle ore a Palazzo Barberini si radunavano Saragat e i suoi. Il giorno successivo – mentre nel Congresso il fusionista Tolloy proclamava spavaldamente «per cinquantamila borghesi che se ne vanno, cinquecentomila nuovi aderenti operai», e Angelica Balabanoff era subissata di fischi per aver attaccato Lenin e Stalin – veniva tentata in extremis una mediazione. Ne fu protagonista Sandro Pertini, direttore dell’«Avanti!», che andò a Palazzo Barberini (lo accolsero, quando arrivò, con applausi fragorosi e grida di «Sandro, Sandro», perché credevano volesse unirsi ai dissidenti). Pertini, che ostentava disperazione per le lacerazioni, e minacciava addirittura il suicidio se alla scissione si fosse arrivati, propose un compromesso, respinto dapprima dall’assemblea, poi anche da Saragat, in un lungo faccia a faccia tra i due dirigenti socialisti.
La mattina dell’11 gennaio, Saragat annunciò di persona, al Congresso socialista, la decisione del suo gruppo. L’Italia aveva ormai due partiti socialisti: il PSI (Nenni e i suoi avevano riesumato questa storica sigla, nel timore d’esserne defraudati dai secessionisti) e il PSLI, Partito socialista dei lavoratori italiani. I quattro gatti cui aveva accennato Nenni furono invece, sul piano parlamentare, quasi la metà del partito. Su 115 deputati del PSIUP alla Costituente, 52 si schierarono con il PSLI: tre di essi erano nel governo (il ministro del Lavoro e della Previdenza sociale Ludovico D’Aragona e i sottosegretari all’Interno e all’Industria e Commercio, Angelo Corsi e Roberto Tremelloni).
Rientrato a Roma dagli Stati Uniti, De Gasperi trovò questa situazione nuova: e ne trasse le conclusioni con una spicciatività per lui inusitata, rassegnando le dimissioni del governo, il 20 gennaio, senza neppure aver convocato il Consiglio dei Ministri. È difficile dire se mirasse, fin da allora, a estromettere i comunisti, o se volesse procedere a un più modesto aggiustamento. Questa seconda ipotesi pare più verosimile anche perché – mancando la firma del trattato di pace – gli conveniva associare a quella decisione impopolare quante più forze politiche potesse. Si può supporre dunque che avesse in mente un allargamento del governo anche a partiti e uomini che ne erano fuori: azionisti, liberali, indipendenti. Il che gli avrebbe consentito sia di diluire la presenza socialcomunista, sia di avere un maggior sostegno.
Ma i suoi propositi risultarono vani. Bonomi e Carandini, a destra, non vollero la Difesa e gli Esteri, Riccardo Lombardi (segretario generale del Partito d’azione), cui era stato proposto il Tesoro, declinò a sua volta l’offerta. Intanto Nenni, per non essere scavalcato a sinistra dal PSLI che era per l’uscita dal governo, si dimetteva da Ministro degli Esteri e cercava di alzare il prezzo della collaborazione del suo partito: tra l’altro pretendeva una legge «per la difesa della Repubblica», il ripristino del controllo statale sull’import-export, un’imposta straordinaria patrimoniale, il cambio della moneta, un piano di ammasso dei generi di prima necessità. Più flessibili, al solito, i comunisti, anche se un articolo di Togliatti (Il tamburino e il tamburo) insinuava che le dimissioni fossero state «se non imposte, per lo meno suggerite con insistenza dall’estero, e precisamente dagli esponenti di quei circoli politici americani che si erano affollati intorno a lui [De Gasperi] durante il viaggio negli Stati Uniti».
