27. Eredità

E pensare che per poco la seconda fase vincente della sua carriera rischiò di sfumare del tutto, di non verificarsi, a causa degli istinti bellicosi di Bryant che tenevano banco sempre e comunque. Dopo averlo visto segnare 60 punti in una vittoria in trasferta a Memphis, nella primavera del 2007, Jackson aveva commentato: «Ad un certo punto abbiamo preso il rimbalzo in attacco e avevamo altri ventiquattro secondi da gestire. Lamar gli ha ripassato la palla, e Kobe si è buttato subito dentro. Appena sente l’odore del sangue, ti salta alla gola».

Non pensava ad altro che ad aggredire. Jackson non riusciva ad abituarsi a questo lato della sua identità, anche se Jordan alla sua età si comportava più o meno allo stesso modo, con l’assistente allenatore Johnny Bach che gli gridava, come l’Ammiraglio Halsey: «Attacca! Attacca! Attacca!». Jackson oscillava tra l’amore e l’odio nei confronti dell’instancabile frenesia di quei due giocatori.

Nella primavera del 2007 Bryant aveva ventotto anni, in estate ne avrebbe compiuti ventinove e da lì i trenta erano a un passo, dopodiché il suo orologio biologico cestistico avrebbe iniziato a ticchettare all’impazzata.

Donnie Carr era andato a vederlo giocare a New Orleans, durante quel periodo, e a fine gara Bryant zoppicava vistosamente. Anche in quelle condizioni, Bryant era sempre felice di rivedere Carr, che chiamava affettuosamente «D.C.», considerandolo un legame autentico con il suo favoloso passato.

«Come mai zoppichi?». gli chiese Carr sorridendo.

Bryant fece una smorfia, poi sorrise. «Non sono più un ragazzino, D.C.» rispose. «Devo darmi una calmata, capisci cosa intendo? Zoppico per la fatica e per tutte le botte che ho preso in questi anni di Nba».

Carr accompagnò Bryant al pullman dei Lakers e, prima che si separassero, si scattarono una foto insieme. La solitudine di Bryant era palese, dice Carr, ripensando a quel momento. «Era il prezzo che pagava per la sua grandezza».

Trattava la sua solitudine come gli acciacchi alle ginocchia, alle caviglie o alla spalla. Non faceva che assorbirli, e intanto proseguiva col suo ritmo forsennato.

Bryant cominciava a comprendere che poteva pure segnare tutti i punti che voleva, ma non sarebbe comunque arrivato da nessuna parte. Un altro giocatore si sarebbe sentito magari rinfrancato, perché i Lakers non lo avevano abbandonato quando era a terra, e adesso stava finalmente recuperando dal danno che si era procurato. Ma anche durante la favolosa striscia di primavera, Bryant fremeva di rabbia al pensiero che la squadra non potesse puntare al titolo. Ogni volta che parlava con la stampa, quell’argomento tornava sempre fuori.

Nei playoff del 2007, i Lakers uscirono un’altra volta contro Phoenix. Poi, all’inizio della off season, Bryant si imbatté in un gruppo di tifosi armati di videocamera nel parcheggio di un centro commerciale. I ragazzi gli chiesero qualcosa sulla squadra, e lì successe quasi la stessa cosa che era accaduta anni prima, quando Kobe aveva incontrato Carr su South Street a Philadelphia e gli aveva candidamente raccontato del luminoso futuro che lo attendeva. Si fece riprendere dai ragazzi mentre si lanciava in una critica spietata della dirigenza dei Lakers e del giovane centro Andrew Bynum che, appena arrivato nella lega, aveva dimostrato di possedere un talento cristallino ma anche una propensione al lavoro quantomeno sospetta. Bryant minacciò di chiedere di essere ceduto se la situazione non fosse migliorata. Il video girato dai ragazzi divenne subito virale. Non era certo la prima volta che si lamentava della squadra, ma questa volta Bryant aveva tirato fuori tutta la propria rabbia. Jerry Buss era furioso. Lui si era sempre schierato dalla parte di Bryant, in ogni circostanza, ed era così che lui lo ringraziava?

Il proprietario aveva dimostrato più volte di non essere il tipo che perde le staffe facilmente, ma voleva anche essere sicuro che le cose fossero fatte a modo suo. Con l’avanzare dell’età, Buss era diventato misteriosamente più distaccato, ed era venerato dai tifosi di Los Angeles. Dopotutto era l’uomo che aveva portato ai Lakers fior di campioni, ed era dotato di un’aura di potere che incuteva rispetto nelle persone. Il suo fascino e la sua influenza erano innegabili.

Le qualità di Buss, la sua grande intelligenza e la sua visione della squadra andavano a impreziosire la leggenda di un uomo che era stato capace di superare un’infanzia di indigenza grazie alla propria determinazione, fino a ottenere una laurea presso la University of Southern California, che gli aveva permesso poi di costruire una rete di relazioni e un’immensa fortuna, arrivando infine al comando dei Los Angeles Lakers, che governava col piglio del sovrano assoluto. In quel ruolo, aveva dimostrato un amore senza pari nei confronti dei suoi giocatori e un’abilità innata nel riconoscere le persone di talento, che fossero atleti o collaboratori, una qualità che lo aveva portato a diventare la forza propulsiva di una franchigia eccezionale.

L’ex Laker Ron Carter racconta che, nel periodo in cui aveva lavorato per lui, Buss aveva costruito la propria fortuna in modo brillante, e sempre in bilico sul crinale della legalità. La squadra e il Forum Club, racconta Carter, erano di fatto una miniera d’oro che consentiva a Buss di attrarre celebrità e atleti facoltosi, inducendoli a investire nei suoi fondi immobiliari.

In pratica, Buss creava soggetti che investivano nei fondi immobiliari con l’idea di accelerare le deduzioni fiscali e i pagamenti dei mutui su proprietà controllate dalla sua società in accomandita semplice, spiega Carter.

Una volta raggiunto il massimo delle detrazioni possibili, Buss creava un’altra società a cui rivendere il fondo, girando in pratica l’immobile avanti e indietro tra i vari soggetti che controllava, massimizzando nel frattempo ogni svalutazione o rivalutazione e ottenendo altri benefici di legge.

Carter imparò molte cose da Buss, e Buss arrivò perfino a coprire i costi del master conseguito da Carter alla vicina Pepperdine University. Dopo l’acquisto della franchigia, quando le squadre dello Showtime cominciarono a vincere titoli su titoli, il box del Forum a disposizione del miliardario era diventato, in occasione delle partite casalinghe, il luogo ideale dove intrattenere potenziali investitori nel mercato immobiliare.

«Lavoravamo con i fondi immobiliari» spiega Carter. «Jerry convocava le riunioni al Forum. Invitava a cena tutti i soci di un fondo specifico. In pratica facevamo le riunioni dei soci al Forum, presso il Forum Club, e spiegavamo a tutti come avremmo trasferito le proprietà immobiliari a una nuova partnership, e come quel nuovo soggetto avrebbe avuto qualche socio speciale, per esempio Magic Johnson o Kareem Abdul-Jabbar, e chiunque altro fossimo riusciti a convincere.

«Magic, Mark McGwire, Lawrence Taylor e Carl Banks sono solo alcuni dei personaggi famosi che avevano investito il loro denaro nelle nostre imprese. A quel punto usavamo quell’afflusso di denaro più gli immobili per rilevare nuove costruzioni, tra cui alcune bellissime proprietà a Brentwood e a Beverly Hills, tutti edifici piene di appartamenti di pregio».

Dal momento che Buss si era laureato in chimica, decise di dare alle sue società il nome dei vari composti chimici, ricorda Carter. «Guadagnava così tanto dai fondi immobiliari che i suoi avvocati iniziarono a dirgli: “Senti, Jerry, fa’ entrare anche noi. Dacci una fetta della torta”».

La sede della società di Buss, la Mariani, Buss e associati, si trovava in un centro commerciale della California del Sud e, per un certo periodo, in pratica gestiva due diverse squadre Nba, i Lakers e gli Indiana Pacers, di proprietà di un amico di Buss che era anche da tempo un suo socio in affari, un ingegnere di nome Frank Mariani.

In seguito Buss cominciò a occuparsi di tv via cavo e pay-per-view, con l’idea di monetizzare i diritti televisivi regionali sulle partite dei Lakers. Non solo la squadra era una specie di miniera d’oro perché facilitava la conclusione di affari immobiliari, ma era anche una magnifica risorsa dal punto di vista dell’intrattenimento, che avrebbe presto ottenuto favolosi contratti televisivi da più di un miliardo di dollari l’anno.

