Capitolo 13
1
Da un giorno all’altro Xie Qing si ritrovò proprietario di tre grandi ristoranti. Era diventato uno dei cinesi più in vista della città e in giro si diceva che, appena sbarcato a Parigi, un nuovo ricco con le tasche piene di soldi si era comprato i tre locali pagando in contanti.
Decise di recitare la parte fino in fondo. Completi Armani, scarpe Versace, i capelli lisci di brillantina; con il suo metro e ottantadue, poi, superava in altezza molti francesi. Ogni mattina di buon’ora faceva il giro dei ristoranti, che si trovavano in un’ottima zona, erano allestiti con gusto e potevano contare su chef e personale efficienti. Non erano lontanamente paragonabili ai comuni ristoranti gestiti dai suoi concittadini. Qiumei se li era accaparrati a carissimo prezzo da proprietari di Hong Kong e Taiwan. Tra gli avventori c’erano parecchie celebrità parigine e dopo un po’ di tempo Xie Qing iniziò ad accoglierle con un elegante brindisi, proprio come aveva fatto Qiumei. Quasi senza accorgersene si scoprì a far parte della crema degli imprenditori cinesi a Parigi.
Come un bruco che dopo aver faticosamente strisciato tra foglie e arbusti si trasforma in farfalla, Xie Qing si sentiva profondamente diverso rispetto al suo arrivo a Parigi. La sua metamorfosi si era completata quando la nave carica di clandestini era sprofondata nel Canale di Otranto, con il sacrificio di decine di vite nel fiore degli anni. Al suo ritorno in Francia si aspettava di essere messo da parte e invece si era ritrovato al vertice. La novità della ricchezza e tutte quelle attenzioni lo caricavano di energia e stimolavano le sue ambizioni.
Il giorno del Qingming, la festa dei defunti, Xie Qing si mise al volante e uscì dalla città per raggiungere la tomba di Yang Hong. Voleva posare un mazzo di rose bianche davanti alla sua lapide, e rimase lì seduto a lungo. Ripensò al sogno che aveva fatto durante il rapimento, quando aveva immaginato di incontrarla sott’acqua. Di fronte alla propria morte, che sentiva imminente, si era reso conto di quanto ancora l’amasse. In cuor suo le aveva promesso che si sarebbe preso cura di suo figlio e, quando gli affari avevano iniziato a girare, aveva informato Ye Changwei della sua intenzione di avviare le pratiche per diventare tutore del bambino.
«Ormai è tardi», gli aveva risposto lei. Il mese prima il padre biologico era arrivato a Parigi da Pechino per il riconoscimento del figlio, e aveva scelto di mandarlo a Londra in un collegio privato dove si tenevano corsi di cultura cinese. La famiglia di Michel ne era rimasta profondamente addolorata, dopo due anni di affidamento il bambino era diventato come un figlio per loro. Anche per Xie Qing fu un brutto colpo. Continuava a pensare alle parole di Qiumei: sua moglie, anche se lo aveva abbandonato, gli aveva donato con la sua vita l’opportunità di farlo arrivare a Parigi. Dopo quell’anno, Xie Qing era ancor più convinto della verità di quelle parole.
I cinesi emigrati all’estero amano discutere di affari a tavola. Ogni giorno Xie Qing veniva a conoscenza di informazioni utili e proprio così venne a sapere che il proprietario di un’agenzia di viaggi chiamata Pégase, un taiwanese, aveva contratto debiti di gioco e per ripagarli era costretto a cedere la società con tutti i suoi autisti a un buon prezzo. Era trascorso un anno dall’inizio della sua nuova attività, Xie Qing aveva assicurato a Qiumei profitti ragguardevoli e stava cercando un modo per investire il denaro. Appena ricevuta la soffiata cominciò a pianificare i dettagli e decise di incontrare Qiumei per aggiornarla. Da quando aveva lasciato Parigi avevano mantenuto i contatti tramite telefoni pubblici o affidando messaggi a un intermediario. Questa volta però l’avrebbe raggiunta a Tunisi.
