Capitolo 11

1

Attraversato il ponte, Xie Qing salì immediatamente sull’auto che partì a grande velocità. Qiumei gli disse di stare calmo e non parlare. Xie Qing sentì che con i suoi uomini discorreva in italiano, erano veri italiani, non albanesi che parlavano la lingua.

Nel giro di pochi minuti l’auto entrò in un cortile. Quando Xie Qing scese vide che si trattava di una clinica privata. Fu condotto in un ambulatorio da due infermiere con un cappellino bianco. Gli misurarono la pressione e la temperatura, con delle forbici gli tagliarono i vestiti sporchi, lo ripulirono con pezze imbevute e infine gli disinfettarono e fasciarono i polsi feriti. Poi lo accompagnarono in una camera singola e lo fecero coricare su un letto dalle lenzuola immacolate. Una delle infermiere gli applicò una flebo e gli portò una tazza di brodo caldo. In quel momento Qiumei entrò nella stanza.

«Te la sei vista brutta per colpa mia. Come ti senti adesso?», gli chiese sedendosi ai piedi del letto.

«Se non fossi intervenuta per salvarmi probabilmente sarei morto. Ma non immaginavo che saresti venuta di persona».

«Dovevo farlo. Da quando ti ho mandato in Albania ho avuto sempre il cuore pesante, sentivo di non doverti mettere su questa strada. Ma non immaginavo tanto».

«Chi erano i miei rapitori?».

«Gente del posto. Ho chiesto agli italiani di qui di sistemarli. D’ora in poi saranno loro a proteggerci».

«Di sicuro avrai speso un sacco di soldi».

«Non importa quanto ho speso, l’importante è che tu sia al sicuro. Come ti senti adesso? Se non vuoi rimanere puoi partire con me oggi stesso, ce ne torniamo in Francia».

«No, voglio restare. Ho solo i polsi feriti per via dei legacci, il resto è a posto. Ancora qualche giorno e starò bene».

«Allora sono tranquilla. Stai qui qualche giorno a riprenderti. Io non posso restare, devo prendere un aereo per Zurigo, poi la coincidenza per Parigi. Quando sarò partita i tuoi uomini verranno a trovarti».

«Non preoccuparti, finirò il lavoro. Grazie di essere venuta a salvarmi», fece Xie Qing. La donna gli carezzò la testa con un sorriso, poi si alzò e uscì dalla stanza. Sentì il rumore delle sue scarpe risuonare rapido nel corridoio fino a scomparire.

Ben presto Cui Zuogao e Guo Linfei si presentarono in clinica senza avere la minima idea di come fosse stato salvato e ricoverato lì. Mezz’ora prima avevano ricevuto la telefonata da un italiano. Li aveva informati che il loro amico si trovava in quella clinica. Xie Qing chiese agli amici come stessero i passeggeri. Nessun problema, risposero. Subito dopo il rapimento avevano concentrato le forze in modo da garantire la loro sicurezza.

Rimase ricoverato un solo giorno e l’indomani tornò tra i suoi uomini. Fece subito visita alla casa in cui erano alloggiati i clandestini. Quando era stato rapito erano precipitati nel terrore. Vederlo tornare fu motivo di gioia anche per loro.

«Ehi, capo, quando andiamo in Italia?», gli chiese una donna. Il suo nome era Ye Sanhua, era una di quelle che nello scontro con Li il Pechinese avevano chiesto di partecipare alla battaglia per ricaricare le armi. Era originaria di Qingtian, il marito era già in Spagna, il fratello in Olanda.

«Presto, un modo prima o poi lo troveremo», la rassicurò Xie Qing.

Un gruppetto di donne stava preparando da mangiare, bucatini italiani conditi con verdura e piccoli tagli di carne. Gli chiesero se ne volesse un po’. A Valona non esistevano ristoranti cinesi e lui aveva patito la fame. Vedendo quella pasta immersa nel brodo gli si aprì lo stomaco e, senza tanti complimenti, si sedette a mangiare. «Capo, in Italia ti offriremo una bella cena, un pasto come si deve», disse ancora Ye Sanhua.

«Quando saremo a destinazione correrete tutte dai vostri mariti».

«Non mi importa di mio marito, penso solo al mio bambino. È rimasto a Qingtian, mi dicono che non fa che piangere, vuole la mamma, non mangia nemmeno più». Ye Sanhua si asciugò le lacrime.