Tutto questo diede modo a Buss, nel 2000, di svolgere un ruolo importante nella costruzione del nuovo Staples Center. Buss non si rese neppure conto di che affare si sarebbe rivelato in seguito la costruzione del nuovo impianto, ha spiegato Jerry West in un’intervista del 2008. «Diventò in pratica una specie di macchina per stampare banconote».

Buss aveva avuto qualche problema di cash-flow negli anni Ottanta, ed era stato accusato di frode in Arizona perché non aveva pagato le tasse su un grosso lotto di case che aveva acquistato. Buss si limitò a pagare le tasse con gli interessi, e le accuse si dissolsero, ricorda Carter.

In pochi avevano mai osato criticare Buss in pubblico come aveva fatto Bryant. La star aveva oltrepassato ogni limite, e alcuni osservatori vicini alla squadra pensarono che le ore di Bryant ai Lakers fossero ormai contate. Da proprietario della squadra, Buss non aveva mai esitato a liberarsi dei suoi nomi di punta quando questi avevano esaurito la loro utilità. O’Neal si era messo a piantare grane nella stagione 2003-04, e Buss lo aveva sbattuto subito fuori città. Nella stessa stagione, Jackson si era inimicato la dirigenza, oltre che il punto di riferimento della squadra, ed era stato allontanato anche lui.

All’inizio del loro rapporto, pare che Buss avesse promesso a Bryant che sarebbe rimasto un Laker a vita. Il proprietario sapeva meglio di chiunque altro che Hollywood era la casa delle star. Perché i Lakers funzionassero, era indispensabile sfoggiare i campioni più carismatici e seducenti, e Bryant lo era stato, fin troppo. «Credo che Buss fosse ipnotizzato dal fascino e dalla classe di Kobe» spiega il giornalista J.A. Adande, originario della California del Sud. «E, sapete, nonostante tutti i successi ottenuti nel corso degli anni, Jerry Buss riusciva ancora a entusiasmarsi, e credo che Kobe lo entusiasmasse. Jerry poi capiva benissimo cosa funzionasse a L.A., e Kobe è sempre stato la stella di L.A., perché è un tipo che abbaglia, e quelli che abbagliano qui vanno sempre alla grande. Kobe era eccitante ed elettrizzante. È una delle ragioni per cui era più popolare di Shaq. Un altro motivo era la sua predisposizione al lavoro e al sacrificio. L.A. è una città di grandi lavoratori. Dall’esterno non si ha questa percezione perché non ci sono grandi fabbriche, ciminiere o catene di montaggio. La gente è abituata ad associare il lavoro duro a situazioni di quel genere. In realtà anche l’industria del cinema, per quanto possa sembrare frivola e glamour, richiede un lavoro durissimo e una scrupolosa attenzione. Arrivare al successo richiede un impegno costante. Anche dal punto di vista tecnico. Quando bisogna girare un film, quei tizi stanno sul set dalle tre o dalle quattro e mezza del mattino, a sistemare il set, le luci, gli strumenti, il suono. Le loro giornate sono interminabili, e guidano per lunghe distanze, come pendolari. È questa l’industria di L.A., l’industria dello spettacolo, un ambiente in cui si lavora come muli. Ed è questa la tifoseria dei Lakers, gente che lavora sodo dalla mattina alla sera, e che tiene in alta considerazione chi va in campo grazie al duro lavoro».

La folle quantità di lavoro e impegno di Bryant finì per influenzare non solo gli altri giocatori, ma anche la dirigenza stessa.

«Ecco il motivo per cui Buss lo metteva su un piedistallo,» spiega Adande «e sono sicuro che, entro certi limiti, il fatto che fosse così popolare tra i tifosi lo ingraziasse ancora di più agli occhi del capo, perché incrementava il valore della franchigia».

Ora però Bryant sembrava davvero deciso ad andarsene, e non si faceva troppi problemi a mettere in imbarazzo il proprietario. La situazione si fece ancora più tesa durante la off season 2007, quando Buss diede ordine alla dirigenza di cominciare a sondare il mercato in vista di una possibile cessione di Kobe. Nel corso dell’estate e dell’autunno la faccenda rimase delicata, e difficile da sbrogliare. La frustrazione di Bryant e il suo sfogo rabbioso contro la squadra avevano portato tra l’altro a nuove fratture tra lui e i compagni, oltre che con la tifoseria. Quell’estate bastava accennare al nome di Bryant e si finiva presto per ascoltare qualcuno pronto a raccontare quanto Bryant fosse un bamboccio viziato, un mangiapalloni e un frignone.

L’unica voce a favore era, al solito, quella di Tex Winter, che, pur ammettendo che Bryant era stato troppo emotivo nell’esprimere le sue ragioni, sottolineava anche che il ragazzo aveva dato anima e corpo alla franchigia per undici stagioni, lavorando come un pazzo ogni singolo giorno, quasi senza prendersi una pausa. E si era guadagnato perciò un diritto che altri giocatori non avevano.

Winter sosteneva che la squadra, per migliorare, avesse bisogno di una sferzata, e dal momento che il leader del gruppo era Bryant, il compito spettava a lui. «È l’unico ad avere quel potere» disse Winter. «Chi altri ha il carisma per dire ad alta voce quello che non va?».

Anche sull’ipotesi che Bryant fosse un mangiapalloni ormai in parabola discendente, Winter offrì la propria opinione.

«In realtà, noi studiamo i filmati di tutte le partite» disse Winter. «Nella maggior parte dei casi, non è che Kobe forzi così tanti tiri. A volte si scalda e si prende qualche tiro discutibile, ma molti poi entrano lo stesso. Si prende dei tiri che la maggior parte degli altri giocatori non potrebbe mai segnare, e li mette comunque».

Quello che faceva invece scuotere la testa a Winter era che Bryant fosse selezionato quasi ogni anno nel miglior quintetto difensivo della lega. «Mi piacerebbe che difendesse meglio» disse Winter. «Pensa di dover giocare in un certo modo, e questo modo non comprende una difesa come Dio comanda. Gli piace cambiare spesso sui blocchi, e gioca anche un po’ a zona, cercando sempre di rubare la palla o intercettare i passaggi. In pratica è come se giocasse a zona da solo».

Winter voleva vedere Bryant concentrarsi di più sulla difesa e fidarsi un po’ di più dei compagni.

Nell’agosto di quell’anno, Bryant avrebbe compiuto ventinove anni, ed era arrivato alla dodicesima stagione Nba con addosso la pressante consapevolezza di dover a tutti i costi tornare a vincere. Winter, che di anni ne aveva ottantacinque, la sapeva lunga in fatto di tempo. «A questo punto della sua carriera, Kobe comincia a provare un senso di urgenza,» disse l’anziano coach. «Ha voglia di vincere. Non è così che dovrebbe essere?».

Quell’estate, Bryant rispose alle critiche con i fatti durante i provini di Team Usa. C’era chi aveva predetto che l’egoismo di Bryant avrebbe affondato la nazionale. Al contrario, Bryant aveva risposto con tutto il suo amore per il gioco, affrontando le gare con l’energia difensiva di un ragazzino.

Le sue prestazioni sul palcoscenico internazionale resero Winter ancora più curioso di scoprire come avrebbe reagito Bryant, se fosse stato possibile costruirgli intorno un roster dei Lakers più forte. Una squadra con più giocatori di qualità avrebbe tolto dalle spalle di Bryant la pressione di dover sempre e comunque segnare, ragionava Winter. Eppure, mentre l’autunno si avvicinava, la pressione rimaneva pesante, se non altro per via delle altissime aspettative che Bryant continuava a nutrire su sé stesso. Era quello l’aspetto che aveva affascinato tanta gente fin dal suo arrivo nella Nba, quando aveva solo diciassette anni, la sua determinazione nel voler raggiungere il successo a prezzo di qualunque sacrificio. Nel 2007, tutto quello che poteva fare era aggrapparsi alle sbarre della gabbia in cui era rinchiuso e gridare la sua frustrazione all’indirizzo dei ricchi e potenti, a costo di attirarsi il disprezzo dei tifosi. Le sue richieste pubbliche erano solo l’ennesima accezione di una medesima volontà: era disposto a tutto pur di raggiungere i propri obiettivi.