Era passato oltre un anno dall’ultimo incontro. Qiumei era in ottima salute, vestita come una contadina nella sua fattoria di Mateur, fuori Tunisi. La fattoria era molto grande, con colline, laghetti e grandi distese di ortaggi. La donna gli fece montare uno dei suoi cavalli e galopparono insieme attraverso le pianure. L’arrivo di Xie Qing l’aveva riempita di gioia, sentiva per quell’uomo qualcosa che andava oltre l’amicizia. Era felice per lui, la fortuna aveva iniziato a girare e a Parigi gli affari diventavano sempre più fiorenti.
Xie Qing la mise al corrente delle sue intenzioni. I turisti cinesi erano ormai in costante aumento, e il loro desiderio era di poter visitare diversi paesi in un tempo limitato. L’Accordo di Schengen permetteva l’ingresso in Europa con un visto unico e questo, per l’industria del turismo, era un vantaggio enorme. Era convinto che acquistando a prezzo ribassato la società Pégase e investendo parte del capitale nell’acquisto di nuovi mezzi, fosse possibile far evolvere la tradizionale attività di ristorazione verso una nuova industria del turismo dalle grandi prospettive.
Qiumei fu entusiasta del piano e gli disse di procedere immediatamente all’acquisizione della società. Nei giorni trascorsi in Tunisia Xie Qing ebbe l’impressione che Qiumei non avesse particolarmente a cuore le sue attività a Parigi; sembrava, invece, molto affezionata alla sua fattoria, dove aveva piantagioni di ortaggi, allevava mucche e maiali e persino alcuni cavalli da corsa.
Nei sei mesi che seguirono il suo rientro a Parigi Xie Qing lavorò almeno dieci ore al giorno, senza prendersi mai una pausa. Passava le giornate nell’agenzia di viaggi e la sera al ristorante. Rottamò i vecchi mezzi e li sostituì con vetture nuove di zecca e di qualità. Adesso la sua flotta era composta da oltre venti bus turistici di lusso e van e minivan all’ultimo grido. Gli autisti erano tutti francesi e le guide taiwanesi, senza eccezione. Le soluzioni di viaggio proposte erano il tour da cinque giorni Germania-Belgio-Lussemburgo, l’opzione «Classico romantico italiano» di sette giorni, il pacchetto Spagna-Portogallo. Dopo l’apertura in Cina della rotta aerea verso l’Europa occidentale i cinesi di Parigi fecero a gara per inserirsi nell’affare, ma il Comune era estremamente rigido nella concessione di licenze alle società turistiche. Dal momento della richiesta a quello del rilascio passavano almeno tre anni. Per Xie Qing la concorrenza era abbastanza ridotta. La società strinse accordi di collaborazione con parecchie agenzie con base in Cina, assicurandosi un flusso di turisti regolare, e le stesse agenzie procacciavano un gran numero di clienti anche per i suoi ristoranti. Mentre gli altri cinesi di Parigi si facevano la guerra al ribasso, con il risultato di azzerare i profitti, i locali di Xie Qing facevano affari d’oro.
A Parigi i cinesi di Wenzhou credevano soltanto alla ricchezza e al potere. Ben presto si accorsero che nel mondo degli affari Xie Qing brillava come una stella. Partecipava alle attività organizzate dall’Associazione dei Compatrioti con entusiasmo e contribuiva con generosità, che si trattasse di raccolte di fondi per le vittime di disgrazie o di progetti educativi. In occasione della terza assemblea annuale dell’Associazione ottenne la carica di vicepresidente a larghissima maggioranza. L’Associazione dei Compatrioti di Wenzhou a Parigi era un’organizzazione di espatriati dotata di una certa influenza, ma solo in quel momento l’Ufficio per gli Affari dei Cinesi d’Oltremare, organo del Consiglio di Stato cinese, iniziò a vederla sotto una luce nuova. Quell’anno, nella sua veste di vicepresidente, Xie Qing fu invitato in Cina alle cerimonie per la Festa Nazionale. Fu fatto accomodare in una tribuna sul lato destro della Porta Tien’anmen, accanto alle celebrità. Il banchetto si tenne nella Grande Sala del Popolo, dove brindò con il Presidente e il Primo Ministro. Per un momento ebbe l’impressione che arrivare in cima alla vetta fosse stato un gioco da ragazzi.
