20. La teoria del caos

Nonostante la tristezza e la frustrazione, all’inizio della terza stagione nella Nba Bryant comprese che c’erano parecchie cose che gli piacevano della sua vita. In effetti, si sentiva come nella famosa canzone di Randy Newman che veniva suonata alle partite dei Lakers, senza però l’ironia di fondo: Kobe amava davvero L.A. Adorava le sue vibrazioni, adorava l’orizzonte argenteo dell’oceano che ammirava dalla finestra, adorava le aride colline giallognole quando andava a farsi un giro sulla Pacific Coast Highway. Scendendo in città, gli piaceva la sagoma degli alti palmizi che si stagliavano sullo sfondo dell’onnipresente bagliore delle luci cittadine, così come gli piaceva la sfilza di celebrità che venivano ad ammirare ogni sua mossa in campo, gli piaceva far fremere di eccitazione la folla quando schiacciava, gli piacevano le dolci spiagge di Malibu popolate dai surfisti, gli piaceva restare a mollo nella sua piscina privata, abbandonandosi all’acqua, adorava proprio tutto della sua vita, fino alla Bmw e alla Escalade parcheggiate nel cortile di casa.

Adorava anche il suo conto in banca, quella sensazione di potere, quella spinta psicologica che gli davano le cifre in perenne aumento. I soldi veri cominciarono ad arrivare all’inizio dell’estate del 1998. I Lakers gli proposero un contratto da 71 milioni di dollari, e il suo accordo con Adidas era stato ritoccato fino a raggiungere la cifra di 48 milioni; in più, aveva firmato una serie di contratti di sponsorizzazione secondari con aziende come Sprite, Spalding e la sua amata Nintendo. La sorella Sharia, che aspettava un bambino, era al tempo stesso stupita ed esasperata dalla pubblicità Nintendo che continuava a interrompere un programma televisivo che guardava insieme al fratello. «Mi perseguiti» gli disse. «Non sopporto più di vedere la tua faccia dappertutto. Stai lontano da me!».

Armata del proprio diploma, Sharia si era trasferita a Los Angeles insieme al marito per iniziare a collaborare con la società di marketing di Kobe, ma presto aveva smesso di andare in giro per centri commerciali insieme al fratello a causa delle continue richieste di autografi. «Certo, nessun problema» rispondeva Kobe mentre lei rimaneva lì in attesa. Si fermava a firmarne uno, e all’improvviso diventavano cinquanta.

Il fotografo ufficiale della Nba Andrew Bernstein assisteva alle stesse scene quando viaggiava insieme alla squadra. I cacciatori di autografi erano onnipresenti, ogni volta che il pullman dei Lakers si fermava davanti a un hotel. Dopo due anni, Bryant era ancora uno dei pezzi più pregiati dell’industria dello spettacolo di Los Angeles: era l’astro nascente, il nuovo fenomeno. Aveva ancora una dose massiccia di ingenua felicità da smaltire prima che il cinismo si insinuasse nel suo cuore. In un certo senso, era proprio quello che infastidiva di più i veterani dei Lakers, quell’aria di spensierata giovinezza che sventolava continuamente sotto il loro naso, la sfacciata arroganza della sua giovane età. Loro magari erano andati al college, ma Kobe era circondato da un’aura di magia che a loro era preclusa.

Bernstein lo vedeva spesso intrattenersi a firmare autografi per i fan mentre i compagni salivano dritti nelle loro stanze. Del resto, quasi nessuno voleva un loro scarabocchio. Se Bryant andava di fretta, magari diretto all’allenamento, diceva ai cacciatori di autografi di rimanere nei paraggi, che li avrebbe raggiunti dopo. E lo faceva davvero. E loro erano lì ad aspettarlo.

Il suo agente Arn Tellem era fuori di sé dalla gioia per via dei contratti che continuavano a piovergli addosso, con Bryant che aveva ormai raggiunto una cifra stimata attorno ai 5 milioni di dollari in guadagni extra cestistici. «Abbiamo una marea di opportunità» sottolineava Tellem, con il lieve doppio mento disteso dal sorriso. «La maggior parte dei giocatori hanno un contratto di sponsorizzazione per le calzature e uno o due contratti extra, ma le occasioni per Kobe sono migliori di quelle di qualsiasi altro atleta, escluso Jordan. E Kobe ci è arrivato molto più in fretta».

Benché sulla Nba aleggiasse la minaccia di un possibile lockout, l’Adidas si era affrettata a lanciare sul mercato un secondo paio di scarpe personalizzate, le KB8 II, il che significava un’estate 1998 fitta di impegni per Bryant, compreso un mese da trascorrere in Asia visitando camp di basket dalla Corea alle Filippine, dall’Australia al Giappone. Fu in occasione di quel viaggio che Kobe imparò ad affrontare le masse adoranti che si affollavano attorno a lui in quella parte lontana del globo. Scegli un punto. Tieni lo sguardo puntato lì e continua a camminare. Divenne un’abitudine.

Tornato dall’Asia, poté prendersi finalmente una breve pausa, giusto il tempo per partecipare a una serata di bowling di beneficienza e far visita all’ufficio di Tellem, dove passò un po’ di tempo con i figli del suo agente chiedendosi a voce alta se davvero Jordan si sarebbe ritirato. Poi si diresse in Europa per altri camp Adidas, altri bagni di folla, e un rinnovato stupore nel vedere il modo in cui il mondo reagiva alla sua presenza. Il fascino e l’entusiasmo che sfoderava a beneficio dei ragazzini dei camp era qualcosa che i suoi compagni dei Lakers non avevano mai visto.

«Quando ho preso parte al tour Adidas in Europa e in Asia, mi trattavano tutti come una rock star» raccontò in quei giorni, con la voce che tradiva una certa meraviglia al pensiero delle migliaia di bambini che gridavano il suo nome negli angoli più remoti del pianeta. Era divertente, ma al tempo stesso richiedeva una certa maturità. Fin da ragazzino, aveva sempre saputo difendere la propria privacy, e ora quell’atteggiamento tornava utile per evitare di lasciarsi travolgere.

I nuovi orizzonti finanziari portarono diversi cambiamenti an­che per la residenza dei Bryant in cima alla collina di Pacific Palisades.

«Era soltanto un ragazzo» ricorda Del Harris. «Viveva ancora con mamma e papà».

Ogni giorno, a casa, era ancora come se fosse il suo compleanno, come quando era piccolo, ma ora la cosa cominciava a diventare stucchevole. Sua madre gli preparava la colazione a richiesta tutte le mattine, e continuava a far sì che il mondo attorno a lui fosse sempre perfetto. Gli pianificava le feste di compleanno come qualsiasi altra ricorrenza, il che dava agli eventi una patina in qualche modo artefatta, un po’ vuota, contribuendo ad acuire il disagio del ragazzo.

«Non aveva veri amici» spiega Vaccaro. «Nessuno con cui parlare. Nessuno, davvero».

Quando partiva, sua madre gli preparava i bagagli e spesso ci infilava dentro il suo film preferito, Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato, per le ore solitarie da trascorrere nelle camere d’albergo. In passato i genitori gli avevano proibito di vedere la saga del Padrino, ma adesso la guardava spesso e ne era affascinato – non per la violenza, spiegava, ma per i solidi legami familiari e perché adorava tutto ciò che era italiano. Presto sarebbe arrivata una nipotina e Kobe se ne sarebbe innamorato, al punto da trascorrere il tempo libero in trasferta nei negozi Disney alla ricerca di una montagna di regalini da portarle. Quando Sharia e suo marito cominciarono a parlare di traslocare dalla casa di famiglia, Kobe sulle prime non riusciva a capacitarsene. Perché mai Sharia voleva allontanarsi dalla famiglia?

Ma non passò molto tempo prima che Kobe stesso cominciasse a provare sentimenti analoghi. Il ruolo della madre nella sua vita era stato naturale quanto prezioso, tenendo conto che era ancora un ragazzino quando era approdato nella Nba, ma adesso che era cresciuto diventava indispensabile una dolorosa trasformazione del rapporto.