Xie Qing ripensò al bambino di Yang Hong, cresciuto in riva al mare.

Quell’anno la stagione dei venti arrivò in anticipo. Le burrasche sollevavano onde gigantesche e per decine di chilometri, sulle coste di Valona, non si vedeva un’imbarcazione, solo gli ulivi sferzati e piegati dalla tempesta. Xie Qing passava le giornate a guardare le previsioni alla tv senza capire cosa dicesse il presentatore. Vedeva solo immagini che mostravano la tempesta roteare in un vortice.

Un pomeriggio la burrasca si fece particolarmente violenta. L’agente di Fatos sul posto, tuttavia, portò la notizia che quella notte sarebbe salpato un barcone, e Xie Qing avrebbe dovuto organizzare la partenza di un centinaio di passeggeri. Ma con un tempo del genere, protestò lui, com’era possibile mettersi in mare? Certo, le condizioni meteo erano rischiose, rispose l’uomo di Fatos, ma la marina italiana, vedendo che negli ultimi giorni gli sbarchi si erano azzerati proprio per il cattivo tempo, aveva annullato i pattugliamenti e un’occasione come quella non si sarebbe ripresentata. Di solito da Valona partivano motoscafi che potevano caricare una ventina di persone, mezzi veloci che non potevano nulla contro il mare in tempesta. Quella notte, invece, sarebbe salpato un cargo con chiglia metallica che poteva ospitare centinaia di passeggeri, resistente alle onde e condotto da un capitano esperto. Se avesse perso questa occasione, chissà quando ne sarebbe capitata un’altra. Doveva prendere subito una decisione.

Xie Qing chiese a Cui Zuogao di sondare il parere dei clandestini. Quasi tutti erano disposti a correre il rischio. Le sofferenze e il terrore conosciuti nel corso del viaggio li avevano resi insensibili al pericolo, volevano solo attraversare il mare il prima possibile. Xie Qing stilò una lista: il numero dei passeggeri superava i duecento, li divise in una decina di gruppi e cerchiò quelli che sarebbero partiti per primi. Ma quando arrivò al gruppo di cui faceva parte Ye Sanhua lo saltò e decise di far partire il successivo.

La partenza era prevista per la notte, ma già dal pomeriggio nei vari alloggi cominciò a regnare il caos. Xie Qing chiese a tutti di rifocillarsi, di bere molta acqua e di lasciare a terra tutti gli effetti personali, soprattutto i documenti. Veri o falsi che fossero non dovevano assolutamente portarli, dovevano essere pronti all’eventualità di un arresto da parte della polizia di frontiera italiana. Con i documenti addosso, la polizia sarebbe risalita alla loro identità e li avrebbe rimpatriati in Cina. Avrebbero dovuto vestirsi in modo semplice, con scarpe comode, per poter scappare in qualsiasi momento. In caso di cattura dovevano fingere di non capire e soprattutto non aprire bocca, anche nel caso in cui gli sbirri avessero chiamato un interprete cinese. In questo modo la loro nazionalità sarebbe stata impossibile da accertare e non avrebbero potuto estradarli. Chiese anche di consegnare tutto quello che avevano di valore. Fece un inventario e assicurò che lo avrebbe portato in Italia per restituirlo ai proprietari. I preparativi per la partenza furono faticosamente condotti a termine e Xie Qing si mise alla guida del camion in direzione del molo, che si trovava in un cantiere abbandonato a decine di chilometri dalla città. Mentre il suo camion costeggiava il mare, la violenza della tempesta per poco non lo fece rovesciare sulla strada. Il cargo, con lo scafo metallico rigato dalla ruggine e il nome coperto dalla vernice, rollava al molo galleggiante. Un gruppo alla volta, serbi, curdi, iraniani e cinesi si arrampicarono con mani e piedi lungo una scaletta metallica fino al ponte, per sparire nella stiva.

Xie Qing verificò che tutti i passeggeri sulla lista fossero saliti a bordo. C’erano anche cinque accompagnatori, incluso Cui Zuogao: ciascuno di loro, dopo aver guidato i gruppi a terra, avrebbe preso contatti e affidato i passeggeri ai basisti in Italia. Xie Qing salutò il suo uomo con una stretta di mano.