2
Tornando a Wenzhou provò la sensazione di un sogno divenuto realtà. Pechino, con i suoi spazi sconfinati, lo faceva sentire un granello in un mucchio di sabbia, invece quando rimise piede nella sua città dopo tanti anni di lontananza tutto diventò reale. All’indomani della Festa Nazionale il governo municipale di Wenzhou accolse in pompa magna dirigenti, notabili e imprenditori del posto, invitandoli alla Settimana degli Investimenti animata dai conterranei d’oltremare in visita. All’aeroporto Xie Qing fu accolto da una schiera di scolari, al collo il fazzoletto rosso dei giovani pionieri e fiori freschi tra le mani; i funzionari gli diedero un caloroso benvenuto, poi raggiunse la città su un’auto riservata agli ospiti speciali. Dietro una fila di transenne scorse il fratello e la sorella con le rispettive famiglie, ma si dovettero accontentare di un saluto da lontano. La colonna di macchine procedeva senza fermarsi ai semafori, jeep e moto dei vigili urbani facevano strada, finché non raggiunse l’hotel. Quella sera fu offerta una cena informale: a fare gli onori di casa, un dirigente dell’Ufficio per gli Affari dei Cinesi d’Oltremare.
L’indomani fu il giorno della grande inaugurazione della Settimana degli Investimenti. La cerimonia di apertura si sarebbe tenuta nello stadio appena terminato. Xie Qing conosceva due dei dirigenti venuti a incontrarlo: il vicesindaco Liu Xueping e il membro permanente del Comitato di Partito cittadino, nonché commissario capo dell’Ufficio di Pubblica Sicurezza, Lü Guohua. Molti anni prima Liu Xueping era stata la vicina della nonna di Xie Qing; poi era diventata capo dell’Ufficio Costruzioni, e adesso era vicesindaco con delega all’edilizia cittadina. Lü Guohua, già a capo dell’Ufficio di Pubblica Sicurezza, aveva aggiunto a questo titolo quello di membro permanente del Comitato di Partito, ma per Xie Qing era soprattutto colui che tanti anni prima gli aveva strappato Bai Weiwei. Strinse la mano a Liu Xueping, che lo accolse in dialetto: «E bravo il nostro dontsyleong, il nostro piccolo tisico! Dopodomani sei mio ospite a cena!». Poi venne il turno di Lü Guohua, il quale gli annunciò che zia Huo sperava di incontrarlo.
Xie Qing salì sul palco. Una ragazza lo accompagnò al suo posto dietro un tavolo rivestito da un panno bianco. Una targhetta indicava il suo nome.
I protagonisti di quell’incontro tra imprenditori erano i compatrioti d’oltremare, piazzati dai dirigenti cittadini in prima fila. Davanti a loro si svolgeva uno spettacolo grandioso, bandiere rosse al vento, cimbali e tamburi assordanti, al centro una formazione di alunni in camicia bianca e fazzoletto rosso, a destra una schiera di poliziotti in divisa verde, a sinistra operai in tuta da lavoro blu. Altre squadre di diversi colori rappresentavano altrettanti dipartimenti cittadini. Solo in Cina e in Corea del Nord si potevano ammirare quegli spettacoli perfettamente organizzati al millimetro, pensò Xie Qing.
