Capitolo 1

1

Nel 1993, quando Xie Qing mise piede per la prima volta a Parigi, dalla Rivoluzione Francese erano passati più di duecento anni. Xie Qing non aveva mai letto Novantatré di Victor Hugo e sapeva ben poco della rivoluzione. Non immaginava che il 1993 per lui sarebbe stato un anno cruciale, l’anno in cui la fortuna avrebbe finalmente cominciato a girare per il verso giusto. Poco più di una settimana prima era alla guida di un camion su una strada sterrata e tutta buche della Cina del Sud, accecato dal rancore. Le cose avevano preso una piega curiosa, in quel pomeriggio del ’93 in cui aveva ricevuto l’ordine di scaricare container al porto di Dongwan. Non avrebbe mai immaginato che sarebbe atterrato all’aeroporto Charles De Gaulle, seduto accanto al finestrino di un Boeing 747.

Appena sceso dall’aereo due poliziotti francesi gli andarono incontro, seguiti da un interprete cinese. Dopo avergli controllato il passaporto lo fecero montare sul sedile posteriore di una volante e lasciarono l’aeroporto.

L’auto era spaziosa, sapeva di cuoio. Nessuno fiatava. L’interprete dall’accento hongkonghese apriva bocca soltanto per tradurre su ordine degli agenti. Xie Qing si voltò a scrutare gli edifici che sfrecciavano fuori dal finestrino: non erano i grattacieli che si era immaginato, solo una fila di vecchie case. Però si accorse di qualcos’altro, sulle strade i passanti erano rari, agli incroci non si vedevano vigili ma c’erano fiori freschi ovunque, grandi ghirlande erano appese persino ai pali della luce. Lanciò un’occhiata allo specchietto retrovisore sul parabrezza, ma quando vide che il poliziotto francese seduto davanti lo stava fissando distolse lo sguardo.

«Dove siamo diretti?», chiese all’interprete che gli stava seduto accanto, dandogli una leggera gomitata. Quello si ritrasse, visibilmente infastidito dal contatto fisico.

«Al Commissariato n. 15 di Parigi».

«Lei si trova lì?», chiese ancora Xie Qing.

«Lo scoprirà quando saremo arrivati», rispose meccanicamente l’interprete.

Nella volante tornò il silenzio, e l’ansia di Xie Qing aumentò.

«Di che marca è quest’auto?», chiese con cautela nel tentativo di alleggerire l’atmosfera opprimente. Xie Qing faceva l’autista e i motori erano sempre stati la sua passione.

«Come ha detto?».

«Ho chiesto di che marca è quest’auto».

L’interprete allungò la testa verso l’agente seduto davanti e poi rispose: «È una Peugeot, in Cina continentale la chiamate Biaozhi».

Xie Qing annuì. Effettivamente a Canton c’era una fabbrica di Biaozhi, una joint venture franco-cinese. Evidentemente erano in dotazione alla polizia francese.

Vide che l’agente alla guida stringeva forte il volante. Xie Qing lasciava raramente che fosse qualcun altro a guidare. Dopo circa un’ora di viaggio si fermarono davanti a un edificio grigio che somigliava a una fortezza.

Sceso dall’auto notò, di guardia al portone, alcuni poliziotti in giubbotto antiproiettile con il mitra tra le braccia, e sopra il portico d’ingresso la bandiera tricolore francese che sventolava. I poliziotti che l’avevano scortato esibirono un tesserino e la porta a vetri si aprì automaticamente. Al di là della soglia c’era un lungo corridoio dal pavimento in quarzo levigato. Gli anfibi dei due agenti producevano un suono cupo che rimbombava nel corridoio. In fondo si apriva un portone in acciaio, uno degli agenti digitò alcune cifre su un tastierino e non appena si aprì furono investiti da un forte odore di formalina.

Uscì ad accoglierli una donna dagli occhi azzurri in camice bianco, che li condusse in uno stanzone. Faceva molto freddo, al centro della stanza una lettiga, su cui giaceva un corpo coperto da un lenzuolo candido. Il medico legale ne sollevò un lembo, scoprendo la testa del cadavere. In quel momento Xie Qing vide Yang Hong, dopo più di tre anni. Sembrava immersa in un sonno profondo, il viso livido, gli angoli della bocca ancora piegati in una curva ostinata e sprezzante. Provò un dolore inaspettato. Le lacrime presero a scendergli lungo le guance, anche se solo una settimana prima la odiava con tutto se stesso. Allungò la mano per accarezzarle il viso, era gelido e rigido come marmo.

«Conosce questa donna?», chiese uno dei poliziotti per mezzo dell’interprete.

«Sì, la conosco. Era mia moglie», rispose Xie Qing.

«Come si chiamava?».

«Di cognome faceva Yang, il carattere con il radicale che significa “legno” e, a destra, la parte che significa “cambiamento”. Si chiamava Yang Hong».

L’interprete rimase a lungo pensieroso, incapace di tradurre una sola parola, finché, un po’ scocciato, disse: «Il carattere con il radicale del legno... la parte che significa “cambiamento”... tutto questo non ha senso. Le dispiace se usiamo la trascrizione in lettere latine?».

Dove stava la difficoltà, si chiese Xie Qing, nel far capire al francese che Yang era il carattere con il radicale del legno e la parte che significa «cambiamento»?

«Ricorda la sua data di nascita?».

