Capitolo 12

1

Yang Hong non avrebbe mai immaginato che la sua attività di venditrice da spiaggia sarebbe proseguita.

Certo, il suo «esperimento di apprendimento del francese» era diventato la barzelletta del club, eppure all’arrivo del week-end faticò a tenere a bada l’impulso di tornare in riva al mare. Adesso aveva maggiore esperienza, si era procurata merce migliore e più adatta, e aveva prenotato una camera in un alberghetto della zona. Così, quando arrivò a Angoulins, per prima cosa depositò metà della merce in camera, per muoversi sulla spiaggia con un bagaglio più leggero. Tempo meraviglioso e mare azzurro, bagnanti bruciati dal sole cordiali e gentili. Yang Hong fu felice di scoprire che il ragazzino che vendeva i gelati continuava a seguirla a debita distanza.

Nel giro di qualche settimana Angoulins non aveva più segreti, e le sue tecniche di vendita sembravano più efficaci. Notò che vicino alla spiaggia c’erano alcuni chioschi sfitti. Quando chiese quanto costasse l’affitto, scoprì che non era una follia, poteva permetterselo, così ne prese uno che riempì della sua merce multicolore, e gli affari ingranarono. Ormai aveva stretto amicizia con il ragazzo dei gelati, gli aveva affidato l’incarico di promuovere la sua merce sulla spiaggia e, in cambio, aveva sistemato nel negozietto il suo secchiello dei gelati.

Rientrava a Parigi soltanto due giorni a settimana per le riunioni del club e per fare rifornimento di merce. Incontrò di nuovo Ye Changwei. Vedendola così abbronzata l’amica esclamò ammirata: «Sei una bellezza da spiaggia! Non andrai mica a prendere il sole con un francese?». «È vero solo a metà», ridacchiò Yang Hong, e le raccontò le sue recenti imprese. Ye Changwei rimase sbalordita: come aveva potuto una donna così sofisticata darsi al piccolo commercio? Parigi era capace di trasformare le persone dall’oggi al domani. Piena di entusiasmo, le consigliò un buon numero di grossisti e addirittura si spinse fino a Angoulins per controllare la merce di Yang Hong, aiutandola nelle scelte.

Di fronte all’ostinazione di Yang Hong i membri del club alla fine diedero prova di grande comprensione. Tang Tan le trovò persino un nome: Articoli da Regalo della Zona Economica Speciale dell’Atlantico. Un fine settimana, il club lasciò in massa Parigi per una gita a Angoulins e, già che c’erano, una visita al chiosco. Yang Hong, riferendosi a Deng Xiaoping e alla sua visita nelle regioni meridionali della Cina, lo battezzò scherzosamente «il viaggio a sud dei dirigenti». Erano soliti trascorrere tutto il tempo a Parigi, a bazzicare sempre gli stessi luoghi che consideravano alla moda, e non avevano idea di quanto potesse essere affascinante la provincia francese. Dovevano rimanere soltanto un giorno, ma finirono per trattenersi una settimana intera. Andavano avanti e indietro spensierati per le vie della cittadina, parlando allegri ad alta voce. Continuavano a indossare i loro completi perfettamente stirati e le loro scarpe lucide, sempre incravattati anche mentre passeggiavano sulla spiaggia, attirando gli sguardi dei passanti. In paese si teneva il Festival du Jazz, con concerti ogni giorno, e si godettero dell’autentico jazz suonato da musicisti neri mentre mangiavano ostriche crude dell’Atlantico nei ristoranti all’aperto. La loro ispezione al chiosco di Yang Hong non era durata più di un quarto d’ora, e avevano dato la loro convinta approvazione. «Ben scavato, vecchia talpa!», esclamò Tang Tan mentre cercava un foglio di carta per lasciare un commento. Nel negozio, però, non c’erano quaderni, così prese la biro e, sul retro del blocchetto che Yang Hong usava per fare i conti, vergò un’iscrizione in caratteri fieri e vigorosi: Liberare il pensiero, avanzare con audacia, lottare strenuamente per fare del negozio Articoli da Regalo della Zona Economica Speciale dell’Atlantico un’attività francese con caratteristiche cinesi!

Quella combattuta da Yang Hong per il suo negozietto in riva al mare fu davvero una strenua lotta. Ogni settimana tornava a Parigi per acquistare la merce che poi trasportava a Angoulins in borsette e borsoni. Ben presto il sole e il vento salato diedero alla sua pelle una tinta color mogano, ormai non indossava altro che ampie t-shirt e a volte non portava il reggiseno, come le donne del posto.

Di giorno era impegnata con la sua attività e tre volte la settimana frequentava i corsi di lingua alla scuola serale. Il suo francese migliorava grazie agli scambi che aveva con i clienti e alle chiacchierate con il suo giovanissimo socio. Era l’unica studentessa cinese in tutta la scuola, e visto che il solo ristorante cinese era gestito da coreani, era anche l’unica cinese in tutta la cittadina. Fu grazie alla graduale diffusione di quella merce made in China che gli abitanti iniziarono ad avere qualche contatto diretto con il suo paese. La bellezza e i modi pacati di Yang Hong, poi, incantavano gli abitanti.

L’unico che continuava a guardare con una certa diffidenza alle attività di Yang Hong era Jiang Xiaojun. Giudicava inaccettabile la decisione di lasciare Parigi per stabilirsi da sola in provincia e dedicarsi a quel piccolo commercio che riteneva disdicevole. Un giorno, mentre erano soli, Yang Hong gli si accoccolò tra le braccia. Continuavano a chiamarsi fratello e sorella, ma i loro corpi si erano già intrecciati più volte.

