I compito di mettere nero su bianco la vita e le usanze dei Lamparter e degli Alder, di districare con penna sicura le complicate mescolanze delle due schiatte, di descrivere i danni fisici dell’endogamia – la testa oblunga, il labbro inferiore rigonfio e il mento incassato – e magari anche di difenderli come sano atavismo: questo compito lo lascerò a uno studioso di storia locale preoccupato di ricostruire l’albero genealogico della sua famiglia. Raccontare la vita dei contadini di Eschberg – la misera monotonia delle stagioni, i cattivi affari, la fede testarda e fanatica, la cocciuta diffidenza verso ogni forma di novità – sarebbe del resto tempo sprecato se, nei primi anni dell’Ottocento, proprio la stirpe degli Alder non avesse dato alla luce un bambino dotato di una musicalità straordinaria e, nel vero senso, inaudita, una musicalità di cui nel Vorarlberg non si sarebbe piú visto l’eguale. Un bambino di nome Johannes Elias.
Il racconto della sua vita non è che un triste bilancio di omissioni e mancanze: commesse da tutti coloro che intuirono forse il grande talento del ragazzo, lasciandolo poi deperire per indifferenza o pura stupidità, o come il cantor Goller, organista del Duomo di Feldberg, per pura invidia (le sue ossa andrebbero riesumate e disperse ai quattro venti, cosí che il suo corpo non possa presentarsi al Giorno del Giudizio). È un atto di accusa nei confronti di Dio: quel Dio che in un momento di prodigalità si era compiaciuto di riversare il dono prezioso della musica proprio su un povero figlio di contadini, senza pensare che mai, in un posto cosí amusicale, avrebbe potuto sfruttarlo e perfezionarlo. Oltre a ciò piacque a Dio dotare Johannes Elias di una tale sensibilità per le pene d’amore che la sua vita ne sarebbe stata consumata prima del tempo.
Dio creò un musicista incapace di scrivere una sola battuta sul pentagramma (pur desiderandolo, Johannes Elias non poté mai apprendere l’arte delle note). Ma furono poi gli uomini, nella loro divina incoscienza, a completare quel piano che non possiamo non definire satanico.
Quando apprendemmo la storia sconcertante di Johannes Elias Alder, ci fermammo a riflettere: quanti uomini meravigliosi, filosofi, pensatori, poeti, pittori e musicisti il mondo avrà perduto solo perché a essi non fu concesso di imparare la propria arte? Forse – continuando nella nostra fantasia – non fu Socrate il filosofo piú sublime, e non fu Gesú Cristo il piú grande spirito amante, né Leonardo il piú straordinario fra i pittori o Mozart il piú perfetto fra i musicisti; altri nomi, completamente diversi, avrebbero potuto segnare il corso della storia. Pensammo allora con un sentimento di cordoglio a questa schiera di sconosciuti, nati e non nati a un tempo. E Johannes Elias Alder era uno di loro.