Kobe Bryant aveva sempre fatto un figurone nei camp dell’Adidas. Pur essendo una persona piuttosto riservata, aveva un fantastico carisma naturale e il suo entusiasmo per il gioco faceva presa sui giovani. Se erano abbastanza grandi e in campo se la cavavano, lui li metteva alla prova per vedere se erano all’altezza di sfidarlo. Se erano troppo piccoli, giocava con loro, scherzando e improvvisando gare di tiro e altri giochi.
Da quattro anni, ormai, la casa madre tedesca dell’Adidas lo portava in giro per il mondo ed era molto soddisfatta del contributo di Bryant alla guerra per strappare quote di mercato alla Nike. Il titolo vinto dai Los Angeles Lakers avrebbe incrementato ancora di più la potenza della sua immagine. Era ormai entrato a far parte di una ristretta élite di testimonial sportivi ed era comprensibile che la società si sentisse avviata verso quella terra promessa di cui parlava sempre il presidente Peter Moore, in cui i registratori di cassa avrebbero squillato senza posa nel mercato globale. Adidas era destinata a raggiungere grandi traguardi.
Anche Vaccaro era assai soddisfatto del proprio lavoro per la compagnia, dal momento che sia Bryant sia Tracy McGrady erano lanciatissimi nelle rispettive carriere ed erano considerati forse le due figure più carismatiche dell’orizzonte cestistico contemporaneo. Non erano Michael Jordan. Nessuno poteva esserlo. Ma ne erano «gli eredi», e quelle due scommesse erano andate così bene che Adidas aveva offerto a Vaccaro un contratto di collaborazione a vita.
Il futuro, insomma, si presentava molto luminoso.
O almeno così sembrava fino all’Abcd Camp di Vaccaro, nell’estate del 2000, alla Fairleigh Dickinson University, nel New Jersey. Fu allora che cominciarono i guai seri, proprio in quella che per Bryant era stata la rampa di lancio per il basket che conta.
«Veniva al camp per parlare ai ragazzi,» ricorda un’amica di famiglia che a sua volta collaborava con Adidas «ed erano tutti molto eccitati. Adidas era il nostro sponsor, e i ragazzini erano fuori di sé dalla gioia per la presenza di Kobe».
Bryant, che era sempre puntualissimo, non giunse però all’orario della sua presunta apparizione. Lo staff dell’Adidas sapeva che si trovava in zona perché c’era stata un po’ di agitazione al suo hotel quando la sua nuova fidanzata aveva criticato la sistemazione proposta da Adidas.
«Andavamo sempre tutti all’Hilton di Hasbrouck Heights, che era molto comodo,» spiega l’amica «ma lei rifiutò quella sistemazione. Scelsero invece di alloggiare a Manhattan, al Four Seasons, mi pare. Lei non volle saperne di alloggiare a Hasbrouck Heights».
Con i ragazzini del camp che attendevano impazienti di vedere il grande Kobe Bryant, lo staff cercò freneticamente di rintracciarlo. «Aspettammo a lungo» ricorda l’amica. «Erano in ritardo di circa venti minuti, poi trenta, poi un’ora, un’ora e mezza, due ore. Niente, nessuna notizia. Cercavamo di capire cosa diavolo fosse successo. Venne fuori che lui e la ragazza avevano litigato di brutto. Lei non voleva che ci andassero, e non voleva neppure che ci andasse lui da solo. Stiamo parlando di una grossa azienda che gli dava un mucchio di soldi, e lui non poteva non presentarsi. Giunsero molto, molto in ritardo».
Per salvare la situazione sarebbe bastato un po’ di calore, magari qualche scusa da parte sua, ma quando finalmente la coppia si degnò di arrivare, Vanessa Laine fu di una maleducazione incredibile. «Si presentò insieme a lui» spiega l’amica. «Ad oggi, non ho mai conosciuto in vita mia una donna più scortese di lei. Non riuscivo a crederci. Non dava la mano a nessuno, non guardava in faccia nessuno. Quella è stata l’unica volta che mi è capitato di vederla».
I rappresentanti di Adidas, compresi Vaccaro e l’amica di famiglia, non avevano mai conosciuto la fidanzata di Bryant, e in pratica non la conobbero neanche quel giorno. «Non rivolse letteralmente la parola a nessuno» racconta lei. «Non parlava, non diceva neanche “ciao”. Voglio dire, neanche un ciao. Sonny e io entrammo nella stanza, e non disse neppure “piacere”. Neanche una parola. Era una situazione surreale. Non ci potevo credere. Lui era molto gentile e cortese. Ma quando dei giovani incontrano persone più grandi di loro, qualunque sia il contesto, ci si aspetta in qualche modo un minimo di cortesia, se non di rispetto. Lei non si fece il minimo problema a ignorare chiunque incontrasse quel giorno. Era fatta così, una persona di un’ignoranza inaudita».
L’amica ricorda di aver pensato: «Questa cosa non può durare. Kobe Bryant non potrà tollerare a lungo un atteggiamento così insolente».
I genitori di Bryant non erano presenti all’evento. Se fossero stati lì, si sarebbero scusati all’infinito, sostiene l’amica. Ripensandoci, la donna deve riconoscere che Adidas aveva a che fare con una ragazza viziata, che portava al dito un anello da sette carati del valore di centomila dollari.
«Vanessa era ancora una ragazzina» ammette l’amica.
In precedenza l’amica aveva avvertito Vaccaro che bisognava aspettarsi dei cambiamenti in Bryant. «Kobe è giovane,» ricorda di aver detto a Vaccaro «e quando comincerà a frequentare una compagna fissa, diventerà un’altra persona».
E fu esattamente ciò che l’amica vide durante quella settimana nel New Jersey. Kobe Bryant stava diventando una persona diversa, influenzato dalla sua nuova relazione.
