Capitolo 5
1
La stessa melodia gli tornò in mente quando si trovò in piedi davanti alla tomba di Yang Hong. Il cimitero in cui era stata sepolta si trovava su una collina fuori Parigi, ricoperta da uno sconfinato manto erboso. Sulla cima si poteva scorgere una foresta di conifere, il cielo azzurro a fare da sfondo. Tre giorni prima, accompagnato dall’avvocato di Qiumei, Xie Qing aveva raggiunto un compromesso con la polizia, accettando di firmare. Dopo quasi un mese in una cella frigorifera i resti di Yang Hong erano stati finalmente cremati e sepolti nella pace di quella collina verdeggiante. Xie Qing, accompagnato da A Zhi, da Wenchun e dalle rispettive mogli, aveva tenuto una sobria cerimonia, disponendo una corona di fiori davanti alla lapide e bruciando banconote di carta, incenso e candele. Mentre si allontanavano, stretti a bordo della Citroën di Wenchun, Xie Qing notò numerose berline nere che viaggiavano in direzione del cimitero. Incrociandole si accorse che quelli al volante erano tutti cinesi. Gli amici di Yang Hong. Sapeva che la chiave del caso era racchiusa nelle sagome di quei tizi che guidavano Mercedes nere e vestivano in completo scuro. Non c’era ombra di dubbio, erano legati a lei a doppio filo, erano stati loro a organizzare la vita di Yang Hong a Parigi, conoscevano i retroscena di quanto le era accaduto. Il padre del bambino doveva essere uno di loro. Eppure era strano: come mai non si era fatto avanti per riconoscerne la paternità e prenderlo con sé?
La faccenda del permesso di soggiorno era stata sistemata, l’avvocato di Qiumei, uno che ci sapeva fare, aveva risolto rapidamente la questione e adesso Xie Qing aveva un permesso francese valido per un anno. Nel suo conto erano entrati i quattrocentomila franchi di risarcimento versati dalla Société d’Assurance Le Soleil e aveva a disposizione la casa di Qiumei. Ora, quando camminava per le strade di Parigi, si sentiva a pieno titolo parte della città. Le vie parigine erano piene di poliziotti, e a volte Xie Qing andava loro incontro di proposito. Non ci sarebbe stata soddisfazione più grande di lasciarsi identificare da quegli sbirri arroganti e poterli umiliare sventolando il suo permesso di soggiorno. Purtroppo adesso sembrava essere diventato trasparente ai loro occhi.
«Come ti senti? C’è ancora qualcosa per cui hai bisogno del mio aiuto?», gli chiese Qiumei.
«No, ma ora che la faccenda è stata risolta provo un gran senso di vuoto, ancor più di prima. Devo trovarmi qualcosa da fare».
«E cosa vorresti fare?».
«Non lo so nemmeno io. Non sono uno che ha fortuna negli affari. Quando ero in Cina ci ho provato diverse volte ma ho sempre finito per rimetterci».
«Di gente che si è lanciata in affari fallimentari qui ce n’è ancora di più che in Cina».
«Forse potrei tornare a fare il camionista. Ho sentito dire che da dipendente non si guadagna affatto male».
«Tanta fatica per restare a Parigi per poi tornare a fare il camionista?».
«Non so proprio cosa potrei fare se non guidare il camion».
«E va bene. Torna a fare l’autista, così conoscerai un po’ la vita parigina. Ne riparleremo quando avrai le idee più chiare», concluse Qiumei.
Pochi giorni più tardi, alla guida di un grande camion bianco, Xie Qing iniziò a fare il giro dei supermercati cinesi di Parigi consegnando tofu per una ditta produttrice di alimenti a base di soia. In Cina gli autisti di camion si occupavano soltanto della guida, carico e scarico non li riguardavano. A Parigi, invece, dovevano pensare anche a distribuire la merce. Il primo giorno di lavoro il supervisore della ditta, dopo avergli affidato una mazzetta di bolle di accompagnamento, gli aveva ordinato di caricare da solo una montagna di prodotti. Che l’autista dovesse occuparsi anche del carico era qualcosa che Xie Qing non aveva mai visto in vita sua: la rabbia gli faceva scoppiare la testa. Quando finiva di caricare il furgone si ritrovava zuppo dell’acqua di ammollo del tofu. Doveva poi smistare la merce in oltre dieci supermercati diversi e occuparsi dello scarico, e non era ancora finita: era compito suo collocare la roba sugli scaffali riservati a ciascuna tipologia di prodotto. Del resto a Parigi la manodopera costava, e i padroni massimizzavano l’efficienza dei dipendenti. Anche nel sistemare i prodotti sugli scaffali andavano rispettati criteri precisi: quelli appena arrivati dovevano essere messi nelle file dietro e lo stock più vecchio davanti, in modo che andasse venduto per primo. Bisognava poi controllare la data di scadenza, perché i prodotti scaduti dovevano essere riportati in fabbrica. Ogni giorno, dalla mattina alla sera, Xie Qing non faceva che spostare di qua e di là tofu, tofu essiccato, latte di soia, germogli di soia gialla e di soia verde. In capo a un mese ebbe la sensazione che il suo corpo, ossa comprese, si fosse interamente impregnato dell’odore del tofu e, benché non ne avesse mangiato nemmeno un boccone, fresco o secco che fosse, la sola vista bastava a dargli il voltastomaco. La vita che faceva in Cina alla guida del suo portacontainer gli sembrò spensierata come quella di un pilota d’aereo.
