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Ci ho messo quasi mezz’ora a trovare parcheggio.

La Volkswagen Typ 1, detta anche Maggiolone se in versione Typ 1/1302, non è propriamente un’auto da città. Non solo per la mole considerevole, ma anche perché non dotata di quel briciolo di optional che ormai hanno anche le utilitarie. Zero servosterzo, per fare un parcheggio servono i bicipiti di Stallone, zero vetri elettrici e chiaramente zero aria condizionata.

Rimpiango il fatto che mio padre, al tempo, per pochi soldi in meno abbia preferito non prendere la versione cabriolet. Dentro l’abitacolo si muore nonostante sia settembre. In un punto particolarmente stretto della strada ho dato anche una strusciata a un suv parcheggiato male. D’improvviso le persone molto ricche o almeno quelle che vogliono darsi un tono con quei macchinoni mi sono diventate antipatiche.

L’ingresso del cortile è esattamente come lo ricordo.

Se chiudo gli occhi posso quasi sentire il rumore del pallone che rimbalza stancamente contro il muro. «Destro e sinistro, sinistro e destro, così si acquisisce la tecnica» dice mio padre che è seduto qualche metro dietro su una delle panchine interne.

Non ho mai capito perché per lui quel rumore secco fosse un piacevole sottofondo ai pomeriggi passati con La Settimana Enigmistica.

E poi il vialetto fino all’entrata. Il primo palazzo sulla destra. Le scale strette, senza ascensore, e il terzo piano.

Le casse d’acqua e la spesa.

Io che cresco portando su prima una busta a fatica e alla fine tre per braccio per velocizzare le operazioni.

Mio padre che ne porta su prima tre, poi due, poi una poi più nulla.

L’assenza.

Forse è proprio per questo che detesto sempre tornare nella mia casa d’infanzia. Non solo, ma soprattutto.

All’arrivo trovo solamente mia zia Gina, la sorella più grande di mia madre. Dopo la morte del marito si è trasferita lì. Io già non c’ero più.

Zio Nello nella vita si era distinto per essere stato uno dei primi in Italia a progettare laboratori di inglese e di informatica nelle scuole. Inizialmente si era anche arricchito, ma poi erano arrivate le nuove tecnologie, i competitor sempre più a basso costo e la necessità di portare l’attività su un piano più organizzato e meno familiare. Il loro enorme laboratorio, dislocato in un seminterrato di trecento metri quadri, dove avevo sempre così voglia di andare a giocare e a correre, si svuotò di un collaboratore dopo l’altro, fino a che non lo chiusero.

Lui è morto più o meno un mesetto dopo.

Zia Gina però non si è lasciata abbattere dalla sofferenza. Una donna forte che ha superato una guerra da bambina e con i suoi ottantadue anni suonati sembra forse più pragmatica e presente a se stessa di mia madre, che pure ha quindici anni di meno.

La trovo seduta su uno dei tanti scatoloni che ingombrano il piccolo androne di fronte alla porta di casa.

«Meno male che sei arrivato Tommaso... hanno lasciato tutto qui e non ne hanno voluto sapere niente... ho provato a chiedere di cosa si trattasse... dicono siano tutte cose tue.»

Lucrezia, penso.

E rimango per qualche secondo con le mani sui fianchi.

Una delle sue caratteristiche più importanti è sempre stata l’efficienza, ma non pensavo fino a questo punto. Apro per curiosità le prime due scatole che ho di fronte e mi rendo conto che si tratta per lo più di cose di lavoro. Tutte le registrazioni delle mie sedute che tenevo ordinatamente in una libreria insieme ai tomi di Psicologia, più per fare scena che per reale necessità.

C’è una vita lì dentro, penso.

Non sarà semplice trovare un posto per tutto, ma non posso neanche liberarmi degli scatoloni senza controllarli.

Ci vuole un’ora buona per trascinarli giù per tre piani fino alla piccola cantina che abbiamo nel sotterraneo del palazzo. Un’operazione che mi frutta un risentimento al polpaccio sinistro, un risvegliarsi della tendinite alla spalla destra e tre nocche maciullate dal tentativo di non cadere per le scale alla penultima scatola.

Più per la frustrazione che per la stanchezza.

Nel continuo su e giù ho tempo per pensare a tutti i modi possibili per assestare un tremendo calcio nel sedere a mia moglie. Con rincorsa, di piatto, di punta, di collo, penso che potrei passarci ore prima di decidere.

La detesto.

Eppure so bene, nel profondo, come sia stato io il vero sprovveduto. Impreparato al compito dopo anni di ragionamenti e considerazioni teoriche.