«15 agosto 1954». Coincideva con la Festa di Metà Autunno, l’ottavo mese del calendario lunare.

«Quando vi siete sposati?».

«Nel 1985».

Il poliziotto sembrò soddisfatto. Xie Qing era legalmente il marito della vittima. Poi l’agente parlò a lungo rivolto all’interprete, che tradusse a Xie Qing.

La vittima, Yang Hong, entrata in Francia tre anni prima, era in possesso di un permesso di soggiorno francese e risiedeva a Le Vésinet, nei dintorni di Parigi. Gestiva una piccola attività a Angoulins, sull’Atlantico. Dieci giorni prima, in piena notte, mentre scendeva dal versante di una collina alla guida di un’auto, era uscita di strada in corrispondenza di una curva ed era finita in un corso d’acqua. Era sprofondata nel letto del fiume, a circa tre metri di profondità. Al momento dell’impatto con l’acqua l’abitacolo non si era allagato del tutto e vi era rimasta dell’aria. La vittima aveva digitato il numero di emergenza 112, ma quando la polizia era riuscita a individuare l’auto sul fondo del fiume la donna era ormai morta.

Xie Qing rimase ad ascoltare come in trance, non riusciva a credere a quei racconti. Perché si era messa alla guida da sola nel cuore della notte, in che modo era uscita di strada, com’era possibile che avesse fatto una telefonata dal fondo del fiume? L’interprete si interruppe per chiedergli se avesse capito.

Annuì. Era ancora confuso, continuava a pensare all’auto di Yang Hong in fondo all’acqua. Da piccolo aveva letto un fumetto, la storia di un sottomarino giapponese che, terminata la Seconda guerra mondiale, non si era rassegnato ad arrendersi e aveva continuato a battere i fondali del Pacifico finché i membri dell’equipaggio, uno alla volta, non erano morti asfissiati.

Il poliziotto riprese a parlare, l’interprete continuò a tradurre.

Effettuati i rilievi sul posto e le perizie degli esperti, la polizia aveva accertato che a causare l’incidente era stato l’eccesso di velocità. Inoltre, nell’organismo della donna il medico legale aveva riscontrato un tasso alcolemico molto elevato, di conseguenza le cause erano quelle: ebbrezza e velocità. L’unica responsabile dell’incidente era la vittima stessa. Yang Hong non aveva parenti stretti a Parigi, e la polizia era stata costretta a cercarli tramite l’ambasciata cinese e convocarli in Francia perché si facessero carico dei preparativi per il funerale. Ora gli veniva chiesto, come coniuge, di firmare un documento in cui si attestava che un parente della defunta aveva riconosciuto in lei la vittima dell’incidente. Una firma, e il caso sarebbe stato chiuso. I resti di Yang Hong sarebbero stati cremati a breve e le ceneri riportate in Cina o sepolte a Parigi, il Comune avrebbe provveduto a tutto il necessario.

«Naturalmente, una volta chiuso il caso, i parenti della vittima avranno diritto a un cospicuo risarcimento», continuò l’interprete. «L’assicurazione sulla vita di Yang Hong prevede una polizza sugli infortuni e i parenti della vittima potranno ottenere un risarcimento di quattrocentomila franchi. Inoltre le verranno pagati un biglietto aereo di andata e ritorno e il soggiorno. Potrà restare a Parigi per due settimane».

Perché aveva deciso di bere? E perché si era messa alla guida in piena notte? Non l’aveva mai vista alzare il gomito. Mentre ascoltava l’interprete Xie Qing continuava a riflettere. Ebbe la sgradevole sensazione di trovarsi su un’auto guidata da qualcun altro.

«Quindi, se non ha obiezioni, la pregherei di mettere una firma». L’interprete gli passò un documento.

Guardò il foglio: era pieno di lettere occidentali. Sapeva che sarebbe bastata una sua firma per chiudere la questione. Quattrocentomila franchi erano più o meno settecentomila yuan, una somma tutt’altro che trascurabile, e poi c’erano due settimane spesate a Parigi, ma era il prezzo della vita di Yang Hong. In quel momento, guardando il suo corpo gelido, sentì con un’intensità del tutto nuova di essere suo marito.

Xie Qing si sentiva perfettamente calmo. Sapeva bene che in una trattativa gli sprovveduti hanno sempre la peggio. Come autista gli era capitato parecchie volte di trovarsi immischiato in qualche grave incidente stradale. Quando i familiari delle vittime si comportavano ingenuamente ottenevano un risarcimento misero, magari duemila yuan o poco più; quelli che invece si rifiutavano di collaborare, decisi a piantare un gran casino, mettevano le mani su somme molto più interessanti. Qualcuno riusciva a rimediare un bel vitalizio. Era la prima volta che aveva a che fare con degli stranieri, ma era certo che fosse un principio universale. Il poliziotto parigino era ansioso di chiudere la faccenda, e lui non voleva fare la parte dell’ingenuo. Doveva vederci chiaro sul perché della morte di Yang Hong. Per tre anni, da quando era partita, non gli aveva mai telefonato né scritto, della sua vita non sapeva praticamente nulla. Gli serviva un po’ di tempo per capire cosa fosse successo.