«I tuoi capelli hanno la fragranza salina delle onde nel Canale della Manica, la tua pelle ha il profumo della sabbia e del sole», disse Jiang Xiaojun.

«Davvero? E quali altri odori riesci a sentire?», chiese lei alzando lo sguardo.

«L’odore del latte delle mucche nei pascoli del nord». Jiang Xiaojun affondò il viso nel suo petto e fece un profondo respiro. «Ma perché lo fai? Perché vuoi restare al mare da sola?». Vide i suoi occhi riempirsi di malinconia e le lacrime affiorare piano piano.

«Non è niente, è solo che a Parigi mi sento così sola. Almeno laggiù ho qualcosa da fare e trovo un po’ di sollievo».

«Ti annoi perché passo troppo poco tempo con te? Adoro stare con te, ma il lavoro mi impegna molto più di prima, e sai anche tu quanto sia importante».

«No, hai fatto tantissimo per me, Xiaojun, e cercherò in tutti i modi di seguire i tuoi desideri». Le lacrime ormai scorrevano senza freno. Per quanto ne fosse innamorata, più gli si avvicinava e più provava la sensazione di essere lontana da lui. Sapeva che prima o poi sarebbe arrivato ai vertici della politica cinese ma lei non avrebbe potuto seguirlo, perché a Pechino aveva già una moglie. E il padre di lei era uno molto in vista.

Jiang Xiaojun le asciugò le lacrime. Tutti i membri del club, disse, erano a Parigi per ritrovare la passione degli ideali, per ottenere i fondi necessari e lottare in nome di quelle idee. Erano ideali nobili e nobile doveva essere anche la loro vita. Condurre una vita da misero commerciante non era ammissibile. Se Yang Hong era davvero interessata agli affari, proseguì, poteva iscriversi a una scuola di gestione aziendale, nel giro di qualche tempo avrebbe senz’altro avuto l’opportunità di essere assunta in una società cinese quotata in borsa.

«Dobbiamo continuare l’impresa che i nostri padri hanno costruito a prezzo di tante sofferenze», disse ancora Jiang Xiaojun, «non lasciare che finisca nelle mani di qualcun altro. Hai vissuto per anni in un buco sperduto del sud come Wenzhou, senza padre né madre... perché, ora che finalmente sei tornata tra le braccia della nostra grande famiglia, vuoi ancora fare di testa tua?».

Yang Hong provò un sincero senso di colpa. Lei, figlia di un rivoluzionario consegnato all’oblio per tanti anni, era riconoscente dal profondo del cuore a Jiang Xiaojun e alla sua associazione di figli di alti quadri della rivoluzione. Eppure si sentiva come i bambini dispersi durante la Lunga Marcia dell’Armata Rossa, oppure lasciati a casa nel paesino di campagna, che dopo tanti anni di lontananza dalle truppe rivoluzionarie un bel giorno avevano ritrovato la famiglia. Il loro senso di estraneità era impossibile da cancellare. Quel trasferimento in riva al mare poteva essere considerato una fuga verso una nuova vita. Yang Hong aveva sempre detestato il talento per gli affari dei suoi concittadini, ma adesso si rendeva finalmente conto che la sua gioia nasceva proprio da quel commercio che aveva tanto disprezzato.

2

Con la fine dell’estate anche i tormenti di Yang Hong conobbero una tregua. Ai primi freddi i villeggianti scomparvero, e fino alla primavera successiva il paesino si svuotò. Yang Hong lasciò il chiosco, conservò la merce invenduta nel garage del suo giovane socio – che si chiamava Michel e si era preso una cotta per lei – e fece ritorno a Parigi.

Anche in autunno Le Vésinet offriva un panorama magnifico. Rispetto alle tinte coloratissime e luminose della primavera i toni si erano fatti più solenni e profondi. Dappertutto gli aceri e i sorbi si erano colorati di rosso o giallo; le sole a non essere cambiate erano le betulle, che avevano conservato il loro candore. Un soffio di vento e le foglie cadevano frusciando. Il roseto nel giardino sul retro era già stato potato, e a breve sarebbe stato coperto con un telo di juta per evitare che congelasse. Fiori come i crisantemi, invece, continuavano a prosperare, i loro boccioli si sarebbero ritirati soltanto dopo la prima nevicata, ma a volte, sotto lo strato di ghiaccio, capitava di scorgere i fiori gialli risplendere ostinati oltre la lastra gelata. Con il diradarsi delle foglie il cielo aveva occupato il panorama e di tanto in tanto lo attraversavano in volo, tra gli starnazzi, francolini e oche selvatiche. Tra gli alberi del boschetto poco distante si snodava un sentiero riservato all’equitazione, da dove arrivava di continuo il suono limpido degli zoccoli dei cavalli, si udiva persino il loro respiro vigoroso. Quell’estate una coppia di cigni nel laghetto aveva dato alla luce tre piccoli, che presto avrebbero preso il volo verso qualche luogo più caldo.

Come per reazione al cambio di stagione, anche il corpo di Yang Hong andò incontro a nuove trasformazioni. Da due mesi non aveva il ciclo: era incinta. Eppure non sapeva ricostruire di quale amplesso fosse il risultato. In tanti anni di matrimonio con Xie Qing non aveva mai abbassato la guardia di fronte all’ipotesi di una gravidanza, mentre ogni volta che faceva l’amore con Jiang Xiaojun non usavano il profilattico e diceva sempre di essere nel suo periodo sicuro.