Iniziarono presto a circolare altri commenti simili sul conto della Laine, riferiti dai commessi dei negozi della California del Sud, dalle mogli dei compagni di squadra, dai giornalisti e da altri osservatori più distaccati. La nuova fiamma di Kobe era descritta come una maniaca del controllo, con una personalità ostile e corrosiva. Solo più avanti si arrivò a comprendere un po’ meglio certi lati del suo carattere. Nei primi anni i resoconti da parte della stampa e degli amici non erano mai molto positivi.
Secondo l’amica, l’esperienza del New Jersey spiegava meglio anche la reazione dei genitori all’improvviso precipitare degli eventi, in particolare la forte contrarietà di Pam Bryant verso la compagna scelta dal figlio. Con l’annuncio del loro fidanzamento, in quel mese di maggio, la Laine si era trasferita nella casa di Pacific Palisades in cima alla collina. Era passata da una famiglia dai mezzi limitati, che navigava in cattive acque finanziarie, a un amante che aveva i soldi e la volontà di regalarle qualsiasi cosa lei desiderasse.
E tutto questo in pratica dall’oggi al domani.
Tutt’a un tratto, i Bryant si ritrovarono non solo estromessi dalla vita del figlio, ma anche relegati nella casa ai piedi della collina. La costosa scalinata che Pam tanto aveva insistito per far costruire diventava a questo punto del tutto inutile.
«A essere sinceri, posso capire la rabbia di Pam, perché era avvenuto tutto troppo in fretta» sostiene l’amica. «Arriva questa ragazza e prende il controllo della situazione, cominciando a comandare Kobe a bacchetta».
Il lungo viaggio della famiglia Bryant, dal momento in cui Joe aveva deciso di spingere il figlio verso il basket pro e i suoi possibili guadagni fino all’indurimento di Pam, che si era rinchiusa sempre più in sé stessa, ossessionata dalle finanze di Kobe, sembrava giunto dunque al capolinea.
Nel corso di quella folle catena di eventi, racconta l’amica, Kobe Bryant era sempre rimasto «molto, molto affettuoso, molto aperto e gentile. Sempre».
Era impossibile però che quell’esperienza non lo cambiasse. La sua vita era caratterizzata dalla presenza costante di persone maniache del controllo: la sua nuova fidanzata, il controverso ma brillante coach, sua madre e via dicendo. Il fatto che Bryant riuscisse a districarsi in una situazione simile e combattere fino a raggiungere il successo sarebbe sembrato quasi miracoloso, se non fosse che lui stesso era un control freak di caratura mondiale.
Il primo strumento di cui si serviva per esercitare il controllo era la sua pazzesca determinazione. Consapevole del proprio talento, aveva deciso di lavorare più di qualsiasi altro abitante del pianeta Nba, compreso il più grande sgobbone di tutti, Michael Jordan. Un altro elemento che gli forniva il controllo era l’incredibile forza di volontà di cui era provvisto.
La reazione del pubblico alla sua decisione di passare pro sarebbe bastata a deprimere la maggior parte delle persone, o delle famiglie, osserva ancora l’amica. «Le risposte erano state in gran parte negative. Dicevano tutti che sarebbe dovuto rimanere a scuola ed erano pronti a criticare Sonny per avergli offerto quel contratto. Sappiamo bene quanta negatività ci fosse attorno a lui».
Fu proprio quella pubblicità negativa a far scattare per la prima volta la modalità iperprotettiva di Pam Bryant. «La faccenda iniziava a diventare difficile da gestire, con tutto quello che stava succedendo attorno a loro» sostiene l’amica. «Non erano preparati a una situazione simile».
Quando poi furono sommersi da quell’immensa cascata di denaro, decine di milioni di dollari dopo il secondo contratto firmato da Kobe con i Lakers, fu necessario adattarsi in fretta a quella realtà. Quel nuovo livello di ricchezza alzò la posta in gioco sotto tutti i punti di vista, secondo amici e conoscenti.
Purtroppo, quello che avvenne dopo, i bruschi cambiamenti nei rapporti familiari e l’allontanamento progressivo dai genitori, «è una vicenda molto comune, una storia triste che si ripete in molte famiglie di campioni e celebrità dello spettacolo» osserva Michael «Big Mike» Harris, consulente marketing e pubblicitario che aveva assistito i Bryant all’inizio di questo processo.
Le circostanze avevano ovviamente cambiato anche Pam e Joe Bryant. Vedere Kobe, a cui erano così legati, che tentava di chiuderli fuori dalla propria vita era difficile da sopportare, soprattutto dal momento che i loro rapporti con la nuova fidanzata erano così conflittuali.
Pam Bryant adorava suo figlio, afferma l’amica di famiglia, e la sensazione che il loro rapporto si stesse piano piano spegnendo era intollerabile.
Nelle famiglie travolte da un’improvvisa ricchezza, come i Bryant, vale spesso un curioso rapporto inversamente proporzionale: maggiore è la ricchezza, maggiori sono il senso di insicurezza e le paure irrazionali. Questi sentimenti scattarono in Pam Bryant come una molla, raccontano amici e parenti. A quanto pare, quell’estate Pam litigò furiosamente con il figlio e la fidanzata.
«Forse fu per quello che a un certo punto buttò fuori tutto» osserva l’amica. «Forse era colpa della sua possessività. È una situazione che ho visto verificarsi in molte altre famiglie, con i genitori che diventano iperprotettivi nei confronti dei figli, e spesso a ragione. C’è gente pronta a mettere in testa ai ragazzi idee strampalate e a fare proposte che possono portare a conseguenze terribili, se non c’è nessuno a tenere d’occhio la situazione».
La trasformazione repentina della vita del figlio aveva completamente spiazzato i Bryant. «Non si ripresero mai del tutto da quella storia» afferma l’amica.
Il cambiamento di Kobe, imputabile a Vanessa, avrebbe finito per alterare quasi tutti i suoi rapporti, ma furono i legami con i genitori e le sorelle quelli più dolorosi da recidere.
«È questo il mistero» commentava Sonny Vaccaro nel 2015. «È qui che questa storia diventa del tutto illogica. Come ha fatto questa ragazzina a impadronirsi della sua testa in quel modo? Com’è riuscita a trasformare così in profondità un individuo dalla volontà di ferro? A causa di quella donna, Kobe ha finito per distruggere qualsiasi relazione precedente».