Intorno all’una di notte il cargo mollò gli ormeggi. Quella chiglia sbilenca sembrava dovesse rovesciarsi da un momento all’altro, ma si raddrizzò lanciandosi tra i violenti marosi del Canale di Otranto, finché non fu inghiottita dalla notte.

Prima dell’alba Xie Qing avrebbe ricevuto da Qiumei la buona notizia che la nave era arrivata sana e salva a riva. I gruppi si erano dispersi e tutti avevano già trovato i propri contatti; tutti, tranne quello guidato da Cui Zuogao.

2

Una volta sceso nella stiva buia Cui Zuogao fu colto da un senso di panico. L’aria puzzava di gasolio, di vomito, di escrementi umani, e quando la nave rollava violentemente i clandestini dovevano aggrapparsi alle paratie come crostacei su uno scoglio, schiacciati gli uni contro gli altri, ondeggiando senza sosta e inondando la sentina con il loro vomito. Cui Zuogao non soffriva il mal di mare, ma le oscillazioni della nave lo terrorizzavano. Sapeva che il viaggio non sarebbe durato più di un paio d’ore, e se in quelle due ore la nave non si fosse capovolta non sarebbe morto. Quando sul suo orologio fu passata un’ora capì che probabilmente ce l’avrebbe fatta.

Mezz’ora più tardi la porta della stiva si aprì ed entrò la luce di una torcia. Un marinaio annunciò in italiano: «Stiamo per arrivare, che Dio vi assista! Preparatevi allo sbarco!». La porta tornò a chiudersi, ma nell’oscurità i passeggeri avevano ormai visto brillare la luce della vita: per un clandestino che aveva desiderato raggiungere l’Europa quella era già la luce del Nuovo Mondo.

Pochi istanti più tardi Cui Zuogao sentì lo scafo urtare qualcosa di duro. Subito dopo la porta tornò ad aprirsi e fu nuovamente illuminata dalla luce della torcia; tutti si affrettarono a risalire la scaletta e poi, camminando su una tavola che oscillava sotto i loro passi, balzarono a terra. Quella che avevano sotto i piedi era la pianura salentina, il suolo dell’Europa occidentale. Sprofondata nelle tenebre e battuta da vento e pioggia, quella terra sembrava ancora più inospitale dell’Albania. Centinaia di immigrati appena sbarcati si ritrovarono immersi nell’oscurità, pronti a inseguire i loro sogni. Il cielo era percorso da lampi e tuoni, e proprio il bagliore di un fulmine permise loro di capire che si trovavano su una spiaggia deserta. I vari gruppi si separarono, e ciascuno sparì in una notte in cui l’alba era ancora lontana.

Sebbene non fosse la prima volta, Cui Zuogao sentì forte l’eccitazione di chi sbarca nel Nuovo Mondo. I ventisei passeggeri a lui affidati erano sani e salvi. A causa delle pessime condizioni del mare il capitano non era riuscito a determinare con precisione il luogo dell’approdo, e bisognava trovare un telefono per farsi raggiungere dai contatti sul posto. Cui Zuogao si avviò con il gruppo, e ben presto si accorse di essere in un bosco che diventava sempre più fitto. Il fogliame faceva schermo alla luce dei fulmini e dovettero procedere tastando gli alberi. Pensarono di tornare sui propri passi, ma ormai avevano perso l’orientamento.

Se non avesse mai lasciato il paese, quella gente nata tra le montagne sarebbe invecchiata e morta nello stesso luogo; solo in Europa, circondati da parenti e amici, avrebbero potuto realizzarsi, grazie al lavoro, all’astuzia e allo sprezzo del pericolo che li contraddistinguevano. Quasi tutti gli emigrati dello Zhejiang e del Fujian che tornavano a investire in Cina accolti con grandi onori erano partiti da clandestini proprio come loro.

