Il portale della chiesa si richiuse con un simile fragore che lo schianto si trasmise ai lampadari di ferro battuto facendoli tintinnare. O fu invece l’eco della sua risata straziante a farli oscillare? Quando ebbe chiuso a chiave la porta dietro di sé il suo dolore non conobbe piú limiti, ed Elias scoppiò in una risata spaventosa, come se fosse il diavolo in persona a ridere sulla propria vittoria definitiva. Il suo cuore era buio quanto la navata della chiesa, e la lux perpetua della speranza, che guizzava nella penombra del coro, si era ridotta in lui a un mozzicone di candela ormai freddo.
Immerse due dita nell’acquasantiera e se le portò alla bocca, poi le immerse nuovamente e se le portò ancora alla bocca. Quindi avanzò con passi pesanti e decisi, superò d’un balzo la balaustra di legno intagliato, alta sino ai fianchi, e si trovò di fronte al Tabernacolo. Non aveva ancora smesso di ridere che gli sembrò, all’improvviso, di non essere solo nella chiesa. Tacque all’istante, si voltò impavido e fissò la navata buia. Rimase immobile, tendendo l’orecchio con la bocca semiaperta, ma non sentí nulla, non riuscí a individuare nessuno. Si voltò allora nuovamente, prese un fiammifero dalla tasca della giubba, accese la candela dell’altare e poi, via via, tutte le candele della chiesa. Doveva esserci molta luce, affinché Dio lo vedesse quando gli avrebbe parlato. Dopo aver acceso l’ultima candela della Via Crucis tornò verso il Tabernacolo, sfiorò con le mani la porticina intarsiata, si accarezzò il viso e restò a lungo in silenzio. Sempre piú scuro in volto, la fronte rigata da grosse vene rigonfie.
– Dio, dove sei Tu, nella mia vita??!! – proruppe con un grido straziato, ripetendo la domanda piú e piú volte. E dopo aver gridato fino ad aver la voce roca, le dita delle mani si inarcarono e si intrecciarono in un mostruoso gesto di preghiera. Cadde in ginocchio, e solo allora riuscí a parlare con piú calma.
– Dio grande e potente, – iniziò con voce infiammata, – creatore degli uomini e degli animali, del mondo e delle stelle. Perché hai creato me, Johannes Elias Alder? Non si dice nella Scrittura che Tu sei perfetto? Ma se Tu sei perfetto e buono, perché hai dovuto creare la miseria, il peccato e il dolore? Perché Ti nutri del mio lutto, dei miei occhi mostruosi, della mia pena d’amore?
Il suo sguardo si aggrappò alla porticina del Tabernacolo, tempestata di perle. – Perché vuoi umiliarmi? Non mi hai forse creato secondo la Tua immagine? Allora Tu umili Te stesso, Dio mendace!!
Gli occhi di Elias ricaddero a terra. – Non ho piú nulla da perdere, e quello che ho perso non l’ho mai posseduto. Eppure Tu mi hai instillato nell’anima qualcosa che mi sembrava un riflesso del paradiso. Tu mi hai avvelenato. Perché, Dio grande e potente e onnisciente, perché Ti diverti a negarmi una vita felice? Non sei forse il Dio dell’amore? Per quale ragione allora non mi permetti di amare? Per quale ragione il mio cuore ha dovuto accendersi per Elsbeth? Credi forse che avrei scelto lei di mia sola iniziativa? Sei stato Tu a condurmi da lei. E io ho obbedito, perché ho pensato che questa fosse la Tua volontà. Dio potente! Come? Puoi forse godere della mia sventura?
Nei suoi occhi tornò a brillare un lampo di collera maligna. Si alzò dal pavimento, si avvicinò al Tabernacolo e riprese a gridare, senza nemmeno accorgersi che la gola gli doleva.