Howard Beck aveva conosciuto sia le sorelle di Kobe sia il suo allenatore ai tempi della high school, nei due anni in cui aveva seguito i Lakers. Beck avrebbe poi continuato a scrivere di basket per anni e nel 2015, ripensando al passato, non è riuscito a ricordarsi di nessun giocatore della Nba che gli avesse presentato i membri della propria famiglia. Non lo faceva nessuno, punto. Bryant invece era così serio da farlo. Presentò a Beck anche la fidanzata, nella saletta pesi della squadra, tra la confusione dei festeggiamenti per il primo titolo. «Kobe aveva un’espressione svuotata, uno sguardo quasi assente, mentre stringeva il trofeo, e seduta accanto a lui c’era Vanessa, e lui me la presentò».
«Quella sera erano ancora soltanto fidanzati» ricorda Beck. «A me sembrava una normale ragazzina della contea di Orange».
Un membro della stampa che aveva visto Vanessa quella sera rimase colpito notando quanto il suo aspetto sarebbe cambiato nel corso dei mesi successivi. «Quando l’ho vista di nuovo, circa un anno dopo, sembrava Angelina Jolie».
Poco dopo il fidanzamento, Bryant apparve di colpo in pubblico con un orecchino, per soddisfare una richiesta della Laine.
«Almeno non si è fatto un tatuaggio» fu il commento di Sharia sul nuovo look del fratello. Ma anche quelli sarebbero arrivati, tra non molto. Per il momento, però, l’orecchino era di per sé già abbastanza allarmante.
«Quando noi giornalisti gli chiedemmo dell’orecchino, Kobe sembrò abbastanza irritato» ricorda Howard Beck. «Gli ha sempre dato fastidio che queste piccolezze, questi dettagli legati alla sua vita privata o a un suo cambiamento di look, potessero fare notizia. Glielo chiedevamo soltanto perché eravamo curiosi. Lui era molto suscettibile al riguardo, forse perché era sempre stato attento a coltivare un’immagine pulita. Era come se sentisse la necessità di cambiare perché quell’immagine pulita non lo rappresentava più, forse lo aveva stancato, o forse pensava che non gli avesse recato grandi vantaggi. Può anche darsi che pensasse di non incutere abbastanza rispetto, e su questo aveva ragione, tra l’altro. In troppi a quei tempi erano affascinati dall’immagine di Iverson, o anche solo dal concetto che stava dietro a Iverson. Così, che fosse una cosa studiata o una semplice crescita personale, Kobe decise di assumere un aspetto più duro, sia sul campo sia con i media».
Si mise a fare il duro anche con la sua azienda di scarpe. Cominciò a portarsi dietro la Laine perfino agli incontri con Peter Moore, che da parte sua si era spinto così avanti con il design ispirato all’Audi che le scarpe di Bryant adesso non si limitavano a ricordare un’automobile, ma sembravano quasi fatte degli stessi materiali, con curiosi pannelli a coprire i lacci delle scarpe. «A Vanessa, l’Adidas non piaceva per niente» ricorda Moore. «Pensava che Adidas non fosse cool e non dicesse niente ai ragazzi di strada. Il problema era quello».
La Laine era convinta che l’hip hop fosse l’ideale culturale, da seguire anche come immagine e design, e Bryant era sulla sua stessa lunghezza d’onda, preoccupato com’era della popolarità di cui godeva Iverson e sempre fissato con i ragazzi di strada.
Di certo non aiutò il fatto che l’Adidas, mentre cercava di realizzare l’ultimo modello, si trovò ad affrontare problemi di produzione. «Alcuni elementi a quei tempi erano assolutamente innovativi» ricorda Moore. «Non c’erano cuciture, solo una specie di pannelli che, in un certo senso, tenevano insieme tutta la scarpa. Che era rigida come una tavola».
Alla fine Adidas riuscì a capire come realizzare la scarpa, ma non in tempo per sfruttare il periodo più adatto alle vendite, né per assecondare le esigenze del giovane testimonial. Bryant ci provò, passò una buona parte della stagione a tentare di adattarsi a quelle scarpe new age, nello stesso periodo in cui cercava di tenere insieme i pezzi della sua vita familiare.
Quasi nessuno, tra le persone che gravitavano nell’orbita dei Lakers, era al corrente delle traversie di Kobe, anche se, col passare del tempo, si sarebbe diffusa l’idea, sussurrata e bisbigliata perfino dai suoi migliori alleati, che fosse un uomo imprigionato tra due persone impossibili da gestire: Pam Bryant e Vanessa Cornejo Urbieta Laine.
LOTTA DI POTERE
Per anni Jerry West aveva minacciato di dare il benservito ai Lakers. In realtà, ne era troppo ossessionato per farlo sul serio. Alla fine, dopo anni di compensi inadeguati, era riuscito a farsi dare un cospicuo aumento da Jerry Buss. Nel 2000 però, durante la trionfale cavalcata dei Lakers nei playoff, cominciò a girare la voce che il grande West fosse davvero sul punto di lasciare la squadra. È probabile che West si sentisse sotto pressione perché il suo nuovo, ricco stipendio diventava un’esagerazione se aggiunto ai milioni che Buss versava a Phil Jackson. La squadra semplicemente non era pensata per corrispondere cifre di quella portata a dipendenti che non fossero giocatori.
Qualcuno di sicuro se ne doveva andare, e le circostanze indicavano West, che passava sempre meno tempo con la squadra da quando Jackson aveva preso il timone. Jackson aveva forzato un po’ le cose adottando con furbizia la stessa strategia che aveva applicato a Chicago per tenere lontana la dirigenza dai giocatori. In particolare, aveva stabilito che soltanto i membri della squadra, e non i dirigenti, potessero viaggiare sul pullman. Questo doveva servire a tenere a distanza non solo West, ma anche il general manager Mitch Kupchak e Jim Buss, figlio del proprietario, che era entrato da poco nei ranghi dirigenziali. Rudy Garciduenas ricorda però che Kupchak, ex giocatore dei Lakers, di solito ignorava la regola e saliva sul pullman ogni volta che voleva.