Per fortuna il cielo iniziò a schiarirsi, si lasciarono la macchia alle spalle e scorsero il profilo di una montagna. Di fronte a loro si stendeva una grande pianura, e dopo almeno un’ora di cammino si imbatterono in una strada asfaltata, ma vento e pioggia continuavano ad offuscare il cielo. Fu a quel punto che in lontananza spuntò un’abitazione con le luci accese: dal comignolo usciva del fumo bianco. Si fermarono indecisi di fronte al tepore di quella casa. Si avvicinarono con cautela seguendo Cui Zuogao. All’improvviso dalla casa sbucò un enorme pastore tedesco che iniziò ad abbaiare con ferocia. Un uomo, con la faccia coperta dalla barba e un aspetto altrettanto feroce, gridò chiedendo cosa fossero venuti a fare. Dopo anni trascorsi a Vienna Cui Zuogao sapeva un po’ di tedesco; poi, in Albania, aveva imparato qualche frase in italiano. Disse che erano diretti a Lecce, che si erano persi, e chiese di poter usare il telefono. L’italiano capì subito di cosa si trattasse e non gli permise di telefonare. In compenso li fece entrare in un magazzino dove erano ammassate fascine di fieno asciutto e piacevolmente tiepido. Al di là della parete di legno c’era un gregge di pecore. Qualche minuto più tardi l’italiano portò una cesta di pane e un bricco di caffè caldo. Gli uomini ormai sfiniti rivolsero lo sguardo verso Cui Zuogao. Mangiamo, fece lui, poi si vedrà.

Esausti e affamati si riempirono la pancia, poi si lasciarono andare sulle fascine e si appisolarono. Cui Zuogao, però, si chiedeva perché il pastore non avesse permesso loro di usare il telefono, offrendo invece generosamente pane e caffè. Incollò l’orecchio alla porta che collegava il magazzino all’abitazione del pastore e, sentendolo parlare al telefono, capì che stava avvertendo la polizia. Era troppo tardi per darsela a gambe: quanto lontano sarebbero andati, con una pioggia e un ventaccio del genere? E anche nel caso in cui la polizia italiana li avesse beccati le conseguenze sarebbero state lievi. Se i poliziotti non riuscivano a risalire alla nazionalità non potevano nemmeno procedere all’espatrio, e dopo qualche giorno in gattabuia sarebbero stati liberi con un foglio di via del tutto simbolico.

Dieci minuti più tardi risuonarono le sirene della polizia e la casa fu circondata dalle volanti. Ormai a pancia piena e con i vestiti asciutti, Cui Zuogao e gli altri seguirono pigramente gli agenti, montarono sulle auto e partirono a sirene spiegate. Appena si furono seduti in macchina molti di loro si addormentarono di nuovo. Quando furono fatti scendere, Cui Zuogao notò una pubblicità con un numero di telefono: il prefisso era 0832, proprio quello di Lecce.

Il gruppo fu rinchiuso in commissariato ma fu dato loro da mangiare, da bere, e persino da fumare. Un agente venne a fare delle domande ma nessuno capiva, nessuno parlava, sembravano tanti pezzi di legno. La polizia fece venire un interprete cinese, ma quelli continuarono ad essere sordi e pure muti. Nel pomeriggio gli fece loro delle foto, le stamparono su un foglio ricoperto da una fitta scrittura e lo consegnarono a ciascuno di loro. A quel punto l’interprete si rivolse al gruppo: lo so che siete cinesi e che capite quel che dico. Questo è il foglio con cui vi viene intimato di lasciare il paese ed è anche il vostro documento provvisorio, con validità di ventuno giorni. Dovrete lasciare l’Italia entro questo termine. Cui Zuogao sapeva che, una volta scaduti i ventuno giorni, gli sbirri comunque non avrebbero potuto far nulla. L’interprete, infine, si rivolse loro come un compaesano: «Ora potete andare, vi auguro buona fortuna!».

Fuori dal commissariato Cui Zuogao condusse il gruppo alla stazione e fece in modo che non si disperdesse. Non telefonò subito al suo contatto per timore che la polizia lo stesse sorvegliando, lo chiamò alle nove di sera, quando fu certo di non essere pedinato. Il contatto li raggiunse rapidamente: come stabilito portava occhiali scuri e cappellino da baseball e teneva in mano un ombrello rosso. «Sono ventisei, non manca nessuno, li affido a te», disse Cui Zuogao prima di andarsene.