– Sono venuto a maledirti!! Sono venuto a farla finita con Te!! Tu non sei il dio dell’amore!! L’amore da solo non Ti bastava!! Hai dovuto creare l’odio, hai dovuto generare il male!! Non sei stato forse Tu a creare l’angelo Lucifero?? Non sei stato Tu a porre in lui il germe del male?? L’angelo doveva cadere, perché era questo il Tuo eterno disegno!!
– Ma allora, – aggiunse con un tono di abissale disprezzo, – ascolta quello che ho da dirTi, – e si chinò verso la porta dello scrigno. – Se Tu nella divina grandezza hai voluto dare a noi uomini il libero arbitrio, – sussurrò, – allora io, Johannes Elias Alder, voglio gustare questa libertà fino in fondo. Sappi che non accetterò la mia sventura. Sappi che non smetterò di amare Elsbeth. Sappi che mi opporrò ai Tuoi decreti. Sappi che non puoi procurarmi sofferenze maggiori di quelle che mi hai già procurato. E che a partire da questo momento il Tuo potere non avrà piú presa su di me. Se io, Johannes Elias Alder, andrò in rovina, sarà per mia e non per Tua volontà!
Pronunciate queste parole, pensò bruscamente di farla finita. Non uno solo dei suoi desideri – pensava con rabbia – si era realizzato. Non aveva avuto una vera infanzia, i suoi genitori si vergognavano di lui e perciò lo tenevano a distanza. Diventato precocemente adulto non gli avevano permesso di imparare a Feldberg l’arte dei suoni, e il suo amore per la musica era rimasto una passione segreta: costretto com’era a sedersi all’organo al pari di un ladro, nell’eterno timore di essere scoperto. Quante volte aveva supplicato il defunto Oskar Alder di insegnargli la musica, e anche questo desiderio era rimasto insoddisfatto. Ma avrebbe accolto ogni cosa di buon grado se Dio non lo avesse ingannato cosí crudelmente nell’amore.
Mentre Elias parlava, accadde qualcosa di singolare. Non sapremmo dire se fosse effetto della sua mente sovreccitata o se si trattasse di una circostanza reale. Perché all’improvviso gli sembrò di nuovo che nella navata ci fosse qualcuno. Avvertí una forza indefinibile, uno strano calore vitale che quasi gli bruciava la nuca e le spalle, diffondendosi uniforme per tutta la schiena. In quello stesso istante si udí un suono leggero, ma spettrale. Un morbido tappeto di note riempí la navata della chiesa e parve a Elias che fosse una sola bocca a intonare tutte quelle note. La bocca si arrestò e le note risuonarono a lungo, poi la bocca riprese e l’aria tornò a vibrare di nuovo, con infinita dolcezza.
Qualcuno suonava l’organo. Elias Alder si voltò. Quando vide che cosa succedeva nella navata il cuore gli si fermò nel petto.
Già, perché al fenomeno del suono misterioso si potrebbe anche trovare a posteriori una spiegazione plausibile: dopo aver suonato l’organo per l’ultima volta Elias aveva dimenticato di chiudere i registri, inoltre la finestra alta della cantoria sul lato nord era aperta, e un forte colpo di vento poteva essere penetrato negli sportelli facendo vibrare la colonna d’aria delle canne. Quel che non riusciamo a spiegare è ciò che Elias vide nella navata.
– Chi sei tu? – mormorò con labbra bianche come la calce e fissò in deliquio gli occhi sui banchi centrali dalla parte dell’Evangelo. – Chi sei tu? – chiese ancora una volta con un sospiro e le labbra gli tremarono di paura. Il tenue suono delle canne si alzò e decrebbe, e le oblunghe ombre gettate dalle sculture della Via Crucis tremarono nell’inquieta luce dei ceri di sego. – Da dove sei venuto? – chiese Elias con una voce rauca in cui era l’eco di un’angoscia mortale.
Un pallido riflesso di luce giallognola sfiorò la testa fasciata del Bambino e andò a cadere sulle piccole spalle nude, attraverso la misera giacchetta lacera e cenciosa.