La prima reazione fu di panico e angoscia, ma poi la gioia della maternità finì per riempirla. Lo raccontò a Ye Changwei. L’amica le disse che la Francia era piena di madri single e che i bambini potevano crescere benissimo anche senza un padre. Se davvero voleva quel bambino doveva solo farsi coraggio. Yang Hong aspettò due mesi prima di dare la notizia a Jiang Xiaojun, ma quando lo fece lesse un certo disagio sul suo viso. Il limite per abortire era già trascorso.

Intanto le giornate si accorciavano sensibilmente. Attraverso le finestre Yang Hong scorgeva le sagome della famigliola di cigni nuotare pigramente sulla superficie del laghetto. La casa era ormai gelida e così accese il fuoco. Nel caminetto i ciocchi di quercia creavano con le loro fiamme danzanti un’atmosfera sognante.

Quando tu sarai vecchia, tentennante

tra fuoco e veglia prendi questo libro,

leggilo senza fretta e sogna la dolcezza

dei tuoi occhi d’un tempo e le loro ombre.

Quanti hanno amato la tua dolce grazia

di allora e la bellezza di un vero o falso amore.

Ma uno solo ha amato l’anima tua pellegrina

e la tortura del tuo trascolorante volto.

Cùrvati dunque su questa tua griglia di brace

e di’ a te stessa a bassa voce Amore

ecco come tu fuggi alto sulle montagne

e nascondi il tuo pianto in uno sciame di stelle.

La poesia di Yeats le era stata dedicata da un giovane di Shanghai più di vent’anni prima, quando si trovava tra le foreste di Daxing’anling. A quel tempo non ne aveva capito fino in fondo il significato, ma ne era rimasta colpita e l’aveva sempre portata nel cuore. L’atmosfera che descriveva la poesia l’aveva sotto gli occhi in quel momento: un’enorme casa vuota, un caminetto che bruciava colorando tutto di rosso. Anche il suo animo iniziava a invecchiare, mentre sedeva pacifica accanto al fuoco. La persona a cui si rivolgeva così teneramente quella poesia per lei sarebbe stata sempre suo padre. Erano passati tanti anni, eppure il ricordo di lui non aveva perso nulla della sua forza. Sentiva che il padre continuava a vivere in ogni cosa, a guidare la sua vita. Forse, proprio in quel momento, la sua anima, come quella di un pellegrino, camminava tra le montagne o celava il volto in uno sciame di stelle.

Da quando era rimasta incinta il pensiero del padre era diventato più intenso. Sentiva di aver finalmente fatto qualcosa per lui, aveva dato una discendenza al suo sangue. Ripensava a come, tanti anni prima, il padre di Jiang Xiaojun avesse affidato a suo padre quel dossier sacro come una reliquia perché lo mettesse al sicuro. E come suo padre, a rischio della propria vita, lo avesse a sua volta consegnato nelle mani del capitano della compagnia della Milizia Popolare Femminile Li Shanmei. Il plico era rimasto nascosto per vent’anni in quella stamberga di pescatori su un promontorio dell’isola di Gushan, finché lei non l’aveva riconsegnato agli eredi del generale Jiang. Sembrava un vero e proprio rito di traslazione di una reliquia. Decenni più tardi, quel rito si era concluso e aveva prodotto qualcosa: le aveva permesso di arrivare a Parigi. Quando aveva sentito fare quell’associazione tra Parigi e Yan’an alla riunione del club nella sua prima serata parigina, ne era rimasta profondamente impressionata. Ora capiva che il rito di traslazione della reliquia non si era ancora concluso: a Parigi, tempio della rivoluzione, aveva ricevuto l’eredità di Jiang Xiaojun, figlio di un rivoluzionario, compiendo l’unione dei loro patrimoni genetici.

Parigi era disseminata di tracce lasciate dalle anime di pensatori e rivoluzionari. A colpirla era stato soprattutto il Panthéon, dove riposavano i sarcofagi dei maggiori intellettuali, artisti e scienziati francesi degli ultimi trecento anni.

Al Louvre Jiang Xiaojun l’aveva portata davanti a un grande dipinto a olio, la copia della Morte di Marat di David. Dallo squarcio aperto sulla pelle grigiastra, il sangue sembrava continuare a scorrere. Quanto sangue aveva versato il padre, si chiese improvvisamente, e come si era accasciato, supino sulla sedia o a faccia in giù sulla scrivania? Avrà avuto anche lui un’espressione come quella di Marat nel quadro, addolorata eppure composta?

Jiang Xiaojun l’aveva portata anche nel luogo, vicino a place de la Concorde, in cui Luigi XVI venne ghigliottinato nel 1793. A Parigi Yang Hong scopriva che la rivoluzione trasudava ferocia e crudeltà. Quello che era successo nella Cina della Rivoluzione Culturale era già accaduto in Francia con due secoli d’anticipo. Questa presa di coscienza le lasciò un segno profondo, sentì affievolirsi il tenace rancore che la morte del padre aveva scatenato dentro di lei. La fonte sgorgata a Parigi secoli addietro si era trasformata in un fiume in piena che aveva travolto il mondo. Anche il padre di Yang Hong era stato un’onda di quel fiume e ora lei doveva tornare a farne parte. Ma quel fiume le era diventato ormai del tutto estraneo.