L’indomani di buon mattino trovò il tempo di far visita a zia Huo. La donna si era trasferita nel Condominio Yangguan, perché la Residenza 118 era stata rasa al suolo durante la campagna di riqualificazione della città vecchia e al suo posto stava per sorgere un grattacielo. Suo marito Bai Xingdai non se la passava poi così male, visto che era ancora in grado di intonare quotidianamente le sue arie d’opera. Zia Huo accolse Xie Qing con entusiasmo: non aveva fatto altro che ripensare alla vita difficile che aveva fatto dopo il matrimonio, confessò. Ma rivedendolo così, un uomo di successo, si sentiva finalmente tranquilla. Xie Qing aveva portato dei regali, due bottiglie di Rémy Martin per il marito e una pochette Louis Vuitton, un profumo Christian Dior e un set di trucchi Chanel per zia Huo. Sapeva bene che non li avrebbe mai usati, ma sperava che la figlia li avrebbe apprezzati. Mentre chiacchieravano arrivò Bai Weiwei. Ormai dirigeva l’Ufficio per gli Affari Politici e Legali, sembrava leggermente ingrassata e aveva qualche ruga in più, ma si vedeva che teneva al suo aspetto. Parlandole Xie Qing provò una grande gioia e serenità. Quello che doveva passare era ormai trascorso.
3
L’incontro più importante ebbe luogo in occasione del banchetto offerto dal vicesindaco Liu Xueping, che si tenne all’Hotel Regent in una saletta riservata. Nell’ultimo decennio Liu Xueping era diventata un personaggio di spicco. A Wenzhou sapevano tutti che, prima della Rivoluzione Culturale, aveva gestito una bottega di mantou nel negozietto sotto il ficus all’imbocco del Ponte Bazi. Eppure quella ragazza, come Cenerentola, era diventata vicesindaco. Xie Qing la conosceva bene. Da bambino, quando aiutava il padre a spingere il carretto, si fermavano spesso all’altezza del ponte all’ombra dell’imponente ficus, e sedevano su alcune lastre di pietra a riposarsi un po’ per poi scendere al pontile sul fiume a lavarsi le mani nelle sue acque freschissime. Generalmente prima di ripartire facevano un salto alla bottega di mantou. Xie Qing ricordava di una volta in cui erano entrati nel negozio, ma non avevano trovato Liu Xueping. Il padre stava per chiedere a un commesso dove fosse, quando la ragazza era arrivata trafelata dal retro della bottega. Portava occhiali da miope e aveva lentiggini sul viso, al petto una spilla del Presidente Mao che saltava subito all’occhio. Le chiesero cosa ci facesse sul retro e il garzone si intromise: «Ha avuto una promozione e adesso sta alla cassa, è una lavoratrice modello, studia le Citazioni scelte del Presidente Mao». Liu Xueping gli aveva dato uno spintone. «Dai, muoviti, prendi qualche mantou per loro, quelli più grandi, e prendili freschi». Dopodiché tornò sul retro. Xie Qing notò che tra le mani aveva effettivamente una copia del Libretto Rosso.
Ricordava ancora nitidamente gli scontri al tempo della Rivoluzione Culturale, e la notte in cui Liu Xueping aveva fatto ritorno a casa dopo una lunga assenza battendo colpi nervosi alla porta. Aveva il viso ricoperto di fuliggine e una benda bianca stretta intorno al braccio; con lei c’erano altri due soldati armati di fucili Mauser. Aveva annunciato che la «Nuova Mietitura Autunnale», la fazione di cui faceva parte, aveva subito una momentanea sconfitta e preparava la ritirata per poi tentare l’accerchiamento della città a partire dalla campagna. Aveva arraffato in fretta e furia alcuni vestiti pesanti per ripararsi dal freddo ed era corsa via. Xie Qing aveva sentito il cuore battergli all’impazzata, sognava di intraprendere la carriera militare di Liu Xueping.