Sotto la biancheria ormai appiccicata al corpo aveva ancora alcune banconote da centomila lire. Entrò in un negozio di abbigliamento dove comprò un cambio di biancheria e dei vestiti, investì cinquemila lire per una doccia nei bagni della stazione e buttò gli abiti sporchi e maleodoranti in un bidone della spazzatura. Indossò i vestiti nuovi e si pettinò con cura: la vita aveva ritrovato freschezza e brio. In una stradina secondaria trovò un ristorante pieno di gigli e si accomodò al tavolo vicino alla vetrata. Un cameriere dai capelli impomatati gli servì una birra; ordinò una bistecca, dell’insalata e una zuppa. Fuori la bufera non accennava a calmarsi, la pioggia batteva sulle vetrate scendendo in tanti rivoletti e cascatelle, mentre tornava l’oscurità. Cui Zuogao non poté fare a meno di ripensare a chi era rimasto al di là del mare: Xie Qing, Guo Linfei, lo Straccione, il Quarto, Ye Sanhua e gli altri. Avvertì subito una stretta al cuore. Non voleva pensare a niente, eppure sul suo viso presero a scendere le lacrime. Finì il suo pasto, prese un gelato e concluse con un espresso.

Dopo aver cenato e lasciato la mancia andò via sotto lo sguardo compiaciuto del cameriere. Al riparo dalla pioggia sotto le grondaie vide una fila di ragazze, ne scelse una dagli occhi azzurri così intensi da non vederne il fondo. Chiese quanto fosse la tariffa. Cinquantamila lire, rispose la ragazza. La seguì lungo una viuzza laterale, in una casupola in cui si riusciva appena a stendere le gambe. Il seno prosperoso della ragazza lo faceva impazzire, ma non appena cercò di sfilarle il reggipetto lei gli disse che per quello c’era da pagare un supplemento, altre cinquantamila. Poteva permetterselo. Ebbe la sensazione di essersi assicurato una merce che valeva molto di più: quei seni erano qualcosa che non aveva mai visto prima, due grossi germogli di bambù con areole di un rosso intenso, dalla consistenza compatta e soda. La ragazza si dimostrò premurosa verso l’uomo venuto dall’Oriente: si muoveva insieme a lui come avrebbe fatto con un amante.

Quella sera stessa Cui Zuogao comprò un biglietto del treno per Francoforte. Voleva andarsene. E poi l’Europa era talmente grande, belle città e belle ragazze ne avrebbe trovate dappertutto. Conosceva un po’ di tedesco, pensò di tentare la fortuna in Germania. Ormai era stufo di quella vita, non era un lavoro che si poteva fare per sempre. E l’idea di tornare a Vienna non gli andava a genio, era un posto di una depressione soffocante.

3

La notizia dello sbarco suscitò una grande frenesia a Valona e altre tre navi della stessa stazza si accinsero a salpare. Gli uomini di Fatos chiesero a Xie Qing di concludere la traversata dei passeggeri rimasti. Non aveva altra scelta, ancora un paio di giorni e le burrasche si sarebbero calmate, con la ripresa dei pattugliamenti.

Così si prepararono per un’altra pericolosa traversata, i clandestini pensando al loro futuro, le teste di serpente e i capitani mettendosi in tasca una bella somma. Xie Qing suddivise i suoi in tre squadre, che fece imbarcare ciascuna su una nave diversa. Insieme a loro sarebbero partiti anche lo Straccione, il Quarto e il resto della scorta, mentre a Valona sarebbero rimasti Xie Qing e Guo Linfei. Lui sarebbe salito su un aereo diretto a Parigi, l’altro sarebbe rientrato in Bulgaria.

Alle nove e venti di sera Xie Qing ricevette la telefonata del contatto italiano, lo informava che Cui Zuogao e i suoi erano stati ritrovati e all’appello non mancava nessuno. Qiumei, tuttavia, era molto preoccupata, temeva che la polizia italiana, intuendo come in Albania si stesse approfittando della burrasca per intensificare le partenze, riprendesse subito i pattugliamenti in mare. Ma ormai preoccuparsi non serviva a niente, le navi erano già salpate.

I tre barconi erano partiti da Valona quasi nello stesso momento per avventurarsi nel mare in tempesta. Un cacciatorpediniere italiano era già di pattuglia, acquattato tra le onde. Qiumei aveva ragione. Con quei marosi le normali motovedette non erano in grado di svolgere il loro compito, così la marina aveva dispiegato una nave da guerra nel tentativo di respingere gli scafi dei clandestini. A mezzanotte il radar del cacciatorpediniere localizzò i barconi. Ma erano tre e separati l’uno dall’altro da diverse miglia marine: dovevano sceglierne uno solo nel tentativo di intercettarlo.