Quell’inverno a Parigi non nevicò molto, ma le notti sembravano infinite. Oltre alle riunioni del club, Yang Hong non aveva niente da fare. Moriva dalla voglia di passare più tempo insieme a Jiang Xiaojun, ma lui era sempre impegnato e le sue attese diventavano torture. Non passava giorno senza desiderare la primavera. Ne provava vergogna: con il caldo, pensava, sarebbe potuta tornare al suo chioschetto in riva al mare e lasciarsi alle spalle la solitudine di Parigi.

3

La primavera tornò. Le Vésinet si riempì di tulipani in fiore, poi sbocciarono i meli che prima ancora di mettere le foglie si erano coperti di fiori esuberanti, seguiti da peschi, sambuchi e peri. L’erba davanti alla villa si tinse di un verde acceso, i narcisi gialli e gli iris affollavano le aiuole di fronte alle finestre. Nemmeno questa bellezza bastò a trattenere Yang Hong, che affidò la casa al giardiniere e, la prima settimana di marzo, lasciò Parigi su un treno diretto verso le spiagge di Angoulins. Fu stupita di ritrovare Michel cresciuto di una testa. Con il sole il paesino tornò ad animarsi, i villeggianti, come uccelli migratori, rientrarono in volo, e la spiaggia era già piena di gente che prendeva la tintarella. Il negozietto riaprì i battenti. I primi giorni gli affari andarono a rilento. Seduta nel suo chiosco di dieci metri quadri, a fissare la riva e l’oceano poco lontani, persa nelle sue fantasticherie, Yang Hong era felice.

Fu un’estate baciata dal sole, i turisti furono numerosi e gli affari andarono bene. Se le cose fossero continuate così, pensò Yang Hong, nel giro di pochi anni avrebbe potuto guadagnare una fortuna. E con il denaro anche i suoi progetti si fecero più grandi. Proprio a Angoulins ottenne la patente di guida, era molto più facile in un paesino che a Parigi. Acquistò a rate una Citroën e la prima volta che la guidò, da Angoulins a Parigi, aveva un pancione talmente grande da non poter più indossare i soliti vestiti, così Ye Changwei le comprò qualche prémaman.

Quello fu probabilmente il periodo più appagante della sua vita. Un mese prima del parto lasciò il mare per tornare a Parigi. Nonostante i numerosi impegni, Jiang Xiaojun trovava quasi sempre il tempo per stare con lei. Gli piaceva incollare il viso alla pancia per sentire i movimenti del bambino. Sapevano che sarebbe stato un maschio, lui aveva già una femmina di otto anni a Pechino. Yang Hong capiva quanto fosse legato a quel bambino non ancora nato, ma non riusciva ad allontanare una sensazione spiacevole: aveva l’impressione che dietro la facciata del suo sorriso felice Jiang Xiaojun nascondesse qualcosa.

Una sera ricevette una sua telefonata. «Dove sei? Stai venendo qui?», chiese Yang Hong. Era sempre allegra quando sentiva la sua voce.

«Sono in aeroporto, devo tornare subito a Pechino», disse Jiang Xiaojun.

«Sei in aeroporto? Ma che fretta c’era? È successo qualcosa?». Yang Hong sentì la testa girarle.

«Il Ministero mi ha richiamato perché faccia rapporto sul mio operato. A dire il vero era una cosa fissata da qualche tempo ma non ho avuto il cuore di dirtelo per paura di darti un dispiacere, così ho deciso di salutarti solo una volta arrivato in aeroporto».

Gli occhi le si riempirono di lacrime. «Fratello, quando torni?».

«Non lo so, i tempi li decidono i piani alti».

«Ma quando avrò il bambino tornerai, vero?».

«Non so se sarà possibile. Comunque vadano le cose devi essere forte. I compagni del club ti daranno una mano. Ti penserò. Ora devo imbarcarmi, abbi cura di te».

Quando, due settimane più tardi, entrò in ospedale per il parto, Jiang Xiaojun non era ancora tornato. Al suo fianco c’era Ye Changwei. Yang Hong non era più giovanissima e l’angolo di apertura del bacino non era sufficiente, dovettero optare per il taglio cesareo. Ma per il cesareo serviva la firma di un parente, così il medico chiese dove fosse il padre. Non c’è un padre, rispose Yang Hong, e firmò la liberatoria per la sua stessa operazione.

Tutto andò per il meglio: appena nato, il bambino divenne automaticamente cittadino francese, nel certificato di nascita alla voce «padre» rimase una linea vuota.

Restò in ospedale una settimana. Il giorno in cui fu dimessa Parigi era bagnata da una pioggia torrenziale. Rientrò nella sua casa di Le Vésinet con il bambino stretto al petto e avvolto in una copertina. Nei giorni seguenti Jiang Xiaojun le telefonò qualche volta, ma fu sempre molto sbrigativo. Un giorno, più o meno due mesi dopo il suo ritorno in Cina, le disse che non sarebbe tornato a Parigi: il Ministero aveva deciso di assegnargli la dirigenza di un ufficio e lui aveva già preso servizio. Yang Hong seppe mantenere la calma, ma ormai le era chiaro quanto Jiang Xiaojun fosse diventato distante.

Poco tempo dopo apprese da Tang Tan che in Cina erano venuti a sapere della loro relazione. «Al mondo non esistono pareti da cui non passi il vento», le disse. La famiglia della moglie di Jiang Xiaojun era potente, e il suocero era andato su tutte le furie, sarebbe bastata una sua parola per farlo arrestare. Correva voce che gli avesse ritirato il passaporto.

«Lo manderanno in carcere? Lo tortureranno?».