Ogni volta che mangiava con parenti e amici, dopo qualche giro di bevute la discussione finiva regolarmente su Liu Xueping. Tutti erano concordi nel dire che adesso aveva un potere enorme. C’era chi sosteneva che fosse una protetta del segretario, chi del sindaco, chi ancora che avesse alle spalle la provincia. Su una cosa, però, erano tutti d’accordo: Liu Xueping intendeva demolire le vecchie abitazioni della città, colmare e livellare fiumiciattoli e laghi e fare di Wenzhou una metropoli internazionale nel giro di cinque anni. Demolizioni e ricollocamenti erano già iniziati da un pezzo, e a farne le spese era stata anche la sede della ditta di trasporti dove aveva lavorato Xie Qing. Il presidente, contando sul fatto che la società dipendeva direttamente dal governo provinciale, aveva temporeggiato opponendosi al trasferimento. Ma un giorno – così dicevano al tavolo – Liu Xueping in persona era passata all’attacco, mettendosi alla guida di un bulldozer e sfondando senza tanti complimenti il cancello della ditta.
In quei giorni Xie Qing sentì raccontare questa storia almeno una decina di volte, ma non sapeva quanto fosse attendibile. Liu Xueping, comunque, mantenne la parola riguardo alla cena e lo invitò al Regent.
«Cenare con te stasera è una gioia. Se ripenso a quando venivi per comprare i mantou nella mia bottega mi sembra ieri. Io e te veniamo da famiglie comuni, chi avrebbe mai detto che saremmo arrivati dove siamo oggi?», gli disse emozionata sfilandosi gli occhiali da vista. Aveva gli occhi gonfi, la pelle increspata dalle rughe e qualche capello bianco.
«A ripensarci mi sembra un sogno. All’epoca, quando spingevo il carretto, lavoravo tutto il giorno solo perché papà mi comprasse un mantou ripieno di carne. Il tuo lavoro nella bottega, quello sì che ti rendeva potente, altro che fare il sindaco».
«Ma senti che lingua lunga ha il mio piccolo tisico!», scoppiò a ridere Liu Xueping. «Che la storia dei mantou rimanga tra di noi, nel mio curriculum adesso c’è una laurea in architettura all’Università Tongji di Shanghai!».
«Non ti nascondo quanto ti ho ammirata fin da bambino quando ti sei unita ai ribelli partendo per la lotta con il mitra in spalla e la cartucciera. Mi sembravi Sorella Jiang, quella del romanzo La roccia rossa. Avrei voluto tanto seguirti in battaglia».
«Vedi, ecco che sveli altri particolari del mio passato che non si possono dire in giro», disse Liu Xueping. Ascoltando i ricordi di Xie Qing, però, si commosse e continuò il racconto. «A quel tempo non avevo paura di niente. Con la mia fazione assaltammo il palazzo delle Poste e Telegrafi, ci arrampicammo sul tetto e piazzammo la mitragliatrice lanciando granate. Molti dei miei compagni furono colpiti a morte. Poi, sconfitti, ci ritirammo in campagna. Dormivo insieme agli uomini su giacigli improvvisati fatti di paglia di riso, con il fucile a tracolla anche nel sonno, pronta a spostarmi in qualsiasi momento. Odiavo a morte quelli della Lega dei Ribelli che si erano asserragliati a Wenzhou, così ci impadronimmo di obici presi alle truppe sul Monte Daqing e attaccammo la città fregandocene di tutto... Ma bevi, bevi, che parlare di queste cose non serve a niente!». Liu Xueping gli riempì il bicchiere di baijiu. «Per me è stata sempre una battaglia, come credi che una donna come me sia riuscita a diventare vicesindaco?».
«Ormai sei una celebrità. Persino all’estero ho sentito raccontare di quanto sei tosta, di come volevi radere al suolo la città vecchia e ricostruirla da capo. Ho sentito dire anche che hai sfondato con il bulldozer il cancello di una ditta che non voleva trasferirsi».