A Chicago, la regola di Jackson era stata considerata un elemento di divisione, e tale si rivelò anche a Los Angeles. In primavera, West era ormai distante da quello che accadeva in seno alla squadra. Aveva presenziato ad alcune partite dei playoff ma ne aveva saltate molte altre, affidandosi a qualche amico per tenersi aggiornato sul punteggio tramite cellulare.
Malgrado ciò, di tanto in tanto West comunicava ancora con Bryant e O’Neal, circostanza che Jackson considerava come un ennesimo tentativo di minare la sua autorità.
«Phil ha sempre pensato che West tifasse contro i Lakers quando allenava lui» spiega Charley Rosen, amico, confidente e coautore di lunga data di Phil Jackson, di cui era stato anche assistente allenatore. Secondo Rosen, West aveva digerito male il fatto che Jerry Buss avesse ceduto delle quote di minoranza a Magic Johnson, mentre un tale onore non era mai stato accordato allo stesso West, nonostante i lunghi anni di totale dedizione alla squadra.
Non è chiaro cosa abbia dato origine all’animosità tra Jackson e West, ma Rosen sostiene che, almeno in parte, dipendesse dalla convinzione di Jackson che West voleva sabotare il suo operato, con la collaborazione interessata del dirigente dei Bulls Jerry Krause, nemico giurato di Jackson e, guarda caso, ottimo amico di West.
«Ricordi la voce che Kobe aveva intenzione di ritirarsi oppure di chiedere di essere ceduto?» domanda Rosen. «Fu West a inventarsi quella storia, poi la fece arrivare all’orecchio di Krause, e fu Krause a farla girare».
Nella Nba le voci incontrollate sono all’ordine del giorno ed è spesso impossibile risalire alle fonti, ma gli uomini coinvolti in questa vicenda erano noti per la loro abitudine di tenere aperti i conti anche anni dopo che un presunto torto era stato commesso.
È probabile che la loro rivalità avesse radici profonde. Walt Frazier, ex compagno di squadra di Jackson ai New York Knicks, rivelò nel 2000 che una volta Jackson aveva inavvertitamente rotto il naso di West dopo la fine di una partita tra Knicks e Lakers, all’inizio degli anni Settanta, quando le squadre stavano ormai lasciando il campo. Tutta colpa di uno dei famigerati gomiti svolazzanti di Jackson, ricordò Frazier con una risatina.
Quell’episodio riassumeva l’astio che correva tra i due e che risaliva dunque alla rivalità tra Knicks e Lakers dei primi anni Settanta, quando le squadre si erano incontrate per ben tre volte in finale.
«West era soprannominato Mr Clutch,» spiega Rosen «ma Phil non ha mai considerato West così decisivo, perché Frazier riusciva sempre a marcarlo molto bene negli scontri diretti. Quindi Phil non lesinava mai l’ironia quando qualcuno diceva che West era un giocatore da momenti decisivi».
L’invidia, ovviamente, era reciproca. West era raffigurato nel logo della Nba. Giocatori, allenatori e dirigenti di tutta la lega avevano una sorta di venerazione nei suoi confronti. I sentimenti di Bryant e O’Neal erano indicativi del rispetto che West si era guadagnato in anni di carriera.
Pur con tutti i suoi anelli, Jackson non aveva mai goduto della stessa popolarità. «Phil tendeva a diventare antipatico» diceva Tex Winter a quei tempi, per spiegare la scarsa popolarità di Jackson.
«Non voglio dire che Phil sia arrogante,» ha affermato Rosen nel 2015 «anche se un sacco di gente ha quell’opinione di lui. Io lo considero semplicemente sicuro di sé».
Eppure, continuava Rosen, non si può non ammettere che Jackson godesse ormai di una fama piuttosto scomoda nella Nba – la fama, in particolare, di essere una persona piuttosto scortese nei confronti dei dirigenti delle squadre con cui si trovava a collaborare.
«Considerato com’è Phil, il modo in cui vede le cose e quanto in profondità le analizzi,» ha detto Rosen «quale general manager o presidente potrebbe mai avere un rapporto facile con lui?».
Secondo Rosen, Jackson e West non potevano continuare a lavorare insieme nei Lakers perché erano in conflitto, ma anche perché Buss non era disposto a sborsare una montagna di soldi per tenere entrambi.
Quando aveva firmato per i Lakers, Jackson aveva ottenuto la cifra inaudita di otto milioni di dollari all’anno, perdipiù da una squadra famosa per pagare pochissimo tutti i dipendenti tranne i giocatori, una franchigia che arrivava a contare perfino le graffette.
«Tutto partiva da lì» afferma Rosen, insinuando che West fosse risentito nei confronti di Jackson perché «Phil era arrivato con tutti i suoi anelli in bella vista, presentandosi come il salvatore della patria, un ruolo che invece avrebbe dovuto essere di West. E questo si aggiungeva alla ruggine che già esisteva tra i due. West era geloso del successo di Phil. Quante finali aveva perso West prima di arrivare finalmente a vincere un titolo?».
Molti storici collaboratori dei Lakers liquidano come ridicole le illazioni di Rosen nei confronti di West. Eppure, il conflitto tra quei due uomini era affascinante, perché entrambi erano animati da un’instancabile perfezionismo e da uno spiccato desiderio di primeggiare.
West si tenne alla larga dall’ufficio per tutta l’estate del 2000 e non espresse quasi nessun parere sulle importanti decisioni che la squadra avrebbe dovuto prendere a livello di roster. Fu addirittura Jackson ad annunciare la fine della collaborazione con West, nel corso di un’intervista rilasciata a luglio al commentatore televisivo Larry Burnett.
All’inizio di agosto, West rilasciò una breve dichiarazione scritta in cui ringraziava molte persone senza però mai nominare Jackson, nonostante il coach avesse appena guidato i suoi adorati Lakers al titolo Nba.