«Ma va’, impossibile!», scoppiò a ridere Tang Tan. «Qualunque cosa succeda Jiang Xiaojun resta pur sempre un membro della famiglia. E poi ha ottime prospettive di carriera. Il suocero sa bene che è un vero cavallo da corsa, solo che negli ultimi anni è rimasto all’estero allo stato brado, così lo ha imbrigliato con sella e stanghe. Ora lo ha messo a dirigere un ufficio al Ministero, in modo che faccia il bravo e lavori al servizio del paese, sotto gli occhi di tutti».

4

Ben presto Yang Hong tornò al mare con il bambino. Quando i genitori di Michel la videro con quel fagotto tra le braccia mostrarono un grande entusiasmo. Il padre di Michel era un pompiere in pensione e la madre, pensionata anche lei, aveva lavorato come infermiera. Si innamorarono del bambino e vollero che Yang Hong lo affidasse a loro quando era in negozio. In questo modo le sue giornate erano meno faticose.

Con il passare delle settimane tornava sempre più di rado a Parigi, cercava di tenersi occupata per non avere tempo di pensare a Jiang Xiaojun, ma l’immagine di lui continuava a visitarla quando meno se l’aspettava. Seduta nel suo chiosco, fissava il mare in lontananza: davanti ai suoi occhi non c’era che una distesa d’acqua vuota, e il cielo si era ridotto a un grande nulla azzurro.

Un giorno entrò nel negozio una ragazza accompagnata da un uomo più anziano. La salutarono con un sorriso, poi si misero a esaminare la merce esposta. Dopo un po’ la ragazza chiese a Yang Hong: «Avrebbe degli occhiali Gucci? Vedrei anche degli Chanel».

Di occhiali in negozio ne aveva a bizzeffe, tutta merce cinese comprata da grossisti di Parigi. Dispose sul banco un mucchio di scatole e lasciò che fosse la ragazza a scegliere. Passandoli in rassegna, la ragazza annunciava allegramente:

«Piaget, Ray-Ban, questi sono Cartier...».

«Ha anche degli orologi Omega?», chiese l’uomo. Yang Hong posò sul banco un mucchio di orologi. Il cliente sembrava un intenditore, li prendeva uno alla volta e li scrutava mentre informava la ragazza: c’erano orologi di tutte le marche, mancavano solo i Rolex.

Yang Hong rimase in disparte in attesa: non le erano mai capitati dei clienti così esperti. Alla fine, sempre con grande cortesia, i due le chiesero di impacchettare gli occhiali, l’orologio e di far loro il conto. Yang Hong prese dalle mani della ragazza una carta di credito, stava per strisciarla, quando si accorse che si trattava di un tesserino della polizia.

Anche l’uomo estrasse un documento, era un avvocato che si occupava di contraffazione, avevano ricevuto una denuncia. La poliziotta esibì un mandato di perquisizione e solo allora Yang Hong si accorse che il posto era circondato dagli agenti e che all’ingresso erano ferme alcune volanti con le sirene lampeggianti. Probabilmente la stavano tenendo d’occhio da tempo. Era in guai seri.

Alcuni poliziotti entrarono nel chiosco e iniziarono a perquisirlo. Alla fine, dopo aver raccolto una gran quantità di prove, portarono la merce e la proprietaria in commissariato per l’interrogatorio.

Con i poliziotti si giustificò dicendo che aveva acquistato la merce all’ingrosso da una società parigina, e che non era in grado di capire che fosse contraffatta. La lasciarono andare dopo un paio di ore, ma il procedimento legale era appena iniziato. L’avvocato avrebbe avanzato nei suoi confronti un’ingiunzione di pagamento. Pochi giorni dopo seppe che le chiedevano cinquantamila franchi. La cifra andava oltre le possibilità di Yang Hong. I profitti ottenuti fino ad allora non arrivavano alla metà. E doveva trovarsi un avvocato entro dieci giorni, altra spesa non indifferente.

Era completamente disorientata. Non aveva alternative, doveva chiedere aiuto al club. «Va bene», rispose Tang Tan, «dovremo pagare per i tuoi studi!». E le firmò un assegno.

«Una volta Jiang Xiaojun mi ha detto che se fossimo stati a Pechino avrebbe mandato qualche sbirro dell’Ufficio Commerciale di Haidian o di Xidan a farti chiudere per sempre», continuò Tang Tan.

«L’ha detto anche a me. E io gli ho risposto che se mi avesse fatto chiudere il chiosco avrei cambiato posto e l’avrei riaperto», fece Yang Hong.

«La tua tenacia, anzi, la tua testardaggine, mi ha molto impressionato. All’inizio pensavo che ti saresti divertita per un po’ e poi avresti lasciato perdere, non mi sarei mai aspettato che il tuo negozio sarebbe rimasto aperto anche dopo la partenza di Jiang Xiaojun. Adesso vedo che la tua perseveranza aveva un fondamento, grazie al tuo rifugio in riva al mare il distacco non ha lasciato ferite troppo profonde».

«Quando guardo quel bambino che gli somiglia così tanto, mi capita spesso di piangere pensando a lui. Mi addolora non essermi dedicata seriamente agli studi e a prepararmi a tornare in Cina per inserirmi nei circoli che contano, come invece avrebbe desiderato lui. Ma la sola idea che quello fosse il futuro mi riempiva di terrore. Così ho preferito nascondermi nel mio negozietto sul mare. Una volta Jiang Xiaojun mi ha detto: in confronto a quella dei nostri padri, la nostra è una seconda generazione di patate, la qualità è destinata a regredire. Ma negli ultimi tempi mi sono detta che nel mio caso non c’è stata nessuna regressione, quello che sono ora non è una patata».