Tre mesi trascorsero così, senza che quasi se ne accorgesse, l’unico beneficio una conoscenza decisamente più accurata della geografia cittadina. I parigini sembravano molto interessati ai prodotti a base di soia, e gli ordini arrivavano anche dai supermercati occidentali. Xie Qing aveva così battuto quasi tutti i negozi della città, arrivando a conoscere a fondo le principali strade dei vari quartieri. A poco a poco si rese conto di non odiare più quel lavoro. In fondo, in tanti anni da camionista si era abituato a una vita che lo costringeva a trascorrere gran parte del suo tempo in un abitacolo, e passare giornate intere al volante per le vie di Parigi gli permetteva soprattutto di riflettere sulla vicenda di Yang Hong. Il dolore per la perdita della moglie non si era ancora sanato e riaffiorava nella sua mente mentre attraversava la città e i suoi sobborghi. Non gli era chiaro se fosse amore oppure odio. Da quando si erano sposati, la donna che ufficialmente era sua moglie non aveva smesso per un solo istante di combattere la sua guerra fredda, e infine lo aveva tradito facendo un figlio con un altro uomo. Ora però era morta, e in modo spaventoso, e non c’era ragione di odiare una morta. Doveva assumersi le sue responsabilità. Xie Qing pensava spesso al bambino, e più ci pensava più lo sentiva vicino. A volte, quando aveva finito di scaricare la merce, gironzolava per il supermercato per sgranchirsi le gambe, e appena scorgeva giocattoli o alimenti per bambini non resisteva alla tentazione di comprarli. Ben presto il vano portaoggetti del furgone ne fu pieno.
Nel frattempo continuava a cercare informazioni su Yang Hong. La sua protettrice, Qiumei, si rivelò ancora una volta preziosa. Senza dargli spiegazioni, un giorno gli consigliò di fare un giro nei dintorni di Mirton. Xie Qing colse l’occasione quando fu spedito fuori Parigi, proprio dalle parti di Mirton, per una consegna a un supermercato aperto di recente. Una volta scaricata la merce, mentre si accingeva a ripartire, vide che accanto al supermercato c’era un negozio di borse. Gli bastò un’occhiata per notare, sotto l’insegna in francese, due lanterne cinesi. Parcheggiò il furgone e si avvicinò a dare un’occhiata, come faceva ogni volta che incrociava una pelletteria gestita da cinesi.
Il negozio aveva una vetrina immensa e il pavimento completamente ricoperto da valigie, mentre dal soffitto penzolavano borse di ogni tipo.
«Cerca qualcosa? Se le serve una mano non si faccia problemi», disse la proprietaria spuntando alle sue spalle da chissà dove.
«Solo un’occhiata. Certo che ne avete, di borse», rispose Xie Qing voltandosi. La proprietaria non aveva un’espressione particolarmente cordiale. Probabilmente, vedendolo in uniforme da lavoro, si era convinta che non fosse lì per fare acquisti.
«Se le interessano davvero, su queste borse posso farle uno sconto del 30%».
«Signora, a Belleville qualunque negozio di borse sconta la merce del 50% e lei mi offre il 30%?».
«Lo so, è per questo che non ci lavoro più. Tutti ad abbassare i prezzi, mi dica lei cosa ci si guadagna».
«Questo è vero. Nel XX arrondissement vedo di continuo gente che rinnova negozi. Dopo un po’ gli affari cominciano ad andare male, così tagliano i prezzi e vendono sottocosto. Poi chiudono baracca, ed ecco che arriva qualcun altro a sistemare il locale per aprirne uno nuovo», fece Xie Qing.
«Però, di negozi di pelletteria se ne intende. A occhio e croce mi sembra di Wenzhou anche lei. Di che cosa si occupa?».
«Al momento consegno tofu».
«Questo lo vedo. Ma mi dica il vero motivo per cui si trova qui».
«Sto cercando una persona. Mia moglie è morta in un incidente d’auto qui a Parigi. So che era in rapporti con la proprietaria di una pelletteria, e sono deciso a trovarla».
«Come si chiamava sua moglie? Non mi dica che lei è il marito di Yang Hong?».
«Proprio così, Yang Hong! Era da un pezzo che la stavo cercando».
«Che combinazione! È stato tre anni fa, quando avevo il negozio dalle parti di Belleville. Anche Yang Hong è entrata nel negozio come ha fatto lei».
La donna disse di chiamarsi Ye Changwei. Anni prima era stata collega di Yang Hong alla redazione del «Quodiano di Wenzhou». Era emigrata presto, si trovava a Parigi da sette anni. Tre anni prima aveva incontrato Yang Hong per caso in negozio mentre cercava una borsa, e da quella volta si erano riviste di tanto in tanto. Disse che Yang Hong trascorreva la maggior parte dell’estate in una cittadina sull’Atlantico, dove aveva aperto un negozio di articoli da regalo che andava a gonfie vele. Quando era a Parigi, invece, non faceva praticamente niente. Viveva in una villa mozzafiato a Le Vésinet. Ci era anche andata una volta: quella casa circondata da laghetti, alberi e fiori era la villa più bella che avesse visto in vita sua.
In tanti mesi passati a Parigi era la prima volta che sentiva parlare di Yang Hong da qualcuno che avesse avuto davvero a che fare con lei. Xie Qing stentava a contenere la sua impazienza.