Agli occhi della gente, Bryant era uno che volava sempre troppo in alto, senza rete di sicurezza, con un approccio così coraggioso da essere sfrontato. Ecco perché, a dispetto dei problemi, la sua rimaneva la vicenda più appassionante nella storia dello sport professionistico americano. Nessun altro era pronto come lui a rischiare il tutto per tutto. La posta in gioco era così alta che, per quanto potesse sembrare un personaggio giovanile e affascinante, la sua parabola sembrava destinata a una conclusione catastrofica, il peggior finale possibile per il racconto delle sue imprese.

Nell’autunno del 2007 la giovinezza gli scappava tra le dita, e i punti interrogativi continuavano a sommarsi. La società stava trattando una sua possibile cessione a Chicago o a Detroit, e gli accordi erano già sul tavolo. Così ora toccava a Bryant scegliere. Che si fa adesso, caro signor Bryant? Qual è la risposta alla domanda che ha posto con tanta insistenza? Resta o se ne va? A che punto sono i suoi rapporti con i Lakers di Jerry Buss? Andrà meglio? Oppure peggio?

RISOLUZIONE

Una situazione di quel tipo non poteva che risolversi con un accordo tra i due uomini, avrebbe compreso in seguito J.A. Adande.

«Sapete,» ricorda Adande «ho sempre pensato che fosse stato un errore da parte del dottor Buss liberarsi di Phil e Shaq, e che fosse quello il motivo per cui si era ritrovato in una brutta situazione a metà degli anni Duemila. Mi sembrava che fosse profondamente sbagliato dare tutto quel potere a Kobe, mettendo in pratica il futuro della franchigia nelle sue mani. Il dottor Buss però riuscì a correggere l’errore. Riportò indietro Phil, e mise Kobe al suo posto, almeno in parte».

Fu soltanto al funerale di Jerry Buss, nel 2013, che i tifosi dei Lakers poterono ascoltare la versione di Bryant sulla vicenda, ricorda Adande. «Dopo la morte di Jerry Buss, fu molto interessante sentire Kobe che raccontava come Buss lo avesse convinto che per lui non c’era posto migliore dei Lakers. Kobe era deciso ad andarsene e pretese un incontro con Buss, che gli disse: “Ascoltami bene. La questione è che A) non posso scambiarti, non posso svalutare la squadra in questo modo; e B) se te ne vai, finirai in un posto peggiore di questo”. A quel punto finalmente Kobe capì come stavano le cose. “Ok, ho capito. Non posso obbligarvi a cedermi. È impossibile”».

«Kobe voleva provare a sfidare il modo in cui venivano gestite le cose,» spiega Rudy Garciduenas «ma a volte le cose non vanno come vorresti. Ha imparato che il dottor Buss non era un uomo da sfidare. Se era questo il senso del suo ultimatum, Buss era pronto a raccogliere la sfida. Il dottor Buss era uno stimato e apprezzato uomo d’affari. Non potevi pensare di sfidarlo, o magari ricattarlo in qualche modo, e aspettarti che lui non avrebbe reagito».

Entrambi uscirono da quel confronto con nuovi stimoli e nuove motivazioni.

Un’altra buona notizia fu che Derek Fisher fece ritorno in squadra dopo che un’ottima stagione negli Utah Jazz, coronata dalla partecipazione ai playoff, aveva fatto capire che Fish aveva ancora parecchio da offrire all’inizio della sua dodicesima stagione nella lega. Fish portava in dote la sua straordinaria professionalità e la capacità di tenere testa a Bryant pur rimanendone un fido alleato. Questo di per sé portò a un passo avanti nell’alchimia di squadra e nella tanto rarefatta «fiducia». Non guastava poi che Fish fosse ancora in grado di applicare una discreta pressione sulla palla e di infilare qualche tiro aperto in caso di necessità.

Fisher aveva sempre avuto problemi a difendere sul pick and roll ed era adesso più vulnerabile che mai se doveva marcare guardie giovani e rapide, ma il suo arrivo serviva comunque ad alleggerire un po’ il carico sulle spalle di Bryant.

«Molte delle responsabilità che Bryant si era sempre assunto potevano ora essere divise con Fish» osserva Garciduenas. «Fish era il capitano, quindi potevano condividere la leadership, e Kobe poteva contare su Fish perché si occupasse di interagire di più con gli altri compagni».

Fisher aveva i suoi metodi per fare in modo che l’alienazione di Bryant non finisse per scaricarsi sui compagni. «Fish sapeva che Kobe non aveva la pazienza per rapportarsi con i compagni, che avrebbe creato soltanto problemi» spiega Garciduenas.

Il magazziniere aveva avuto la sensazione che Fisher avesse osservato attentamente la squadra nel corso delle due stagioni precedenti, anche se da lontano.

Con Fisher a dare una mano sul fronte dei rapporti fuori dal campo, Tex Winter si mise al lavoro per aiutare Kobe a modificare il suo stile in modo da rimanere efficace senza dover contare sempre sul suo atletismo, che iniziava a dare segni di cedimento. Questo significava in gran parte lavorare sui movimenti in post basso.

Bryant era arrivato nella Nba già con un’ottima padronanza del gioco in post basso, solo che non c’era mai stata l’opportunità di mandarlo a giocare in post, visto che l’area era sempre occupata da O’Neal quando i due erano compagni nei Lakers.

In passato, però, Winter aveva visto Jordan diventare uno dei migliori giocatori in post basso della sua epoca, pur non essendo un lungo tradizionale. Sotto molti punti di vista, Bryant era abile quanto Jordan in post basso, fatta eccezione per un aspetto fondamentale. «Quello che succede a Kobe, che è un ottimo giocatore di post basso,» diceva Winter «è che spesso prende palla al di fuori dell’area, e i difensori lo spingono ancora più verso l’esterno, verso la posizione di ala».

«È difficile per lui prendere una posizione profonda in post» spiegava Winter. «Michael sapeva prendere posizione un po’ meglio di Kobe. I difensori molto forti fisicamente riescono a spostare Kobe fuori dall’area. Quando succede, sarebbe meglio cambiare strategia invece di provare a sfidare la difesa da lì. Non va bene che lui parta per ricevere in post basso e finisca per giocare sul perimetro».

Questo portò molti a chiedersi se le difficoltà di Bryant in post basso non lo spingessero ogni tanto ad affidarsi troppo al tiro da tre punti. «Mi piace che si prenda un tiro da tre quando ce l’ha» disse Winter. «Kobe è un eccellente tiratore da tre punti. Mi piace vedere che si prende quei tiri quando c’è la giusta spaziatura in campo e la difesa non riesce a chiudere in fretta sul tiratore. Se la palla si muove rapidamente, di solito ne esce un buon tiro. In più, i difensori tendono a fargli fallo sul close-out e questo potrebbe dargli modo di completare addirittura un gioco da quattro punti. Porterebbe a casa molti più giochi da quattro se gli arbitri prestassero più attenzione ai falli che subisce quando tira da tre».

Dopo aver studiato con attenzione i filmati delle partite, Winter decise che Bryant poteva crearsi un vantaggio anche quando attaccava in transizione e la difesa era lenta a reagire. «Se nel rientrare i difensori si staccano troppo, può arrivare alla linea da tre a tirare direttamente» disse Winter.

Winter ammetteva che Bryant aveva cominciato di nuovo a segnare gran parte dei punti «senza veramente giocare nessuna opzione diretta del triangolo», affermando però che «anche se esce dalle soluzioni tipiche del triangolo, riesce a sfruttare le spaziature dell’attacco e il movimento della palla».

Quando la squadra riusciva a giocare le soluzioni dell’attacco, la posizione in cui Bryant risultava più pericoloso era quella di ala piccola, che gli permetteva di operare «dietro alla difesa», come aveva spesso spiegato Winter. «Prende palla in una posizione in cui è isolato e può attaccare un po’ meglio il canestro. In quel modo ha più opportunità di giocare in isolamento. Il triangolo lavora a suo favore, e lui lo sa molto bene». Nonostante gli anni di esperienza e il suo incredibile arsenale offensivo, Bryant tendeva ancora a fermare la palla in attacco, spesso perché i compagni si lasciavano soggiogare dalla sua dominante personalità.

Alla vigilia della loro ottava stagione insieme, il vecchio coach considerava Bryant uno studente ricettivo, ma solo fino a un certo punto. «Conoscete Kobe» diceva Winter con un sorrisetto. «Ha in testa un piano partita tutto suo. In generale credo che mi ascolti abbastanza, ma ha un’idea tutta sua di come deve giocare, e di solito quest’idea non prevede una difesa particolarmente arcigna».