«E cosa sei diventata? Un tubero di taro?».

«Non sto scherzando, non so come spiegarlo. Forse tra un po’ cambierò idea, ma per il momento chiedo soltanto di vivere semplicemente in riva al mare. Voglio pianificare la mia vita futura come desidero, in Cina non avrei mai immaginato che fosse possibile prendere in mano le redini della propria vita, ora invece ho raggiunto la libertà che ho sempre sognato di conquistare. Ho addirittura la sensazione che, forse, quella che mio padre ha inseguito per tutta la vita non era altro che una libertà come questa».

«Sei una persona fuori dal comune. Oggi i cinesi si uccidono per il potere, il denaro, la scalata sociale... Tu hai un’occasione irripetibile e rimani indifferente. Quella che inseguivano i primi socialisti era un’utopia, ma l’utopia non è altro che un ideale bucolico, pastorale, l’aspirazione a condurre una vita frugale in mezzo a un ambiente asfissiante. Anche la tua vita al mare ha qualcosa di bucolico. Mi sembra che il tuo sia, in un certo senso, un ritorno alle origini del pensiero rivoluzionario. La prossima volta che rivedrò Jiang Xiaojun gli illustrerò per bene questa teoria», disse Tang Tan.

«Come gli vanno le cose?», chiese Yang Hong. Sapeva che Tang Tan era stato di recente a Pechino e che certamente lo aveva incontrato. Da un po’ di tempo le telefonate si erano drasticamente ridotte.

«Il suo lavoro è molto apprezzato ai piani alti, si vede che ormai si è adattato all’ambiente cinese. Presto potrebbe avere una promozione».

«È quasi un anno che se n’è andato. Avrei davvero tanta voglia di vederlo».

«A dire il vero anche lui ha una gran voglia di vedere te e il bambino. La colpa è tutta di quel suo suocero odioso, nemmeno fosse la Regina Madre dell’Ovest che con i suoi poteri soprannaturali ha tracciato in mezzo a voi la Via Lattea, separandovi come il Mandriano e la Tessitrice».

5

Il Mandriano e la Tessitrice si riuniscono soltanto una volta l’anno, nel giorno del Qixi, la festa degli innamorati della tradizione cinese. E così, finalmente, anche per Yang Hong arrivò l’occasione di incontrare nuovamente Jiang Xiaojun.

In maggio era prevista la visita in Francia di una delegazione governativa di cui avrebbe fatto parte anche lui. La sua carriera era progredita, era diventato viceministro e si occupava di attività sempre più importanti. La moglie non era affatto contenta di quel viaggio a Parigi, ma lui ormai aveva preso a volare con le sue ali, e il suocero non aveva più il potere di fargli ritirare il passaporto. Era uno scherzo ordito da altri, Tang Tan disse ridacchiando a Yang Hong, ma evidentemente anche per il clan dei Jiang c’era qualche speranza di rinascita.

Dal momento in cui aveva ricevuto la notizia Yang Hong era rimasta in uno stato di costante frenesia. Iniziò a insegnare al figlio come chiamare il papà in cinese, baba. Il bambino sapeva dire qualche semplice parola, ma trascorreva la maggior parte del tempo con i genitori di Michel e conosceva meglio il francese che il cinese. Ma come fare per incontrarlo? Prima della partenza della delegazione Yang Hong aveva ricevuto una sua telefonata. Era sempre lui a chiamarla, lei aveva il suo numero di cellulare ma, per timore di metterlo nei guai, evitava di contattarlo anche quando il pensiero di lui la accompagnava fino all’alba. Jiang Xiaojun l’aveva informata sul programma della visita – tre giorni in Gran Bretagna, quattro in Germania, tre in Francia – senza dirle se e quando si sarebbero incontrati.

Giunse il giorno dell’arrivo della delegazione a Parigi, ma Yang Hong non aveva ricevuto nessuna chiamata. Anzi, ebbe la certezza del suo arrivo soltanto leggendo la notizia sul «Journal d’Europe». Poi una telefonata, non da Jiang Xiaojun bensì da Tang Tan. Le disse di aver appena visto l’amico e che al seguito era venuta anche la moglie. Lo teneva d’occhio al punto che gli era stato impossibile liberarsi per incontrarla o anche solo telefonarle. Nei tre giorni di visita la delegazione aveva un programma molto serrato, e tutto faceva pensare che non ce l’avrebbe fatta a vederla. Era riuscito soltanto a incaricare Tang Tan di raccontarle le sue difficoltà, una volta tornato in Cina le avrebbe spiegato.

«Mi dispiace davvero, a quanto pare non è ancora riuscito a sfuggire alle grinfie del suocero», cercò di consolarla Tang Tan con tono leggero, ma vide che Yang Hong aveva un’espressione poco convinta.

«Ne ho abbastanza!», disse Yang Hong. «Andrò da lui con il nostro bambino in braccio e glielo consegnerò davanti alla moglie».

«Molto divertente, ma forse c’è un sistema migliore. Se stavolta non succede niente, magari allenteranno la sorveglianza su di lui. Sono certo che un giorno voi due starete insieme».

«Dici sul serio?». Le lacrime le scorrevano sul viso.

«Dagli tempo, e Jiang Xiaojun diventerà più potente di suo padre».

«Vorrei soltanto rivederlo, anche una volta sola, da lontano, in mezzo alla folla». Aveva la voce rotta dai singhiozzi.