Prese il documento tra le mani e lo esaminò con ostentata concentrazione. Quando l’interprete gli diede un colpetto sulla spalla dicendogli di girare il foglio, Xie Qing si rese conto di aver fatto la figura dell’imbecille. Sulle labbra dei poliziotti comparve un sorriso di scherno che scatenò in lui una rabbia muta. Avvertiva gli occhi degli sbirri puntati sulla penna posata sul tavolo. Per accontentarli allungò la mano e la prese, ne sfilò il cappuccio e rimase pensieroso, come se fosse in procinto di firmare. Vide i poliziotti sgranare gli occhi, uno di loro deglutì. Xie Qing rimase immobile per qualche istante, poi rimise il cappuccio alla penna e drizzò la schiena.

«Come siete arrivati alla conclusione che Yang Hong sia morta nell’incidente?», chiese.

«La conclusione viene dagli accertamenti che gli esperti e il medico legale hanno condotto sul luogo della tragedia».

«Non posso credere che sia morta in un incidente così banale. Probabilmente la causa va ricercata altrove».

«Impossibile, gli accertamenti degli esperti e del medico forense hanno effetto legale».

«Mi rifiuto di accettarlo, ho il forte sospetto che dietro la sua morte ci sia qualcosa di più complicato. Potrebbe essere stata addirittura uccisa». Vide lo sbirro deglutire di nuovo, aveva l’aria di voler chiudere il caso e andarsene al mare. Xie Qing sentì di aver messo le mani sul volante.

«Devo chiedervi di esaminare nuovamente il caso per accertare quali siano state le cause reali. Fino ad allora non firmerò un bel niente».

I due poliziotti erano palesemente confusi. Dopo essersi consultati gli dissero che se non avesse firmato non avrebbero potuto cremare i resti, e sarebbe stata un’ingiustizia nei confronti della vittima. Se la vittima fosse stata cremata prima di aver chiarito la verità, replicò Xie Qing, sarebbe stata commessa un’ingiustizia ben più grave.

Gli sbirri controbatterono ancora: se non avesse firmato, avrebbe rinunciato al risarcimento da quattrocentomila franchi, al biglietto aereo, all’albergo che gli era stato riservato.

Grandi e grossi com’erano, pensò Xie Qing, quei due sbirri francesi non avevano un briciolo del cervello di un qualunque poliziotto cinese. Forse da quella faccenda avrebbe ottenuto molto più di quanto gli stava offrendo il governo francese in quel momento.

Aveva rifiutato di collaborare con la polizia, non poteva contare sull’albergo e sull’ospitalità. Ma a Parigi poteva ritrovare parecchi amici e non aveva paura di dormire all’addiaccio. Prima di lasciare la stazione di polizia telefonò ad A Zhi, un vecchio compagno di scuola, che andò a prenderlo in macchina. Il corpo di Yang Hong fu rimesso nella cella frigorifera.

2

Prima di partire dalla Cina Xie Qing si era accordato con A Zhi perché lo accogliesse in aeroporto. L’amico non possedeva un’auto né sapeva guidare, e aveva chiesto a un cugino più giovane, Wenchun, di accompagnarlo. Erano rimasti ad aspettare in aeroporto un paio d’ore, i passeggeri del volo Air France proveniente da Shanghai erano usciti tutti, ma di Xie Qing neanche l’ombra. A Zhi era tornato a casa, dove nel pomeriggio aveva ricevuto la telefonata dell’amico dal commissariato. Così aveva dovuto richiamare il cugino per andarlo a prendere.

Non si vedevano da molto tempo. A Zhi era arrivato a Parigi da oltre dieci anni e non aveva mai ottenuto il permesso di soggiorno, quindi non poteva tornare in patria a far visita ai familiari. Xie Qing sapeva che aveva avuto tre figli e che si era comprato una casa all’occidentale, aveva fatto dei bei soldi. Adesso, guardandolo, gli sembrò soltanto un cinese obeso, il naso paonazzo per la couperose, spossato come un ubriaco che ancora non si è ripreso dalla sbornia. Il cugino Wenchun, al contrario, era decisamente più in forma e parlava correntemente francese.

Ben presto l’auto raggiunse il centro città. Attraversarono il traffico e dopo molte svolte si infilarono in un vialetto lastricato di pietra verde scuro. Scesi dall’auto percorsero un vicolo così stretto che dovettero passare uno alla volta, e infine arrivarono a casa di A Zhi. Era una costruzione a due piani che occupava una superficie di poco più di dieci metri quadri con un minuscolo attico. Il pianoterra ospitava il salotto, la cucina e la sala da pranzo, mentre al primo piano dormivano il figlio diciassettenne e la figlia quattordicenne. In previsione dell’arrivo di Xie Qing il padrone di casa aveva comprato un materasso nuovo, l’avevano sistemato accanto alle scale, e lo spazio si era ulteriormente ridotto. A Zhi, la moglie e il figlio piccolo dormivano nell’attico. In un’ansa della scala che portava all’ultimo piano era collocato un water, di cui si serviva tutta la famiglia. Bisognava chiudere su entrambi i lati una porticina a soffietto, interrompendo il passaggio tra i piani, e il rumore dello sciacquone era l’unico segnale che il traffico stava per tornare alla normalità.

La moglie di A Zhi, Lizhen, gli riservò un caloroso benvenuto. Aveva preparato un piccolo rinfresco, così si sedettero a tavola a mangiare, chiacchierando nel loro dialetto.

«Xie Qing, fratello mio, sei reduce da un viaggio faticoso. Brindo alla tua salute e spero che d’ora in poi tutto ti vada per il verso giusto. Ormai è tardi e cedere alla tristezza non serve a nulla». Lizhen si alzò in piedi per offrirgli un brindisi. A Zhi si limitò a bere con aria assorta senza sapere cosa dire.