«Il modo in cui difende Kobe influenza tutta la squadra» aggiungeva Winter. «Chiunque non difenda forte con continuità finisce per danneggiare la squadra. Non si tratta solo di Kobe. Le altre nostre guardie corrono molti rischi pur di cercare la palla e finiscono per farsi battere. Un altro problema è la difesa sul pick and roll, che non viene effettuata correttamente».

Nonostante gli screzi con Buss, Bryant era arrivato al training camp con un atteggiamento positivo e cominciava a sviluppare una discreta intesa con Andrew Bynum in post. Anche i suoi rapporti con i compagni sembravano migliorare, ricorda Garciduenas, in parte perché Jackson aveva capito «che non era più opportuno mettersi in contrasto con Kobe». Dopo il ritorno in squadra di Jackson, lui e Bryant si erano avvicinati parecchio, ed erano riusciti a parlare delle loro divergenze d’opinione invece di comportarsi in modo sciocco e conflittuale. «Sotto la guida di Phil,» sostiene Garciduenas «Kobe aveva imparato molto su di sé e su come motivare i compagni. Kobe aveva imparato queste sfumature da Phil e quegli episodi lo avevano aiutato a maturare parecchio».

La sensazione di Garciduenas era che adesso Jackson volesse diventare un fattore più importante nella vita di Bryant, esercitare un’influenza maggiore su di lui. E questo era un aiuto per entrambi.

«Credo che Phil apprezzi Kobe per quello che è e per ciò che può fare per una squadra» spiegava Winter. «Ultimamente gli ha dato molta più libertà, rispetto alle sue abitudini».

Quando gli chiesero se Bryant avesse adesso la stessa libertà di attaccare che aveva Jordan, la risposta di Winter fu: «Più o meno».

La striscia di quattro partite consecutive con almeno 50 punti messi a segno da Bryant la primavera precedente era ancora impressa nella testa del vecchio coach. La prestazione di Bryant, a suo parere, era stata più eccezionale della striscia di sette partite di Chamberlain nel 1961-62.

«La striscia di Wilt era stata più che altro un esercizio di stile, a quei tempi» affermò Winter. «Kobe aveva segnato tutti quei punti contro avversari più combattivi di quelli che si affrontava la maggior parte delle volte Wilt».

Le squadre Nba dell’epoca di Chamberlain non erano molto aggressive dal punto di vista difensivo, spiegava Winter, sentendosi però in dovere di precisare che era stata proprio la sua Kansas State, nel 1958, a chiudere anzitempo la carriera di Chamberlain alla University of Kansas. La squadra di Winter aveva battuto Chamberlain e i Jayhawks sul loro campo di casa.

«Quando Kansas aveva reclutato Wilt, tutti davano per scontato che avrebbero vinto tre titoli di fila» raccontava Winter.

Nel 1957, al suo secondo anno di college, Chamberlain aveva perso la finale Ncaa contro Unc dopo tre supplementari. L’anno successivo, la sua squadra era stata battuta nei playoff da Kansas State, guidata in panchina da Winter. A quel punto, un frustratissimo Chamberlain aveva scelto di saltare l’ultimo anno di college per andare a giocare con gli Harlem Globetrotters, e nel 1960 era sbarcato nella Nba.

A parte Bill Russell, non c’erano molti lunghi di qualità in una Nba in cui figuravano allora solo dodici squadre. «Wilt spadroneggiava su gran parte dei centri di allora» ricorda Winter. «Kobe non è un gigante di due metri e sedici. È un due/tre di taglia normale. Il fatto che un giocatore così sia riuscito a mettere a segno una serie di prestazioni offensive di quel tipo è un fatto assolutamente straordinario. Ed è stato indispensabile per dare alla squadra quelle cinque vittorie consecutive. Senza quei punti, dubito che saremmo riusciti a vincerle».

IL CAMBIAMENTO

A gennaio 2008 i Lakers sembravano aver finalmente trovato il giusto ritmo quando Bynum riportò un infortunio al ginocchio, gettando subito un’ombra sulla stagione. Poi però, all’inizio di febbraio, uno scambio portò ai Lakers il centro Pau Gasol dei Memphis Grizzlies in cambio di Kwame Brown e dei diritti sul fratello di Pau, Marc Gasol, che stava ancora giocando in Spagna. Il dirigente di Memphis che chiuse la trattativa era Jerry West, e il fatto che avesse chiuso lo scambio con la sua vecchia squadra sollevò ululati di protesta da parte dei tifosi dei Grizzlies, che pensavano che West avesse regalato ai Lakers un all-star ricevendo una misera contropartita. Nel corso degli anni, in realtà, Marc Gasol si sarebbe rivelato una pedina fondamentale, spingendo molti a rivalutare la trade dal punto di vista di Memphis, che aveva scelto di sacrificare un giocatore di qualità all’apice della sua carriera per raccogliere maggiori successi a lungo termine.

Questo non significa che non si trattasse di uno scambio fantastico per i Lakers. La presenza di Pau Gasol cambiò la traiettoria della carriera di Bryant quasi all’istante. Lo spagnolo aveva mani eccellenti per ricevere palla in post. Bryant se ne accorse subito e in seguito avrebbe raccontato di aver detto a Jackson: «Con questo andiamo alle Finals».

Bryant e Fisher erano gli ultimi superstiti delle formazioni che avevano vinto i titoli con Jackson all’inizio del decennio. Il grande agonismo delle due guardie rendevano Kobe e Fish l’accoppiata perfetta da affiancare a Gasol, le cui qualità esaltavano a loro volta le doti tecniche di altri come Odom e Walton. Il lungo spagnolo era un giocatore molto versatile, il che dava un’ulteriore impulso all’alchimia di squadra. «Era un ragazzo splendido» ricorda Garciduenas, a cui non dispiaceva nemmeno di avere finalmente qualcuno nello spogliatoio con cui parlare in spagnolo.

Volendo raccogliere in una clip le migliori azioni di Gasol si passa da situazioni abituali in cui era già fortissimo (per esempio quando attaccava il difensore fronteggiando il canestro) ad altre in cui era addirittura sublime (per esempio in una larga vittoria nei playoff in cui cambia mano dietro la schiena in palleggio, a metà campo, prima di chiudere l’azione con un assist al bacio). Le doti tecniche del nuovo centro lo rendevano perfetto per l’attacco triangolo di Winter, sia che giocasse in post, o in ala, o anche nella posizione di pinch post (il gomito sul lato debole).

Gasol era dotato di un tiro frontale affidabile, e le sue virate spalle a canestro, sia verso destra che verso sinistra, ricordavano i movimenti del leggendario Kevin McHale dei Boston Celtics, solo che McHale la mobilità di Gasol se la sognava. Come la sua visione di gioco, se è per questo. I passaggi no look e dietro la testa erano parte integrante del sorprendente bagaglio tecnico di Gasol.

Un fattore decisivo nel successo di Gasol ai Lakers fu il tempismo del suo arrivo. Atterrò a Los Angeles proprio quando Bryant e compagni ne avevano più bisogno. Nel giro di poco più di tre anni, Gasol avrebbe preso di diritto un posto nel pantheon dei grandi centri dei Lakers, una ristretta élite che comprendeva George Mikan, Wilt Chamberlain, Kareem Abdul-Jabbar e Shaquille O’Neal.

Allo stesso tempo, Gasol diede un grosso contributo nel ripristinare la rispettabilità del basket europeo. Per un periodo nei circoli della Nba girava voce che i giocatori europei fossero piuttosto soft. Questa accusa era stata rivolta anche a Gasol, ma la qualità complessiva del suo rendimento nei Lakers era così alta che mise presto a tacere ogni insinuazione.

Le capacità di Gasol in post lanciarono subito la squadra verso una striscia vincente di dieci partite. Il bilancio al momento dell’arrivo di Gasol era di 31-17, ma la squadra conlcuse la stagione con un parziale di 26-8, convincendo molti votanti che Bryant meritava di essere incoronato Mvp della stagione.

Paradossalmente, Bryant si aggiudicò il titolo di Mvp proprio ora che la sua media punti aveva cominciato a scendere, grazie alla maggiore qualità del gioco di squadra. In quella stagione aveva tenuto una media di 28,3 punti, 6,3 rimbalzi, 5,4 assist e 1,8 recuperi, disputando tutte e ottantadue le partite. Era andato oltre i 40 punti soltanto sette volte. Con grande dispetto di Winter, era stato ancora una volta nominato nel miglior quintetto difensivo della lega. Nel corso della stagione aveva raggiunto i 21.000 punti e i 4000 assist in carriera.