«Mi metti in una posizione difficile. Fammi ragionare, domani sera all’Hotel Ritz la Camera di Commercio organizzerà un ricevimento in onore della delegazione cinese. Forse potreste vedervi lì. Ma non portare il bambino, altrimenti la cosa diventerà una barzelletta internazionale».

Il Ritz Paris, nel cuore di place Vendôme, sprigionava riflessi come un diamante. Accoglieva celebrità e pezzi grossi della politica internazionale. Per l’occasione Yang Hong aveva indossato un prezioso vestito da sera e si era fatta truccare in un centro di bellezza di lusso. Quando mise piede nella hall del Ritz, di fronte al suo fascino e al suo portamento l’usciere la accolse con un inchino, convinto che si trattasse di un’aristocratica orientale. Così, lasciandosi guidare da Tang Tan, Yang Hong raggiunse il ricevimento.

Un’orchestra di musica da camera stava eseguendo «Gelsomino», la tradizionale aria cinese. Gli invitati chiacchieravano con un bicchiere tra le mani, l’intero salone era invaso dalla folla e Yang Hong non riuscì a scorgere Jiang Xiaojun. Tang Tan conosceva parecchi degli ospiti che continuavano a stringergli la mano e a scambiare convenevoli, e non passò molto prima che qualcuno lo trascinasse via. Yang Hong invece non conosceva nessuno, avvertiva un senso di oppressione. Bevve un cocktail con succo di frutta mescolato a vodka: spinta dalla sete ne bevve un altro, e le sembrò che il suo umore migliorasse.

Molti uomini cercarono di presentarsi e di parlarle, ma lei declinava cortesemente con un sorriso e un cenno del capo. Stava per raggiungere il fondo del salone quando, all’improvviso, udì una voce familiare e si voltò di scatto: era Jiang Xiaojun. Era leggermente ingrassato e aveva i capelli pettinati all’indietro nella tipica pettinatura da dirigente. Si trovava a qualche metro da lei, parlava con una signora francese. Lo sentì mentre diceva: «Le presento mia moglie, è una biologa». La donna al suo fianco salutò in cinese. Gli occhi di Yang Hong, però, non la videro, rimasero puntati su di lui. Proprio in quell’istante l’uomo avvertì lo sguardo di lei e i loro occhi si incontrarono. Jiang Xiaojun tornò immediatamente a voltarsi per continuare a chiacchierare con la donna francese. La moglie sembrò non aver notato nulla.

Yang Hong rimase lì come imbambolata finché all’improvviso qualcuno le afferrò la mano per prenderla in disparte: era Tang Tan. «Non li fissare, non serve a niente. Vieni con me, voglio farti conoscere una persona». Le presentò un francese alto e massiccio spacciandola per un’imprenditrice di successo. L’uomo, amministratore delegato di una catena di negozi al dettaglio, le puntò gli occhi addosso e ventilò la possibilità di future collaborazioni, poi le consegnò un biglietto da visita dorato e tirò fuori una penna per annotarsi il numero di telefono di Yang Hong. In quel momento provò un affanno che la terrorizzava e trangugiò un altro cocktail. Ma l’angoscia era troppo forte, le stritolava il cuore, e continuò a bere. Il gusto dell’alcool divenne dolce e gradevole, e un vago sollievo le alleggerì il cuore. Il ricevimento era ufficialmente cominciato, in molti si alternavano per tenere dei discorsi a cui Yang Hong applaudiva. I suoi occhi, però, non lasciavano Jiang Xiaojun. Quando venne il suo turno Yang Hong faticò a trattenere le lacrime e mandò giù un altro bicchiere. Dalla voce di lui traspariva un grande entusiasmo, iniziò il suo discorso con qualche commento ufficiale in cinese, dichiarando che il processo di modernizzazione della Cina avrebbe creato un enorme mercato per la Francia. Poi passò al francese, e raccontò di aver vissuto a Parigi diversi anni, e che lì serbava i suoi ricordi più belli. Mai avrebbe dimenticato quella città, e mai le persone care che aveva lì. Anche ora che era tornato in patria per servire il suo paese non passava giorno senza che ripensasse ai suoi anni parigini.

Yang Hong ebbe l’impressione che ognuna delle sue parole fosse diretta a lei, e nei suoi occhi lesse una punta di malinconia.

Con il bicchiere in mano si mise ad attraversare la folla fermandosi a chiacchierare. Non parlava soltanto con i cinesi, erano parecchi i francesi che si trattenevano a discorrere con lei. Raccolse i biglietti da visita di numerosi imprenditori locali, e diede loro il suo numero di telefono. Nei giorni seguenti in molti avrebbero cercato di chiamarla.

Il pensiero di Yang Hong, intanto, andava continuamente a Jiang Xiaojun. Sperava che riuscisse a liberarsi dagli altri ospiti per scambiare qualche parola con lei, e invece continuava a essere attorniato da una schiera di persone che lo trattenevano in discussioni senza fine. Ebbe più volte l’impressione che Jiang Xiaojun le si avvicinasse, e il cuore le accelerava per l’emozione. Ma la moglie non lo perdeva mai di vista. Prima che il ricevimento si concludesse l’orchestra suonò alcune arie e l’ultima fu un adagio tratto da Souvenir de Florence di Čajkovskij. Gli invitati iniziarono a ballare, la serata si avviava alla conclusione: presto avrebbe dovuto lasciare Jiang Xiaojun. Fu proprio in quel momento che lo vide dirigersi verso di lei. Non appena la sua mano le sfiorò la vita invitandola a danzare la sua apparente allegria svanì di colpo, lasciando il posto a un dolore straziante che per poco non la fece scoppiare in lacrime.