«Mi può dire qualcosa del bambino?», le chiese.
«Ah, ne è già al corrente?».
«Sì, e so anche che è stata lei ad accompagnarla in ospedale. È per questo che l’ho cercata tanto».
«In realtà Yang Hong si sentiva molto sola. A Parigi aveva pochi amici e tra loro nemmeno una donna. Quando è rimasta incinta lo ha detto solo a me, perché anch’io ho cresciuto un figlio e quindi potevo darle una mano. È vero, l’ho accompagnata in ospedale a farsi visitare, e quando ha partorito sono stata io a prendermi cura di lei. Il travaglio è stato complicato, hanno dovuto fare un cesareo. Ma lei come fa a sapere che ero con lei? Come fa a essere così ben informato? Mi sta facendo paura».
«E il padre del bambino chi è?».
«Pensa davvero che glielo direi? Non glielo dirò mai. Ho promesso a Yang Hong di mantenere il segreto e se me lo chiede ancora non le dirò più niente».
«Ma dove si trova il bambino adesso? O è una femmina?».
«È un maschio. Ora però non è a Parigi, è in un paesino sul mare, è stato adottato da una coppia di francesi».
«Lo ha visto di recente?».
«Lo vedo spesso. Quando sono venuta a sapere dell’incidente di Yang Hong la polizia aveva già trovato il mio nome nei tabulati telefonici. Cercavano qualcuno che li aiutasse a sistemare la faccenda del bambino. Io sapevo dove si trovava, d’altronde Yang Hong mi aveva chiesto di prendermene cura se mai le fosse successo qualcosa. E così sono corsa da questi suoi amici francesi che abitano sull’oceano. Yang Hong li aveva conosciuti nel suo negozietto. Andavano matti per quel bambino e lei glielo affidava spesso. Qui in Francia si vive bene, il piccolo ha anche il sostegno economico del governo. E poi so che ogni mese gli amici di Yang Hong versano una somma ragguardevole alla famiglia affidataria».
«La prossima volta andrà a trovarlo in treno o in macchina?», chiese Xie Qing.
«Non mi piace prendere il treno, ma guidare mi sfianca. È un viaggio lungo».
«E allora lasci che le faccia da autista e mi porti a vedere il bambino».
2
Due settimane più tardi Ye Changwei gli disse che potevano andare a trovare il bambino. Qiumei gli aveva consigliato di prendere una bella macchina se voleva fare una certa impressione, e lui aveva scelto una BMW cabrio. Ye Changwei in effetti non si capacitava di come qualcuno che consegnava tofu potesse avere un’auto sportiva del genere. Yang Hong, così sofisticata, e Xie Qing, con quell’aria da poco di buono, pensò, non si somigliavano per niente, eppure le loro vite erano ugualmente avvolte nel mistero.
Non appena fuori Parigi si aprì davanti a loro uno scenario a perdita d’occhio. Una distesa di mais verde scuro, il giallo dei fiori di colza. Benché fosse a Parigi ormai da diversi mesi e passasse giornate intere al volante, Xie Qing non si era mai allontanato molto dalla città. Di fronte a uno spettacolo del genere rimase stupefatto: in una distesa così sconfinata, a esclusione di qualche pigra mucca o di un cavallo, sembrava non esserci traccia di attività. Negli anni trascorsi sulle statali cinesi alla guida del suo camion aveva avuto l’impressione di trovarsi davanti un’enorme superficie verde interrotta da orrendi edifici di fango. Nel giro di breve tempo, però, quegli edifici si erano fatti gradualmente più grandi e la terra, a poco a poco, era scomparsa. Nell’anno che aveva preceduto la sua partenza, mentre guidava dallo Zhejiang al Jiangsu, ai lati della strada era praticamente impossibile ritrovare le distese verdi e incontaminate tipiche del Jiangnan, con i suoi fiumi e i suoi laghi. Era evidente che la vera differenza tra la Cina e l’Europa occidentale stava proprio nelle loro campagne.
«Perché in tanti anni di matrimonio non avete mai fatto un bambino?», gli chiese Ye Changwei.
«Non è colpa mia. Dopo le nozze lo desideravo tantissimo, ma non è mai rimasta incinta. In realtà non avevamo nessun problema di fertilità, era lei che prendeva la pillola di nascosto. Non lo voleva, un bambino. Forse aveva già deciso che un giorno mi avrebbe lasciato».
Dopo oltre sei ore di viaggio, Xie Qing e Ye Changwei giunsero al paese sulle rive dell’Atlantico.
Finalmente Xie Qing vide il bambino che si era immaginato centinaia di volte. Giocava con la sabbia sulla spiaggia, sorvegliato da una donna dai capelli biondi che gli stava accanto, mentre l’uomo accompagnava Ye Changwei e Xie Qing sotto una veranda per una chiacchierata. La famiglia a cui era stato affidato il piccolo viveva in una casa sul mare, a pochi metri dalla spiaggia. Ye Changwei si mise a conversare con il padrone di casa. Il francese le chiese chi fosse quel signore arrivato insieme a lei. Solo un amico che le aveva dato un passaggio, rispose. Ma il francese insistette: «Non sarà mica il padre? Mi sembra troppo emozionato».