La scelta cadde sul barcone che la sera prima aveva traghettato il primo carico di clandestini. Lo comandava il capitano Yannis, un greco, da sempre contrabbandiere di mare, con una grande esperienza di navigazione. La sua imbarcazione era malmessa, contava di fare ancora qualche trasporto di irregolari, e se poi gli italiani gliel’avessero confiscata non sarebbe stata una gran perdita. Anche la sua nave era stata provvista di radar ma proprio il mese prima, mentre era ormeggiata al molo, gliel’avevano rubato. In Albania si rubava qualunque cosa. Senza radar e in quel mare poteva procedere soltanto affidandosi agli occhi e all’istinto. E l’istinto gli diceva che lì davanti c’era una nave enorme, anche se non vedeva nulla. Iniziò a preoccuparsi, perché oltre al boato dei marosi gli arrivava anche il rombo di gigantesche turbine. Poi, all’improvviso, fu investito da un enorme fascio di luce proveniente dall’alto: quella che gli bloccava la rotta sembrava una nave da guerra. Il capitano diede immediatamente l’ordine di fermare i motori per evitare una collisione.

La nave teneva il faro puntato sull’imbarcazione dei clandestini, mentre i reporter al seguito accendevano le telecamere. Gli altoparlanti iniziarono a gracchiare: qui è la marina militare italiana, avete sconfinato in acque italiane. Tornate subito indietro, ripeto, tornate subito indietro!

Dopo decenni passati nel Canale di Otranto, Yannis aveva avuto ampiamente prova del temperamento dei militari della marina italiana. Se avesse fatto dietrofront, pensò, non solo avrebbe dovuto cacciare indietro i soldi già incassati per il noleggio della nave, ma anche la sua reputazione costruita in tanti anni ne sarebbe risultata gravemente danneggiata. Dopo aver parlato per qualche istante con i suoi uomini decise di tentare lo sfondamento. Chiese ai compagni di rispondere in italiano: il carburante non basta per tornare indietro, dobbiamo per forza raggiungere la costa italiana. Poi ordinò ai clandestini nella stiva di salire tutti sul ponte: quelli, ormai sfiniti a furia di vomitare, sbucarono dalla pancia della nave barcollando e cercando qualcosa a cui aggrapparsi per non essere sbalzati in mare. L’intenzione di Yannis era di usarli come scudi umani per costringere il cacciatorpediniere a lasciarli passare: una volta arrivati in Italia, i passeggeri sarebbero potuti rimanere senza timore di essere rimandati indietro. Il capitano rimise in moto la nave, aggiustò la prua e puntò verso la poppa della nave da guerra, deciso a rompere lo sbarramento sfruttando il suo angolo cieco.

Il comandante del cacciatorpediniere diede l’ordine di virare immediatamente: un ordine sconsiderato, perché l’affondamento della nave dei clandestini gli sarebbe costato il posto di comandante in un tribunale militare. La nave virò di 180 gradi, la fiancata sinistra del barcone scassato di Yannis si ritrovò proprio di fronte alla sua prua affilata come una lama. Non c’era più nessuna possibilità di sfuggirle: il cacciatorpediniere investì la parte posteriore della fiancata: un urto violentissimo che sbalzò in acqua parecchi dei passeggeri. Attraverso lo squarcio nella chiglia il cargo prese a imbarcare acqua, poi iniziò a inclinarsi e affondò.

La nave da guerra cominciò immediatamente le operazioni di soccorso mettendo in mare tutte le scialuppe e lanciando i salvagente. Le persone salvate furono oltre duecento, ma almeno altre cento erano morte o risultavano disperse. Il servizio giornalistico dell’intera operazione sarebbe stato ritrasmesso dalle televisioni di tutto il globo, CCTV compresa. Quella carneficina inorridì il mondo intero.

Qualche ora più tardi Xie Qing ricevette una telefonata dal suo contatto in Italia: due delle navi erano approdate, disse, ma quella su cui viaggiavano Ye Sanhua e altri quaranta passeggeri sotto la guida dello Straccione non era mai arrivata a destinazione. Il giorno successivo arrivò la telefonata di Qiumei che lo informava del disastro e gli diceva di accendere la tv. Xie Qing vide sullo schermo un tumulto di onde e una nave che ora emergeva, ora sprofondava nell’oscurità, simile a un mucchio di foglie. Passò da un canale all’altro, Euronews, CNN, Rai, la TVSH albanese: tutti riportavano le stesse immagini.