In quel periodo, alcuni notiziari di Los Angeles insinuarono che West non vedesse di buon occhio il fatto che Jackson, dopo la fine del matrimonio con la moglie June, avesse cominciato in primavera a frequentare Jeanie Buss, figlia del proprietario dei Lakers, presente da tempo nei quadri dirigenziali della franchigia californiana.
Cominciò poi a girare la voce che Jackson avesse chiesto a West di lasciare lo spogliatoio subito dopo la fine di una partita della serie contro Portland. A Jackson piaceva parlare in privato con i giocatori per qualche minuto, senza interruzioni, così disse a West che la squadra avrebbe svolto una riunione interna. Era un modo per ribadire che West non faceva più parte della squadra. Interrogato sull’argomento, qualche tempo dopo, Winter confermò che Jackson sapeva benissimo che chiedere a West di uscire dallo spogliatoio ne avrebbe ferito l’orgoglio.
«Solo un uomo che aveva vinto sei anelli avrebbe potuto fare una cosa del genere» disse l’ex coach dei Lakers Del Harris, commentando l’episodio.
Come prevedibile, West non partecipò alla conferenza stampa in cui fu annunciata la fine della sua collaborazione. «Ovviamente, uno come Jerry West è insostituibile» fece sapere per iscritto Jerry Buss, assente a sua volta. «Ciò che ha significato per la franchigia dei Lakers nel corso degli ultimi quarant’anni è incommensurabile».
Il siluramento di West, caldeggiato da Jackson, si dimostrò in seguito una mossa carica di implicazioni. Tanto per cominciare, insinuò sia in Buss sia nel neoeletto vicepresidente Mitch Kupchak la sensazione di non potersi fidare completamente di Jackson.
«Credo che Mitch Kupchak fosse un po’ intimidito da Phil» osservò in privato Tex Winter. «Credo anche che Phil lo facesse di proposito, sfruttando la propria indole e il proprio carisma. Ha una volontà molto forte, tende a imporsi su tutti ed è molto intelligente. Basta guardare i suoi trascorsi e scorrere l’elenco di persone di cui si è sbarazzato, per capire come Phil abbia sempre prevalso sulle persone che aveva intorno».
Jackson aveva usato la forza della sua personalità per tenere sotto controllo l’intero roster dei Bulls, compresi gli ego smisurati di Jordan e del general manager Jerry Krause. A Los Angeles, il coach stava tentando un’impresa analoga. I suoi difensori più strenui avrebbero spiegato, in seguito, che in entrambi i casi si era trattato di un passo necessario per riuscire a tenere insieme forze opposte, trasformandole in un insieme coeso, cioè in una squadra da titolo.
La partenza di West significava inoltre che Jackson acquistava maggior potere decisionale rispetto alla conformazione del roster. I Lakers avevano bisogno di un’ala forte che potesse fungere anche da centro di riserva e che fosse in grado di dare una mano a Shaq sotto i tabelloni. Manco a dirlo, nel corso della off season, Kupchak organizzò uno scambio che mandò un insoddisfatto Glen Rice a New York e portò ai Lakers Horace Grant, altro uomo fidato di Jackson, per andare a occupare la posizione di ala forte della squadra. Jackson riuscì dunque a chiamare alla propria corte un altro dei suoi ex giocatori, questa volta senza la fastidiosa opposizione di West, che un anno prima gli aveva impedito di prendere Scottie Pippen.
ALTI E BASSI
Forti di un roster di qualità, all’inizio della stagione 2000-01 i Lakers si misero subito a caccia del secondo titolo, ma le cose si complicarono fin dall’inizio. O’Neal si presentò in ritiro fuori forma, deludendo moltissimo Jackson e i suoi assistenti, per non parlare di Bryant che, invece, da maniaco dell’allenamento, era tiratissimo. O’Neal era comunque in buona compagnia. Jackson scoprì infatti che, oltre a Bryant, solo l’ala Rick Fox era arrivato al training camp pronto a giocare. Purtroppo situazioni del genere erano frequenti tra i campioni in carica.
Poco dopo, il play Derek Fisher subì un infortunio al piede che lo costrinse a saltare tre quarti di stagione, tra intervento chirurgico e riabilitazione. Come spiegò l’assistente allenatore Bill Bertka, Fisher era l’unica guardia dei Lakers in grado di mettere pressione sui portatori di palla avversari. Anche Ron Harper un tempo difendeva alla grande sui portatori di palla, ma quella era la sua ultima stagione, era troppo vecchio e aveva le ginocchia che scricchiolavano. Bryant era in grado di eseguire un buon pressing, ma finiva per incorrere in problemi di falli. La mancanza di intensità difensiva contribuì a peggiorare l’alchimia di squadra. La scarsa condizione fisica di O’Neal ne limitava l’efficacia e lo metteva a rischio infortuni. Iniziò la stagione sbagliando tiri che di solito metteva, scendendo spesso su percentuali inferiori al cinquanta per cento. La sua media ai liberi crollò attorno al venti per cento, diventando in fretta lo zimbello della lega.
Nel vuoto creato dalle difficoltà di O’Neal, Bryant fece capire di essere pronto a diventare il fulcro dell’attacco, il che diede a O’Neal il pretesto per rimettersi a brontolare sul presunto egoismo di Kobe.
«Shaq cominciò a fare polemica» raccontò Winter. «In effetti a noi diceva sempre: “Se non sono io la prima opzione in attacco, non aspettatevi che mi faccia il mazzo in difesa”».
Pur giocando bene, anche Bryant stentava a trovare continuità. Trasformò solo 8 tiri su 31 in una sconfitta casalinga contro Milwaukee, poi segnò 45 punti con 20 su 26 al tiro in una vittoria a Houston. Dopo il successo sui Rockets Jackson lo paragonò a Jordan, ma O’Neal era furioso perché riteneva che Bryant stesse cercando di prendersi tutti i meriti.
«Cerco solo di seguire il flusso del gioco» disse Bryant. «Se la gente vuole criticare, faccia pure».