Dopotutto, oltre a essere un atleta professionista, Bryant era anche un artista rap sotto contratto con un’importante casa discografica, che gli chiedeva di produrre qualcosa per l’industria dello spettacolo. Anthony Bannister e altri membri del suo gruppo vivevano a L.A., adesso, cercando di affermarsi in quel campo difficile, mentre Bryant tentava di risolvere l’enigma dello spogliatoio dei Lakers. «Non parlo di armi, droga o roba simile» diceva Kobe del suo impegno nel rap. «Non avrebbe alcun senso».

Alcuni brani parlavano di competizione, altri erano autobiografici. Spesso si perdeva nella ricerca di sfumature che chiaramente non c’entravano molto con il genere musicale in cui si cimentava.

Lui si sentiva sempre più a disagio rispetto all’uso di alcol o droghe, in particolare di marijuana. A tanti musicisti piaceva lavorare avviluppati in una nuvola profumata, che li aiutava a trovare ispirazione per il loro sound. Era noto che anche molti atleti amavano quel genere di divertimento, eccetto forse gli agonisti più intensi e ambiziosi. Sballarsi però rimaneva un passatempo di cui Bryant non voleva nemmeno sentir parlare, come già ai tempi della scuola. Gli sembrava impossibile riuscire a espandere la mente e il proprio gioco allo stesso tempo.

Fu tentando di risolvere conflitti di questo tipo che avvenne il suo passaggio all’età adulta. Bryant, nel corso degli anni, ricorrerà spesso al termine grown-assed man – adulto navigato, con il pelo sullo stomaco –, e in quel mese di agosto, alla soglia dei vent’anni, stava facendo del suo meglio per diventarlo.

«Aveva fatto trasferire a Los Angeles i ragazzi del suo gruppo» ricorda un’amica di famiglia. «Accadde tutto molto in fretta. Li fece arrivare e li sistemò in un appartamento a pochi isolati dalla sua abitazione».

Pam Bryant non gradì troppo quella mossa, racconta l’amica. «Era forse la prima decisione che Kobe prendeva senza chiedere la sua benedizione. Alla fine tutto si riduce a una domanda fondamentale: cosa puoi controllare e in che modo? Così Pam cominciò a selezionare gli argomenti su cui dare battaglia».

La madre continuava a sorvegliare con attenzione le entrate del figlio, e per una buona ragione. Dai vincitori di lotterie alle stelle dello spettacolo e dello sport si poteva dedurre uno schema piuttosto consolidato. L’arrivo improvviso di mostruose somme di denaro nella vita delle persone finisce il più delle volte per stravolgerle, e spesso in modo drammatico.

In certi casi la signora Bryant sembrava impuntarsi in modo piuttosto superficiale. «Un episodio mi ha fatto davvero impazzire» racconta ancora l’amica. «Una sera sono a casa loro ed ecco che arriva un ragazzino a consegnare una pizza, e Pam non gli dà la mancia. Mi vergognavo io per lei. Non gli ha dato un centesimo. Ha chiesto il resto esatto, fino all’ultimo penny. Ora, io ho fatto la cameriera per un sacco di tempo e ho sentito spesso raccontare di giocatori che non davano la mancia, ma che a farlo fosse lei, che viveva in una villa principesca, era un fatto scandaloso».

Forse quel gesto era un riflesso condizionato dall’esperienza in Europa, dove la mancia è un’abitudine meno diffusa che negli Stati Uniti. A prescindere da questo, anche altri si accorsero del fatto che tutti quei soldi cominciavano a cambiare l’atteggiamento dei Bryant.

I genitori di Pam venivano piuttosto spesso in visita, ed erano persone deliziose, ricorda l’amica, ma Big Joe non si schiodava dalla casa di Willows Avenue, dove si accontentava di osservare la vita meravigliosa del bisnipote in tv, oltre a ricevere qualche aggiornamento da Joe, che poi trasferiva ai lettori adoranti della sua rubrica sul «Tribune». Big Joe rimaneva il punto di contatto tra la gente di Philadelphia e una delle vicende più incredibili della città.

Presto, alcune persone che si trovarono a far visita alla residenza dei Bryant cominciarono a notare che Kobe sembrava sempre più irritato dal ménage familiare. Da una parte, era sempre il figlio e il fratello adorabile, il ragazzino che si nascondeva tra i cespugli del giardino, con la maschera di Scream e un lungo pastrano nero, per spaventare le sorelle che tornavano a casa. Dall’altra, però, si sentiva sempre più a disagio quando capitava che lui e Bannister portassero delle ragazze in casa, dove viveva insieme ai genitori.

Nel tentativo di mettere un po’ di distanza tra sé e la famiglia, Bryant acquistò per i suoi una casa alle spalle della residenza di Pacific Palisades, più giù per la collina. Il trasloco obbligò sua madre a grandi sforzi per attrezzare la casa e, di conseguenza, a nuovi, salatissimi conti da pagare per oggetti d’arte e arredi.

«Si trasferirono nella casa in fondo alla collina,» ricorda l’amica, «e decisero di costruire una complessa scalinata che collegava la casa di Kobe alla loro. Spesero una cifra astronomica per poter fare su e giù per quella scalinata».

Nessuno parve rendersi conto che la nuova sistemazione altro non era che una gigantesca metafora della progressiva perdita di controllo da parte dei genitori. Una volta terminata, la scalinata aveva un aspetto interessante, se solo se ci fosse stato un motivo valido per utilizzarla. Era chiaro che Bryant voleva ritagliarsi uno spazio in cui vivere la propria vita adulta e indipendente, benché ammettesse che la sua totale dedizione al gioco richiedeva una tale concentrazione da rendere poi difficile trovare il tempo per instaurare nuove relazioni, di amicizia o sentimentali.

Nonostante queste problematiche, le cose non sarebbero andate poi così male per il giovane Bryant, almeno senza la frustrazione della sua vita professionale e la strisciante consapevolezza che aveva bisogno di trovare qualcuno con cui stare. Considerando la concentrazione ossessiva che metteva sulla carriera, la cruda realtà era che stava cercando una specie di relazione «al microonde», un accordo da concludere in fretta, che non lo costringesse a distogliere troppo l’attenzione dalle gare. Ogni tanto parlava di ritirarsi un giorno a vivere in Italia con una moglie giovane, e di creare una famiglia lontano dalla violenza degli ambienti scolastici americani.

GO FISH

Alla vigilia della sua terza stagione da professionista, Bryant continuava a rifinire come una furia il proprio inconfondibile uno contro uno, lavorandoci spesso per conto proprio all’interno del grande impianto del Forum, circondato e stimolato dagli stendardi dei campionati vinti dalla franchigia e dai numeri di maglia ritirati in onore dei grandi Lakers del passato. In effetti, le sue sessioni estive di allenamento si svolgevano quasi esclusivamente alla presenza del personal trainer Joe Carbone, anche se Los Angeles era famosa tra i professionisti per l’alto livello delle partitelle nei campi all’aperto. Bryant si teneva alla larga da tutto questo per concentrarsi al massimo nel perfezionare ogni aspetto del suo gioco, arrivando a effettuare più di mille tiri al giorno.

Anche se continuava a lavorare strenuamente per migliorarsi, nelle prime due stagioni Bryant non aveva visto niente che minasse la sua convinzione di poter battere qualsiasi giocatore della lega dal palleggio, se soltanto Shaquille O’Neal si fosse tolto dai piedi qualche volta per lasciargli spazio per attaccare.

In effetti, l’uno contro uno dal palleggio sarebbe diventato il marchio inconfondibile del suo basket. Bryant si metteva a palleggiare, ondeggiando sinuosamente e con grande concentrazione da un lato all’altro. Si passava ritmicamente la palla in mezzo alle gambe usando i polpastrelli, con le braccia larghe come ali lungo i fianchi, il collo che si irrigidiva e gli occhi che si bloccavano. Sembrava non guardare da nessuna parte e dappertutto nello stesso momento. Spostava il peso del corpo, trasferendo da un lato all’altro la stessa postura intimidatoria. Chi poteva immaginare quante ore avesse trascorso ad allenarsi da solo, perfezionando quello scivolamento laterale che preparava un micidiale incrocio in palleggio? Destra. Sinistra. Destra. Sinistra. Di nuovo, di nuovo, ancora e ancora.