La crisi approdò sostanzialmente a una riedizione del tripartito, con in più il repubblicano indipendente Sforza (dopo venticinque anni d’intervallo) agli Esteri, Scelba all’Interno, tre dicasteri ai socialisti e tre ai comunisti. Il numero delle poltrone era stato ridotto da 21 a 16, e le sinistre, la cui presenza era numericamente rispettata (da 8 i loro Ministri si erano ridotti a 6, il che era adeguato al totale dei Ministeri) avevano tuttavia perduto gli Esteri e le Finanze. I saragatiani passarono all’opposizione. Una tempesta in un bicchier d’acqua, stando alle apparenze. De Gasperi, partito per licenziare i comunisti, aveva ottenuto alla fin fine il risultato opposto, ossia quello di licenziare i saragatiani. Ma si trattava soltanto d’una scaramuccia d’avanguardie, in attesa della vera battaglia.
Si ha la sensazione che De Gasperi si rendesse pienamente conto di questa realtà, e che invece Togliatti, ingannato forse dalla sua stessa sottigliezza, e abituato a risolvere i problemi con accordi di vertice, si facesse delle illusioni. La sua condotta in quei mesi obbedì alla convinzione che, mancando in Italia le condizioni che avevano dato il monopolio del potere, all’Est, ai «blocchi del popolo», la collaborazione tra cattolici e comunisti dovesse durare indefinitamente. Solo così si spiega il voto comunista in favore dell’inserimento dei Patti lateranensi del 1929 nella Carta costituzionale. Il tema dei rapporti tra la Chiesa e lo Stato, affrontato alla Costituente in sede di commissioni, vi aveva suscitato scontri aspri tra i democristiani e i «laici». La bozza dell’articolo 7 – originariamente, per l’esattezza, era l’articolo 5 – era stata oggetto di controversie, per la forma e per la sostanza. Già la dizione della sua prima parte, «lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani», era parsa opinabile, perché sanciva l’ovvio, e perché, secondo i critici, introduceva nella Costituzione un problema di rapporti bilaterali che doveva rimanerne fuori. Ma su questo punto i comunisti cedettero presto. Resistette invece fino all’ultimo la disputa sulla seconda parte dell’articolo, nella quale si riconosceva che i rapporti tra Chiesa e Stato erano regolati dai Patti lateranensi. In tutti i settori non confessionali dell’Assemblea s’era avuta una sollevazione contro questo avallo dei Patti che non solo portavano la firma di Mussolini, ma contenevano norme difficilmente difendibili in un’ottica liberale: come quelle che discriminavano tra la religione cattolica e gli altri culti, o che limitavano i diritti civili degli spretati, e così via (norme, si può rammentare, che il nuovo Concordato, firmato dal cardinale Casaroli e da Craxi nel 1984, ha abolito). Furono tentate formule di compromesso («I rapporti tra Stato e Chiesa sono regolati in termini concordatari»), ma i democristiani le respinsero. Erano indotti a questo atteggiamento rigido sia dalla loro convinzione di credenti, sia dai pesanti interventi della Gerarchia. Una lettera del presidente dell’Azione cattolica, Vittorino Veronese, a De Gasperi aveva toni poco meno che ricattatori. Veronese pronosticava reazioni fortemente negative della massa elettorale «qualora i democristiani dimostrassero perplessità, anche solo di forma, su un problema fondamentale», si riferiva a un «desiderio preciso della stessa autorità ecclesiastica» (leggi di Pio XII), esprimeva «un monito a tutti i deputati, a qualunque partito appartengano e che facciano professione di cattolicesimo, perché ricordino lo stretto dovere di coscienza di votare secondo i princìpi cattolici». De Gasperi si risentì del tono intimidatorio, e chiosò la lettera in questi termini: «Ho fatto capire che se queste cose le hanno da dire, le devono dire direttamente, e che non accettavo intimazioni di questo stile, benché contro la sostanza non abbia obiezioni».