Mentre il nuovo anno si avvicinava, Bryant era in testa alla classifica dei migliori realizzatori della lega, e alcuni cominciavano a indicarlo come il giocatore più completo in circolazione. Perfino Jackson concordava nel constatarne la maturazione.
«Pochi giocatori hanno la sua dedizione e la sua determinazione a diventare il migliore» disse Scott Skiles, allora allenatore dei Phoenix Suns.
All’inizio del 2001, i Lakers avevano un bilancio di 22-10 e la tregua al loro interno si faceva sempre più traballante. Bryant confidò a Winter che, nonostante il successo individuale, era tutt’altro che felice e cominciava perfino a dubitare del proprio amore per il basket. «Kobe diceva di aver passato un sacco di tempo a lavorare per migliorarsi, durante la stagione estiva, allenandosi al tiro, lavorando sui movimenti d’attacco, provando a perfezionare il suo gioco per cercare di diventare ancora più forte» raccontò Winter. «Poi, però, rientrare in squadra e vedere tutti i suoi sforzi vanificati dalla prestazione dei compagni lo aveva scoraggiato».
«Mia moglie Nancy mi ha detto che, secondo lei, in quel momento Kobe aveva il cuore spezzato» aggiunse Winter.
La guardia era demoralizzata dalla presunta disparità di trattamento da parte del coach. Perché Jackson sembrava deciso a ignorare la pigrizia di O’Neal. Dal momento che O’Neal era molto suscettibile alle critiche, i suoi errori provocavano soltanto tiepidi rimproveri. Nei confronti di Bryant, invece, le critiche di Jackson fioccavano ed erano sempre pungenti.
«Un giorno mi sono svegliato e ho deciso che non mi sarei più fatto condizionare» spiegò in seguito Bryant.
Era ormai troppo tardi, però, per evitare lo scontro. Bryant aveva già sfogato la sua frustrazione sui media nazionali in un articolo pubblicato sulla copertina di gennaio di «Espn The Magazine». Bryant aveva avvertito i compagni prima che uscisse il pezzo, e cercò perfino di ritrattare alcune dichiarazioni particolarmente dure. Troppo tardi, le parole erano lì, nero su bianco. Nell’articolo, Bryant rivelava che Jackson era andato da lui in novembre e gli aveva chiesto di abbandonare il suo approccio aggressivo. Bryant aveva risposto che, al contrario, aveva intenzione di alzare ancora di più la propria intensità.
Furibondo per quei commenti, O’Neal disse ai giornalisti che l’egoismo di Bryant era la ragione principale per cui la squadra non riusciva a giocare bene.
Bryant si gettò nella mischia a testa bassa, replicando che O’Neal non era ancora in forma dal punto di vista fisico e continuava a non difendere. Jackson disse che quei due litigavano come bambini al parco giochi. I Lakers persero quattro delle sette partite successive, portando il bilancio a quindici sconfitte, tante quante ne avevano perse in tutta la stagione precedente.
Nel mese di febbraio, girava voce che il centro stesse di nuovo spingendo per far scambiare sul mercato Bryant. Anche se Bryant e l’infortunato O’Neal giocarono a fare gli amiconi in occasione dell’All-Star Game di Washington, si trattava soltanto di una messa in scena.
Marzo portò altri problemi, prima sotto forma di una serie di infortuni alle spalle e alle caviglie di Bryant, poi con l’aggravarsi del conflitto tra Jackson e Bryant. Alla fine del mese, Jackson rilasciò dichiarazioni di fuoco nei confronti di Bryant in un’intervista con Rick Telander del «Chicago Sun-Times». Il coach rivelò il contenuto di una conversazione personale con il giocatore, dopodiché tirò fuori una vecchia leggenda secondo cui Bryant «sabotava» le partite della sua squadra di high school per interpretare il ruolo del salvatore della patria nel finale.
Quelle dichiarazioni fecero infuriare sia Winter che Bryant, e provocarono una durissima risposta da parte di Gregg Downer, che pretese a mezzo stampa le scuse di Jackson per aver riportato una storia palesemente falsa. Anche Arn Tellem chiese consiglio a West per capire come comportarsi con Jackson, e pare che stesse addirittura pensando di denunciare Jackson per calunnia.
La stampa cominciò a chiedersi se la mossa di Jackson non fosse stata dettata dal panico, perché vedeva che la squadra si stava sfasciando. In seguito, il coach venne accusato di aver fatto trapelare all’amico Sam Smith del «Chicago Tribune» che i Lakers stavano pensando di cedere Bryant al termine della stagione. Secondo gli esperti, il lancio di messaggi a mezzo stampa, per influenzare il corso degli eventi, rientrava nelle strategie abituali di Jackson.
Di sicuro, al coach dei Lakers piaceva parlare dal pulpito. Poco dopo fu invitato al Tonight Show della Nbc, dove il conduttore Jay Leno gli chiese se per caso non volesse annunciare in diretta la cessione di Bryant. Con un’altra organizzazione, un allenatore del potere di Jackson sarebbe riuscito a forzare uno scambio. Bryant però aveva un rapporto molto forte con Jerry Buss, mentre O’Neal ammetteva apertamente di non andare troppo d’accordo col proprietario dei Lakers. Buss aveva a sua volta preso le distanze da Jackson, nonostante la relazione della figlia Jeanie con il coach.
Era proprio il tipo di intrigo appassionante che deliziava la tifoseria di Hollywood.
«Jerry Buss preferiva tenersi fuori dalla mischia, almeno ufficialmente» osservò Tex Winter. «Noi dello staff tecnico lo vedevamo molto di rado. Era strano, ma Buss tendeva a dare ascolto a pochi collaboratori scelti».
Il socio di minoranza Magic Johnson, che rientrava nella ristretta élite dei confidenti, offrì il proprio parere sulla situazione della squadra. «Kobe non verrà scambiato» disse Magic alla stampa. «Punto e a capo. Questa storia ha già messo abbastanza alla prova la società. L’ultima cosa che vogliamo è che la squadra o addirittura l’intera franchigia sembrino divise al loro interno, o che i giocatori debbano prendere le parti di uno o dell’altro, o cose del genere».