Vide i passeggeri che sbucavano dalla stiva. Il cameraman aveva fatto un primo piano a ciascuno dei disgraziati che uscivano in fila indiana. Xie Qing scoprì il volto terrorizzato di Ye Sanhua: investita dal fascio di luce della nave da guerra non riusciva a tenere gli occhi aperti. Il ponte era stipato di clandestini che agitavano le braccia, gridavano. Poi fu trasmesso il momento della collisione tra il cacciatorpediniere e il barcone: si vedevano decine di persone, scaraventate in aria dall’urto, finire in acqua.

L’obiettivo del cameraman si spostò sulla superficie del mare che brillava nelle tenebre: Xie Qing vide in acqua alcuni che, incapaci di restare a galla, lottavano per qualche istante prima di sprofondare, mentre chi sapeva nuotare si dibatteva disperatamente affiorando e scomparendo tra le onde. Nel giro di pochi minuti lo scafo metallico sprofondò: nell’attimo in cui si inabissò, sulla superficie del mare si formò un vortice che trascinò altri sott’acqua. Xie Qing vide che uno dei naufraghi si era unito ai soccorsi e nuotava da una parte all’altra nel tentativo di salvare i compagni. Il cameraman, che probabilmente aveva capito le sue intenzioni, teneva l’obiettivo puntato su di lui. Grazie a una zoomata Xie Qing riconobbe lo Straccione: era ancora vivo. La polizia di frontiera e la marina militare italiane avevano inviato nel Canale di Otranto oltre dieci imbarcazioni per raccogliere i cadaveri: non appena i corpi venivano recuperati, la tv trasmetteva le foto per permetterne l’eventuale riconoscimento.

Xie Qing partì da Valona il giorno stesso della tragedia. Davanti a un incidente di quelle proporzioni, lo avvertì Qiumei, la polizia italiana e albanese avrebbero organizzato retate congiunte in grande stile, doveva lasciare il paese prima che gli sbirri avessero il tempo di reagire. Non poteva tornare a Tirana per prendere l’aereo, doveva muoversi via terra, raggiungere Skopje, in Macedonia, e da lì imbarcarsi su un aereo per Parigi. Xie Qing stavolta si mise alla guida da solo, senza Aleksander. Dalla costa meridionale fino a Struga, città montana posta a est, c’erano oltre quattrocento chilometri, una strada accidentata che si snodava quasi interamente lungo le montagne.

Era ormai sera quando raggiunse la frontiera macedone. Aveva infilato nel passaporto un biglietto da cento dollari e non ebbe problemi a varcare il confine. Sulla linea di frontiera l’auto dovette passare attraverso una pozza di disinfettante: per sterilizzare gli pneumatici, dicevano. Al di là del confine la strada diventò più regolare, fiancheggiata da casette con i tetti rossi, più gradevoli di quelle albanesi. Anche la Macedonia aveva un’economia disastrata ma sembrava profondamente diversa dall’Albania. La strada costeggiava il Lago di Ocrida, un enorme specchio d’acqua per metà albanese e per metà macedone. Prima, mentre guidava lungo la riva diretto al confine, stretto dall’angoscia e con il solo desiderio di fuggire, Xie Qing non si era accorto di quello spettacolo. Soltanto una volta entrato in Macedonia notò le acque verdi come smeraldo che insieme ai picchi innevati sullo sfondo conferivano splendore al lago. Alloggiò in una pensioncina sulle sue sponde, consumò una cena frugale e tornò subito in camera a guardare la tv. Sullo schermo continuavano a passare ininterrottamente servizi sull’affondamento del barcone, ma lui non capiva cosa dicessero. Si addormentò come un sasso, erano giorni che non chiudeva occhio.

A mezzanotte si svegliò di soprassalto. Si trovò in una stanza sconosciuta, su un divano. La mente completamente svuotata, gli ci volle parecchio tempo per riprendere coscienza. Era un criminale in fuga per aver commesso un gravissimo reato internazionale. Avrebbe voluto che fosse soltanto un incubo, ma le immagini sullo schermo del televisore gli confermavano che era tutto vero. Guardava e riguardava le scene della tragedia, mentre volti familiari gli sfilavano davanti agli occhi sempre più numerosi. Quando vide la foto del cadavere dello Straccione gli sembrò incredibile che, nella scena di poco prima, nuotasse da una parte all’altra tra le onde per mettere in salvo i compagni. Com’era possibile che fosse morto?