Il PCI pareva saldamente installato nella trincea del no all’articolo 7. Solo nell’imminenza del voto i deputati comunisti alla Costituente seppero che Togliatti aveva rovesciato la sua strategia. Vi fu sconcerto, e il leader comunista convocò il gruppo parlamentare per spiegare il voltafaccia. I più si adeguarono subito, inchinandosi alla autorità intellettuale e politica di Togliatti. Tre rimasero fermi nel rifiuto fino all’ultimo. Il vecchio militante Fabrizio Maffi che scongiurò Togliatti di non umiliarlo obbligandolo a votare con i preti, Concetto Marchesi che rivendicò per l’occasione la sua autonomia, e chiese di essere liberato dalla disciplina di partito, e infine la moglie stessa del «Migliore», Rita Montagnana. Nella discussione fu detto tra l’altro, per legittimare l’assenso all’articolo 7, che nel PCI v’era la presenza di un ottanta per cento almeno di cattolici, e che le smanie laicistiche erano «piccolo-borghesi». Insieme ai dirigenti la virata togliattiana colse di sorpresa la base. Vittorio Gorresio raccontò sull’«Europeo» che il giorno dopo il voto in molte sezioni comuniste erano ancora affisse caricature di Mussolini e del cardinale Gasparri congiuranti per intrappolare gli Italiani.
Nulla lascia supporre che vi sia stato tra De Gasperi e Togliatti un qualsiasi previo patteggiamento. È anzi verosimile che De Gasperi preferisse avere una maggioranza assicurata dall’Uomo Qualunque, e non «inquinata» dai comunisti. Molti deputati democristiani si resero conto dell’atteggiamento comunista solo mentre Togliatti pronunciava il suo discorso alla Costituente, nel pomeriggio del 25 marzo 1947. Andreotti ha riferito che Togliatti l’incaricò d’informare De Gasperi del sì comunista un’ora prima della seduta a Montecitorio. L’articolo 7 passò così con 350 voti favorevoli e 149 contrari. A favore anche Nitti Orlando, Bonomi, Sforza, i notabili del prefascismo. Poi Togliatti spiegò a Lelio Basso – ed era, lo si vide presto, una profezia non azzeccata – che conquel voto «il PCI si era assicurato il posto al governo per i prossimi venti anni».
In epoca molto successiva il leader comunista diede una motivazione più articolata: «Ci fu una dichiarazione di voto di De Gasperi immediatamente precedente alla mia» disse «in cui egli fece chiaramente intendere che se l’articolo col richiamo ai Patti lateranensi fosse stato respinto, sarebbe stato chiesto e deciso un secondo referendum, e in un secondo referendum la Repubblica sarebbe stata probabilmente battuta perché sarebbe cambiata la posizione della Democrazia cristiana». Nenni – che con i socialisti aveva votato contro – diede una sua interpretazione: «Togliatti ha ragionato così: “De Gasperi ci dichiara guerra: Nenni non l’accetta ed è vero che per fare la guerra bisogna essere in due. Ma per dichiararla basta uno solo. Per togliervi il pretesto di dichiararci la guerra, votiamo con voi l’articolo 7”. È cinismo applicato alla politica. Ma non è il cinismo degli scettici, ma di chi ha un obiettivo e non vede altro. È la svolta di Salerno che continua, applicata questa volta alla Chiesa e ai cattolici. Togliatti crede così di salvaguardare dieci, venti anni di collaborazione con la Democrazia cristiana. Mi sembra un calcolo sbagliato da cima a fondo. Sono lieto di avere votato no». L’«Unità» presentò la decisione comunista con questo titolo: Il più alto esempio di responsabilità nazionale – Per la pace religiosa e l’unità dei lavoratori i comunisti accettano di votare l’articolo 7. Tutto sommato anche Piero Calamandrei attribuì un valore positivo alla mossa togliattiana che aveva «spezzato in mano ai democristiani l’arma più potente che questi stavano affilando contro di loro per la prossima lotta elettorale», ossia l’additarli come nemici della religione.