In primavera, però, quando l’ansia di Phil Jackson sembrava aver raggiunto il culmine, l’approccio di Bryant cambiò a trecentosessanta gradi, quasi per miracolo. Provò a fare qualcosa di meno sul campo, ottenendo in cambio molto di più.
Le acque cominciarono a calmarsi con il ritorno di Derek Fisher il 13 marzo. Fisher iniziò subito a mettere dentro tiri importanti, a guidare la squadra e a far girare l’attacco. Particolare ancora più importante, il suo rientro significava che i Lakers potevano tornare a mettere pressione sulla palla – la chiave per mantenere attiva tutta la difesa.
Fu in quel periodo, con la tensione della squadra alle stelle, che Bryant saltò dieci partite per una sequela di infortuni. In sua assenza, la squadra andò sul 7-3, cogliendo quattro vittorie consecutive in trasferta all’inizio di aprile.
Bryant ne approfittò per organizzare i dettagli del suo matrimonio last minute, poi tornò in squadra e aiutò a chiudere la regular season con un’altra striscia di otto vittorie di fila.
MATRIMONIO
Dietro le quinte, la famiglia Bryant aveva vissuto in uno stato di trepidazione per tutta la stagione. «Kobe era devastato dalla situazione, e infuriato perché tutti cercavano di tirarlo dalla propria parte» ha raccontato la solita amica di famiglia.
A un certo punto del conflitto, Del Harris e sua moglie erano venuti a conoscenza dei problemi di Bryant, e la signora Harris aveva telefonato a Scoop Jackson per chiedergli di chiamare Kobe e provare a parlare con lui. Il giornalista era rimasto allibito per quella richiesta. Certo, lui e Kobe andavano d’accordo, ma un conto era fare due chiacchiere ogni tanto, un altro avere una relazione più stretta. Così Scoop aveva chiamato una delle sorelle di Kobe per ricavare qualche dettaglio in più, poi aveva telefonato a Bryant e gli aveva detto che se avesse avuto bisogno di parlare con qualcuno, lui era disponibile. La cosa che colpì di più Scoop fu comprendere fino a che punto Kobe Bryant vivesse su un’isola tutta sua, quanto fosse tristemente privo di amicizie.
Anche altri avevano espresso il loro parere sulla vicenda. Phil Jackson gli aveva consigliato di rimandare il matrimonio di qualche anno. Perfino Jordan e altri atleti avevano provato a metterlo in guardia, suggerendogli di rallentare un po’ e di prendere in considerazione l’idea di un accordo prematrimoniale.
«Kobe si limitava a dire: “Posso sempre guadagnarne altri, di soldi”» raccontò un giocatore a un giornalista. «Diceva: “Può prenderseli lei, tanto io sono giovane e comunque non credo che andrà a finire in quel modo”».
Il suo agente, Arn Tellem, era convinto più di chiunque altro della necessità di stipulare un accordo prematrimoniale. Consigliarlo era suo dovere, come consulente finanziario, ma la cosa gli si ritorse contro. «Di soldi ne aveva a palate» afferma Gary Charles. «Non gli interessava ascoltare quello che la gente cercava di fargli capire».
Il matrimonio fu preceduto da una piccola festa presieduta da Pam e dalle sorelle a casa Bryant.
«Mi invitarono alla festicciola prematrimoniale» racconta l’amica di famiglia. «Io non ci andai, ma so per certo che l’intera giornata fu una catastrofe».
Due collaboratori dei Bryant telefonarono all’amica dopo la festa e le comunicarono tutta la loro preoccupazione. «Dissero che c’era un gelo tremendo nella stanza, tra Pam e le sorelle da una parte e la fidanzata e sua madre dall’altra» racconta l’amica. «E le cose peggiorarono sempre di più, secondo quanto mi hanno detto un paio di ragazze che erano lì. Pam stava cercando di metterci una pezza perché aveva attaccato pesantemente la ragazza in più di un’occasione, davanti a Kobe, ma ormai aveva capito che non poteva fare niente per scongiurare quel matrimonio».
Subito dopo le nozze, però, Bryant prese alcune decisioni drastiche nei confronti della famiglia che lasciarono tutti di stucco. All’improvviso decise di chiudere la società che si occupava di gestire la sua immagine nel mondo dello spettacolo, togliendo di fatto il lavoro ai suoi familiari: le sorelle di Bryant, una zia e il marito di Sharia, oltre ad altri impiegati. Arrivò perfino a cedere la casa dei suoi genitori ai piedi della collina, costringendoli a traslocare in quattro e quattr’otto. Per fortuna, Pam e Joe avevano ancora la loro vecchia casa alla periferia di Philadelphia, quella che avevano comprato grazie al primo contratto di Joe nella Nba. «Fu davvero scioccante, quello che fece Kobe» racconta l’amica di famiglia. «Non capirò mai perché si comportò così».
Sonny Vaccaro ricorda che Joe Bryant si attaccò subito al telefono e lo chiamò per chiedergli un lavoro. Di lì a poco anche Arn Tellem venne messo alla porta, eppure fu lui ad aiutare il padre a trovare qualche lavoretto come allenatore, racconta Vaccaro.
In un solo colpo, pochi giorni prima che cominciassero i playoff del 2001, Kobe aveva spazzato via la famiglia dalla sua vita. Gli amici si sentirono raccontare da genitori e parenti che Kobe aveva cambiato numero di telefono e rifiutava di rispondere alle loro chiamate. Tutti coloro che avevano ammirato nel corso degli anni la coesione della famiglia Bryant, rimasero scioccati quando, in seguito, Joe li chiamò per raccontare quello che era successo.
«La storia della famiglia Bryant era caratterizzata da grandi amori: Pam, Joe, Kobe, i nonni, le sorelle» osserva Vaccaro. «Kobe si comportò esattamente come i russi nei confronti dei Romanov. Si liberò in una sola volta di tutti quanti».