Xie Qing non capì una parola della conversazione. La sua attenzione era tutta puntata sul bambino, gli occhi e il naso erano identici a quelli di Yang Hong. Aveva accanto un secchiello di plastica rossa e una paletta, assorto nella costruzione di un castello di sabbia era indifferente all’estraneo che lo osservava poco più in là. Si sorprese a ripensare alla prima volta che aveva visto Yang Hong, alla ragazzina che aveva visto smontare dalla limousine nera insieme all’uomo con la giacca a vento. La sua vita, ormai dissolta, si era trasferita nel bambino che giocava sulla spiaggia. L’esistenza era davvero qualcosa che poteva andare e venire in un battito di ciglia. La temperatura in riva al mare era caldissima, la sabbia scottava, e nell’aria appena sopra il suolo si formava come un’increspatura tremolante. Quando in mezzo a quell’aria fluttuante il bambino si mise a correre, Xie Qing ebbe improvvisamente l’impressione che la scena che aveva davanti agli occhi gli fosse familiare, come un sogno fatto tanto, tanto tempo prima. Ma non era un sogno vero e proprio, semmai un’allucinazione avuta mentre faceva l’amore con una donna. La sabbia, il mare, il sole, gli alberi, tutti gli elementi fondamentali del mondo reale, e in più il corpo nudo di una donna. Quando, contorcendosi per l’eccitazione, eiaculava dentro Yang Hong, per un attimo i suoi occhi erano accecati da una luce abbacinante. Vide i raggi del sole, lassù nel cielo, simili a infinite frecce dorate scoccate al suolo, proprio come quegli spermatozoi che si gettavano intrepidi all’assalto con la forza di un esercito. Se un tempo uno di loro avesse vinto la resistenza opposta dalle pillole schierate da Yang Hong, quel bambino che correva sulla spiaggia sarebbe stato il suo, e gli occhi, la bocca, sarebbero stati i suoi.
Xie Qing non faceva che aggrapparsi a teorie di ogni genere per giustificare l’intimo legame con quel bambino. Sapeva di mentire a se stesso, ma una bugia ripetuta mille volte può diventare verità. Sentiva crescere sempre più forte l’affetto che provava per lui. Sul Mar Cinese Orientale c’era un animaletto chiamato paguro bernardo che, non possedendo un carapace, se lo procura appropriandosi della conchiglia di altri molluschi. Xie Qing si sentiva un po’ come un paguro, era perfettamente consapevole di non avere nessun legame di sangue con quel bambino, eppure avrebbe fatto di tutto per portarlo a sé.
Tornato a Parigi cercò subito Qiumei per raccontarle dell’incontro.
«Ho visto il bambino, somiglia tantissimo alla mamma. Lo so che non è figlio mio, ma è stata una grande emozione lo stesso».
«E chi lo sta crescendo?», chiese Qiumei.
«Una famiglia di francesi, gli vogliono un gran bene. Quando mi hanno visto arrivare si sono allarmati, credevano che fossi il padre, temevano lo portassi via. Ye Changwei ha detto che ero solo un amico che le aveva dato uno strappo in macchina, e si sono tranquillizzati».
«E il padre naturale non ha ancora chiesto la tutela?».
«Non ancora. Ye Changwei mi ha confessato che è rientrato in Cina».
«Se il padre biologico non si fa avanti è un’opportunità per te».
«Non so, ha solo un anno... Eppure penso che un bambino cinese sbalzato in una famiglia di francesi non possa trovare la serenità. Ma credi che risponderei ai requisiti se avessi l’opportunità di reclamarlo? Non ho neanche un tetto sopra la testa, come farei a crescerlo?».
«In questo momento di sicuro un giudice ti manderebbe via in malo modo».
«Chissà per quanti anni dovrei fare l’autista prima di sistemarmi».
«E in tutti questi anni di lavoro da camionista che cos’hai ottenuto?», chiese Qiumei.
«Niente, ho vissuto alla giornata e basta».
«E allora pensaci, che cos’hai perso?».
«All’inizio pensavo solo a guidare il mio camion, se qualcuno mi avesse portato via la fidanzata non me ne sarei nemmeno accorto. Poi ho sposato Yang Hong, e ho continuato a guidare. Risultato, lei se n’è andata e ci ha pure rimesso la vita».
«Tutto questo lo sapevi già. Ma allora perché, da quando sei qui a Parigi, ti ostini a stare aggrappato a un volante? Se continui così, quale sarà la prossima cosa che perderai?».
«Non lo so, cosa vuoi dire?».
«Continua a guidare il furgone ancora per qualche anno e ti ritroverai vecchio, senza più ambizioni, senza aver concluso niente in tutta la vita. Ti ho ascoltato mentre mi raccontavi il tuo passato. Anche se sei nato nella miseria, sin da bambino hai sognato un posto tra gli alti funzionari, in mezzo a gente altolocata. Sembri un personaggio del teatro antico. E come mai adesso ti ritrovi ancora a mani vuote? Non è sfortuna, è che hai sempre voluto aggrapparti agli altri, montare sul carro del vincitore. Non hai mai voluto correre rischi, hai sempre percorso la strada che altri hanno tracciato per te. Puoi essere intelligente quanto vuoi, ma in questo modo non combinerai mai niente. E poi sei venuto a Parigi, ma non sei stato tu a chiedere di espatriare, non hai nemmeno corso il rischio di partire da clandestino, no, hai avuto l’opportunità di lasciare la Cina soltanto perché è morta tua moglie. E un’opportunità come questa è stata la tua fortuna! Stammi a sentire: tua moglie ti ha lasciato e ha fatto un figlio con un altro uomo, è vero, ma in qualche modo, al prezzo della sua stessa vita, ti ha permesso di venire qui. Un uomo che non si lancia in alcuna impresa è venuto al mondo invano. E se adesso il tuo desiderio è ancora quello di vivere alla giornata, è un insulto per la tua povera moglie».