Bryant segnò 49 punti nella seconda partita di playoff di quell’anno, una vittoria contro Denver, ma per il resto rimase ampiamente dentro i confini del gioco di squadra mentre la squadra procedeva eliminando Denver, Utah e San Antonio, staccando il biglietto per le Nba Finals. Grazie a quei successi, i Lakers di Bryant si ritrovarono nel ruolo di favoriti per la vittoria del titolo.

Tra coloro che ritenevano che i Lakers potessero arrivare fino in fondo c’era anche Michael Jordan. Durante il camp pre-draft che si teneva a Orlando, in quel mese di maggio, Jordan si mise a spiegare quanto duramente avesse lavorato Bryant per diventare un grande giocatore. Era ovvio che ci fosse un’affinità di fondo tra i due, e Jordan difese a spada tratta Bryant da chi lo accusava di essere soltanto una brutta copia dell’astro dei Bulls.

Jordan non capiva il perché di quelle polemiche. Dopotutto, il comportamento umano era sempre stato imitativo. È così che gli esseri umani imparano, copiandosi e scimmiottandosi a vicenda. Jordan dichairò senza mezzi termini che Bryant era il migliore della generazione di giocatori che erano cresciuti volendo essere «like Mike», come Mike. «Quanti però hanno aperto la strada a me?» chiese Jordan. «È così che funziona l’evoluzione del basket. Non sarei mai riuscito a fare quello che ho fatto se non avessi visto giocare David Thompson e altri campioni del passato. E Kobe non sarebbe riuscito a fare quello che ha fatto se non avesse visto giocare me. È l’evoluzione del basket. Non si può cambiare».

Bryant era quello che meglio era riuscito a «proseguire l’opera» ispirandosi al suo modello, spiegò l’ex numero 23 dei Bulls.

Jordan ammise di essere stato qualcosa più di un semplice osservatore della carriera di Bryant. In realtà ne era affascinato, tanto da riuscire almeno in parte a rivivere la propria esperienza guardando giocare il suo epigono. Dopotutto, anche lui aveva giocato per Phil Jackson, all’interno dello stesso attacco triangolo di Tex Winter. Le rispettive carriere li avevano portati a occupare le stesse posizioni in campo, ad attaccare le difese nello stesso modo, fino a diventare l’arma offensiva principale delle loro squadre, senza abbassare quasi mai l’intensità in difesa.

Di lì a poco Jordan avrebbe visto Bryant e i Lakers sfidare la loro antica nemesi, i Boston Celtics. Anche se le due storiche franchigie tornavano ad affrontarsi in una serie finale per la prima volta da ventun anni, la loro rivalità risaliva a quasi mezzo secolo prima, a un’altra epoca della Nba.

In quegli anni il giocatore più sensazionale della lega era l’ala dei Lakers Elgin Baylor, il primo uomo capace di galleggiare in aria, arrivato nella lega nel 1958, capace di terrorizzare gli avversari con prestazioni leggendarie. I Minneapolis Lakers di allora erano una squadra mediocre, anche se in passato aveva dominato la lega grazie a uomini come George Mikan e Jim Pollard.

Pur avendo chiuso la stagione regolare del 1959 con un bilancio negativo, le prodezze di Baylor nei playoff li avevano portati alla serie finale, dove avevano incontrato per la prima volta i Celtics.

Boston li aveva spazzati subito via. Non era mai successo nella storia dei playoff che una squadra venisse battuta senza vincere nemmeno una partita. Quella serie segnò il karma delle due squadre. Nel 1960 i Lakers si trasferirono a Los Angeles, e presto Jerry West e Elgin Baylor andarono a formare una delle coppie più devastanti del basket pro. Hollywood era la casa delle star, e i due giovani campioni rispondevano perfettamente ai requisiti. Entrambi erano in grado di tenere una media di 30 punti a partita. Ogni anno, però, arrivava il momento dei playoff e sul loro cammino si parava la sagoma inquietante del dominante centro dei Celtics, Bill Russell. Per sei volte, negli anni Sessanta, i Lakers sfidarono i Celtics per il titolo, e per sei volte West, Baylor e compagni ne uscirono sconfitti. Per sei volte dovettero assistere allo spettacolo del boss dei Celtics, il leggendario Red Auerbach, che si accendeva il famigerato sigaro della vittoria.

«Non sai quante volte avrei voluto ficcargli quel dannato sigaro in gola» disse una volta l’allenatore dei Lakers Fred Schaus.

Dopo tutte quelle sconfitte contro i Celtics, West arrivò al punto di non sopportare più la vista del colore verde. Non indossava mai nulla di verde, e non voleva niente di verde attorno a sé.

«Arrivò un momento in cui il verde condizionava la mia vita» spiegò West una volta.

Nelle prime cinque finali perse dai Lakers, i Celtics erano sempre dati come favoriti. Nel 1969, però, i Lakers avevano il vantaggio del fattore campo e schieravano come centro il gigantesco Wilt Chamberlain. Insomma, c’era ragione di credere che quella potesse essere la volta buona. Ma lo stesso Russell e compagni riuscirono a imporsi sui rivali, andando a vincere una storica gara 7 a Los Angeles. West aveva giocato alla grande e venne nominato Mvp delle Finals, l’unica volta nella storia in cui quel premio sarebbe stato assegnato a un giocatore della squadra sconfitta.

In quei giorni, la rivista «Sports» assegnava all’Mvp una bella automobile. West, già provato dalla sconfitta, ebbe un sussulto alla vista dell’auto.

Era verde.

Il complesso di inferiorità dei Lakers aumentò quando, ai tempi dello Showtime, i gialloviola di Magic e Jabbar affrontarono i Celtics di Bird nelle Finals del 1984, e persero ancora. La stagione successiva, però, Magic e compagni riuscirono finalmente a spezzare l’incantesimo e a battere i Celtics al Boston Garden, una vittoria che Jerry Buss festeggiò con momenti di autentico delirio. I Lakers vinsero un’altra volta il titolo a Boston, nel 1987, ma quando la rivalità tornò ad accendersi all’inizio di giugno del 2008, i fantasmi del passato ripresero ad agitarsi nella mente dei tifosi di L.A.

Anche se i Lakers erano considerati leggermente favoriti, Tex Winter era molto preoccupato per la batteria di lunghi dei Celtics, forte della presenza di Kevin Garnett e Kendrick Perkins. Erano troppo duri per i Lakers, predisse Winter. Attorno a quei due, i Celtics schieravano una formazione esperta ed equilibrata con Paul Pierce, Ray Allen e Rajon Rondo, che messi insieme facevano di Boston una superpotenza.

In gara 1, giocata il 5 giugno 2008 al TD Banknorth Garden, Paul Pierce mise una serie di tiri pesanti che diedero ai Celtics la vittoria per 98-88. Proprio come aveva temuto Winter, Boston aveva vinto la battaglia a rimbalzo 46-33, mentre Bryant aveva scagliato 26 tiri mettendone solo 9. Un’altra vittoria sui Lakers in gara 2 portò a 12-1 il record dei Celtics in casa durante quei playoff. I Lakers avevano giocato meglio, preso più rimbalzi, tirato con più precisione, ma vennero sconfitti grazie a una grande prestazione della panchina di Boston. Los Angeles portò la serie sul 2-1 con una vittoria in gara 3 per 87-81 allo Staples Center, con 36 punti di Bryant. Gara 4 però diventò un incubo per i Lakers quando i Celtics accelerarono fino a prendere 20 punti di vantaggio a cinque minuti dalla fine del terzo periodo, strappando una vittoria per 97-91 che dava loro il controllo della serie, per 3-1.

Al termine della gara, Jackson disse che ai suoi giocatori era stato «strappato il cuore».

Con il rischio di consegnare il titolo agli avversari sul proprio campo, i Lakers partirono sparati nel primo tempo di gara 5, poi furono sul punto di crollare ma alla fine trovarono insospettate riserve di energie e riuscirono a sopravvivere, riportando la serie a Boston con una vittoria per 103-98. «Qualsiasi risultato inferiore a questo sarebbe stato umiliante» fu il commento di Winter.

L’umiliazione arrivò in gara 6, dove i Celtics affondarono i Lakers per 131-92, una delle peggiori disfatte nella storia delle Finals, aggiudicandosi la serie per 4-2 e portando il diciassettesimo titolo nella bacheca dei Boston Celtics. Si trattò certamente della peggiore partita conclusiva di una serie finale nella storia della lega, forse addirittura peggiore del tremendo 129-96 con cui nel 1965 i Celtics avevano eliminato i Lakers, indeboliti da un infortunio al ginocchio subito da Elgin Baylor che aveva costretto Jerry West a tenere testa ai Celtics quasi da solo.