Furono insomma in pochi, fra gli stessi protagonisti, a capire che, nonostante la spregiudicatezza e le furberie di Togliatti, il tripartito formato da DC, PCI e PSI viveva in Italia la sua ultima stagione, così come sull’orizzonte internazionale viveva la sua ultima stagione l’altro tripartito formato da Stati Uniti, URSS e Gran Bretagna (la Francia figurava tra i «grandi», ma la sua era una presenza onoraria). L’insediamento di Truman alla Casa Bianca non vi aveva portato solo un cambio di persona: vi aveva portato un cambio di mentalità. Alla arrendevolezza rooseveltiana alle mosse e ai disegni di Stalin, era succeduta una diffidenza profonda, e ampiamente legittimata dai fatti. Il 12 marzo 1947, Truman pronunciò davanti al Congresso (Senato e Camera dei rappresentanti riuniti in seduta straordinaria) il discorso che dichiarava la guerra fredda. L’occasione per questa storica presa di posizione gli era stata offerta dagli avvenimenti greci. In quel paese la guerriglia comunista, alimentata dalla Jugoslavia ancora fedele a Mosca (a ridosso del confine greco-jugoslavo esistevano campi di addestramento e «santuari» per gli andartes, i ribelli greci), metteva a dura prova il governo di Atene, che reagiva con durezza, in un seguito di botte e risposte sanguinose. Tradizionalmente la Grecia era sotto la tutela degli Inglesi, che tuttavia non avevano né i mezzi né – con un governo laburista – una gran voglia di reggere a quello sforzo immane. Sulla scia della Grecia anche la Turchia, secondo Washington, correva pericoli.
Truman enunciò allora un programma che assunse il nome di «dottrina Truman» e che, razionalizzato e ideologizzato da George Kennan qualche mese dopo, diede luogo alla teoria del containment, il «contenimento». Dovunque l’URSS manifestasse propositi espansionistici, gli Stati Uniti si sarebbero opposti. «Non potremo raggiungere i nostri obiettivi» disse Truman «se non siamo disposti ad aiutare i popoli amanti della libertà nel mantenere le loro libere istituzioni e la loro libera integrità nazionale contro i movimenti aggressivi che cercano di imporre i propri regimi totalitari.» Truman chiese al Congresso di stanziare quattrocento milioni di dollari per la Grecia e cento per la Turchia, la millesima parte di quanto la guerra era costata agli Stati Uniti, «un investimento per la libertà e la pace» perché «i semi dei regimi totalitari prosperano nella miseria e nel bisogno». Con ciò gli USA diventavano di fatto una potenza anche mediterranea. Bollata dalla stampa comunista come reazionaria e bellicista, assimilata all’imperialismo tedesco, la dottrina Truman era la risposta occidentale alla dottrina Stalin nell’Europa dell’Est. Due giorni prima del discorso era cominciata a Mosca una conferenza dei Ministri degli Esteri dei «grandi» che avrebbe dovuto definire i trattati di pace tedesco e austriaco, e che si concluse il 24 aprile senza aver adempiuto il suo compito perché ormai due blocchi si fronteggiavano. Gli Stati Uniti vi furono rappresentati dal nuovo segretario di Stato, il generale George Marshall, Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate durante la guerra: un militare equilibrato, ma senza dubbio più energico del suo predecessore Byrnes.
Fu in sintonia con la dottrina Truman che il Dipartimento di Stato accentuò il suo interesse per le vicende italiane, che non erano tali da confortare Washington. Il 20 e 21 aprile (1947) si votò in Sicilia per eleggere l’Assemblea regionale, e i segni di logoramento denunciati dalla DC nelle amministrative di novembre si aggravarono. In percentuale, i democristiani passarono dal 33,6 al 20,5 per cento dei voti, il Blocco del popolo, che includeva comunisti, socialisti, e Partito d’azione, s’impennò dal 21 a più del 30 per cento. Con le «politiche» alle viste (si credeva in quel momento che sarebbero state indette per l’ottobre successivo), nella DC si diffuse un’ansietà molto simile al panico. Scelba riteneva che «andare alle elezioni politiche con un governo comprendente il PCI sarebbe stato da tutti i punti di vista un suicidio. Forse ancora più dei dirigenti centrali, erano quelli periferici ad avere nettissima questa sensazione. Per De Gasperi, che d’altra parte neppure lui aveva dubbi in proposito, si trattava solo di scegliere le circostanze più adatte per condurre in porto con successo questa operazione». Lo sprone americano non era dunque necessario. Tuttavia Marshall fu esplicito, in un messaggio all’ambasciatore a Roma James Dunn, nel chiedergli se De Gasperi non si proponesse di abbandonare la guida del governo «o di formare un governo senza l’estrema sinistra, nella speranza di migliorare le prospettive della Democrazia cristiana». Nella sua risposta Dunn sottolineò: «Io sono convinto che nessun miglioramento delle condizioni di qui può avvenire con un governo composto come quello attuale. I comunisti, che sono rappresentati nel gabinetto da un gruppo di uo mini di secondo piano, fanno tutto il possibile, al di dentro e al di fuori del governo, per provocare la crisi e il caos economico…».