Xie Qing avvertì il sudore colargli lungo la schiena. Non l’aveva mai sentita parlare in modo tanto duro e determinato.
«A partire da oggi farai quel che ti dico, non dovrai più preoccuparti di nulla. Voglio che tu vada in Grecia, ad Atene, per qualche giorno, ad incontrare una persona. Si tratta di un mio amico, un tizio di Hong Kong, uno che è stato spesso a Wenzhou. Vai a fare quattro chiacchiere con lui e vedrai che imparerai qualcosa».
3
L’aereo decollato da Parigi atterrò ad Atene in poche ore. Dal finestrino Xie Qing vide il Mar Egeo costellato di isolette e le sue acque verde scuro, così limpide da rivelare il fondale. Della Grecia Xie non sapeva quasi nulla. Nel dialetto di Wenzhou, però, esisteva l’espressione «essere andati persino in Shila», ovvero in un posto molto lontano: Shila era il nome con cui era chiamata la Grecia nella Cina antica, quando si riteneva che quello fosse il luogo più remoto sotto la volta celeste. Ora che lo aveva raggiunto, Xie Qing si sentì pervadere da una strana sensazione.
Subito fuori dall’aeroporto trovò ad accoglierlo un uomo con un cartello che lo condusse in auto fino in città. Avrebbe voluto fargli delle domande ma parlava solo cantonese, e per tutta la durata del viaggio non scambiarono una parola. Fece scendere Xie Qing davanti a un albergo piuttosto grande, dove rimase per due giorni senza che nessuno andasse a trovarlo. A Parigi ormai conosceva la topografia cittadina, Atene invece gli sembrò distante, e soprattutto non c’erano cinesi. Si avventurò nei paraggi, ma i pochi negozi lo convinsero che quella era una zona periferica della città. Di ristoranti cinesi neanche l’ombra. Il primo giorno mangiò una bistecca a pranzo e una pizza a cena. Il successivo, l’odore di quel cibo da stranieri ormai gli dava il voltastomaco. Dopo aver perlustrato a lungo le strade senza trovare un posto dove mangiare un boccone, tornò stizzito in albergo. Fece una telefonata a Qiumei per raccontarle il dramma del cibo cinese e chiederle quando diavolo avesse intenzione di farsi vivo il tipo di Hong Kong. Qiumei gli disse di non agitarsi, di avere pazienza e di aspettare. Quanto al cibo, poteva mangiare un piatto di maccheroni italiani, che avevano un gusto abbastanza simile a quello del cibo cinese.
Non appena Xie Qing ebbe messo giù il telefono la fame tornò a farsi sentire. Scese di nuovo in strada alla ricerca di un ristorante italiano, ne trovò uno in un vicoletto ed entrò. Aveva la cucina a vista, separata dal salone da una vetrata. Da un pentolone di acciaio in cui ribolliva l’acqua un cuoco scolava la pasta arrivata a cottura per trasferirla in una padella. Aggiungeva poi cipolla e gamberi sgusciati, e rigirava il tutto saltandolo in padella. In fondo, uguali agli spaghetti saltati cinesi. Xie Qing si sedette felice e ne ordinò una porzione al ragazzo greco che faceva da cameriere. L’attesa dei suoi spaghetti gli sembrò eterna. Si mise a giocare con le boccette dei condimenti che erano sul tavolo: identificò il sale, il pepe, l’olio e l’aceto. Una volta arrivati i suoi spaghetti, immaginò, vi avrebbe spolverato sopra un po’ di pepe e, nel caso fossero stati troppo insipidi, anche un po’ di sale. Niente olio, la pasta era già unta per conto suo; quanto all’aceto, ovviamente ne serviva una puntina per via dei gamberi. Aveva appena trovato la soluzione a tutte queste delicate questioni quando il cameriere arrivò con il suo piatto di spaghetti fumanti. La superficie dell’enorme mucchio di pasta era cosparsa di uno strato di briciole bianche che pareva la neve sul Monte Fuji. Xie Qing scoprì con disappunto che si trattava di formaggio grattugiato – quello che i francesi chiamavano fromage! Quel fromage era una cosa di cui gli europei cospargevano tutti i loro piatti, un po’ come i cinesi con il glutammato. Si affrettò a raschiare via il formaggio grattugiato aiutandosi con un cucchiaio, ma con il calore aveva ormai cominciato a sciogliersi finendo in mezzo alla pasta. Solo l’odore gli dava il voltastomaco.
La sera del terzo giorno il telefono della sua camera suonò.
«Sono Mok Yeun-chiu. Parlo con Xie Qing?». Il tizio al telefono parlava mandarino con uno spiccato accento hongkonghese.
«Sono io. Sono tre giorni che ti aspetto, dove sei?».
«Al bar qui sotto».
Xie Qing scese le scale, entrò al bar e scorse un cinese sulla quarantina che gli fece un cenno con la mano. Era un tizio robusto, con la pelle scura e leggermente arrossata e un paio di occhiali dalla montatura d’oro.
«Ho sentito che hai voglia di darti da fare».
«Già, è per questo che Qiumei mi ha mandato qui».