La disfatta del 2008 fu una tale umiliazione che paradossalmente riaccese nei Lakers la voglia di rivincita per tutte le sconfitte del passato. All’improvviso, Bryant e Gasol compresero che la rivalità tra Boston e Los Angeles era legata a doppio filo a tutti i demoni e i sortilegi del passato che aleggiavano sulle loro teste, molti dei quali tenuti in vita dall’ossessione personale dello stesso West. La sconfitta subita per mano dei Celtics fu così umiliante per i Lakers di Bryant, che cancellò quasi del tutto le sensazioni positive dovute al fatto che lo stesso Bryant era stato nominato per la prima volta Mvp della Nba.

Poco dopo la conclusione delle Finals, nell’estate del 2008, Shaquille O’Neal festeggiò la sconfitta di Bryant salendo sul palco di un nightclub di New York per esibirsi in una sequenza di rap freestyle: «You know how I be, last week Kobe couldn’t do without me» cantò O’Neal davanti alla folla divertita, che cominciò a inneggiare al colossale centro. Shaq non mancò di accennare anche alle dichiarazioni rilasciate da Kobe alla polizia del Colorado.

«Kobe ratted me out, that’s why I’m getting divorced» proseguì O’Neal, sculettando mentre si scatenava nel suo rap. Il resto della canzone recitava più o meno così: «Dice che Shaq ha dato un milione alla zoccola – io non faccio queste cose, perché mi chiamo Shaquille. (He said Shaq gave a bitch a mil – I don’t do that ’cause my name’s Shaquille). Le amo ma non le lascio. Mi sono fatto una vasectomia, così non faccio figli. Kobe, che sapore hanno le mie chiappe?».

Quell’ultima irridente domanda scatenò l’entusiasmo del pubblico, così come quello del pubblico di Internet. Quell’episodio, dopo l’imbarazzo delle Finals, suggellò l’amara conclusione di una delle migliori stagioni disputate da Bryant.

IL MIGNOLO

Poco dopo il disastro delle Finals, arrivò il momento di tenere fede all’impegno preso per Pechino 2008. L’esperienza olimpica e l’opportunità di collaborare con Mike Krzyzewski rivestivano un’importanza enorme per Bryant, ma sulla scia della tremenda sconfitta dei Lakers in finale, i Giochi assumevano un’importanza perfino maggiore.

Le Olimpiadi finirono per costare a Bryant un altro intervento chirurgico, a cui Bryant si sarebbe dovuto sottoporre durante la off season. Nel gennaio precedente, si era infortunato al legamento del dito mignolo mentre cercava di rubare palla a LeBron James in una vittoria contro Cleveland. Dopo essere stato medicato in panchina, Bryant aveva terminato la partita segnando venti punti ma in seguito aveva dichiarato al «Los Angeles Times» che si trattava forse del dolore più acuto con cui avesse mai giocato.

Alcuni critici avevano sempre dubitato della gravità degli infortuni di Bryant e sollevavano spesso il dubbio che usasse gli infortuni come scusa, il che suonava semplicemente ridicolo per chi lavorava a stretto contatto con lui, a cominciare da Chip Schaefer e dallo storico preparatore dei Lakers, Gary Vitti.

Jackson, che metteva alla prova di continuo Bryant su molti fronti, ammirava la sua capacità di giocare sopportando il dolore.

«È il tipo di infortunio che ti spinge a non voler fare nulla con quella mano, figuriamoci giocare a basket o palleggiare o tirare» dichairò Jackson alla stampa. «È una cosa molto difficile, ma è la rappresentazione perfetta di chi è Kobe Bryant».

Il parere dei medici era di ricorrere a un intervento chirurgico, ma la stagione stava andando troppo bene per abbandonarla, spiegò in seguito Bryant. Questo, ovviamente, voleva dire che non avrebbe potuto operarsi neppure dopo la stagione per via delle Olimpiadi, che si sarebbero svolte in agosto a Pechino.

Nel preparare l’equipaggiamento che sarebbe servito a Bryant per la sua esperienza con Team Usa, il magazziniere Rudy Garciduenas vedeva l’asso dei Lakers carico di entusiasmo in vista della competizione, problemi al mignolo a parte. Non ci volle molto perché i compagni rimanessero impressionati ancora una volta dalla sua proverbiale forza di volontà.

«È probabile che il ricordo più bello che ho di lui risalga al tempo delle Olimpiadi» ha detto Dwayne Wade nel 2015, ripensando a un episodio simile a quello raccontato da LeBron James sulla prima estate in cui avevano lavorato insieme. «Mi ricordo che un giorno arrivammo in una città molto presto, e tutti volevamo farci qualche ore di sonno prima dell’allenamento del giorno dopo. Quando mi sono svegliato e sono arrivato in palestra, Kobe era già lì, sudato fradicio e con la borsa del ghiaccio sulla mano.

«Che stai facendo?» gli chiese Wade.

«Sono già al secondo allenamento» rispose Bryant.

«Era già al secondo allenamento prima ancora che noi arrivassimo in palestra» ricorda Wade. «Fu allora che capii che era un soggetto diverso da chiunque altro. Quell’episodio mi fece capire quanto fosse determinato a essere sempre il più forte di tutti».

Il suo atteggiamento fu di ispirazione sia per lui che per altri membri della squadra, afferma Wade. «Sono sempre stato anch’io uno che lavorava sodo, non mi sono mai tirato indietro da quel punto di vista, ma è solo quando vedi questo genere di cose che capisci la grandezza di un giocatore».

Per Bryant era anche una personale sfida mentale che intendeva lanciare a tutti i compagni. Voleva dire smantellare completamente l’immagine dello sportivo bello e immacolato, quello stereotipo, diffuso in tutti gli sport, soprattutto ai livelli più alti, secondo cui il campione non doveva mai farsi vedere sudato e affaticato.

Bryant era l’antitesi di quell’immagine. Metteva il sudore in bella mostra a beneficio dei suoi compagni in nazionale, anche se evitava di fare comunella con loro a cena. Fuori dal campo, Bryant era considerato una specie di statua di ghiaccio. Non gli interessava affatto costringere i compagni a giocare a carte tutta la notte, come aveva invece fatto Jordan ai tempi di Barcellona 92, tanto che molti giocatori avevano raccontato increduli ad amici e parenti: «Quello non dorme mai».

Uno degli allenatori di Pechino 2008 avrebbe commentato in privato che il distacco di Bryant durante l’esperienza olimpica lo aveva tenuto fuori dal cameratismo che aveva tenuto insieme i compagni – il che probabilmente era vero, dal momento che era sempre stato quello il suo modus operandi –, e che si trattava di un fatto imperdonabile. Nonostante quel distacco, però, si formarono grandi legami all’interno del Team Usa, benché si limitassero perlopiù a rapporti sul campo, frutto del successo comune.

Il disinteresse di Bryant ad apparire «cool» si estendeva anche al terreno di gioco. Quando giocava per Krzyzewski, Bryant a volte sembrava un freshman di Duke, mentre si abbassava sulle gambe a schiaffeggiare il pavimento, quasi ad annunciare grandi propositi difensivi. Per due anni, la sua energia era stata il motore che aveva spinto avanti il Team Usa. Come gli aveva chiesto Colangelo, Bryant si era concentrato più sul far girare la palla e sul tipo di difesa richiesta da Krzyzewski.

Come Winter sosteneva da tempo, nei momenti caldi delle competizioni era difficile per i giocatori di grande talento rimanere disciplinati, trattenere l’istinto a risolvere la partita da soli, ma in quel caso Kobe ci riuscì. Come sottolinea Chip Schaefer, se è vero che i problemi alle caviglie lo avevano aiutato a rallentare un po’ nel 2001 e avevano permesso alla squadra di trovare maggiore coesione, l’infortunio al dito fu probabilmente l’elemento decisivo che impedì a Bryant di strafare nell’agosto 2008, in Cina, spingendolo invece a calarsi nella parte del perfetto giocatore di squadra.