In partita, quel movimento era carico di minaccia, simile all’oscillare di un rettile, come un cobra che tenta di ipnotizzare la sua preda prima di colpire (parecchi anni dopo, Bryant si sarebbe non a caso autosoprannominato «Black Mamba»). Il collo si inarcava in modo strano mentre preparava la sua finta e nel frattempo metteva a fuoco la visuale periferica, scrutando il campo senza tradire le proprie intenzioni. «Riesco sempre a vedere il campo,» spiegò una volta «anche se a volte tengo la testa abbassata, vedo tutto lo stesso».

Quell’istante incuteva terrore nei suoi avversari. Bryant poteva anche essere giovane, ma sapeva mettere in imbarazzo parecchi difensori, battendoli con facilità irrisoria per andare dritto a canestro.

«Il segreto è il ritmo» diceva tutto orgoglioso. «Il difensore non può farci niente. Può solo indietreggiare, o tentare di chiudere ancora di più la distanza. Per quanto riguarda gli occhi, dipende da chi ti sta marcando. Alcuni difensori guardano all’altezza della vita. Altri preferiscono guardarti negli occhi, per vedere se riescono a seguire la palla».

Così Bryant si dedicava alla sua personale forma di danza tribale. Oscilla a destra, oscilla a sinistra, esplodi. Una rapida finta ed era già al ferro, nel suo mondo imaginario all’interno del Forum deserto. Nelle partite autentiche, esibiva regolarmente quel mix di agilità, rapidità ed elevazione che gli consentivano di tagliare a fette la difesa per arrivare al ferro. Subiva spesso fallo e, dal momento che tirava centinaia di tiri liberi ogni giorno, dalla lunetta aveva un’ottima percentuale. Quando penetrava creava sempre problemi agli avversari, a meno che, ovviamente, i problemi non si ritorcessero contro lo stesso Bryant e i Lakers.

«Si capisce benissimo quando gli si chiude la vena» osserva un membro storico dello staff dei Lakers. «Si mette a palleggiare qualcosa come quindici volte in mezzo alle gambe, poi cerca di battere tre difensori per andare a canestro. Quando fa così, di solito va a finire in due modi. O si incasina e si prende un tiro forzato, o fa un passaggio idiota».

Dal momento che si allenava quasi sempre da solo, i compagni raramente lo vedevano lavorare per migliorare il suo gioco. Sommando il talento debordante, l’inesperienza e la natura solitaria, Bryant rimaneva una specie di oggetto misterioso. Derek Fisher era entrato nella lega insieme a Bryant, aveva giocato al suo fianco per due stagioni e ancora non aveva idea di chi fosse davvero quel ragazzo.

Gli stessi Lakers erano rimasti per certi versi una squadra indecifrabile per i tifosi e i giornalisti che scrivevano di loro fino a quando, nel 1999, Fisher non cominciò a parlare con schiettezza di Bryant e dell’alchimia di squadra. Fu nell’estate del 1998 che Fisher capì che era necessario rompere il muro dell’isolamento di Bryant. «Non ho mai avuto una conversazione personale con Kobe, qualcosa che mi aiuti a comprendere meglio chi sia e cosa gli interessi come persona» spiegò il Fisher.

Il silenzio di Bryant dava sempre ai compagni l’impressione che si considerasse superiore a loro. «È sul serio uno che se ne sta per conto suo» aggiunse Fisher. «Quindi non sai mai esattamente quello che prova, non sai mai cosa lo rende felice e cosa triste. All’inizio è stata dura per noi capire che cosa gli passava per la testa, che cosa stava cercando di fare, se stava veramente cercando di far parte della squadra. Ma il modo in cui giocava era l’unico che conosceva».

Come playmaker, Fisher sentiva su di sé la responsabilità di tentare di comunicare con lui, per migliorare l’alchimia di tutta la squadra.

«Ho iniziato a pensare che noi due potevamo essere la coppia di guardie del futuro, qui ai Lakers,» spiegò poi Fisher «e che, di conseguenza, era importante che si creasse un legame tra noi. Magari non avremmo allevato i nostri figli insieme e non avremmo fatto da padrini uno ai figli dell’altro, ma era necessario instaurare almeno una relazione professionale. È così, più o meno, che sono partito. Anche se a lui non sembrava importare più di tanto, ho cominciato a interessarmi a lui, ho cercato di parlargli un po’ di più o, magari, di innescare una conversazione su un argomento qualsiasi, giusto per cercare di conoscerlo meglio».

Col passare del tempo, Fisher iniziò a sospettare che il silenzio di Bryant fosse un meccanismo di difesa. Come aveva detto lo stesso Bryant ai giornalisti al termine della stagione precedente, lui non era nemmeno consapevole che i suoi modi potessero apparire freddi agli occhi dei compagni. Era come se Bryant temesse che adottare un approccio più diretto e personale nei confronti degli altri Lakers potesse esporlo al rischio di allontanarsi dai suoi sogni e dai suoi obiettivi. «Fin dal primo giorno, sapeva quello che voleva dalla sua carriera» disse Fisher. «Quello che voleva realizzare lo aveva già tutto in testa. Grazie all’incredibile talento di cui è dotato, era un po’ come una profezia che si autoavvera. Se vede qualcosa, va lì e se la prende».

Il suo atteggiamento da giovane star ambiziosa sembrava il prodotto di una sicurezza di sé e di un potere che altri giocatori non avevano, continuò Fisher. «Fin da quando è arrivato nella lega, aveva tutto chiaro in testa, che voleva diventare un all-star, essere titolare, segnare venti punti a partita. Tutte cose che alla fine si sono realizzate, e che lui aveva in testa fin dall’inizio. Voleva arrivare a determinati traguardi, ma non gli andava di parlarne. Ha un tipo di consapevolezza di sé che non tutti hanno, e che molti fanno fatica a tollerare.

«Più passi del tempo insieme a lui e lo osservi in situazioni diverse, più capisci che si tratta giusto di quello, di una grande sicurezza» spiegava Fisher. «Non si tratta di arroganza. Non è la sua personalità. Non è una persona egocentrica. Non è uno che pensa solo a sé stesso. È soltanto uno che ha una fiducia immensa nei propri mezzi e nella propria capacità come giocatore di basket».

Lo studio di Kobe effettuato da Fisher alla fine dell’estate 1998 si protrasse più del previsto perché in seno alla Nba iniziò un braccio di ferro tra proprietari e giocatori su alcuni aspetti economici del contratto collettivo. Nessuno sapeva per quanto tempo sarebbe durato il lockout, che si protrasse fino al nuovo anno, mentre interi mesi della stagione passavano a campionato fermo. In gennaio i rappresentanti delle due parti tentarono di appianare le ultime controversie del nuovo contratto collettivo, e i giocatori delle varie squadre cominciarono a incontrarsi in sessioni di allenamento informali, per prepararsi al momento in cui avrebbero potuto riprendere ad allenarsi sul serio.

Fu così che Shaquille O’Neal, Derek Fisher, Corie Blount e Kobe Bryant si ritrovarono a metà gennaio a giocare due contro due. Si trattava di una situazione insolita, perché Bryant non giocava quasi mai con i compagni al di fuori degli allenamenti ufficiali. Era chiaro che i problemi affiorati nella stagione precedente avevano danneggiato i rapporti. La sua strategia di base, nelle relazioni con gli altri Lakers, era di parlare con loro il meno possibile.

«Capitava a volte che gli facessi una domanda, e lui rispondeva sì o no» osservava Fisher. «In altre occasioni era un po’ più loquace, ma Kobe è bravissimo a non far capire mai alle persone cosa gli sta succedendo, a che cosa pensa, o come si sente».

Grazie agli sforzi compiuti in estate, però, Fisher aveva iniziato a poco a poco a sbloccare i rapporti con il compagno. «Ho cercato di inventarmi delle situazioni in cui potevamo chiacchierare e basta» continuava Fisher. «Magari parlando di cose non per forza collegate al basket, tipo come stavano i suoi, roba del genere. Sapevo che una delle sorelle si era sposata ed era incinta, allora gli chiedevo come stava la sorella. E lui era abbastanza reattivo».

Bryant era comprensibilmente sospettoso nei confronti di Fisher. Alla giovane guardia era già successo più volte in passato di trovarsi libero in transizione lungo la linea laterale, una situazione ideale per attaccare il canestro, e di rimanere a bocca asciutta perché Fisher non gli aveva passato la palla. Durante quella sosta forzata del campionato, però, le due guardie si trovarono qualche volta ad allenarsi insieme nello stesso impianto, e Bryant vide quanto duramente Fisher lavorasse sul suo tiro e sulla condizione fisica. La voglia di lavorare e la disponibilità al sacrifico erano i due parametri con cui Bryant misurava sempre gli altri giocatori.