«Grazie, grazie davvero. Sono appena arrivato e mi sento decisamente spaesato, conto sul sostegno di tutti voi», rispose Xie Qing.

«Stamattina A Zhi e Wenchun sono venuti a prenderti in aeroporto, non ci aspettavamo che la polizia ti avrebbe prelevato direttamente. Ma cosa volevano da te?».

Xie Qing raccontò quanto era successo in commissariato. Non era sicuro di aver affrontato gli agenti nel modo giusto.

«Hai fatto benissimo. Se avessi firmato quelli ti avrebbero rispedito subito a casa», si intromise Wenchun.

«Ma se non firmo, la salma di Yang Hong non potrà essere cremata. Era davvero in uno stato pietoso, il corpo gelido come la pietra, in una cella di acciaio, senza nessuno dei suoi cari accanto. A ripensarci mi si stringe il cuore».

«Ormai è morta, non fa differenza se la cremano qualche giorno prima o dopo. Le faccende dei vivi sono ben più importanti di quelle dei morti. Per quanto è valido il tuo visto?», chiese Wenchun.

«Soltanto due settimane».

«Vuoi rimanere di più?».

«Non ci ho ancora pensato. È successo tutto troppo in fretta, non mi sarei mai sognato di venire a Parigi».

«Già, non credo che tu te ne renda conto. Quando abbiamo deciso di lasciare la Cina abbiamo passato anni a presentare richieste. Se invece vuoi farlo da clandestino devi tenerti sempre pronto», commentò Wenchun.

«Ma io non sono per niente preparato. Come faccio a rimanere? Cosa potrei mai fare qui? Per ora la sola cosa a cui riesco a pensare è accertare le cause della morte di Yang Hong».

«Non ti preoccupare, la pratica non può essere chiusa finché non firmi, e non possono mandarti via. Devi garantirti condizioni più vantaggiose», fece Wenchun.

Xie Qing approvò più volte con la testa. Wenchun gli sembrava una persona dotata di cervello.

«Non capisco proprio come possa essere successo. Com’è possibile che stesse guidando normalmente e poi, tutt’a un tratto, sia finita nel fiume?». Lizhen riportò la conversazione su Yang Hong. «Quando la tv ha dato la notizia hanno fatto vedere persino una sua foto. Dove avrà trovato la forza per telefonare dal fondo del fiume... Doveva avere un gran sangue freddo, ma non è bastato a salvarla. Che morte terribile...».

«Da quando se n’era andata non avevo più avuto sue notizie. A dir la verità, prima della sua partenza vivevamo già separati. Chissà che vita ha fatto in questi anni», disse Xie Qing. «Era una donna particolare, pessimo carattere ma grandi ambizioni. Cosa sapete della sua vita a Parigi?».

«Non molto. Abbiamo sentito dire che era la figlia di un alto funzionario del Partito. A quanto pare era una piuttosto altezzosa, non si immischiava con i compaesani come noi», rispose Wenchun.

«Io invece l’ho vista spesso, veniva a mangiare nel ristorante dove lavoro insieme a un gruppetto di gente di altre province, gente che parla mandarino. A vederla non sembrava una di Wenzhou, una di noi, così alta e con quel naso pronunciato, sembrava una del nord», si intromise Lizhen.

«Infatti non era del sud. Era originaria di Qingdao, nello Shandong».

«Davvero suo padre era un alto funzionario?». La vita di Yang Hong era motivo di grande curiosità per Lizhen.

«Suo padre era primo segretario del Comitato di Partito della prefettura di Wenzhou, nonché commissario politico del sottocomando militare».

«Ma allora perché non ha fatto in modo che diventassi funzionario anche tu?».

«Suo padre è morto nel 1967, si è suicidato. Avevo poco più di dieci anni, non la conoscevo ancora».

«Ma la tua famiglia era originaria di lì, e non mi pare che tuo padre fosse in politica. Come mai l’hai sposata?», chiese ancora Lizhen.

«Lo so io come sono andate le cose tra Xie Qing e Yang Hong», si intromise A Zhi. Si era scolato due bottiglie di vino rosso, adesso si sentiva in vena di chiacchiere. Tornò a riempire i bicchieri e trangugiò il suo. Poi, con la bocca impastata, cominciò: «Il complesso in cui viveva la famiglia di Yang Hong era la famosa Residenza 118, dove stavano tutti gli alti funzionari del Comitato di Partito della prefettura. Era enorme, quanto il Giardino della Grande Vista di cui si parla nel Sogno della camera rossa, e a quel tempo la gente comune come noi non poteva entrarci. Anche Xie Qing era uno di noi, ma era l’unico che avesse a che fare con gli abitanti del complesso e ha fatto avanti e indietro da lì fin dalle elementari. Mi ricordo che all’inizio aveva messo gli occhi su una ragazza che viveva nel complesso, ma non era Yang Hong. Era una nostra compagna delle elementari, Bai Weiwei, ma quando fu più grande si mise in mezzo un ragazzotto. E sapete chi era? Niente meno che Lü Guohua, quello che poi sarebbe diventato commissario capo dell’Ufficio di Pubblica Sicurezza di Wenzhou».