– Chiunque tu sia, non ho paura di te! – disse Elias con gli occhi impietriti. Il cuore tornò poco per volta a battergli regolarmente. Appena si fu ripreso si diresse verso il cero pasquale, lo tolse dal candelabro, oltrepassò la balaustra e si avvicinò con cautela al banco in cui il bambino cencioso dalla testa fasciata era intento a masticare qualcosa. Elias vide che teneva qualcosa in mano, anzi che ci stava giocando. Quando piegò la testa per un attimo gli parve di notare sulla guancia delle macchie nere grosse come una mano. E quanto piú si avvicinava, tanto piú intenso era il calore che emanava dal bambino: un calore misterioso, che sembrava irradiare dall’interno colmandolo di una felicità inspiegabile e di una grande pace. Elias non osò fare ancora un passo. Sollevò un poco il cero e solo allora poté guardare l’apparizione in pieno volto.
Vide un bambino che a Eschberg non si era mai visto. Era seduto nel banco e giocava con un libro di preghiere. Ne sfogliava le pagine, ne saggiava la carta ruvida con le piccole dita curiose, poi tornava a sfogliarlo, se lo portava alla bocca, affondava i dentini nella rilegatura di pelle e poi riprendeva a sfogliare le pagine. Elias osservò la scena in silenzio, provando un’inspiegabile sensazione di quiete. Guardò la testa del bambino: portava una stretta fasciatura di lino e sulla tempia sinistra si allargava una grossa macchia nera, come di sangue raggrumato. Guardò il suo corpo indifeso, avvolto in quei cenci scuri. Vide che tremava dal freddo e che era tutto screpolato. E poi scoprí un segno misterioso: il bambino era senza ombelico.
– Sei Dio? – domandò con voce piú ferma. Allora il bambino alzò la testa verso Elias e lo guardò. E la luce dei grandi scuri occhi infantili avvolse Elias Alder con ipnotica indifferenza. – Signore, donami l’eterno riposo, – balbettò Elias attonito, – e risplenda a me la luce perpetua –. E Johannes Elias Alder riconobbe il Bambino.
Provò una nostalgia indicibile per la bellezza che irradiava da quegli occhi misteriosi, avrebbe voluto almeno toccargli i piccoli piedi nudi. Ma, appena stese la mano, il corpo del bambino ebbe un fremito. La bocca si aprí con uno sforzo doloroso, come se volesse parlare senza riuscirci. Elias dovette constatare che la macchia nera sulla tempia incominciava a luccicare, e intorno alla macchia si allargava un umido alone. La ferita aveva preso a sanguinare. Il bambino continuava a sforzarsi nel tentativo di parlare, ma invano. E quando infine la bocca si richiuse, dalle labbra gli usciva un filo di sangue. Elias tese ancora una volta la mano verso di lui, lentamente e con grande delicatezza. Il corpo del bambino ebbe di nuovo un fremito, e di nuovo la sua bocca provò a parlare.
Allora Johannes Elias Alder intuí di non dover toccare il bambino. Poi le forze all’improvviso lo abbandonarono, e cadde svenuto dalla tenerezza.
Rimase disteso fra i banchi fino al mattino seguente, allorché Michel il carbonaio lo svegliò a strattoni. Quando Elias aprí gli occhi, Michel non poté trattenere un grido: le pupille di Elias avevano cambiato colore. Al posto del loro giallo squillante c’era ora un verde scuro, un verde come quello dei pascoli di montagna quando piove a cateratte dal cielo color della pece. In realtà, Elias Alder aveva riacquistato il colore delle sue pupille. Ma questo, Michel non poteva immaginarlo.
Quella notte – raccontava piú tardi una Seffin raggiante di contentezza al figlio – il padre invalido si era svegliato all’improvviso, si era alzato e aveva ripreso di colpo a parlare. Era durato piú di mezz’ora, e lei giurava nel nome di Dio e di tutti i Santi che non era stato un sogno.