De Gasperi ruppe gli indugi il 28 aprile (1947) con un discorso radiodiffuso che si prestava a varie letture, ma nel quale era inequivocabile un messaggio: la composizione del governo doveva esser cambiata, se possibile con un allargamento che coinvolgesse tutte le categorie produttive nella gestione del Paese. Il Presidente del Consiglio deplorò la febbre speculativa da cui era pervasa l’Italia: «Dattilografe e fattorini giocano in Borsa. Chi ha roba non vende, un feroce istinto egoistico e antisociale si impadronisce degli animi pavidi… La speculazione freddamente calcolatrice gioca al rialzo, nasconde le merci, trafuga all’estero valute e gioielli, e attende in agguato la crisi nella criminosa speranza di farsi ricca nella miseria generale». Ma accanto alla denuncia del parassitismo affaristico vi fu l’accusa agli alleati sleali che tradivano il dovere della solidarietà «nell’amministrazione dello Stato e nella legislazione della cosa pubblica», vi fu l’appello «a tutti coloro che avevano idee perché si facessero avanti per una collaborazione concreta», e vi fu la conferma d’una sostanziale fiducia negli Italiani protagonisti di «uno sforzo rinnovatore che stupisce gli stranieri». La vitalità italiana era impressionante e caotica, con sintomi degenerativi, l’inflazione aveva assunto un ritmo vertiginoso (oltre il cinquanta per cento di aumento del costo della vita dall’agosto ’46 all’aprile ’47) e come sempre accade venivano duramente penalizzate le categorie a reddito fisso. V’era, al solito, concordia sulla entità preoccupante del fenomeno e discordia sui mezzi con cui avrebbe dovuto essere combattuto. I «monetaristi» come il governatore della Banca d’Italia Einaudi e il presidente della Confindustria Costa imputavano alla emissione di carta moneta, imposta dagli oneri statali, la colpa maggiore per il degrado della lira: e suggerivano misure «ortodosse», come la riduzione delle spese governative e l’abolizione di alcune misure sociali molto costose per l’erario e non altrettanto benefiche, prima tra tutte il prezzo politico del pane. Le sinistre insistevano invece sull’aspetto speculativo dell’inflazione, e propugnavano una tassazione più severa, controlli sulle manovre di importazione ed esportazione che consentivano di accantonare capitali all’estero, calmieri, tesseramenti differenziati, un controllo globale dello Stato sulla produzione. Probabilmente la ricetta «liberista» peccava di scarsa fantasia e di miopia conservatrice, ma sicuramente la ricetta di sinistra apparteneva al magazzino degli espedienti dirigisti che già imperavano allora e hanno continuato a imperare nelle cosiddette democrazie popolari, con i risultati che tutti conosciamo.
Se De Gasperi aveva posto, con il discorso del 28 aprile, le premesse per la svolta, – e tutto induce a credere che così fosse – ricevette senza dubbio incoraggiamento da quanto stava accadendo in Francia. Il 30 aprile il governo presieduto da Ramadier (socialista), e che includeva cinque ministri comunisti, dovette decidere se accettare o no le richieste salariali dei ventimila operai della Renault, scesi in sciopero. Ramadier era per il rifiuto, e la «delegazione» comunista abbandonò, in segno di protesta, un Consiglio dei Ministri. Quando due giorni più tardi i comunisti votarono contro il governo all’Assemblea nazionale, la frattura delle sinistre ebbe la sua definitiva sanzione. Il presidente Auriol reincaricò Ramadier che il 9 maggio formò un governo senza i comunisti.