«Ma quelle sono solo dicerie, il bulldozer mica lo so guidare. L’ho fatto portare a un mio dipendente», replicò Liu Xueping. «Riqualificare la città vecchia di Wenzhou è un’impresa, la gente non si fa fregare e anche tra i dirigenti ognuno tira l’acqua al suo mulino. È impossibile non usare il pugno di ferro. Xie Qing, forse dall’estero non te ne sei reso conto, ma negli ultimi due anni ci sono stati cambiamenti profondissimi. Le proprietà che il Partito Comunista si è accaparrato nel ’49, più i capitali che ha accumulato in questi oltre quarant’anni dalla Liberazione, ora vengono ridistribuiti». Liu Xueping proseguì con aria seria: «E questa ridistribuzione non avviene secondo i tuoi bisogni o le tue capacità, ma in base alla tua influenza e al tuo potere, e soprattutto in base ai tuoi agganci e alla tua fantasia. Non è una distribuzione equa, piuttosto un saccheggio di gruppo. Molte di queste ridistribuzioni sono passate per le mie mani. L’anno scorso ho approvato l’assegnazione di quaranta mu3 di terreno a un idiota, e oggi il valore di quei quaranta mu è aumentato di dieci milioni di yuan. Un vicesindaco che deve gestire una città, come faccio io, deve per forza assegnare terreni e concedere appalti. Quando firmo qualcosa stai pur certo che qualcuno, in un modo o nell’altro, si arricchirà».
«Una volta si favoleggiava delle ricchezze dei cinesi d’oltremare, e invece all’estero si guadagna denaro sudato, mica inventato da un giorno all’altro come quello dei nuovi ricchi qui in Cina».
«Ti sbagli», rispose Liu Xueping. «Anche i cinesi d’oltremare hanno il loro potere. Per questo progetto di riqualificazione il governo sta aprendo agli investimenti esteri. E io sto giusto cercando qualche emigrato con cui discutere degli appalti. Anche se porto gli occhiali so leggere le fisionomie, e fin da quando eri piccolo nel tuo viso ho sempre visto una certa intelligenza, mica come i musi da scimmia di certa gente. Per questo non mi sono stupita di ritrovarti dirigente a Parigi. Adesso anche per te è arrivato il momento di alzare la testa».
«Devo ammettere che mi è venuta voglia di tornare in Cina per investire, ma sono dubbioso. Ho paura che i due soldi che ho guadagnato con tanta fatica vadano persi per sempre».
«Stammi a sentire, ciascuno deve sfruttare il suo talento, e il tuo sta proprio nello status di cinese d’oltremare. Lo so che voi emigrati non potete competere con i bigliettoni dei nuovi ricchi. Ma ci penso io a permetterti di sfruttare la tua posizione. Ascoltami bene, ti farò diventare ricchissimo», disse Liu Xueping.
«Quando venivo nel tuo negozio speravo sempre di ottenere un mantou un po’ più grande degli altri ma in realtà erano tutti uguali, non me ne hai mai dato uno più grosso».
«Caro il mio piccolo tisico, ancora con questa storia. Al tempo i panini non li facevo io. Adesso, se vogliamo, un negozio ce l’ho ancora, solo che non vendo più mantou ma lotti di terra. Non ti darò terreni scadenti, stai tranquillo. Avrai i mantou più grandi e con un ripieno di carne di qualità superiore».
4
Il primo terreno che gli assegnò Liu Xueping fu lo zoo ai piedi del Colle Qingtai. Appena udita la notizia, Xie Qing aveva fatto un salto sulla sedia: come si poteva far quattrini con uno zoo? Il parco, spiegò Liu Xueping, versava in condizioni finanziarie difficili, si vendevano pochi biglietti, le sovvenzioni statali non bastavano nemmeno per pagare gli stipendi degli impiegati e non c’era neanche la carne per gli animali. Per questo il Comune intendeva riservare un terreno in una lontana periferia, dalle parti del Colle Maozhu, per costruire la nuova sede, e sfruttare la zona d’oro in cui si trovava per gli edifici commerciali. Il ricavato della vendita del terreno avrebbe fornito i capitali necessari alla salvaguardia dello zoo, garantendo che tigri e leoni avessero carne per nutrirsi. La vendita del lotto sarebbe stata condotta tramite un’asta riservata agli investitori esteri. Xie Qing doveva limitarsi a seguire scrupolosamente le istruzioni e il terreno sarebbe finito nelle sue mani.