I progressi nella loro amicizia avevano spinto perciò Bryant, in quel gennaio 1999, ad accettare di giocare due contro due con Fisher, Shaquille O’Neal e Blount, una situazione resa potenzialmente esplosiva dal fatto che Kobe interpretava anche la partitella più innocente come un assalto all’arma bianca. Era così che aveva sempre fatto, dai tempi delle battaglie con suo padre. Le loro sfide erano sempre state molto fisiche, usavano gomiti, ancate, tagliafuori durissimi e qualsiasi altro stratagemma possibile. Al termine di quegli scontri, dopo essersele date di santa ragione, lui e suo padre ci ridevano tranquillamente sopra.

Quell’approccio, invece, aveva sempre fatto incazzare i suoi compagni dei Lakers. Soltanto Eddie Jones sembrava apprezzare una sfida del genere, il che voleva dire che in allenamento lui e Bryant combattevano come furie, anche se nessuno dei due sentiva poi il bisogno di prolungare il conflitto fuori dal campo. «Ti spacco il culo» diceva Bryant a Jones durante le loro piccole battaglie, alzando ancora di più l’intensità dello scontro.

Per gli altri, invece, era solo un motivo in più per considerare Kobe insopportabile.

«In realtà, avremmo dovuto tutti imparare a combattere in quel modo» disse Fisher in seguito. «Con lo stesso spirito di Kobe».

Quella partitella di gennaio diventò un po’ lo spartiacque nella relazione tra Kobe e Shaq. Oltre cinque settimane dopo, sui giornali di L.A. iniziò a girare la notizia che Shaq avesse schiaffeggiato Bryant durante un allenamento. Gli articoli non chiarivano quando fosse accaduto l’episodio né quale fosse stato il motivo scatenante, ma la storia sembrava un segnale del crescente disprezzo che i due provavano l’uno per l’altro. Fisher rimase sbalordito leggendo quegli articoli, perché erano usciti molto dopo il fatto e in quel momento in palestra c’erano solo quattro persone. Altri, tra cui Bryant, in seguito avrebbero smentito: quel giorno non era volato nessuno schiaffo.

«Era solo una partita molto intensa» ricorda Fisher. «Tutti e due si erano stancati parecchio. Non è che uno dei due si sia messo d’un tratto a menare. Solo che entrambi stavano giocando in modo molto fisico».

Secondo alcune testimonianze, Bryant a un certo punto era finito al tappeto. «Credo che pensasse davvero di riuscire a stendere Shaq» disse un giocatore dei Lakers a un giornalista. «Bisogna dargliene atto: non ha paura di nessuno».

«Vennero a galla i loro veri sentimenti» aggiunse Fisher. «Non si dissero chissà che cosa, ma si comportarono in modo negativo. Si capiva che tra loro non correva buon sangue».

Quel litigio ebbe severe ripercussioni, raccontò Fisher. «Rimase sempre nella testa di tutti e due».

O’Neal desiderava da tempo mettere alcune cose in chiaro con Bryant, spiega un membro dello staff dei Lakers. «Gli mandò un messaggio, ma Kobe non diede segno di averlo ricevuto».

Nonostante tutto, l’accaduto portò Fisher ad apprezzare di più il compagno, la sua passione e il suo amore per il gioco. Quell’arroganza, quella sicurezza vagamente irritante, a essere sinceri, Fisher un po’ gliela invidiava. Non era sicuro di poter dire che Bryant gli piacesse, ma di sicuro adesso lo rispettava molto di più.

CAPITALE

La stagione 1999 rischiò addirittura di saltare, ma dopo mesi di sciopero l’associazione giocatori e i proprietari giunsero a un accordo, poco tempo dopo il fatale due contro due che aveva visto protagonisti Bryant e O’Neal. Il risultato si tradusse in una brutta notizia per Bryant, perché il nuovo contratto collettivo metteva un limite al rinnovo che stava per firmare, limando l’accordo dagli oltre 100 milioni di dollari originari a 71 milioni finali. In un colpo solo, Bryant vide dunque sfumare più di 30 milioni di dollari. Sia il suo agente che suo padre osservarono che perdere tutti quei soldi non era un dettaglio da poco, e infatti Bryant fu uno degli unici cinque giocatori a votare contro il nuovo accordo.

«Sono in pace con me stesso» dichiarò Kobe. «Sono in pace con la mia coscienza. Spero che tutti possano dire altrettanto».

Nonostante la sua scomparsa dalla rotazione durante i playoff del 1998, i Lakers sembravano più intenzionati che mai a fare di lui la futura star della franchigia.

«È un ragazzo di vent’anni con più energia in corpo di tutto il resto della squadra messa insieme» dichiarò Jerry West a un giornalista. «Riguardo al suo gioco, tutto ciò che deve fare è rallentare un pochino, leggere meglio le situazioni e non cercare di caricarsi sempre la squadra sulle spalle. È un giocatore assolutamente affascinante e non si può fare a meno di chiedersi come potrà essere quando avrà venticinque anni».

Howard Beck stava cominciando proprio in quel periodo a scrivere dei Lakers per «L.A. Daily News» e la sua impressione di Bryant era quasi l’opposto di quella dei compagni di squadra: per lui era un tipo sorprendentemente rilassato e geniale.

«Non si atteggiava a giovane fenomeno» ricorda Beck. «Mi sembrava molto diverso, per fare un esempio, dal personaggio che avremmo conosciuto in seguito con LeBron James. LeBron è entrato nella lega sentendosi già un re e comportandosi come tale. Kobe non era così. Kobe non aveva le pose della star della Nba, come ce li immaginiamo e come vuole un certo stereotipo. Non aveva un entourage, per esempio. Non indossava gioielli vistosi. Non aveva tatuaggi, allora, e neanche piercing.

«Kobe si è presentato con un’immagine pulita, da bravo ragazzo, in netto contrasto con quella del suo compagno di draft Allen Iverson, che invece era arrivato sulla scena con un look molto appariscente, da divo dell’hip hop» osserva Beck. «A quei tempi erano tutti ossessionati dal concetto di “street cred”, la reputazione di strada, e Kobe in qualche modo non ne aveva una perché era un ragazzo benestante dei sobborghi residenziali, era cresciuto in Italia e aveva giocato alla Lower Merion. Era a suo agio con sé stesso, ma gli dava fastidio che la gente si inventasse storie del tipo: “Iverson è uno vero, basta guardare come si veste. Kobe invece non è autentico, si vede dal suo aspetto, da come parla, dal posto in cui viveva quando era un ragazzino”».

Gli inevitabili paragoni con la stella dei Sixers intrigavano Bryant più di tutti. In un momento privato, in compagnia di un giornalista fidato, Bryant gli domandò se la gente pensasse davvero che Iverson fosse più forte di lui. «AI è cool» disse Bryant. «Parliamo spesso».

Kobe era sempre tranquillo e disponibile con la stampa, su questo argomento come su qualsiasi altro, ricorda Beck. «Mi sembrava davvero un tipo a posto. Mi piaceva parlare con lui. Non si dava delle arie e non ti teneva a distanza. In quei primi anni, era raro perfino sentirlo imprecare. Non era certo il tipo da usare un linguaggio scurrile davanti a noi. Non faceva il duro quando parlava. Era un ragazzo molto semplice».

In un certo senso, Bryant era come un bambino prodigio, diverso dalle personalità mondane con cui aveva a che fare. Non aveva guardie del corpo impegnate a fare scudo attorno a lui, a quei tempi. E non indulgeva nemmeno nella promozione di sé stesso con i giornalisti, come faceva O’Neal.

Il suo nuovo contratto, annunciato appena prima dell’inizio del training camp, aveva una durata di sei anni, con il primo anno a 9 milioni e ritocchi annuali che non dovevano però superare il 12,5 per cento. «Mi sento sollevato» disse Bryant. «Così non dovrò passare tutta la stagione a rispondere a gente che mi chiede: “Come va col nuovo contratto? A che punto siete?”».