# Mai abbassare la guardia con una donna.

Quando risalgo sono quasi le 13.

«Ma si può sapere dov’è mia madre?» chiedo a zia Gina completamente ricoperto di sudore. La camicia sarà da buttare.

«Non saprei... è uscita prestissimo. Lo fa quasi sempre. Credo vada a messa e poi non lo so, si fermerà in parrocchia.»

Ecco, posso rimangiarmi quanto detto sul fatto che mia zia sia davvero presente a se stessa.

Io sospetto dove possa essere in realtà mia madre e così rinuncio alla doccia, infilo la prima maglia che mi capita e scendo le scale a quattro a quattro.

Trovo il quartiere in cui sono cresciuto molto cambiato. Quasi tutti i negozi hanno chiuso per lasciare spazio a una serie infinita di alimentari, casalinghi e fruttivendoli gestiti da bangla o cinesi.

Niente di diverso da quello che sta avvenendo in città, ma qui, dove conoscevo personalmente Peppe il tappezziere o la signora Nina della pasticceria dove facevano le migliori pizzette di Roma, è molto molto diverso.

Non ci metto troppo a trovare quello che cerco, una delle poche attività ancora in mano agli italiani. La sala scommesse.

Fuori c’è un gruppetto di ragazzini del liceo che ancora non ha ripreso la scuola e ha tempo di dedicarsi a chiacchiere e Fantacalcio, oltre al solito giro di mezzi ubriaconi che si servono di birra a buon mercato nella bottega indiana all’angolo.

Non è posto da donne.

Certo un paio di ragazzette tatuate fuori ci sono, ma stanno schiacciate contro il muro mentre due tipi col doppio taglio si danno da fare in un petting spinto.

All’interno della sala solamente due tizi in tuta da lavoro che discutono degli ultimi colpi di calciomercato e della necessità di ridurre il numero delle squadre della serie A per avere un campionato più emozionante.

Al banco invece una donna sui sessant’anni, con i capelli raccolti e una mise da maestrina dalla penna rossa, discute con un ragazzo rasato che non avrà più di vent’anni.

«Una tripla così non la posso fà... sò sport diversi. Nun stanno insieme.»

«E che vuol dire, ragazzo... sempre sport sono no?»

Il suo parlare così compassato è davvero fuori luogo, ma si vede che il tipo la conosce bene e anche per questo non la manda direttamente a quel paese.

«Signora Iole, questo non lo posso fà... me licenziano. Se invece mi sceglie tra questo gruppo di partite qua, riusciamo.»

Rimango per un secondo interdetto come se fossi di fronte alla scena di un film, poi decido di intervenire.

«Mamma» dico semplicemente, con un tono di voce che non riconosco. Non so neanche se sia più stupito o preoccupato.

«Tommaso...» risponde lei con lo stesso sguardo che hanno quelle mogli beccate sul fatto la cui unica battuta possibile è Cielo, mio marito.

«Che ci fai da queste parti? Luigi è il figlio della signora Laura del primo piano e si discuteva di sport. Mi spiegava qualcosa del suo lavoro.»

«Veramente credo che potresti insegnargliene tu a lui...» commento.

Il povero Luigi alza le braccia e si limita a dire: «Io je lo dico sempre che non sono cose per lei, ma...».

«Tranquillo, tranquillo, so bene di cosa parliamo.» Non è la prima volta che vado a recuperare mia madre in luoghi come questo.

Lei che è stata una delle poche persone a non lamentarsi della chiusura del mitico cinema a via Stamira in favore prima di un bingo e poi di una sala giochi stile Las Vegas dei poveri.

C’è stato il tempo anche dei gratta e vinci e del superenalotto, ma ora evidentemente le scommesse hanno preso il sopravvento.

Penso che se Lorenzo mi vedesse in questo momento gli prenderebbe un colpo. Lui che a causa del padre non può entrare nemmeno in un tabaccaio che abbia anche la parte dedicata al totocalcio.

«Oltretutto il campionato non è fermo per la pausa? Che si stava giocando le nazionali...?»

«Macché» interviene Luigi, «voleva mettere insieme la serie B svizzera con una corsa di cavalli e i finalisti di un torneo ATP

Pure il tennis, penso.

E la serie B svizzera.

«Ma era solo mera curiosità, Tommaso, credimi.»

«Certo, mamma. Puoi attendermi fuori per favore?»