L’alcool aveva iniziato a fare effetto anche su Xie Qing, che divenne loquace. «Ma voi lo sapete cosa faceva al tempo Lü Guohua? Era il caposquadra dei vigili urbani all’incrocio di via Wuyang, maledetto moleo jiotzy, spilungone da strada! Poi sposò Bai Weiwei, e nel giro di nemmeno tre anni era già a capo dell’Ufficio di Pubblica Sicurezza cittadino. Quanto a me, da quel momento la fortuna mi abbandonò. Non so bene come, ma mi ritrovai sposato con Yang Hong. Dopo il matrimonio fu un continuo litigare. L’anno in cui mi sono sposato guidavo un camion merci semirimorchio Jiefang, adesso invece un portacontainer con pianale senza sponde Dongfeng: tanti cambiamenti, ma sono sempre un camionista. Lü Guohua, invece, è stato a capo dell’Ufficio per ben due mandati. Una volta gli autisti erano apprezzati, ma come ci considerano adesso? Cosa abbiamo di diverso dai contadini con i loro carretti trainati da muli? A volte la vita è davvero ingiusta».

«Ma ora sei a Parigi», disse Wenchun.

«E a cosa mi serve?», protestò Xie Qing voltandosi verso di lui.

«Non saprei. Dipende se saprai cogliere l’occasione».

3

Quella sera Xie Qing finì un’intera bottiglia di vino. Non era un gran bevitore e, non avendo ancora smaltito il jet lag, dopo cena si addormentò come un sasso. Quando si svegliò non capì dove si trovava, era tutto buio. Passò un bel po’ prima che si rendesse conto di trovarsi nella casa parigina di A Zhi. Si sentiva l’addome gonfio e aveva bisogno di pisciare, ma non riusciva a localizzare il bagno. A Zhi glielo aveva mostrato, sulle scale che portavano all’attico; quella sera, però, avevano tirato le tende per lasciare un po’ di spazio alla figlia. Al suo risveglio tutto questo gli aveva fatto perdere il senso dell’orientamento. In casa erano tutti addormentati, Xie Qing non voleva svegliarli, perciò si mise a sedere sul materasso e, percorrendo la stretta rampa di scale, scese al pianoterra.

Accanto al frigorifero che ronzava c’era un lavandino con un rubinetto. Se fosse stato in un motel cinese avrebbe potuto anche pisciarci dentro, ma si trovava in casa di un amico, e per di più a Parigi. Si frugò in tasca, aveva ancora le chiavi di casa che A Zhi gli aveva consegnato quel pomeriggio. Aprì la porta, fuori c’era una minuscola corte, e nel buio gli sembrò di scorgere una canaletta di scolo. Rincuorato, fece per mettersi a pisciare quando intravide, nella casa di fronte, una porta dalle cui fessure filtrava una luce. Evidentemente il cortiletto era condiviso con i dirimpettai. Xie Qing accantonò il progetto, aprì il cancelletto e uscì. Si ritrovò di fronte a un viottolo lungo e stretto, era il vialetto da cui erano entrati quel pomeriggio. Un forte odore di urina gli assalì le narici, l’aveva già sentito quando erano arrivati e aveva pensato che a causarlo fossero gli escrementi dei cagnolini di qualche aristocratica signora, di certo non si sarebbe aspettato che anche a Parigi la gente pisciasse dove capitava. Quella notte, però, il fetore era particolarmente pungente. Sapeva che il piscio dei bianchi e dei neri puzza di più, senza contare che il vicolo era costeggiato su entrambi i lati da pareti altissime e faticava a evaporare. Xie Qing fece ancora qualche passo e poi, guardandosi intorno per accertarsi che non ci fosse nessuno, si slacciò i pantaloni e lasciò andare un fiotto sonoro. Aveva di fronte a sé un muro di pietra, alla luce del lampione vide che era tappezzato di lettere tracciate con la vernice spray. Ripensò a quando, da piccolo, faceva la pipì per strada e spesso vedeva sui muri scritte come «I cani fateli pisciare altrove!» o «A chi piscia qui auguro di reincarnarsi tre volte in un cane!». Immaginò che quelle scritte fossero più o meno dello stesso tenore.

Gli venne voglia di proseguire la sua esplorazione. Sulla via del ritorno, pensò, avrebbe seguito il fetore per evitare di perdersi.