«Quando Joe mi chiamò e mi raccontò tutta la storia, per poco non caddi dalla sedia» ricorda Gary Charles. «“Che diavolo sta succedendo?” pensai. Non potevo credere alle mie orecchie».
«Pam non aveva mai immaginato che potesse andare a finire così» racconta l’amica di famiglia. «È normale, capita di vivere qualche frizione quando un figlio si sposa. Le madri di solito fanno fatica ad accettare la cosa. Se poi ci sono di mezzo un sacco di soldi, ogni madre vorrebbe essere sicura che il figlio sposi la donna giusta. Questa però era tutto tranne che una situazione normale».
Quella settimana Pam Bryant fece ritorno a Philadelphia, dove ricevette una notizia che sconvolse ancora di più il mondo in cui aveva vissuto fino ad allora. A suo padre era stato diagnosticato un tumore al quarto stadio, il che significava che gli restava pochissimo tempo da vivere.
Allontanati e respinti dal proprio figlio, Pam e Joe attraversarono un momento molto delicato. «Non avevano nulla» racconta Vaccaro. «Era tutto sparito». Eppure, perfino in quelle condizioni, Joe stava ancora cercando un modo per mettere a posto le cose. Aveva telefonato a Gary Charles per discutere dello stato mentale della moglie, e nel frattempo era riuscito a infilare nella conversazione la proposta per un nuovo affare. Qualcuno sostiene di aver avuto la netta impressione che la disgregazione della famiglia avesse spezzato il cuore a Pam Bryant.
«Joe stava cercando di diventare un agente,» ricorda Charles «e mi aveva chiamato per dirmi: “Ehi amico, perché non creiamo di nuovo qualcosa di magico insieme?”».
Nel frattempo, nella California del Sud, il ventiduenne Bryant e la moglie diciottenne avevano scelto di celebrare il loro matrimonio il 18 aprile in una location un po’ sperduta, presso la chiesa cattolica di San Edoardo il Confessore, a Dana Point, un’ora a sud di L.A. Gli invitati erano poco più di una decina, senza nessun compagno di squadra né parenti stretti di Bryant. Lui indossava un vestito nero, e lei un meraviglioso abito lungo di Vera Wang, corredato da gioielli assortiti del valore di circa cinquecentomila dollari. Camminarono su un tappeto di rose passando sotto un arco a forma di cuore, e si scambiarono fedi nuziali di platino e diamanti a suggello del patto matrimoniale. Si dice che la fede di Vanessa fosse di cinque carati, quella di Bryant di quindici.
«Sono così teneri insieme, e di sicuro molto innamorati» fece notare la proprietaria della gioielleria di Santa Monica che aveva forgiato le fedi nuziali. «Vanessa ha contribuito a disegnare la fede di Kobe, e la cosa gli ha fatto un piacere immenso. Non esisteva un giorno perfetto per sposarsi, ma loro volevano a tutti i costi condividere un momento intimo, privato, e ci sono riusciti».
Il giorno seguente, all’allenamento, Bryant informò i compagni di essersi sposato.
La notizia del matrimonio si diffuse in fretta, ma Bryant tenne per sé i dettagli della rottura con la famiglia. Perfino alcune persone che lavoravano a stretto contatto con Kobe lo vennero a sapere solo diversi anni dopo.
Quando la voce cominciò a girare tra i pochissimi amici che avevano scoperto le disavventure della famiglia Bryant, alcuni pensarono che il modo in cui Kobe aveva trattato la madre fosse ingiusto. Per quanto Kobe potesse sembrare un eroe, per la meticolosità con cui perseguiva i propri obiettivi professionali, agli occhi di molti sembrava ora un ingrato. «Credo sia una colpa grave» ha detto uno dei suoi allenatori, ripensando al passato. Altri giudicavano quella decisione coerente, per quanto severa.
«La cosa pazzesca» ha osservato Ric Bucher «è che c’è un tizio che è una specie di guerriero ninja, una persona dura e risoluta, e all’improvviso si addolcisce e si innamora guardando una bella ragazza in un video musicale? Non intendo sminuire Vanessa, ma è più o meno così che è andata. Sono certo che la loro relazione si sia evoluta parecchio, ma lui si era preso una cotta per la ragazza con gli occhi scuri di un video musicale. Voglio dire, a chi di noi non è successo? La differenza è che Kobe era pronto a smuovere le montagne e a prosciugare gli oceani pur di assicurarsi quella ragazza. Era disposto ad allontanare la propria famiglia e chiunque altro si fosse messo sulla sua strada. “No, no, non capisci. Io voglio lei. Io amo lei. Chiudi il becco, tu non mi conosci”. Arn Tellem aveva tentato di convincerlo a sottoscrivere un accordo prematrimoniale. Ma lui era cotto. Non voleva neanche sentir parlare di quella possibilità».
Vaccaro offre una spiegazione semplicissima del perché Bryant agì in quel modo. «È un pazzo».
Senz’altro il contrasto tra l’amore per la sua bella e l’attaccamento affettivo alla famiglia può aver prodotto una specie di follia temporanea, o perlomeno una forma di disperazione.
George Mumford respinge un’ipotesi così drastica. Bryant era un giovane che sentiva il bisogno di crearsi una sorta di spazio emotivo in cui vivere la sua vita. È possibile che sia stato ottusamente e disperatamente brutale a reagire con quella rabbia nei confronti di sua madre. Ma è difficile per un osservatore esterno cogliere le pressioni, le aspettative e le delusioni che si costruiscono man mano all’interno delle relazioni familiari. Solo perché Bryant è una figura di alto profilo non significa che non fosse soggetto agli stessi problemi che ogni giorno provocano gravi rotture in altre famiglie e in altri contesti.
Qualunque fossero le motivazioni di Bryant nel tagliare fuori la famiglia dalla sua vita, era chiaro che perfino di fronte a due personalità monolitiche come la madre e la moglie, la sua priorità principale era la carriera.
Dopotutto, i playoff erano ormai alle porte.