La vedo incamminarsi e da dietro mi sembra quasi di rivederla mentre mi accompagnava tutte le mattine a scuola. Ripenso a quella silhouette inconfondibile che si allontana mentre io tentenno ancora sugli ultimi gradini. A quel tempo pensavo che per chi poteva stare fuori e non entrare ci fosse una parte straordinaria di mondo da vedere, qualcosa per cui valesse davvero la pena uscire.

Non la rogna dei compiti in classe, non la paura delle interrogazioni, solo libertà.

E io non vi ero ammesso.

«Perdonami Luigi, ti chiedo un favore personale. Mia madre è una persona instabile. Potreste cercare di non prendere le sue giocate... so che per voi è lavoro ma...»

Il ragazzo mi guarda sforzandosi di alzare la sua soglia di comprensione, che non è altissima a giudicare dallo sguardo, poi risponde: «Ma io Tommà lo farei pure... e l’ho fatto perché sua mamma mi sta simpatica, ma poi andava a prendersi i picchetti di quelli là fuori che non scherzano, meglio che gioca pochi euro qua, no? Io gli faccio sempre fà giocate tranquille». Mi fa pure l’occhiolino.

Picchetto, un termine che pensavo neanche esistesse più.

Guardo fuori ed effettivamente mia madre sta parlando con un uomo completamente calvo alto non meno di un metro e novanta che sorride.

Le mette anche una mano sulla spalla. Trasecolo.

«Grazie Luigi, grazie... devo andare.»

«Mamma» dico per la seconda volta, e riscopro di nuovo un tono da scolaretto.

Accanto a quel colosso che mi sovrasta di dieci centimetri buoni, recito davvero il ruolo del poveraccio.

«Tommaso, ti presento anche Costantin.»

Un allibratore romeno, ottimo.

«Piacere» dico, tanto per continuare a essere del tutto fuori luogo, e lui mi stritola la mano con una stretta d’acciaio.

«Figlio della grande signora Iole è amico mio pure.»

«Grazie» rispondo dando una spintarella a mia madre per farle capire che dobbiamo andarcene.

«Ciao a tutti» dice mentre ci allontaniamo e ognuno ricambia a modo suo, comprese le due ragazze liberatesi per un attimo dalla stretta dei fidanzati.

Rimango basito.

«Vedi che frequento tutti ragazzi... mi vogliono bene.»

«Avrei preferito il centro anziani» commento, e lei guardandomi negli occhi fa il gesto delle corna e aggiunge un: «Tiè».

«Insomma mamma, possibile che tu riesca solamente a metterti nei casini... adesso anche la serie B svizzera? E non attaccare con la storia che la fortuna ci deve qualcosa perché non ho davvero tempo e ho troppi problemi...»

Sto davvero facendo una ramanzina a mia madre? Tenerla sotto braccio così e portarla a casa come una bambina è straniante.

Freud. Già, qualcosa di Freud sarebbe appropriato.

Soprattutto per uno che fa la mia professione.

«Non dico nulla, tranquillo... ma forse sei tu che dovresti raccontarmi, o no?»

Mi prende in contropiede.

«Non ci sentiamo da mesi, piombi qui e vuoi fare la morale a tua madre per qualche scommessuccia...» Mentre lo dice fa uno sguardo altero, offeso. Poi aggiunge: «E io devo venire a sapere che ti separi da quell’arpia di tua moglie, che se l’avesse conosciuta il tuo povero padre non ti avrebbe mai permesso di sposarla...».

Quindi Lucrezia ha chiamato addirittura mia madre.

In un secondo capisco che le ultime, lievissime speranze di ricucire qualcosa sono state spazzate via.

Credo che le due volte in cui si sono parlate prima di oggi siano il giorno del matrimonio e forse il battesimo di Piero. Anzi no. Mia madre non venne perché il signor Altomonti pretese di battezzarlo nella cappella di famiglia all’Argentario e lei non poteva muoversi da Roma perché mia zia non stava bene.

«Ricordi cosa diceva sempre tuo padre, no...?»

La fermo. «Sì, sì, moglie e buoi dei paesi tuoi o qualche altro detto popolare del cavolo... dimmi cosa ti ha raccontato Lucrezia.»

Siamo quasi arrivati al portone di casa.

Mi guarda attonita.

Si ferma un attimo sulla panchina dove si sedeva sempre mio padre per guardarmi giocare. «Insomma è una cosa seria.»

Non capisco se sia una domanda o un’affermazione. Rimane tutto sospeso lì.

Mi siedo anche io.

Per un attimo vorrei avere di nuovo un pallone e la noiosa sensazione del battimuro.

Sarebbe tutto più semplice.

Tutto ancora da fare. Magari senza troppi errori.