In Italia l’attenzione dell’opinione pubblica – e dei politici – si era intanto spostata da Roma alla Sicilia, per l’eccidio di Portella delle Ginestre. In quella località vicina a Piana dei Greci si erano radunati il primo maggio operai e contadini che celebravano la festa del lavoro. «È un luogo» scrisse Nenni nel suo diario «circondato quasi da venerazione perché lì parlò Nicola Barbato, nel 1894, per festeggiare il Primo maggio. Cominciava a parlare il vecchio compagno Schirò quando dai monti si è aperto il fuoco sulla pacifica folla contadina. Dapprima i manifestanti hanno creduto a fuochi di gioia, i mortaretti tanto in uso nell’isola. Poi sono caduti i primi muli e i primi cristiani.» Si contarono dieci morti e decine di feriti. Le sinistre individuarono subito nel massacro una «risposta degli agrari ai risultati elettorali del 20 aprile», Scelba negò poco convincentemente la matrice politica dell’episodio; solo con un ritardo di anni si poté accertare che della sparatoria era stata responsabile la banda Giuliano, e che i mandanti andavano cercati nei vertici mafiosi e reazionari. Il 2 maggio alla Costituente che discuteva dell’eccidio vi furono scontri e pugilati tra le sinistre da una parte, i qualunquisti e i monarchici dall’altra.
La tragedia siciliana rallentò di poco, senza interromperla, l’evoluzione politica. In Consiglio dei Ministri, il 7 maggio, De Gasperi ebbe accenti drammatici: «Il volto del governo è straziato» ammonì «uomini e partiti non hanno ancora la sensazione di come sia gravissima la realtà, quasi tragica, sia per il presente che per l’avvenire». Era un altro sasso nello stagno, la conferma che De Gasperi aveva deciso.
Come avveniva allora e sempre dopo d’allora è avvenuto nella DC, vi furono attorno al leader defezioni e mormorazioni. Ha raccontato Andreotti: «È assolutamente vero che durante i primi quattro mesi del ’47 la maggioranza dei dirigenti periferici e anche nazionali della DC aveva richiesto a gran voce una rottura immediata e definitiva con il PCI. Ma quando tra la fine di aprile e l’inizio di maggio ci si rese conto che De Gasperi aveva imboccato appunto una simile strada, il coraggio di molti venne meno. Il loro timore, non ingiustificato, era di dover fronteggiare non tanto un tentativo di colpo di Stato quanto un’ondata di disordini che, paralizzando il Paese, avrebbe cercato di obbligare la DC a ritornare al tripartito, infliggendole una sconfitta politica che sul piano elettorale avrebbe avuto conseguenze disastrose. Il risultato fu che al momento della scelta definitiva De Gasperi si trovò quasi solo. Una volta che, ai primi di maggio, lo andai a trovare nel suo studio, la sua disperazione per le incertezze del partito era tale che, lo ricordo benissimo, a un certo punto smise di parlare e, appoggiandosi con la fronte contro lo stipite di una finestra, rimase a lungo in silenzio. Quando si voltò di nuovo verso di me, mi accorsi che aveva gli occhi pieni di lagrime». De Gasperi stesso, scrivendo a Tarchiani, ambasciatore a Washington, a crisi risolta, spiegherà più tardi: «Ho passato ore mortalmente pericolose. Mi sentivo solo, abbandonato anche da molti amici, e solamente la coscienza di lavorare per il Paese mi ha sostenuto. Se costì non si comprende quale sforzo io abbia compiuto per il bene dell’Italia e della pace, se non mi si appoggerà in pieno in questa svolta pericolosa, sarà vano sperare in ritorni».