L’operazione non era nemmeno iniziata che la notizia cominciò a diffondersi: lo zoo stava per essere trasformato in un quartiere commerciale. Iniziarono a diffondersi voci di ogni tipo, come quella secondo cui la collinetta delle tigri aveva un feng shui ideale, e al mondo non si trovava nessun altro posto in cui le tigri vivessero così a lungo. Se lì si fossero stabiliti dei commercianti, avrebbero avuto senz’altro uno spirito combattivo e una fortuna negli affari senza limiti.
Appena fu presentato ufficialmente il piano di cessione del terreno, i lotti andarono a ruba e ciascuno era convinto di essersi accaparrato la porzione migliore. Xie Qing fondò la Società Immobiliare di Investimento Estero Xie e vinse l’appalto con dodici milioni di dollari. Alla gente di Wenzhou sembrò uno sproposito, ma in realtà aveva registrato nel conto soltanto un milione. Non appena il terreno fu messo in vendita sul suo conto iniziò a fluire una pioggia di denaro: Liu Xueping aveva organizzato tutto. L’accordo sottobanco con Xie Qing prevedeva che lei detenesse il 30 per cento della quota societaria, e che lui una volta incassati i profitti le versasse la somma nei conti bancari francesi e americani intestati a suo nome.
Iniziarono le operazioni di smantellamento. Gli animali dovevano essere trasferiti nella nuova sede, così furono messi nelle gabbie che vennero trasportate su camion portacontainer. Gli scolari marinarono in massa la scuola per accalcarsi ai bordi delle strade e guardare le file di camion pieni di animali. Durante il trasferimento, approfittando della confusione, un leopardo evase dalla gabbia fuggendo sul Colle Qingtai, un’altura isolata nel perimetro urbano dove i cittadini più mattinieri andavano a fare ginnastica. La televisione si affrettò a comunicare la notizia, i dipendenti dello zoo e la polizia si misero a perlustrare la collina, ma dopo tre giorni del leopardo non c’era traccia.
Nonostante i contrattempi, il trasloco dello zoo si rivelò più agevole del trasferimento dei cittadini sfrattati dai vecchi quartieri. Se non altro, gli animali non protestavano e non mostravano un particolare attaccamento al luogo in cui avevano vissuto per anni. Durante i trasferimenti dai quartieri popolari, invece, gli attriti erano frequenti. Un uomo aveva fatto irruzione negli uffici che gestivano il trasloco con una cintura esplosiva e aveva azionato il detonatore. Nello scoppio, oltre all’uomo, erano rimasti uccisi due impiegati. Ma il processo di rinnovamento proseguiva il suo corso, le iniziative e gli incontri con gli imprenditori attraevano capitali. E intanto gli immobiliaristi, come bachi da seta, brucavano il risicato terreno di Wenzhou.
Per millenni il centro della città era stato attraversato da canali e corsi d’acqua che le avevano permesso di conservare il paesaggio di una tipica cittadina fluviale del Jiangnan. Nel giro di pochi anni, però, il terreno umido era stato lentamente prosciugato. Piloni d’acciaio venivano conficcati nelle profondità del suolo, porzioni di terra venivano trasformate in grandi blocchi di cemento, un mosaico di palazzi altissimi ricopriva ogni angolo, le strade sembravano gole da cui non si vedeva più il sole. Wenzhou si era ormai trasformata in una massiccia fortezza di cemento e acciaio.
3 Unità di misura dell’area che corrisponde a 0,0667 ettari [N.d.T.].