Si trattava di un discreto aumento rispetto al contratto precedente, in base al quale nel 1999 Kobe avrebbe dovuto guadagnare 1,3 milioni. Anche se continuava a dichiarare che non gli interessavano i soldi, era difficile appartenere alla rarefatta atmosfera della Nba senza essere in qualche modo influenzato dal potere del denaro. Lo stesso Jordan considerava la ricchezza come una delle tante classifiche da tenere d’occhio nel suo personale, sterminato orizzonte competitivo.

Jordan, di fatto, aveva arricchito tutta la lega. Con più denaro a disposizione, perfino West si era ritrovato intrappolato in una trattativa economica con Jerry Buss. In teoria, il proprietario aveva promesso al vicepresidente esecutivo un bonus di due milioni, salvo poi rimangiarsi tutto al momento di sborsare. Di fronte al dietrofront di Buss, West aveva cominciato a ventilare alla stampa l’ipotesi di lasciare i Lakers e andare a lavorare per un’altra squadra, con sommo dispiacere di Shaquille O’Neal.

«Se Jerry West dovesse andarsene per motivi di salute, lo potrei capire» disse O’Neal ai giornalisti. «Ma se dovesse succedere per qualsiasi altro motivo, personalmente ci rimarrei molto, molto male. Jerry West è il motivo per cui sono venuto ai Lakers».

In effetti, West era l’unico elemento di contatto tra Bryant e O’Neal. Entrambi provavano un rispetto sincero per lui, e West, in cambio, faceva tutto il possibile per convincerli a collaborare in maniera più efficace.

Alla fine il bonus arrivò e West ricevette un nuovo, sontuoso contratto a partire dalla stagione 1999-2000. Almeno in parte, la riluttanza di Buss a reperire quel denaro extra nasceva dall’esigenza di rinnovare la struttura gerarchica della società per fare spazio alla Fox di Rupert Murdoch come socio di minoranza, e dalla decisione di trasferire la sede dei Lakers presso lo Staples Center, una nuova arena da trecento milioni di dollari in costruzione nel pieno centro di Los Angeles, dove si sarebbero disputate di lì a un anno le partite casalinghe della squadra.

La decisione più importante, tra le manovre finanziarie di Buss, fu il mancato rinnovo del contratto di Del Harris, prima dell’inizio della stagione, nonostante il coach avesse guidato la squadra a sessantuno vittorie in regular season e alle finali di conference, e fosse riuscito a migliorare il rendimento della squadra in ciascuna stagione trascorsa in panchina. Harris iniziò dunque la campagna del 1999 con una spada di Damocle sulla testa, e tutte le parti in causa compresero che la situazione non sarebbe durata a lungo.

IL VECCHIO ’99

Per quanto accorciata dal lockout, la terza stagione di Bryant era per tifosi e stampa quella decisiva: il momento in cui Kobe avrebbe finalmente ricoperto un ruolo di primo piano all’interno della squadra. «La nostra speranza è che quest’anno tutto giri in favore di Kobe» dichiarò Harris. L’unico dubbio era in che posizione sarebbe partito in quintetto. Come guardia c’era Eddie Jones, un all-star che aveva chiuso alla grande la stagione precedente. Due giocatori così nello stesso ruolo rischiavano di pestarsi i piedi a vicenda. La questione si risolse, almeno nel breve periodo, da un infortunio al piede di Rick Fox e da qualche problema cardiaco accusato da Robert Horry. Entrambi i giocatori avrebbero saltato diverse partite, aprendo a Kobe le porte del quintetto in posizione di ala piccola, una scelta che Kobe consolidò con ottime prestazioni all’inizio della stagione, anche se West, ovviamente, lo riteneva più adatto alla posizione di guardia.

Tra i vari problemi, la squadra aveva un vuoto nello slot di ala grande e aveva disperato bisogno di qualcuno che aiutasse O’Neal sotto i tabelloni, in difesa e a rimbalzo.

West aveva tentato senza successo di prendere Tom Gugliotta o Charles Oakley, mentre O’Neal e Jerry Buss spingevano per prendere Dennis Rodman. O’Neal disse ai giornalisti che aveva bisogno di un «duro» che giocasse accanto a lui nella front line dei Lakers. West, tuttavia, non era convinto dall’età di Rodman e dalla sua personalità difficile da gestire.

Il calendario ridotto li costringeva ad affrettare la decisione. Siccome il lockout aveva eliminato oltre tre mesi di campionato, il resto della stagione 1999 sarebbe stato inevitabilmente condensato. Di solito nel mese di ottobre ogni squadra riusciva a svolgere il training camp e almeno otto o nove amichevoli, ma la stagione 1999 non prese il via prima di febbraio, il che diede alle squadre soltanto due settimane di preparazione. Una volta iniziato il campionato vero e proprio, la Nba fu costretta a comprimere cinquanta partite di regular season in soli ottantanove giorni, arrivando qualche volta a programmare perfino tre partite consecutive.

Terminato il lockout, i tifosi sembravano riluttanti a seguire la Nba come in passato. Jordan, il giocatore più popolare nella storia dello sport, si era ritirato. Dopo le interminabili discussioni economiche, la lega cercava di ripartire come niente fosse, ma alla ripresa delle attività si registrò una flessione sia nell’affluenza del pubblico sia negli indici di ascolto televisivi. Lo stesso avvenne per le medie punti e le percentuali di tiro. Tifosi, giocatori e allenatori faticavano ad adattarsi a una stagione così insolita. «L’affluenza di pubblico è stabile, forse in leggera flessione, mentre gli indici di ascolto li definirei comunque stabili» assicurò il commissioner David Stern di fronte alla stampa. «Per me non conta. Se riusciremo in qualche modo a mantenerci attorno a questi dati, nel corso della stagione, sarà un grande successo, visto e considerato che molti ci danno già per morti e sepolti».

Gli infortuni falcidiarono i giocatori chiave, sottoponendo le squadre alle inevitabili conseguenze di una stagione così compressa. «Quest’annata è terrificante» disse Larry Johnson dei New York Knicks. «Molti giocatori scenderanno in campo con infortuni di vario genere, bisognerà stringere i denti».

Le squadre giocavano male. Sbagliavano un tiro dopo l’altro. I punteggi erano bassi e aumentavano a dismisura le palle perse. Bryant, invece, grazie alla mole di lavoro svolta durante la off season, allo studio approfondito delle tecniche difensive di Scottie Pippen e a una particolare attenzione al lavoro sui perni nei movimenti d’attacco, si presentò al via con una carica esplosiva di energia che fece capire a tutti per quale motivo i Lakers avessero investito tutti quei soldi su un ragazzo di vent’anni.

«Non esiste una sola ala piccola in tutta la lega che possa marcare Kobe» dichiarò Derek Harper, un veterano aggregato alla squadra all’inizio della stagione, aggiungendo che l’unica persona in grado di limitare Bryant era lo stesso Bryant. «È questa la sfida più grande per Kobe» disse Harper. «Capire quando correre e quando rallentare».

Nella vittoria sugli Houston Rockets che aprì la stagione dei Lakers, Kobe prese 10 rimbalzi, il suo massimo in carriera fino ad allora, e sfruttò le sue doti difensive per neutralizzare i Rockets, facendo inoltre sfoggio delle sue nuove abilità offensive segnando 25 punti.

Molti additarono quei rimbalzi come una prova della sua maturazione. Era il cosiddetto lavoro sporco, proprio quello di cui la squadra aveva bisogno. Per dimostrare quanto fosse deciso a integrare in quel senso il proprio repertorio, Kobe prese un’altra dozzina di rimbalzi nella seconda partita, una sconfitta in casa contro Utah.

La sera successiva i Lakers strapparono un’importante vittoria in trasferta contro San Antonio, e Bryant lottò per catturare altri 10 rimbalzi contro la statuaria front line degli Spurs. Poi, nelle due partite seguenti, tenne alta la media catturando altri 10 rimbalzi a partita, una specie di salto triplo rispetto ai 3,1 rimbalzi di media che aveva collezionato nel 1998.

«Ho aggiunto nuove dimensioni al mio gioco» disse. «All’inizio della stagione, il mio obiettivo era di migliorare come rimbalzista e come difensore, cercare di creare scompiglio sul fronte difensivo. Ovviamente non sapevo che sarei partito in quintetto: questo mi dà molte più possibilità di prendere i rimbalzi».