Gli diedero una mano, per decidere nel senso da lui voluto, i soliti imprudenti socialisti. Nitti aveva chiesto che la Costituente discutesse, nella seduta del 13 maggio, la situazione economica e finanziaria. De Gasperi non voleva quel dibattito, che prometteva di dilungarsi per settimane e di condizionare poi le sue decisioni; ma nemmeno poteva rifiutarlo. Senonché i socialisti avvertirono che al dibattito non si doveva arrivare senza un chiarimento della situazione ministeriale, e che comunque il PSI non avrebbe accettato uno spostamento a destra dell’equilibrio politico del Paese. Era quanto occorreva a De Gasperi per convocare, la sera del 12 maggio, la direzione democristiana, ottenerne l’assenso per l’apertura della crisi, e poi darne notizia a De Nicola che si era dichiarato nettamente ostile a una crisi extraparlamentare. Dopo le consultazioni di rito De Nicola, contrario a un reincarico a De Gasperi, affidò a Nitti il tentativo di formare un nuovo governo.
Molti videro in questo passaggio di mano l’avvio al tramonto della DC come partito cardine della politica italiana, o almeno al tramonto di De Gasperi. Secondo Nenni «De Gasperi non ha più credito nel Paese, non ne ha nell’Assemblea, ne ha poco nel suo stesso gruppo». Nitti era sugli ottanta, ma li portava abbastanza bene. La sua fama di economista brillante fece sì che la Borsa reagisse con un deciso rialzo all’annuncio della designazione. Si poteva dunque supporre che fosse acquisito, per lui, l’appoggio delle destre, e meno facile quello della DC e delle sinistre. Saragat gli aveva subito dichiarato guerra, per antipatia personale. E Togliatti era molto cauto, subodorando l’inanità del tentativo. Vi fu un primo inceppamento perché la cosiddetta Piccola Intesa, ossia i «laici» (ma senza i liberali), rivendicava una sorta di affidamento a scatola chiusa della gestione economica, con Riccardo Lombardi a Finanze e Tesoro, Tremelloni a Industria e Commercio, Ivan Matteo Lombardo al Commercio con l’estero, Ugo La Malfa all’Agricoltura. Nitti venne volta a volta accusato di voler cedere troppo a destra e di voler cedere troppo a sinistra (a Nenni raccontò l’aneddoto di un Conte francese che nello stesso giorno aveva subìto due processi, uno intentatogli dalla moglie per impotenza, l’altro intentatogli da una ragazza per stupro). Orlando, di sette anni più anziano ma con rancori e ambizioni non ancora placati, litigò con lui. Andreotti, che era in visita ad Orlando, ebbe occasione di orecchiare una conversazione tra i due vegliardi. «Partendo dai loro contrasti sulla situazione attuale, cominciarono a rinfacciarsi i loro rispettivi comportamenti negli anni dell’avvento del fascismo, e infine a insultarsi nei termini più crudi e volgari» (dalla Storia del dopoguerra di Antonio Gambino). Il 21 maggio Nitti annunciò che il suo «compito di pacificazione» era fallito. Una missione esplorativa affidata a Orlando fu ancora più breve, e naufragò in un giorno. Il 23 maggio – era un venerdì – De Nicola non prese iniziative, per scaramanzia, e il 24 maggio reincaricò De Gasperi.
Quando De Gasperi riprese in mano il bandolo della matassa infuriava una polemica virulenta tra Togliatti e Sumner Welles, già sottosegretario di Stato di Roosevelt. In un’intervista radiofonica questo personaggio di spicco aveva accennato alla grande disponibilità di mezzi finanziari dei comunisti italiani, aggiungendo che la loro fonte era sicuramente Mosca. Togliatti sfidò Sumner Welles a provare le sue affermazioni. Se non l’avesse fatto sarebbe stato considerato «mentitore e calunniatore» dalle persone oneste di tutto il mondo. Non contento di questa intimazione, espressa in un telegramma, Togliatti dedicò agli americani un articolo sull’«Unità» dal titolo inequivocabile (e abbastanza volgare): Ma come sono cretini. Togliatti era in malafede. Il mentitore era lui, non Sumner Welles le cui affermazioni rispondevano rigorosamente a verità. Il PCI era sovvenzionato da Mosca, in varie forme, e continuò ad esserlo per molti anni. (Quando nel 1954 scoppiò lo scandalo Seniga – questo stretto collaboratore di Pietro Secchia, che aveva in mano l’organizzazione del partito, scappò con la cassa, suppergiù seicento milioni di allora – Togliatti non inoltrò alcuna denuncia alla magistratura, né accusò pubblicamente il transfuga. Lasciò lo scandalo sotto silenzio, perché sapeva di non poter giustificare la provenienza di quegli ingenti fondi.) Ma il leader comunista, flessibile e perfino remissivo quando sapeva d’aver ragione, diventava aggressivamente spavaldo quando era in torto: una tattica appresa senza dubbio a Mosca, e che la diplomazia dell’URSS segue da decenni.