Non appena sbucò dal viottolo, di colpo i suoi occhi furono investiti da un forte bagliore: la scena che gli si parò davanti era quella di rue Saint-Denis. Al loro arrivo A Zhi gli aveva detto che quella era una storica via parigina incuneata tra due strade in cui la prostituzione era una sorta di attrazione turistica. Xie Qing si guardò attorno notando diverse donne ai bordi della strada. Erano per la maggior parte nere, non più giovanissime, e dall’aria avvilita. I negozi chiusi che costeggiavano la via trasmettevano un vago senso di desolazione. Ma sapeva che di notte Parigi raggiungeva il suo massimo splendore e così, non appena si fu lasciato alle spalle il vicolo puzzolente, Xie Qing si ritrovò sbalzato in un oceano di allegria. La strada era gremita di americani, europei, australiani, giapponesi, gente che veniva da ogni angolo del mondo. Avevano tutti facce raggianti, l’aria era pervasa da un forte odore di profumo. Erano per la maggior parte uomini, con qualche rara donna al seguito. Nelle vetrine erano esposti prodotti che erano una festa per gli occhi: non borse Louis Vuitton, né profumi Christian Dior o abiti Chanel, ma una sfilza di stupende prostitute con indosso nient’altro che un bikini! E com’erano illuminate quelle vetrine! Luccicavano come tanti diamanti. Quelle bellezze si atteggiavano in pose raffinate, lanciavano sorrisi maliziosi ai passanti al di là del vetro. Avevano denti che brillavano come minuscole perle, mentre le luci soffuse si riflettevano sulla loro pelle facendola apparire piena e soda come burro. In parecchie vetrine illuminate da luci rosa si vedevano ragazze nere e asiatiche la cui carne sembrava di cioccolata. Le vetrine multicolori si trovavano una accanto all’altra, in una fila ininterrotta. Xie Qing avanzò seguendo la marea umana. Fu sorpreso di notare come ciascuna delle bellezze in esposizione avesse qualcosa che la distingueva dalle altre. Vide un indiano con i capelli infagottati in un turbante che sembrava un pallone da rugby picchiettare su una delle vetrine. La ragazza all’interno gli fece segno di entrare dalla porticina sul lato, dopodiché la tenda dietro la vetrata fu momentaneamente chiusa. Fuori stazionava una discreta folla di persone in attesa, non erano passati nemmeno dieci minuti quando l’indiano uscì frettolosamente reggendosi i pantaloni e biascicando qualcosa con aria di disappunto. Alcuni poliziotti di guardia vegliavano sulla sicurezza degli affari di quelle donne che di certo garantivano un introito fiscale alla Repubblica. Si spinse ancora più in là finché notò un nutrito gruppetto di persone ferme a un angolo. Si avvicinò e vide, in un’enorme vetrina che si apriva a un metro da terra, una bianca di una bellezza mozzafiato. Nella volta dietro la vetrata erano montate luci LED che, come tante stelle, ne illuminavano il corpo creando un’atmosfera magica. Corti capelli castani, occhi azzurri, una pelle candida come il marmo. Sembrava di avere davanti una statua greca, sacra e pura, e in effetti la ragazza portava sul capo una coroncina di ramoscelli d’ulivo, davanti alla quale era impossibile nutrire pensieri maliziosi. Xie Qing rimase a fissarla come imbambolato. La contemplò a lungo ma non la vide accogliere nemmeno un cliente. Forse era davvero troppo bella, oppure le sue tariffe erano troppo alte, fatto sta che tutti quanti passavano oltre.

Quella sera Xie Qing camminò fino alla fine di rue Saint-Denis. Alla vista delle luci che si facevano gradualmente più rare, anche il suo corpo accaldato a poco a poco si raffreddò. Percorse ancora un tratto di strada fino a un punto in cui le vie erano ormai immerse nel silenzio. Poi attraversò un vialone e vide un grande fiume che scorreva pigramente. Immaginò che si trattasse di quel famoso fiume, ma rimase a lungo senza riuscire a ricordare se si chiamasse Danubio, Senna o Tamigi. Si mise a sedere su uno dei parapetti di pietra e si accese una sigaretta. Dopotutto il nome non aveva importanza: la cosa importante era che in riva a quel fiume lui ci fosse arrivato.

Xie Qing diede un’occhiata all’orologio: le due di notte. Aveva lasciato la Cina da appena trenta ore. Si sentiva come se avesse toccato con mano quel battito che, a Parigi, faceva palpitare i cuori. Aveva la mente perfettamente lucida: sapeva di trovarsi a un punto di svolta cruciale per la sua esistenza. Stava per affrontare un mare di problemi. Come avrebbe indagato sulla morte di Yang Hong? Come sarebbe riuscito a rimanere a Parigi? Si sentì smarrito. Nella sua coscienza riemerse il cadavere gelido e livido della moglie. Gli bastò ripensare a lei che se ne stava distesa in una cella metallica ghiacciata, poco lontano da lì, per sentirsi vincere dall’angoscia. Dopo la separazione Yang Hong era stata per lui nient’altro che una presenza vuota e sfuggente. Eppure, adesso che era morta, quella presenza si era fatta concreta, si era avvinghiata a lui. Per quanto fosse ansioso di chiudere la faccenda del funerale, Xie Qing ebbe la sensazione che il cadavere gelido di Yang Hong, disteso nella stazione di polizia, avrebbe deciso il suo destino.

4

Una mattina Wenchun lo invitò a prendere un caffè alla «Casa di ferro». Era quello il nomignolo con cui i cinesi di Parigi chiamavano il Centre Pompidou, per i grossi tubi metallici che ricoprono l’edificio. Benché si fossero visti una volta sola, Xie Qing e Wenchun andarono subito d’accordo. La caffetteria si trovava proprio all’ultimo piano della Casa di ferro, da cui si poteva dominare con lo sguardo mezza Parigi. Sulla sinistra si scorgeva la cupola bianca della basilica del Sacro Cuore, a destra la lunga striscia del complesso del Palais du Louvre. Ancora più avanti la Senna scintillante e i bastioni della cattedrale di Notre-Dame.

«Allora, che ne dici? Il caffè di Parigi è o non è più profumato del tè verde che c’è da noi?», chiese Wenchun.

«Il profumo è ottimo, ma continuo a non capire che sapore abbia».

«Ho sentito che l’altro ieri notte sei andato a farti un giretto. In effetti rue Saint-Denis è una delle vie più caratteristiche di Parigi».