Sarebbe stato interessante vedere come sarebbero andate avanti le cose con Del Harris, Eddie Jones, Elden Campbell, Van Exel e il resto di quei Lakers pieni di talento. Jerry Buss però era sempre pronto a concludere uno scambio. Dopo le amichevoli e una decina di partite ufficiali, Del Harris fu licenziato e l’assistente Kurt Rambis fu promosso head coach. Nello stesso giorno, la squadra aggiunse al roster il free agent Dennis Rodman. Dopo appena altre undici partite, Buss architettò una grossa trade, mandando Eddie Jones e Elden Campbell agli Charlotte Hornets per un pacchetto che essenzialmente si riduceva a Glen Rice e J.R. Reid. Dopo un mese di confusione, in cui i giocatori tentarono di adattarsi agli esiti dello scambio, i Lakers rinunciarono tutt’a un tratto a Rodman. A quel punto la squadra si preparò ad affrontare una nuova fase di conflitti interni, ma assai diversi da quelli precedenti.

Nel corso della stagione, ogni cambiamento si trascinava dietro una coda di risentimento, ma sembrava esserci sempre una costante di fondo: i problemi di Bryant con O’Neal e il resto della compagine. La società organizzò una serie di incontri ad hoc per cercare di risolvere i problemi di affiatamento, ma il malessere non venne mai affrontato in modo diretto.

«Si girava sempre attorno all’argomento, senza prenderlo di petto» spiega un membro di lunga data dello staff dei Lakers. «Tutta la questione ruotava attorno a Kobe. Sembrava che ogni fallimento della squadra riguardasse lui».

Interrogato in proposito, Derek Fisher ha risposto: «Anch’io la pensavo così. Le cose stavano proprio in quel modo. E lo pensava anche il resto dello spogliatoio. Nessuno però disse chiaro e tondo che l’egoismo di Kobe era il nostro problema di fondo, anche se sotto sotto lo pensavano tutti».

Gli amici e la famiglia di Bryant erano convinti che si trattasse di un caso di invidia acuta – verso il suo status, verso il suo nuovo contratto e le sue varie sponsorizzazioni. La situazione degenerò a tal punto che alcuni membri del suo clan iniziarono a chiedersi se i compagni non evitassero apposta di avvertirlo quando gli avversari gli portavano un blocco cieco.

Almeno in parte, il suo meccanismo di difesa lo spinse a isolarsi ancora di più.

Lo scambio di Jones fece perdere a Kobe uno dei pochi alleati che aveva in squadra. Quando però gli chiesero un parere sulla situazione, Bryant ammise di non avere grandi rapporti con nessuno dei compagni: «Conta solo ciò che facciamo in campo».

Il centro della squadra, al contrario, era allegro e simpatico, e amato da tutti nello spogliatoio.

«Per un tizio con una struttura fisica intimidatoria di per sé, Shaq era incredibilmente amichevole sotto ogni altro punto di vista» osserva Howard Beck. «Era piacevole parlare con lui. Qualunque fossero le sue colpe, su Kobe o su altre questioni, Shaq era fino in fondo una persona di compagnia. Gli piaceva da matti stare in mezzo alla gente. Non era nemmeno troppo bravo a serbare rancore. Una delle più grandi differenze tra lui e Kobe è che Kobe sapeva portare rancore e si ricordava sempre tutto, anche l’osservazione più insignificante. Kobe non lasciava mai perdere. Ho sempre detto questo: è molto, molto difficile guadagnarsi la sua fiducia; è molto, molto facile perderla. E se la perdevi e volevi ottenerla di nuovo, beh, auguri».

Beck ricorda di aver scritto del rapporto tra Shaq e Kobe in occasione di un altro incidente tra loro. «Gli chiedo quale sia stato l’ultimo scontro con Kobe, cercando di mettere su un approfondimento sulla loro relazione, e Shaq mi fa: “Va tutto a meraviglia, in linea di massima”. Io penso: “Come fa ad andare tutto a meraviglia? Non fate che parlare male l’uno dell’altro, e ne salta fuori una nuova ogni giorno”. Lui mi risponde con una frase tipo: “Senti, amico, solo perché sono incazzato con te di lunedì, non significa che non possiamo andare a pranzo insieme di martedì. Possiamo litigare di mercoledì, e uscire insieme la sera di giovedì”. Era questo il punto di vista di Shaq: “Posso anche farti a pezzi oggi, ma domani è un altro giorno. Va tutto bene, è tutto a posto”».

Il suo approccio con la stampa seguiva lo stesso copione. Il centro poteva magari arrabbiarsi da matti per qualcosa che scriveva un giornalista, poi però lasciava cadere la cosa.

«È più forte di lui» spiega Beck. «Non ce l’ha dentro, la capacità di mantenere tutta quella rabbia e quel risentimento, perché è troppo occupato a fare l’allegrone. Gli piace molto di più che le persone lo apprezzino. Preferisce far ridere tutti con i suoi scherzi. Gli piace un sacco la gente, e credo che sia uno dei suoi più grandi pregi. Non tiene mai il broncio a lungo per qualcosa, soprattutto se si tratta di sciocchezze, e la maggior parte delle volte si trattava davvero di cose di poco conto».

Per tre anni Bryant aveva assunto di controvoglia il ruolo di quello che sta zitto e manda giù, ma, come dice Beck, Bryant non dimenticava nulla. Nel corso della loro prima stagione a Los Angeles, O’Neal aveva tentato di usare il senso dell’umorismo per convincere Bryant a giocare di più per la squadra. Il centro aveva addirittura composto una canzoncina sulle note di The Greatest Love of All di Whitney Houston.

Si metteva in mezzo allo spogliatoio e cantava:

«I believe that Showboat is the future / Call the play and let that motherfucker shoot…».

Cantava una strofa, poi tornava sulla prima a voce un po’ più alta: «I believe that Showboat is the future…».

Bryant si sforzava di sembrare divertito ma in realtà quegli intermezzi lo mandavano su tutte le furie.

«A difesa di Kobe, va detto che era molto più giovane degli altri» sottolinea il fotografo Andrew Bernstein. «Il primo anno, quando arrivò, i Lakers avevano gente come Byron Scott e Jerome Kersey, che potevano essere suo padre. Sembrava quasi che Kobe pensasse di doversi mostrare più grande di com’era veramente, più maturo, più adulto, più vecchio della sua età».

Il risultato era che spesso sembrava privo di senso dell’umorismo.

Naturalmente, O’Neal e Bryant non erano i primi né gli unici compagni di squadra a essere diversi. La storia del basket è piena di giocatori che hanno faticato a far coesistere stili e personalità differenti. George Mikan e Jim Pollard erano arrivati alla Hall of Fame guidando i vecchi Minneapolis Lakers a cinque titoli nei pro, ma quarant’anni dopo la loro ultima partita insieme i loro conflitti erano ancora freschi nella memoria di entrambi.

Larry Bird e Kevin McHale ebbero i loro scontri all’interno dei Boston Celtics, che pure vinsero tre titoli negli anni Ottanta, come del resto accadde a Magic Johnson e Kareem Abdul-Jabbar, che di titoli insieme ne conquistarono cinque. Kareem ha sempre ritenuto che Johnson si fosse preso tutti i meriti del lavoro che in realtà avevano svolto insieme. «Per via del carisma unico di Magic, la storia è sempre stata scritta in modo diverso dalla realtà» spiegò Abdul-Jabbar nel 1993.

Harris aveva chiesto a Bryant di riconoscere la leadership di O’Neal come Johnson aveva in passato fatto con Kareem. Alla partenza di Harris, Rambis ripropose lo stesso schema. Anche West aveva tentato di lavorare a lungo sulla chimica tra i due, ma in seguito disse che Bryant si era rifiutato in ogni modo di lasciare a O’Neal il ruolo di prima opzione offensiva della squadra.

«Non avrebbe ceduto il passo nemmeno a Dio Onnipotente» avrebbe confermato Vaccaro anni dopo, facendosi una risata. «Ve lo dico io. È la verità. Aveva la capacità di troncare con le persone, così su due piedi. Per esempio, in una telefonata, a un certo punto diceva: “Ok, devo andare”. No, quel ragazzo ha una testa tutta diversa».