Il Team Usa era straripante e vinse con ampio margine tutte le otto gare della sua Olimpiade, con Bryant che tenne una media di 15 punti, 2,8 rimbalzi, 2,1 assist e 1,1 recuperi a partita. Ne mise 25 nel break decisivo di un tiratissimo quarto di finale contro l’Australia, poi una dozzina in semifinale contro l’Argentina. Durante i Giochi, Bryant sfruttò spesso la penetrazione in palleggio per spaccare le difese, per poi scaricare ai compagni per comodi tiri aperti. La sua capacità di creare gioco per gli altri fu una delle chiavi del successo americano. Nella prima partita contro la Spagna, fece a spintoni con il compagno nei Lakers Pau Gasol, che ora giocava per la nazionale del suo paese. Quando si incontrarono di nuovo nella finale per l’oro, Gasol e compagni erano caricati dall’idea di riuscire a battere gli americani, e misero seriamente in difficoltà Bryant e compagni, che riuscirono comunque ad aggiudicarsi la vittoria per 118-107, coronando la loro missione.

Negli ultimi istanti della finale, Bryant fece ritorno in panchina e Krzyzewski andò ad abbracciarlo. Mentre si abbracciavano, Bryant rovesciò una bottiglia d’acqua sulla testa del coach. Coach K sbatté gli occhi incredulo, poi scoppiò a ridere e si piegò a prendere un asciugamano, il che permise a Bryant di dargli anche una pacca sul sedere.

Quel siparietto era la migliore risposta al rap volgare di Shaq. Kobe stava per assaporare il gusto di una vittoria olimpica, un riconoscimento a cui lo stesso Bryant avrebbe in seguito attribuito maggiore importanze dei titoli Nba, perché in questo caso rappresentava il suo paese.

Dopo aver conquistato l’oro, in teoria avrebbe dovuto prendersi cura del mignolo infortunato, ma Bryant non aveva nessuna intenzione di saltare l’inizio della regular season. Aveva il legamento lesionato e una frattura da sfregamento, il che significava che il legamento, strappandosi, aveva asportato frammenti di osso. Bryant decise di continuare a giocare fasciandosi il dito. Era arrivato alla conclusione che il fallimento contro i Celtics ricadeva sulle sue spalle, in quanto leader della squadra. A quel punto capì di aver anche alleggerito la pressione sui compagni, pensando che con l’arrivo di Gasol fossero tutti sulla stessa lunghezza d’onda. Si era trattato di un grossolano errore di valutazione, perché ora più che mai toccava a lui spingere la squadra.

Come osserva Scoop Jackson, Garnett e i Celtics si erano comportati «da veri stronzi» durante la serie per il titolo, e avevano intimidito i giovani Lakers. «Kobe sapeva di avere a che fare con due dei peggiori stronzi della lega» sostiene Scoop Jackson. «Ovvero Paul Pierce e Kevin Garnett. E non puoi battere due stronzi senza comportarti a tua volta da stronzo. Devi essere capace di scendere al loro stesso livello. Al centro della faccenda c’era Kevin Garnett. Anche se quella era considerata la squadra di Paul Pierce, il capo degli stronzi era Garnett».

Oltre a mettere in campo un’energia senza eguali, Garnett non risparmiava nessuno, ricorda Scoop Jackson. «Kevin spaccava il culo anche ai compagni, e tutti in quello spogliatoio lo odiavano per come li trattava, per come stava loro addosso dall’inizio alla fine. Era la classica relazione di amore/odio, ma lo odiavano perché si comportava da vero stronzo».

Bryant sapeva che era il momento di attingere un po’ al lato oscuro che aveva ereditato dalla madre, un concetto che avrebbe poi raccontato come un tentativo di «scatenare il malvagio» che aveva in sé, al fine di superare i suoi avversari.

«Lo fece consapevolmente» ricorda Scoop Jackson. «Decise che avrebbe portato la stronzaggine a un altro livello, del tipo: “Adesso non si tratta più solo di me. Devo diventare più stronzo con tutti, se vogliamo arrivare dove vogliamo arrivare”. E Kobe lo sapeva. Sapeva di dover diventare a sua volta uno stronzo».

La scelta di Kobe di non operarsi destava qualche preoccupazione. Jerry West, inoltre, dopo aver guardato le Olimpiadi con attenzione, era andato da Tex Winter per raccomandarsi che i Lakers tenessero d’occhio il minutaggio di Bryant, perché gli sembrava che cominciasse a dare segni di affaticamento. Un comportamento poco assennato avrebbe potuto fargli chiudere la carriera in anticipo, avvertì West. Winter, come molti altri, la pensava da tempo allo stesso modo. Anche l’intensità con cui Bryant affrontava gli allenamenti individuali era considerata una delle cause del suo logorio fisico.

E i continui infortuni erano un segnale inequivocabile del fatto che il peso delle stagioni cominciava a farsi sentire. Ne aveva avuti moltissimi nel corso degli anni. Ad un certo punto arrivò addirittura a stirarsi la schiena usando un aspirapolvere, eppure Bryant era il primo a sostenere di non avere tempo per recuperare dagli infortuni. C’era un altro titolo da vincere, e con il titolo un posto nella storia da conquistare.

Una grossa mano gliel’avrebbe offerta come al solito il vecchio amico Tex Winter. Per tre anni, Winter era stato torturato da una forma particolarmente dolorosa di fuoco di sant’Antonio, che lo aveva costretto ad assentarsi spesso nel corso delle ultime stagioni. Alla fine aveva deciso che il miglior modo per tenere la mente impegnata e non pensare al dolore era di tornare a occuparsi della squadra e in particolare di immergersi nel mistero e nelle contraddizioni di Kobe Bryant.

Winter capì fin dall’inizio che i Lakers della stagione 2008-09 erano molto promettenti dal punto di vista difensivo. Su quel fronte, dopo l’esperienza olimpica, Bryant mostrava segnali incoraggianti di concentrazione, che divenne presto contagiosa per il resto della squadra.

Per di più, il coach e la squadra sembravano adesso sulla stessa lunghezza d’onda. La bruciante sconfitta contro i Celtics li aveva uniti e aveva dato a tutti una motivazione ulteriore, risvegliando addirittura Jackson dalla sua tradizionale imperturbabilità Zen.

«Quell’umiliazione gli ha dato una motivazione così forte che ha deciso di affrontarla ripartendo proprio da lì» osservò Winter. «Ed è esattamente quello che sta facendo. Adesso vuole controllare tutto molto più di quanto facesse in passato».

Finalmente, con il rientro di Trevor Ariza dal suo infortunio, la squadra aveva la profondità auspicata da Jackson. Andrew Bynum aveva continuato a rinviare il suo intervento chirurgico e per questo motivo era adesso costretto a saltare la prima parte della stagione, ma il resto del roster era decisamente maturato, e la loro confidenza con il sistema continuava ad aumentare.

Winter sottolineava inoltre che l’esperienza olimpica aveva aiutato Bryant a calarsi meglio in un contesto di squadra, e la nuova qualità del suo gioco non cambiò una volta tornato dalla Cina.

Winter esortò Bryant a fidarsi ancora di più del suo gioco sul perimetro, riducendo le scorribande a canestro che sembravano esporlo maggiormente al rischio di infortuni.

«Kobe deve mettere i suoi tiri» diceva Winter, valutando la situazione. «Deve prendersi quei tiri da fuori. Sono importanti per la squadra. Non può sempre attaccare il canestro».

Con Bryant era sempre una questione di equilibrio, sosteneva Winter. Il vecchio coach continuava a ricordargli che doveva mantenere un giusto mix di entrate a canestro e tiri da fuori. Sembrava facile, ma non era mai semplice trovare il giusto equilibrio durante una partita. «Kobe non può affidarsi soltanto a una o l’altra delle due cose» affermava Winter. «Kobe vuole coinvolgere tutti, il che è un bene. A volte però ci prova fin troppo. Con gente come Kobe o Jordan, è sempre una questione di equilibrio».

Il problema più arduo restava sempre l’impiego eccessivo di Bryant. All’inizio della stagione, Jackson disse che il minutaggio della sua star sarebbe diminuito. Era chiaro che il processo di ricostruzione dei Lakers, negli ultimi quattro anni, aveva pesato parecchio sulle sue spalle.

Come aveva detto più volte lo stesso Bryant, non era tanto l’età, quanto il chilometraggio a condizionare la carriera di un giocatore. A trent’anni compiuti, il suo contachilometri cominciava a segnalare danni da usura.

Il grosso vantaggio in quel mese di novembre era che, oltre a mettere in campo un ottimo quintetto base, i Lakers avevano una panchina lunga e piena di energia, che permetteva a Jackson di far riposare Bryant per lunghi spezzoni di gara. Non c’era bisogno che segnasse un sacco di punti, perché le riserve impegnavano a fondo gli avversari.