«Già, c’era un bel casino. Non pensavo che nel quartiere a luci rosse di Parigi ci fosse tanto movimento, sembrava di stare alla fiera del tempio. C’era persino la polizia a fare la guardia».

«Questo pomeriggio hai voglia di un giro alla Tour Eiffel e al Louvre?».

«No, per il momento non mi va, ne riparliamo tra qualche giorno». Xie Qing porse una sigaretta a Wenchun e se ne accese una. Era evidente che aveva ancora l’animo in subbuglio.

«Conosci il Muro dei Federati della Comune di Parigi?», chiese Xie Qing. La domanda gli era affiorata all’improvviso, senza nemmeno saperne il perché.

«Non esattamente. Mi pare che sia nel cimitero di Père Lachaise. Questa domanda me l’ha già fatta un cinese, una volta. In realtà nessun parigino ne sa nulla, tranne quelli che conoscono bene la storia. Come ti è venuto in mente?».

«Quando andavo a scuola i professori parlavano spesso della Comune. Quel che so di Parigi viene proprio dai loro racconti. Chissà come mai adesso mi è tornata in mente».

Wenchun gli disse che sfogliando i quotidiani dei giorni successivi alla morte di Yang Hong, aveva trovato un articolo in cui si parlava di lei. Ogni giorno a Parigi si verificavano morti anomale, ma solo i casi veramente bizzarri finivano sui giornali. Gli porse l’edizione cinese del «Journal d’Europe» che riportava la notizia:

UNA TELEFONATA D’AIUTO DAL FONDO DEL FIUME

Ieri notte, mentre scendeva in auto da Mont-Laurent in mezzo alla pioggia, una donna di origine cinese residente in una villa nella zona di Le Vésinet è finita fuori strada a una curva al km 207, precipitando nel torrente ai piedi della collina. Stando alle dichiarazioni della polizia, dopo essere finita nel fiume la donna avrebbe effettuato una chiamata di aiuto al 112 dal proprio telefono cellulare. La centralinista le avrebbe dato indicazioni su come salvarsi aprendo la portiera. Grazie a questa telefonata la polizia è stata in grado di individuare la sua posizione e nel giro di 30 minuti ha ritrovato l’auto sommersa: quando i sommozzatori si sono immersi, però, la donna era già annegata e non dava più segni di vita. Dall’abito da sera che indossava e dall’alta concentrazione di alcool nel sangue gli inquirenti hanno tratto la conclusione preliminare che la donna fosse di ritorno da una festa. I dettagli dell’incidente sono tuttora oggetto di indagine.

La polizia, inoltre, ha divulgato un particolare sorprendente: dopo la telefonata al 112 la donna avrebbe digitato un altro numero. Stando ai calcoli degli inquirenti, in quel momento l’acqua aveva invaso ormai i due terzi dell’abitacolo, rendendo l’ossigeno insufficiente alla respirazione. Considerate le circostanze si trattava senz’altro di una telefonata importante. L’indomani gli inquirenti hanno cercato di raggiungere il numero digitato dalla donna, senza riuscirci.

«Sembra la scena di un film», commentò Wenchun con un profondo sospiro.

«Qui si dice qualcosa che non sapevo. A quanto pare se la passava bene, se viveva in una villa. Mi sembra strano che Yang Hong avesse bevuto, ma il giornale dice che forse era stata a una festa, avrà bevuto in compagnia», aggiunse Xie Qing pensieroso.

«Davvero bizzarro. Come ha fatto a telefonare mentre era sott’acqua, e per ben due volte?», si chiese Wenchun.

«La cosa strana è la seconda telefonata. Stava per morire ma ha voluto farla lo stesso, doveva essere qualcosa di veramente importante. Hai letto nient’altro nei giorni successivi?».

«Non ho trovato altro. In effetti è strano che tutt’a un tratto i giornali abbiano smesso di parlarne».

«Continuo a pensare a una storia misteriosa che ho letto da bambino. Parlava di un sottomarino giapponese, dopo la Seconda guerra mondiale, capace di rimanere immerso per un tempo lunghissimo. A furia di non vedere la luce del sole l’equipaggio si era abbrutito. Poi c’era stato un incidente ed erano tutti morti asfissiati negli abissi. Non so perché, ma è come se tra la storia di Yang Hong sul fondo del fiume e quel sottomarino ci fosse un collegamento».

«Non c’è nessun nesso tra le due cose, è la tua coscienza che le associa».

«Non riesco a levarmi dalla mente certi incubi che facevo da bambino, mi sembra che stiano diventando realtà», proseguì Xie Qing. «Sai dov’è uscita di strada la macchina? Vorrei andare a dare un’occhiata, voglio sapere com’è avvenuto l’incidente».

«Il posto posso trovarlo, mi basta consultare la mappa».

Un’ora più tardi presero l’extraurbana e raggiunsero una zona collinare. In lontananza si scorgeva una foresta verde cupo, un fiumiciattolo scorreva placidamente lungo il fianco dell’altura. Percorsero una strada tutta curve che scendeva lungo la collina. I tornanti erano disseminati di cartelli stradali che invitavano a moderare la velocità. Mentre dal crinale scendevano a valle, seduto nell’auto di Wenchun, Xie Qing si mise ad analizzare le cause dell’incidente. Forse per distrazione non aveva fatto caso alla segnaletica; forse la pioggia aveva reso l’asfalto più insidioso. Di fronte a una curva, poi, si apriva un’immensa distesa di ciliegi giapponesi in fiore che sembrava un’enorme nuvola: l’improvvisa apparizione di uno spettacolo del genere poteva far perdere la concentrazione, ma Yang Hong era passata di lì in piena notte e non poteva averla vista. A causare la tragedia doveva essere stata la forte velocità. Chissà quanto correva l’auto in quel momento: forse, dopo aver bevuto, non era stata in grado di valutarlo esattamente.