Shaq sembrava un po’ più disposto a fare un passo verso Bryant. Quando Bryant tirò la famosa sequenza di airball nei playoff del 1997, O’Neal fu il primo a schierarsi al suo fianco, dicendogli di non preoccuparsi, che si sarebbe rifatto presto. Quell’immagine però sembrava sbiadire ogni giorno di più nella primavera del 1999.

Mentre continuavano a circolare voci che sostenevano che Shaq avesse lasciato Orlando perché era geloso della popolarità di Penny Hardaway, qualche cronista si chiedeva se il successo commerciale di Bryant a Los Angeles potesse costituire una minaccia dello stesso tipo. Le casacche dei Lakers con il numero 8 avevano superato di gran lunga le vendite di quelle di Shaq, nei negozi sportivi della California del Sud, e questo era soltanto una delle rivalità di marketing in cui Bryant aveva la meglio sul compagno. Gli altri Lakers però negavano con decisione un’idea del genere.

«Molti dicono che Shaq sia invidioso. Non c’è niente di più lontano dal vero» obiettò Derek Fisher. «Shaq vuole solo vincere».

«Sono contento di vederlo in tutti quegli spot e quelle pubblicità» dichiarò O’Neal durante un’intervista, quando gli chiesero un parere su Bryant. «Perché, grazie al marketing, quando vedono Kobe, vedono anche me. E quando vedono me, vedono anche Kobe».

«Shaq voleva davvero avere un buon rapporto con quel ragazzino, e sperava che loro due assieme potessero guidare la squadra al titolo» sostiene uno storico dipendente dei Lakers. «Non era geloso di Kobe, niente affatto. Non lo è ancora oggi. Shaq ha cercato di tenerlo un po’ sotto controllo. Quel ragazzo aveva un carattere del tipo: “Potrai anche essere Shaquille O’Neal, ma io sono Kobe Bryant. Sono forte quanto te, anzi di più».

In alcuni momenti, tuttavia, la frustrazione di O’Neal veniva a galla. Ad un certo punto, nel 1999, O’Neal puntò il dito contro Bryant, che si trovava dalla parte opposta dello spogliatoio, e disse: «Eccolo là il problema». A parte questo episodio, però, i due evitavano sempre il confronto diretto, in gran parte grazie agli sforzi congiunti di Rambis e degli altri allenatori per evitare che i mugugni e i brontolii potessero degenerare in una frattura irreparabile. «Shaq e io non ne abbiamo mai parlato direttamente» disse Bryant quando gli chiesero delle difficoltà reciproche. «Ci scambiamo messaggi attraverso i media, più che altro».

Alla domanda se avesse mai tentato di aiutare Bryant a superare i problemi di adattamento, O’Neal rispose: «Cerco sempre di non aiutare troppo la gente. L’esperienza è la migliore maestra. Kobe non è andato al college. È andato alle superiori, che è diverso. Kobe è un grande giocatore, e riceve un sacco di attenzioni da parte della stampa. Rappresenta il nuovo, il giovane emergente. Certa gente lo capisce. Io lo capisco. Cerco solo di non dargli fastidio e di incoraggiarlo».

Anche altri giocatori avevano una relazione tumultuosa con Bryant. I Lakers avevano scelto al draft il ventitreenne Ruben Patterson, un’ala di un metro e novantasei, proveniente dalla University of Cincinnati, dotato di spiccate attitudini difensive che nascevano da un approccio molto emotivo alla vita e allo sport. Aveva militato per breve tempo oltreoceano durante il lockout per poi tornare negli Stati Uniti e unirsi ai Lakers.

La sua personalità entrò immediatamente in rotta di collisione con quella di Bryant, il che portò a furiose battaglie in allenamento per tutta la stagione. Scontri non molto diversi da quelli che Bryant aveva sostenuto in passato con il padre.

«Fra Ruben e Kobe c’era sempre della tensione pronta a esplodere» racconta Derek Fisher. «Ruben non si tirava mai indietro. Qualche volta andava anche un po’ sopra le righe, perché faceva parte della sua natura. Kobe ha sempre saputo accettare lo scontro fisico senza passare il segno. Sapeva mettersi a spingere e lottare per la posizione senza farsi coinvolgere emotivamente. Ruben invece era un rookie, uno che stava ancora cercando di affermare sé stesso, e non aveva intenzione di fare mezzo passo indietro».

Bryant godeva di un trattamento preferenziale, aggiunge un membro dello staff dei Lakers. «In allenamento le cose fra quei due diventavano molto competitive. Kobe lo provocava, ma Ruben non poteva fare a Kobe quello che avrebbe voluto fargli perché la dirigenza lo avrebbe stangato. Kobe era intoccabile. Kobe poteva fare quello che voleva».

I suoi compagni consideravano il suo desiderio di controllare sempre la palla come la quintessenza del suo egocentrismo. Harris aveva sempre resistito alle insistenze di West, che voleva più minuti per Bryant perché si trattava di un talento eccezionale che aveva bisogno di giocare per sbocciare del tutto. Una volta sparito Harris, però, Kobe cominciò a dominare le rotazioni dei Lakers, e presto la percezione comune fu che Rambis stesse dirottando la squadra in direzione di Bryant.

«Noi giocatori ci trovammo a fare i conti con il successo di Kobe e con l’opinione che la dirigenza aveva di lui» spiega Fisher. «Era chiaro che i vertici erano soddisfatti del modo in cui giocava Kobe, e altrettanto valeva per lo staff tecnico. Non avevano intenzione di tenerlo a freno o di limitare in qualche modo la sua voglia di diventare il giocatore che voleva diventare».

Il presunto trattamento preferenziale significava che altri in squadra dovevano sacrificare la propria maturazione a beneficio di quella di Bryant, aggiunge Fisher. «Anche Shaq godeva del trattamento riservato alle star. È così che funziona nella Nba, ma questo può anche demoralizzare una squadra, e i giocatori che devono fare più sacrifici».

Derek Harper tentava di svolgere un ruolo positivo. Era chiaro che le aspettative generali e in particolare quelle create dai media avevano influenzato in modo drammatico la crescita personale di Bryant. «Tutti continuano a spingerlo a diventare il numero uno, specialmente ora che Michael si è ritirato» affermò Harper all’epoca. «Tutti dicono che questo è l’uomo che raccoglierà il testimone. Ed è una pressione notevole, per un ragazzo così giovane».

Eppure, Harper sosteneva di non aver mai raccomandato a Bryant di darsi una calmata. «Tanto non lo farebbe comunque» spiegava Harper. «Ha dentro di sé questo desiderio fortissimo e inarrestabile di diventare il migliore di tutti. Non ha senso dirgli di rallentare un po’. Tanto vale che ci provi in tutti i modi come sta facendo adesso».

Harper trascorse buona parte della stagione spiegando ai compagni più giovani l’importanza di sviluppare un’unità di squadra e un senso di appartenenza. Il suo approccio aiutò a frenare i bollori, almeno in parte. Col passare del tempo, però, divenne evidente che il problema non era tanto che i compagni non volevano comporre le rispettive differenze, ma che non capivano in che modo fosse possibile.

Il cuore di Bryant cominciava a sentire il peso della negatività. In marzo, il suo vecchio compagno Rip Hamilton concluse una corsa trionfale con la sua University of Connecticut fino alle Final Four e al titolo Ncaa. Un Bryant invidioso e solitario seguì la cavalcata telefonando spesso a Hamilton. «Guardavo le partite e pensavo a cosa avrei fatto al suo posto in una determinata situazione, poi chiamavo Richard e glielo dicevo» raccontò Bryant a quei tempi. «Ci scambiavamo un sacco di trash talking. Gli dicevo che se ci fossi stato io in campo, lo avrei preso a calci nel sedere, e non sarebbe mai arrivato alle Final Four».

Quell’esperienza vissuta di riflesso lo aiutò in qualche modo ad affrontare le proprie frustrazioni. Ispirato dal trash talking con Hamilton, segnò 38 punti – di cui 33 nel secondo tempo, conditi da 3 rimbalzi, 4 assist, 2 recuperi e una stoppata – a Orlando contro i Magic di Penny Hardaway. Il tutto indossando le sue nuove KB8 II, che facevano ancora parte della campagna promozionale di Adidas denominata «Feet You Wear». Nonostante la stagione abbreviata, Adidas aveva tentato l’azzardo di mettere in distribuzione il nuovo modello alto, che non suscitò grandi entusiasmi sul mercato. A Orlando, un altro importante testimonial Adidas, il giocatore di football Peyton Manning, si trattenne insieme a Kobe nello spogliatoio al termine della gara, ma i media quasi non si accorsero di lui, che rimase seduto nei paraggi mentre i giornalisti si affollavano attorno a Bryant.