«Stai bene? Come sta il bambino?», le chiese all’orecchio.

«Stiamo bene. Sarei voluta venire insieme a nostro figlio. Non hai idea di quanto ti somigli».

«Non essere triste, si sistemerà tutto. Tornerò a trovarvi».

«Davvero riparti domani? Lascia almeno che ti accompagni in aeroporto». Yang Hong avvicinò il viso al suo petto. Non osava alzare lo sguardo per paura che iniziassero a scorrere le lacrime.

«Non è possibile. Domani all’alba ci saranno quelli dell’ambasciata, lasceremo il paese attraverso i canali diplomatici. Se ci fossi anche tu la cosa diventerebbe complicata».

Poco distante, la moglie lo fissava in preda alla rabbia, mentre lui continuava a ballare con Yang Hong evitando il suo sguardo.

«Yang Hong, devi essere lungimirante. Il mondo è un palcoscenico, ora abbiamo l’opportunità di ballare assieme a Parigi, e sono certo che presto l’orchestra suonerà ancora per noi».

«Davvero? Chissà se saprò aspettare fino alla prossima occasione. Comunque vadano le cose, voglio ringraziarti per tutto quello che mi hai dato. Ricordati, fratello mio, io ti amo».

6

Lasciato il Ritz, Yang Hong si mise alla guida della sua Citroën verso Le Vésinet. Nel suo sguardo alterato le luci al neon le balenavano davanti come spighe di grano, mentre i fari delle macchine ondeggiavano senza sosta.

Una volta fuori dalla città imboccò l’extraurbana. Non si sentiva assonnata o intorpidita dall’alcool che aveva bevuto, al contrario, le sembrava che l’auto non corresse mai abbastanza. A metà percorso cominciò a cadere una pioggerellina che ricoprì il manto stradale, ma il traffico non era particolarmente intenso e non la infastidì. Per tornare a Le Vésinet bisognava superare una collina percorrendo una strada costeggiata da un piccolo fiume gelido. La notte, a contatto con l’aria tiepida, l’acqua del fiume formava una nebbiolina che riduceva la visibilità. Imboccò il lungo rettilineo che portava a valle, ai piedi della collina non si accorse di un cartello che segnalava una curva. Continuò a procedere a velocità sostenuta e quando raggiunse la curva sentì l’auto lanciarsi fuori strada. Presa dal panico premette sul freno con tutte le sue forze e perse il controllo della macchina. La Citroën uscì violentemente dalla carreggiata, tuffandosi nel fiume.

Tutto avvenne in un lampo: Yang Hong sentì l’auto ruotare su se stessa e quando riprese coscienza si accorse di essere circondata dall’acqua, che già iniziava a penetrare da una fessura del finestrino. Nell’abitacolo rimaneva ancora un po’ d’aria, le spie del cruscotto erano accese. La sua prima idea fu quella di aprire la portiera, azionò la maniglia ma non riuscì a spingere, si sentiva fiacca come un batuffolo di cotone. Stese la mano cercando a tentoni il cellulare, lo schermo era illuminato, digitò il 112. Dopo mezzo minuto rispose una donna. Yang Hong le disse di essere finita in un fiume con la sua auto. «Sa dirmi dove si trova in questo momento?», le chiese l’operatrice. Yang Hong rispose che non lo sapeva, non riusciva a parlare, le mancava l’aria. «Apra la portiera», le disse allora la centralinista, «provi a uscire dall’auto». Rispose che aveva già tentato, ma le mancavano le forze, le mancava il respiro. La centralinista la rassicurò, la polizia avrebbe determinato al più presto la sua posizione e avrebbe inviato i soccorsi, doveva tenere duro. Nell’abitacolo, intanto, l’acqua le arrivava al petto. Yang Hong comprese che stava per morire, non riusciva più a inspirare aria. Con la mente resa lucida dalla paura pensò al figlio, pensò a Jiang Xiaojun. Decise di provare a chiamarlo per affidargli il bambino. Nel cellulare aveva salvato il suo numero cinese. Aveva la sensazione che i polmoni le stessero per scoppiare, dagli occhi le scorrevano le lacrime, l’anima le fuggiva dal corpo, eppure riusciva ancora a sentire i lunghi tuu-tuu del telefono in attesa di connessione. Poi le giunse all’orecchio la voce di Jiang Xiaojun: «Pronto?». A quel punto Yang Hong non riuscì più a parlare, l’acqua le era penetrata nella trachea.

Jiang Xiaojun la richiamò immediatamente ma il segnale era sempre occupato. Si convinse che doveva avergli telefonato in preda alla frustrazione, e poi si era rifiutata di parlargli. Decise di richiamarla una volta rientrato a Pechino.

Non furono in molti a essere toccati dalla morte di Yang Hong: non aveva genitori né fratelli, il figlio era troppo piccolo, gli amici si contavano sulle dita della mano. I membri del club osservarono alcuni giorni di lutto. Quando Jiang Xiaojun ricevette la notizia si trovava a Pechino. Anche se sentiva una lama che gli straziava le viscere, il suo lavoro non gli permetteva di cedere al dolore. Pose un giglio bianco sulla propria scrivania, poi chiese ai compagni del club di sbrigare con discrezione le esequie di Yang Hong e prendersi cura del figlio. Anche quel bambino, un giorno, sarebbe entrato nel club dei rivoluzionari.