Rimase in piedi sulla curva da cui l’auto di Yang Hong era slittata nel torrente. Proprio in quel punto sorgeva un cippo su cui era incisa la scritta «207K». Il fianco della collina era ricoperto di erba fresca e fiori selvatici. Seguendo il pendio si arrivava al fiume: le acque erano tanto limpide che se ne vedeva il fondo, due o tre metri al di sotto della superficie. Dall’alto del crinale Xie Qing riuscì a distinguere alcune piccole trote che nuotavano di qua e di là. Provò a ricostruire la dinamica dell’incidente.

Dopo essere uscita di strada, l’auto di Yang Hong era piombata nel fiume ai piedi della collina. Non avendo subito alcuna ferita, la donna si era resa subito conto di trovarsi sul fondo dell’acqua. Non era però riuscita a capire a che profondità si trovasse. Le luci del cruscotto le avevano permesso di individuare il cellulare ed era riuscita a comporre il numero di emergenza. Xie Qing non sapeva come fosse il francese di Yang Hong. Di sicuro la centralinista che aveva ricevuto la chiamata aveva capito che aveva avuto un incidente d’auto e che era finita in acqua, così le aveva suggerito il modo più semplice per salvarsi la vita, ossia aprire il finestrino e tornare in superficie. A oltre due metri di profondità, però, a causa della pressione è estremamente difficile aprire una portiera. Quando la polizia e i vigili del fuoco avevano recuperato l’automobile si erano accorti che il finestrino non era chiuso bene, sicché l’abitacolo si era allagato nel giro di pochissimi minuti.

Xie Qing fumava una sigaretta dopo l’altra. Si sentì mancare il respiro mentre immaginava la scena di Yang Hong che soffocava, ma a tormentarlo erano quei tabulati telefonici secondo cui, dopo la chiamata al 112, Yang Hong aveva digitato un altro numero. A chi apparteneva? In quegli attimi in cui l’aria stava per finire, quando l’acqua le aveva quasi sommerso la testa, aveva trovato la forza di fare quella telefonata. Quanto poteva essere importante? Era evidente che nella vita di Yang Hong c’era ancora qualcuno che contava.

Mentre se ne stava in piedi sul fianco della collina, in mezzo a un paesaggio che pareva dipinto, Xie Qing era indeciso se dovesse bruciare degli incensi, fare delle offerte o deporre una ghirlanda. Poco lontano sul pendio erboso vide qualcosa che somigliava a una ghirlanda di fiori. Si avvicinò per esaminarla, era proprio una coroncina, anche se i fiori erano ormai appassiti. Lì intorno c’erano anche alcuni mazzi di rose e di garofani, i cui petali erano sparsi ovunque a terra. Nel terreno erano conficcati alcuni bastoncini di incenso, come voleva l’uso popolare cinese, e alcuni mozziconi di candela rossa. A quanto pareva, dei cinesi le avevano già fatto delle offerte.

«Chi è venuto a bruciare incensi e candele in suo onore? Qualcuno di un’associazione di compatrioti?», chiese Xie Qing.

«Non ne ho idea, ma di sicuro non è stata la nostra associazione. Sono io il segretario», rispose Wenchun.

Xie Qing si sentì nuovamente confuso, che fossero quei tizi del nord a cui Yang Hong si accompagnava? Poi scorse, in mezzo ai cespugli, alcuni mozziconi di sigaretta. Uno di questi era stato fumato solo a metà. Xie Qing lo raccolse, capì che si trattava di un prodotto nazionale, anche se non ne distingueva la marca perché si era imbevuto d’acqua. Rovistò ancora tra i ciuffi d’erba finché non ne rinvenne un altro: gli bastò una sola occhiata per capire che si trattava di un mozzicone di Panda. Erano sigarette su cui solo pochissimi riuscivano a mettere le mani, e soltanto a Pechino. A questo pensiero sentì un sudore freddo lungo la schiena. Alla vista del mozzicone lo stesso Wenchun rimase basito: anche lui aveva sentito parlare delle Panda senza mai averle viste.

«A quanto pare aveva davvero degli amici particolari», commentò Wenchun mentre tornavano verso casa.

«Ne sono convinto anch’io. Forse li ha incontrati nei primi tempi, subito dopo aver lasciato la Cina».

«A Parigi conosco qualcuno. Lascia che cerchi di capire che razza di persone erano questi amici».

«Ti sarei molto grato. Prima di rivedere gli sbirri voglio raccogliere qualche informazione in più su Yang Hong».

Quella sera Wenchun invitò Xie Qing e A Zhi a cena a casa sua. La moglie era andata a Marsiglia con i bambini, c’era una gran pace. Tirò fuori qualche bottiglia di buon vino e si fecero una piacevole bevuta. Tra una chiacchiera e l’altra parlarono sempre del loro paese. Erano oltre dieci anni che A Zhi e Wenchun non ci tornavano, perciò le loro erano soltanto vecchie storie di casa. Ma anche quella che raccontò Xie Qing era una storia del passato.