Xie Qing rimase sulle rive del Lago di Ocrida per due giorni finché, la mattina del terzo, l’agenzia di viaggi gli recapitò in camera un biglietto aereo. Si mise immediatamente in viaggio verso la città, nel pomeriggio salì su un volo Air France e tre ore più tardi sbarcò all’aeroporto Charles De Gaulle di Parigi.

4

Quando scese dal volo che da Skopje lo riportava a Parigi, Xie Qing trovò Qiumei in piedi accanto all’ingresso della sala d’aspetto, tra le mani un mazzo di gigli. «Non pensarci», disse lei. «I piani li fa l’uomo, ma trionfi e sconfitte li decide il cielo». Gli affidò le chiavi dell’auto, lasciando che anche stavolta fosse lui a guidare. Qiumei non gli chiese di portarla a casa, ma in un piccolo albergo fuori Parigi. Xie Qing notò che si registrò sotto falso nome.

Della sicurezza di Qiumei non era rimasta traccia. Dal suo sguardo ormai vuoto traspariva un velo di terrore. Dopo tanti anni da boss dell’immigrazione illegale Qiumei sapeva che questa tragedia rischiava di annientarla. I morti non erano un problema, un risarcimento e tutto sarebbe tornato a posto. A preoccuparla era la risonanza della tragedia. Gli occhi del mondo erano puntati sulla questione immigrazione. I primi a farsi avanti erano stati il ministro degli Esteri e quello della Difesa italiani, e pochi giorni più tardi anche il premier aveva porto le sue scuse. Nell’inchiesta si era inserito anche l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, dopodiché in tutta l’Europa occidentale erano risuonati proclami di inasprimento della lotta all’immigrazione clandestina. L’Interpol aveva già effettuato alcune operazioni congiunte con la polizia cinese. Gli agenti di Qiumei in Cina avevano fatto filtrare qualche notizia: seguendo le ramificazioni dell’organizzazione, dissero, la polizia cinese era riuscita a risalire fino ai vertici della sua rete, e stavolta, a occuparsi delle operazioni era il Ministero della Pubblica Sicurezza.

Quando era arrivata a Parigi, nei piani di Qiumei c’era soltanto il riciclaggio di denaro sporco. Il successo dei suoi ristoranti e il rispetto che si era guadagnata presso la comunità l’avevano spinta ad accarezzare l’idea di abbandonare la malavita. Solo adesso, però, comprendeva che quella gigantesca rete criminale l’aveva ormai avviluppata come una ragnatela a cui non poteva sfuggire. Dalle zone di emigrazione dello Zhejiang e del Fujian fino ai suoi infiltrati nelle dogane strategiche, dai compagni incaricati del trasporto dei clandestini sparpagliati tra Sudest asiatico, Europa dell’Est e Africa fino agli uomini addetti all’accoglienza dei passeggeri e ai cassieri del denaro in Europa, la sopravvivenza di tutti dipendeva dal funzionamento dell’intera rete. Se Qiumei avesse deciso di cessare da un giorno all’altro le operazioni, con ogni probabilità l’impatto sarebbe stato fatale. Era la ragione dell’angoscia che la opprimeva sempre di più: la catastrofe era ormai imminente.

Qiumei non osava più farsi vedere in pubblico. Alloggiava sotto falso nome in quella pensioncina fuori città studiando le prossime mosse. Prese infine la decisione di ritirarsi momentaneamente: avrebbe trovato rifugio in un paesino fuori Barcellona per poi nascondersi sempre sulle rive del Mediterraneo, ma stavolta in Nordafrica. Annunciò a Xie Qing la decisione di affidargli la gestione dei suoi tre ristoranti parigini. Aveva già incaricato uno studio legale per le pratiche di cessione: i ristoranti sarebbero stati interamente di sua proprietà, sebbene come prestanome. Su Xie Qing si poteva ancora fare affidamento: si era recato in Albania con un passaporto falso, una volta rientrato in Francia non aveva lasciato alcuna traccia.