«Lo sai quali sono i traffici in cui siete più bravi, voi di Wenzhou?», proseguì Mok Yeun-chiu.
«Non saprei», rispose Xie Qing.
«I traffici umani».
Xie Qing capì subito cosa intendeva.
«Due bicchieri di whisky», ordinò Mok Yeun-chiu al cameriere, poi continuò: «I primi soldi li ho fatti praticamente tutti grazie a voi di Wenzhou. Devo veramente ringraziarvi per avermi permesso di arricchirmi. Sono stato a Wenzhou la prima volta nel 1984. A quel tempo in Europa occidentale si sapeva che la Cina stava attraversando dei cambiamenti, ma che portata avessero non lo capiva nessuno e i visti venivano concessi con una certa facilità. A Wenzhou, assieme a un’agenzia di viaggi, organizzammo parecchi viaggi in Europa per gruppi che guidavo personalmente. Alla partenza brandivo la bandierina dell’agenzia e stringevo in mano l’altoparlante. Certo che a Wenzhou siete proprio indisciplinati, mi facevo in quattro per farli passare per turisti ma non c’era niente da fare, sembravano sempre dei campagnoli. La prima tappa era l’Italia, dove su una trentina di persone se ne dileguavano quattro o cinque; poi ne spariva qualcuna in Francia, qualcun’altra in Germania, Belgio e Olanda, e quando finalmente arrivavamo in Spagna non era rimasto più nessuno. Allora potevo rimettere la mia bandierina da guida turistica nella borsa e tornavo subito a Wenzhou per organizzare una nuova spedizione. In pochi mesi feci uscire quattro gruppi, finché in Europa non si insospettirono e smisero di concedere quei visti. Intanto avevo sistemato oltre cento persone. E non sai quanto costava, all’epoca, portare qualcuno in Europa».
Mok Yeun-chiu sembrava eccitato dal racconto. Ordinò un altro whisky.
«Non molto tempo dopo tornai a Wenzhou», proseguì. «Stavolta rappresentavo il socio straniero di una società che si occupava della mobilità di lavoratori all’estero. Avevo preso una camera e affittato una sala conferenze all’Hotel dei Cinesi d’Oltremare. Appena furono pubblicati gli annunci fui sommerso da un fiume di richieste. Molti candidati venivano dalle montagne, emigrare era l’unica possibilità di cambiare destino. Questa gente veniva fino in albergo ma non aveva i soldi per una camera. Non possedevano nient’altro che la strada da percorrere per lasciare il paese: i parenti in Europa erano in grado di pagare le spese per loro e, una volta espatriati, avrebbero dovuto lavorare anni prima di estinguere il debito. Vedendo che non avevano un tetto, permettevo loro di stendere una coperta sul pavimento della mia camera; usavano il mio spazzolino da denti in dieci o più, tanto che alla fine della giornata era ridotto a un bastoncino spelacchiato. Quando finiva la carta igienica fornita dall’albergo cominciavano a pulirsi con dei vecchi giornali, e intasavano il cesso. Erano anni in cui era facile trattare con i vostri funzionari governativi, bastava regalar loro un completo di Pierre Cardin e quelli erano contenti come mocciosi. Non vedevano l’ora che emigrasse un po’ di gente perché, nel giro di una decina d’anni, alcuni di loro sarebbero tornati a casa dopo aver fatto fortuna. Da emigranti clandestini a patriottici cinesi d’oltremare, ospiti d’onore di qualche politico».
Bevve una lunga sorsata, aspettando che Xie Qing dicesse qualcosa. Questi, però, lo osservava in silenzio con aria incredula.
«Ormai mi sono ritirato dal giro e vivo da recluso qui ad Atene. E poi i metodi che usavo una volta non funzionano più, ora chi si occupa di questi traffici ha a disposizione una gamma di soluzioni sempre più ampia. C’è chi trasporta i clandestini via nave, chi li infila di straforo nei container... Stai sicuro che se c’è un sistema rischioso, di certo qualcuno lo ha già provato. Per questo mi sono ritirato, ho aperto qualche ristorante e faccio una vita tranquilla. Qiumei mi ha detto che sei appena arrivato dal continente e non hai ancora messo da parte un gruzzolo degno di questo nome. E invece vorrebbe tanto che tu combinassi qualcosa di buono».
«Come? Mi stai dicendo che Qiumei si occupa di questo...?», esclamò Xie Qing sbalordito.
«In questo campo ormai è un pezzo grosso. È stata brava a non dirti niente, ha lasciato che fossi io a spiegarti».
Mok Yeun-chiu ingollò una bella sorsata e prese a parlare di Qiumei. Disse che nel mondo dell’immigrazione clandestina era la persona che rispettava di più. Il suo giro aveva raggiunto dimensioni enormi ma non se ne sapeva praticamente nulla, in molti non conoscevano neppure la sua esistenza. Prima del suo arrivo a Parigi faceva la spola tra la Cina e qualche paese costiero nel Sudest asiatico o in Africa, oppure passava la maggior parte del tempo sulla costa mediterranea della Spagna, a Valencia. Aveva aperto una piccola lavanderia, venti metri quadri scarsi pieni di vecchi vestiti. Usando il negozio come copertura, ogni mese accoglieva oltre un centinaio di persone immigrate clandestinamente da Zhejiang e Fujian, per poi smistarle nei vari paesi di destinazione. Era un affare di proporzioni enormi, e ogni volta che andava a prendere gente sulla costa doveva assoldare a suon di dollari qualche scagnozzo della mafia vietnamita per garantire la sua sicurezza. Presto, però, era emersa la mafia fujianese di Valencia, che faceva capo a un tizio di nome A Jie. Accompagnato da due tirapiedi, questo A Jie aveva fatto irruzione nella lavanderia e le aveva puntato una pistola alla fronte. I duecentomila dollari che Qiumei teneva nel frigo se n’erano andati così.