«Ci conosciamo attraverso Adidas» spiegò tranquillamente Manning. «Sono venuto soltanto a farmi un giro e a fare il tifo per Kobe».

Il che significava che Adidas aveva deciso di schierare i pezzi grossi nel tentativo di salvare la nuova scarpa di Kobe. C’era poco da salvare invece all’interno o all’esterno dello spogliatoio dei Lakers, nella primavera del 1999.

«È stata una stagione di grandi cambiamenti» disse Bryant, in tono dimesso, in aprile. «Grandi cambiamenti»

«Se guardiamo alle mie cifre personali, sono piuttosto buone. E nessuno tiene conto del fatto che in realtà io sono appena arrivato, che sto ancora imparando e che è naturale che commetta degli errori» aggiunse. «La gente non sa quello che so fare e che cosa devo fare per migliorare ancora. A volte quello che dicono può essere vero, ma dopo un po’ arrivi a un punto in cui ascolti e non ascolti».

Era meglio non ascoltare quando un tuo compagno si metteva a gridare e a minacciare in mezzo allo spogliatoio: «Se lo fai un’altra volta, ti prendo a calci nel culo!».

«È stato un anno molto difficile per mio figlio» confidò Joe Bryant alla stampa. «Non c’è molto che possiamo fare, se non abbracciarlo e coccolarlo e sostenerlo quando torna a casa».

Mentre la stagione volgeva al termine, Kobe disse a un giornalista che sognava di giocare un giorno per Tex Winter, l’anziano assistente allenatore dei Bulls che aveva inventato l’attacco a triangolo. Bryant si era innamorato di quel sistema, che aveva aiutato Jordan a conquistare sei titoli Nba. Il giornalista si offrì di organizzare un colloquio telefonico tra Bryant e Winter, che lavorava ancora a Chicago. Poco dopo i due erano in linea a distanza. Si trattava del primo contatto di Bryant con l’uomo che sarebbe poi diventato il suo mentore e il suo primo difensore.

Bryant era anche interessato a fare una chiacchierata con Jordan, per chiedergli altri consigli, e il giornalista gli procurò anche il numero di Michael.

«Che cosa vorresti chiedere a Michael?» domandò il giornalista.

Bryant ci pensò su per un istante, poi rispose: «Gli vorrei chiedere come si fa a incorporare la matematica nel gioco».

«Glielo posso spiegare» ridacchiò Jordan quando fu informato di quella curiosa domanda. I due cominciarono a parlare, e Bryant confidò a un altro giornalista che ricevere consigli da Jordan era «come ricevere consigli dal Buddha che siede sulla montagna, che ha compreso tutto ed è pronto a trasmettere la sua conoscenza al prossimo tizio che cerca di scalare la montagna».

Il paragone con Jordan era un altro tormentone che aveva messo a dura prova sia i compagni che lo staff. «Nessuno lo definiva il nuovo Michael,» ricorda un veterano della stampa sportiva come J.A. Adande «eppure alla gente non sfuggiva il modo in cui Kobe si impegnava a replicare la figura di Jordan. Ai tempi il fenomeno era molto più pronunciato, ma nessuno pensava davvero che sarebbe mai stato in grado di reggere veramente il confronto con Michael».

«Corre perfino allo stesso modo» diceva uno dello staff con un senso di frustrazione. «Non gli fa bene. I grandi giocatori prendono un gesto complicato e trovano il modo di farlo sembrare semplice. Kobe, con tutto quel passarsi la palla da una mano all’altra e le sue finte, prende situazioni di gioco semplici e le rende più complicate».

Eppure anche queste critiche non facevano che renderlo più simile al campione dei Bulls. Per oltre dodici anni, Tex Winter aveva avanzato rilievi analoghi nei confronti di Jordan. «È più concentrato sulla spettacolarità che sul resto» diceva Winter nel 1998, mentre Jordan si accingeva a condurre Chicago al sesto titolo Nba. «Gli interessa di più il livello di difficoltà che il lavoro semplice, che la pulizia dei fondamentali».

In privato, Bryant sosteneva di aver bisogno di altre tre stagioni prima di arrivare a dominare la lega come aveva fatto Jordan. «Voglio solo prendere il controllo» diceva. «Voglio essere il migliore».

Nel 1999, i Lakers sconfissero Houston nel primo turno dei playoff, per poi farsi spazzare via da San Antonio al turno successivo. Quando i giochi erano ormai fatti, qualcuno sentì Derek Harper bisbigliare a denti stretti «bastardi sopravvalutati» contro le primedonne che lo circondavano.

L’ottimo allenatore di San Antonio, Gregg Popovich, era uno dei molti coach della Nba che ritenevano più vantaggioso commettere fallo su Shaq per costringerlo ad andare in lunetta piuttosto che permettergli di schiacciare a ripetizione. Questa strategia divenne poi nota con l’espressione «Hack-a-Shaq».

Era quello l’autentico tallone d’Achille del centro dei Lakers. Nel finale di partita, Shaq non poteva mai essere l’opzione principale dell’attacco dei Lakers perché non riusciva a segnare i tiri liberi. Perfino Jordan lo aveva dichiarato con una certa dose di disprezzo prima della stagione 1998.

Ai Lakers serviva proprio un finalizzatore come Bryant da mettere al fianco di O’Neal. Era ovvio che le due star avevano bisogno l’uno dell’altro, e che ciascuno dei due impediva agli avversari di raddoppiare il compagno. Tutti quanti attorno a loro non sapevano più come farglielo notare.

Alcuni cronisti, intanto, cominciavano a cogliere una specie di schema comune a tutte le squadre di O’Neal, uno schema che risaliva a molto prima dell’arrivo di Bryant. Ogni stagione, nei playoff, le squadre di O’Neal finivano per crollare e farsi spazzare via dall’avversario di turno.

«Ricordate» diceva J.A. Adande «che Shaq aveva già subito il cosiddetto sweep, il “cappotto”, il 4-0 secco. Era stato spazzato via nei primi playoff della sua vita. Poi, l’anno successivo, era arrivato alle Nba Finals ed era stato spazzato via un’altra volta, come era successo l’anno dopo nelle semifinali della Eastern Conference contro i Bulls. Aveva vinto una sola partita nel ’97, era stato di nuovo spazzato via nel ’98 dai Jazz, e ancora nel ’99 dagli Spurs».

La pressione fece sprofondare il sempre gioviale O’Neal in un profondo avvilimento.

«Il suo sconforto dopo le sconfitte aumentò sempre di più, così come l’urgenza di arrivare a vincere qualcosa» osservò Rick Fox.

«Quello che mi stupiva di Shaq, durante i primi anni a Los Angeles, era quanto si sentisse frustrato» disse in seguito West. «Non era più così divertente stargli attorno. Le mancanze della squadra e dei compagni lo facevano disperare, perché sapeva che lo avrebbero giudicato in base alle vittorie».

Tenendo conto del massacro mediatico dopo la secca eliminazione dei Lakers dai playoff, e delle sofferenze che avevano contraddistinto quella stagione anomala, Jerry Buss sapeva di aver bisogno di un allenatore eccezionale per convincere quella collezione di giovani talenti a lavorare per uno scopo comune. Phil Jackson, l’uomo che aveva guidato i Chicago Bulls a sei titoli Nba, era il nome che continuava a saltare fuori in quel finale di stagione. L’arrivo a L.A. di un allenatore leggendario avrebbe messo d’accordo perfino Kobe e Shaq.

Un giornalista chiese lumi a West durante un tranquillo pomeriggio al Forum, mentre i Lakers venivano travolti da San Antonio.

«’fanculo Phil Jackson» aveva risposto West, ancora inviperito per una critica mossa da Jackson ai Lakers nel corso della stagione.

Eppure, circa un mese dopo, Jerry Buss, Shaq e Kobe videro esauditi i loro desideri, e fu proprio Jerry West a introdurre il nuovo allenatore durante la conferenza stampa.