Negli Stati Uniti gli insulti di Togliatti suscitarono sensazione forse di proposito ostentata, e il governo affettò freddezza verso una delegazione ufficiale italiana che vi si trovava per discutere accordi commerciali. Può darsi che si trattasse di una manovra concordata con De Gasperi, proprio allo scopo di dimostrare che i comunisti non dovevano restare al governo. Procedendo nei colloqui politici a Roma, De Gasperi volle soprattutto far capire ai suoi interlocutori che una riedizione del «tripartito» era impossibile. Il 26 maggio vide Togliatti, presente Sforza che, conoscendo le intenzioni del Presidente, commentò: «Dunque è la guerra». Togliatti era disposto a scusarsi in qualche modo per la violenza delle sue dichiarazioni. «Non ti facciamo difficoltà per il Ministero» disse «ma non tolleriamo esclusioni perché allora ci confesseremmo fuori della nazione.» La risposta del leader democristiano fu formulata morbidamente, ma con sufficiente chiarezza per chi volesse capire. Disse che «si tratta del pane» (ossia che premevano i problemi economici per la cui soluzione era indispensabile l’aiuto statunitense) e che la nuova situazione sarebbe stata di «breve periodo». Lasciò insomma balenare a Togliatti la eventualità di un ritorno al governo non appena la burrasca fosse passata. Probabilmente Togliatti ci credette. Di sicuro non sospettò, allora, che il passaggio all’opposizione del PCI dovesse diventare un dato definitivo e irrevocabile della politica italiana.
Tra il 27 e il 30 maggio De Gasperi tessé la sua tela, assillato da remore e perplessità di democristiani anche di primo piano (tra gli altri Piccioni e Pella). Pervenne così alla formazione di un Ministero monocolore democristiano integrato da due liberali, Einaudi (vicepresidente) per il Bilancio e Grassi per la Giustizia, e quattro indipendenti: Sforza rimasto agli Esteri, Merzagora al Commercio estero, Corbellini ai Trasporti, Del Vecchio al Tesoro. Un Ministero, essenzialmente, di democristiani e di tecnici; fuori tutti gli altri. Ma tra i tutti, quelli che contavano erano i socialisti e più ancora i comunisti. Anche se non molti se ne avvidero (Nenni ebbe, una volta tanto, buon fiuto scrivendo: «Avremo un governo col doppio avallo del Vaticano e dell’America… il fatto mi pare di una gravità senza precedentiâ») la virata era di portata storica. Togliatti, che un po’ se l’era voluta, o l’aveva accelerata, non fece per il momento la voce grossa. Il 21 giugno, alla Costituente, il governo «passò» con 274 voti favorevoli, 231 contrari. Quando già pareva che, varato il Ministero, le acque politiche potessero rimanere calme almeno per un po’, De Nicola provvide ad agitarle annunciando che si dimetteva. Non stava molto bene, era corrucciato per gli itinerari tortuosi che la crisi di governo aveva seguito, e infine era stato preso da uno dei suoi scrupoli legalitari: la Costituente s’era autoprorogato il mandato, e De Nicola riteneva che, stando così le cose, dovesse confermarlo anche a lui, rimasto con investitura di dubbia validità. La conferma ci fu, con una votazione quasi plebiscitaria, e il Capo provvisorio dello Stato, più sereno ma ancora stanco, si rintanò a Torre del Greco per un periodo di meditazione e di riposo.