La gelida determinazione del fujianese aveva colpito Qiumei nel profondo. Le gang asiatiche di Valencia ormai avevano iniziato a contendersi il territorio accaparrandosi gli immigrati arrivati via mare. Un mese più tardi, Qiumei aveva organizzato un barcone di clandestini provenienti dalla Tunisia, che sarebbero dovuti sbarcare su una spiaggia a un centinaio di chilometri dai sobborghi di Valencia. Dopo averci pensato sopra aveva deciso di collaborare con A Jie, lo aveva chiamato al telefono proponendogli di andare a raccogliere gli abusivi sulla costa. In quel momento l’aria era un po’ tesa, aveva risposto il fujianese, e per quel lavoro voleva settecentocinquantamila dollari. Lei aveva acconsentito senza esitazione. A Jie fu colpito dal suo comportamento; addirittura si offrì di decurtare cinquantamila dollari dalla somma che aveva richiesto, ripensando alla rapina. In seguito Qiumei e A Jie hanno collaborato in due sole occasioni finché, non molto tempo dopo, lui è rimasto ucciso in una faida interna.
«Qiumei è fatta così, è una che prende sul serio tutto ciò che dice e fa. Incontrarla è stata la tua fortuna», concluse Mok Yeun-chiu.
Sulle prime Xie Qing stentò a credere alle sue orecchie. Non c’era da stupirsi che Qiumei fosse tanto potente, se erano questi i traffici che gestiva.
«E che cos’ha in mente per me?», chiese infine.
«Roba importante, un’opportunità di fare dei bei soldi». Mok Yeun-chiu si accese una sigaretta. «Come ti ho già detto, ormai mi sono ritirato dal giro, ma Qiumei mi ha chiesto di fare un ultimo lavoro insieme a lei. Stavolta l’occasione è troppo ghiotta, l’anno prossimo in Italia ci sarà una sanatoria generale».
Ogni volta che l’Italia concedeva una sanatoria si sollevava un tale tumulto che la gente dello Zhejiang e del Fujian iniziava ad agitarsi come animali nella stagione migratoria. Anche Xie Qing ne aveva sentito parlare, ma non avrebbe mai immaginato che un giorno la cosa potesse riguardarlo personalmente.
«Ma come faremo a portare la gente in Italia?», chiese Xie Qing.
«Dall’Albania... È proprio per questo che Qiumei collabora con me», rispose Mok Yeun-chiu. «Fino a qualche tempo fa era un paese comunista, il più povero paese d’Europa».
«L’Albania la conosco», rispose d’istinto Xie Qing. Quel nome aveva lasciato un segno assai profondo nell’immaginario dei suoi coetanei. I film che si vedevano negli ultimi anni della Rivoluzione Culturale erano praticamente tutti albanesi. I personaggi e le storie di quelle pellicole gli erano sempre piaciuti.
«Sei mesi fa», continuò Mok Yeun-chiu, «nel mio ristorante è venuto a fare quattro chiacchiere un albanese di nome Aleksander, uno che parla cinese meglio di me. Dice di essere un esperto di seta e di aver studiato all’Istituto di Sericoltura di Hangzhou. Mi ha detto che dovevo assolutamente andare a fare un giro in Albania, che c’erano un sacco di occasioni per fare soldi. Alla fine ci sono andato davvero. Il paese è appena uscito da un periodo di caos, eppure ha un suo fascino. Sono stato in macchina in parecchi posti, dappertutto ci sono ulivi, limoni, fichi e kaki rossi. Ma lo sai qual è la cosa più bella dell’Albania? Le ragazze! Sono davvero uno schianto».
«È vero, le albanesi sono una meraviglia». Nella mente di Xie Qing erano riaffiorate le immagini delle incantevoli protagoniste dei film.
«Poi sono andato a Tirana, la capitale. In tutta la città c’è solo un incrocio che abbia un semaforo. Le strade vicino alle agenzie della banca nazionale sono piene di persone che cambiano valuta estera. Se ne stanno sedute nei caffè, davanti a tavolini su cui fanno bella mostra di sé decine di migliaia di dollari americani, se non di più. I soldi li contano a mazzette, mica banconota per banconota come facciamo noi, e si fidano tranquillamente di chi hanno davanti. Davvero curioso».
«Ma l’Albania è un paese poverissimo, dove li trovano tutti quei soldi?».
«Anche se non è molto grande, l’Albania ha una linea costiera lunghissima. La costa sul Mare Adriatico a sud si trova giusto di fronte all’Italia, Valona e Lecce distano poche decine di miglia. Quando era al potere il Partito Comunista, alle frontiere la vigilanza era tremenda, mentre adesso è soltanto di facciata. Bastano un po’ di soldi e si può fare qualunque cosa. Molti albanesi sono scappati in Europa, hanno fatto i soldi e ora li spediscono a casa per mantenere la famiglia, ecco spiegati tutti quei cambiavalute. In questo momento un sacco di gente che arriva dall’Europa dell’Est e dall’Asia meridionale attraversa l’Albania per raggiungere l’Italia, e da lì gli altri paesi. Se riesco ad assicurarmi questo canale prima che l’Italia vari la sanatoria, di lì transiterà una quantità enorme di persone. E anche se non sono più nel giro mi sento prudere le mani, è una di quelle occasioni da non perdere. Qiumei dice che hai una personalità fuori dal comune, che hai fatto il militare, e che in vita tua non hai mai avuto fortuna. Ha bisogno di un assistente come te».
«A sentirle sono tutte belle cose, resta il fatto che sono illegali», disse Xie Qing.
«Compare, sai come dice il proverbio: Senza biada il cavallo non ingrassa, e senza proventi illeciti non ci si arricchisce. Hai lasciato il paese alla tua età e credi ancora di fare fortuna con dei lavoretti? Qiumei mi ha detto che sono tre mesi che trasporti tofu. Se continui così sarai tu a trasformarti in un pezzo di tofu puzzolente! Non sono molte le buone occasioni che si presentano a un uomo nel corso della vita, e a qualcuno non ne capita nemmeno una. Tu ne hai trovata una adesso, e se te la lasci scappare hai chiuso. Il duro lavoro è la chiave del successo, dicono, ma se passi la vita a limare la chiave prima o poi si arrugginisce, e la serratura non si apre più. Con il mio sistema, invece, prendiamo un martello e quella serratura la mandiamo in mille pezzi, oppure sfondiamo direttamente la porta con un ariete. Dai, pensaci un po’ sopra. E adesso andiamo, lascia che ti porti in un locale a divertirti un po’».
Si alzò in piedi, e Xie Qing non poté far altro che seguirlo. All’uscita dell’albergo furono accerchiati da un drappello di tassisti. Mok Yeun-chiu passò senza nemmeno degnarli di uno sguardo. Uno di loro non si diede per vinto e li seguì, ma fu sorpreso nel vedere le portiere della grossa limousine nera parcheggiata all’ombra del portico scattare con un clic, mentre i quattro fanali si illuminavano. Il tassista si lasciò scappare un gridolino di ammirazione: «I like your car!».
Anche Xie Qing sgranò gli occhi: quella che aveva davanti era una Rolls-Royce, nera per giunta, un bolide con tanto di capote in pelle al posto del tettuccio. Erano auto che solo vip e aristocratici potevano permettersi: per averne una nera persino i capi di Stato dovevano aspettare anni e anni.
«Dai, sali», fece Mok Yeun-chiu, già seduto al posto di guida. Xie Qing si accomodò e tirò appena la portiera, che si richiuse con un rumore sordo. Mok mise in moto e in un attimo l’auto prese velocità.
«Questa macchina è uno schianto». Xie Qing era completamente inebriato. «Ho sentito che le Rolls sono solo per politici e celebrità».
«Infatti me l’ha venduta l’ex vicepremier greco».
«Hai degli agganci negli ambienti politici greci?».
«Ho un sacco di amici. Domani, per esempio, sono a cena dal ministro della Giustizia. Ricorda, questo mondo conosce soltanto la parola “denaro”, se ce l’hai tutto diventa possibile».
Quella sera Xie Qing si trovò seduto in un nightclub ai piedi dell’Acropoli. Oltre l’enorme vetrata vedeva, in cima al colle, un antico edificio sorretto tutt’intorno da colonne e illuminato a giorno. Non aveva idea che si trattasse del Partenone: curiosamente, però, gli tornarono alla memoria la Residenza 118, gli anni in cui era ricoperta di palme, i corridoi con la volta a botte che tagliavano il cortile in diagonale. Il momento in cui aveva messo piede nella 118 e la Atene che aveva ora sotto gli occhi non sembravano poi così distanti. Sorseggiava champagne fumando un sigaro, mentre delle stupende ragazze erano impegnate in uno striptease.
«Lo sai da dove vengono queste meraviglie?», fece Mok Yeun-chiu sporgendosi verso di lui. «Sono tutte albanesi».
Xie Qing ebbe un sussulto. Nella sua memoria affiorò l’immagine della guerrigliera Mira, la protagonista di un vecchio film albanese, Trionfo sulla morte. Per quasi tutta l’adolescenza Mira era stata il suo amore inconfessato e ora, con la vista annebbiata dallo champagne, la spogliarellista sul palco sembrava davvero la dea di cui si era invaghito in gioventù.
Bevve una coppa di champagne, poi una seconda. Aveva i battiti accelerati, il viso paonazzo e lo sguardo vacuo, ma sentì il cuore riempirsi di una gioia unica, che forse non aveva mai provato. Non riusciva a staccare gli occhi dalla ballerina con le sembianze di Mira.
La ragazza sul palco incrociò il suo sguardo e gli rivolse un sorriso pieno di tenerezza. Era come in quelle fiabe in cui la passione di uno scultore nello scolpire la statua di una dea era capace di dare vita al marmo. La ballerina scese lentamente dal palco, puntò dritto verso di lui e gli si fermò davanti. Mok Yeun-chiu gli allungò un biglietto da venti dollari, facendogli cenno di infilarlo nella giarrettiera. La ballerina cominciò a strusciare il ventre e i seni contro il viso di Xie Qing.
Fu in quel momento che prese la decisione di lanciarsi nell’impresa di Qiumei.