Se da un lato Lamar Odom era diventato un po’ l’emblema della mancanza di continuità e di durezza mentale che erano state il vero limite dei Lakers nella serie con i Celtics, dall’altro però dava alla squadra il vantaggio di una grande versatilità. Il ritorno di Bynum dall’intervento fece spostare Pau Gasol in posizione di ala grande, mentre Odom passava a fare l’ala piccola, anche se Odom finiva spesso per giocare addirittura da guardia nel triangolo, come faceva spesso Pippen nei Bulls, per lasciare spazio in ala a Bryant. Odom era in grado poi di tornare a fare l’ala grande quando gli accoppiamenti difensivi sconsigliavano l’utilizzo contemporaneo di Gasol e Bynum.

In dicembre però il contributo della panchina svanì misteriosamente, quando i compagni di Bryant si ritrovarono all’improvviso in difficoltà dal punto di vista mentale.

«Credo che il problema di alcuni giocatori sia che non hanno ancora fiducia nelle loro possibilità. E credo che la cosa adesso sia piuttosto evidente» disse Winter, con una chiara irritazione nella voce, aggiungendo che la situazione costringeva Bryant e Gasol a doversi caricare la squadra sulle spalle. «Siamo di nuovo al punto che Kobe pensa di dover fare tutto da solo. È piuttosto scoraggiante vedere che i compagni non riescono a fare quello che tutti si aspettano da loro».

Quando i compagni stentavano e Bryant si prendeva tutte le responsabilità, la squadra si trovava presto a rivivere la stessa spirale distruttiva del passato.

«Non c’è modo di aiutarlo in quella situazione» diceva Winter. «Gli altri non vengono più coinvolti quando lui si mette a giocare in quel modo».

In passato, Jackson aveva chiesto aiuto agli psicologi per rinforzare lo spirito competitivo dei suoi uomini. Winter, tuttavia, non era convinto che fosse questa la soluzione giusta, in questo caso.

«Devono cavarsela da soli» disse. «Come professionisti dovrebbero avere un senso della sfida abbastanza sviluppato da tirarsene fuori per conto proprio».

Non c’è da meravigliarsi, dunque, se la risposta tornava sempre a battere sullo stesso tasto. «Molto dipende da Kobe, dal fatto che riesca a mantenere l’atteggiamento giusto e continui a giocare come deve» sosteneva Winter. «Se comincia a non fidarsi più dei compagni, come già è successo in passato, e si mette a giocare da solo, non andremo da nessuna parte. Ma è sempre quello il rischio con gli atleti di quel livello».

Era forse quello il maggiore punto di contatto tra Kobe Bryant e Michael Jordan, sostiene Winter, aggiungendo che era anche l’aspetto che lo avvicinava ad altri grandi del passato, come Jerry West e Oscar Robertson.

«Una cosa che accomuna campioni come Kobe e Michael e West e Oscar» diceva Winter «è che vogliono sempre eccellere, e non si accontentano di niente di meno. È questo che li rende quello che sono. Sono tutte personalità molto complesse».

Nonostante le sue preoccupazioni, Winter rimaneva ottimista, soprattutto perché al timone c’era sempre Jackson. «Phil se la cava molto bene» diceva Winter. «Non è il tipo che si esalta troppo né si deprime troppo. Per un allenatore è un grande pregio».

Proprio quella caratteristica aveva permesso a Jackson di superare molte tempeste nel corso degli anni. Ma durante la stagione 2008-09, Jackson iniziò ad accennare alla possibilità di ritirarsi l’anno seguente.

Per chi conosceva Jackson da tempo, quell’affermazione non era certo una novità, bensì una delle tattiche consolidate per trasmettere alla squadra un senso di urgenza, nella speranza di riuscire a rafforzare il morale e la solidità psicologica un gruppo di giovani di talento la cui fragilità era stata pubblicamente smascherata sei mesi prima dai Boston Celtics. La partita di Natale proprio contro Boston arrivava nel bel mezzo di una striscia vincente di sei partite e dava loro l’opportunità di esorcizzare almeno in parte i loro demoni. I Lakers non si fecero scappare l’occasione e chiusero l’anno solare con un bilancio di 25-5.

Arrivarono a 37-9 alla fine di gennaio, un miglioramento che dimostrava la crescita di Bryant come leader, osservò Brian Shaw in quel periodo. Molti non capivano quanto impegnativo fosse diventato il compito di Bryant in seguito alla devastante sconfitta contro Boston, disse Shaw. Tutto partiva sempre dalla sua continua voglia di migliorare sul piano individuale, di esprimersi sempre ai massimi livelli. «Ha sempre quella grandissima disciplina, quell’incredibile attenzione ai dettagli».

Nel corso dell’anno, però, Bryant aveva rivolto lo stesso sforzo e la stessa attenzione per aiutare anche la squadra e i compagni a crescere, spiegava Shaw. «L’aspetto in cui è migliorato di più è stato la capacità di guidare e dare fiducia ai compagni. Adesso si fida completamente di loro. È più aperto nei loro confronti di quanto lo sia mai stato con qualsiasi gruppo che abbiamo avuto a Los Angeles.

«È diventato un uomo» proseguiva Shaw. «Alla fine della serie contro Boston, l’anno scorso, Kobe ha ammesso che erano loro la squadra più forte. Erano più duri, più fisici di noi».

Bryant aveva detto ai compagni che dovevano diventare tutti più duri fisicamente e mentalmente, lui compreso.

«Kobe ha detto: “Non possiamo trasformare in duri dei ragazzi che in realtà non lo sono. Possiamo però fare in modo che arrivino fisicamente preparati, e possiamo coprire le nostre debolezze a vicenda”. Ed è su questo che ci siamo concentrati. Aveva indicato molto bene l’obiettivo».

«Una delle cose che sta facendo meglio quest’anno è raddrizzare la rotta quando iniziamo le partite un po’ molli» spiegava Shaw. «In quel caso parte subito molto aggressivo e ci mette tutti in partita. Se i ragazzi all’inizio si presentano subito belli tosti, lui lascia loro spazio. Si mette a passare la palla a e facilitare lo sviluppo del gioco. Poi si sa che possiamo sempre andare da lui nell’ultimo quarto e ottenere quello che ci serve».

La leadership di Bryant continuava a fondersi alla perfezione con le prestazioni in continua crescita di Gasol, con la sua durezza, la sua esperienza e le sue qualità a rimbalzo. Nella loro prima stagione intera insieme, lo spagnolo e Bryant fecero notevoli passi avanti.

I Lakers chiusero alla grande la stagione regolare e avevano appena cominciato i playoff con grande slancio quando arrivò la notizia che Tex Winter era stato colto da un infarto durante una cerimonia in Kansas in onore di una delle sue squadre del passato. L’improvvisa assenza di una figura così importante sembrò scuotere in profondità Jackson, ma Bryant azzardò la previsione che Winter non si sarebbe arreso e sarebbe tornato presto.

Non andò così. La capacità di comunicazione di Winter era stata danneggiata in modo permanente, insieme ad altre funzioni. Le condizioni di Winter migliorarono a poco a poco, guardando i Lakers in tv, ma non poté più tornare ad allenare.

Bryant arrivò lentamente a comprendere che avrebbe dovuto rinunciare alla presenza costante di Winter al suo fianco. La sua mente continuava a tornare a uno strano momento che avevano vissuto insieme appena prima della parata celebrativa del titolo vinto dai Lakers nel 2000. Fregandosene del tutto delle circostanze, il vecchio coach aveva cominciato a sgridare i Lakers per i passaggi dal petto, perché nessuno di loro era in grado di eseguirli in modo corretto. A Bryant scappava da ridere ogni volta che ci pensava. I Lakers al completo si accingevano a festeggiare il grande traguardo con le critiche a dir poco fuori luogo di Winter nelle orecchie. Il suo vecchio Yoda era letteralmente ossessionato dalla perfezione, proprio come Bryant. La ricerca di quella perfezione, più di ogni altra cosa, era la vera essenza del loro rapporto.

L’assistente dei Lakers Craig Hodges, che aveva giocato per Winter a Long Beach State e con i Chicago Bulls, rimase in contatto con la famiglia di Winter dopo l’infarto, e rassicurò tutti sul fatto che il coach avrebbe continuato a seguire la squadra in tv dalla sua casa nell’Oregon.

Consapevole che gli occhi di Winter erano ancora su di lui, Bryant onorò il maestro con una serie di prestazioni eccezionali, in quella primavera, mentre i Lakers si sbarazzavano di Utah prima affrontare gli Houston Rockets di Ron Artest in una battaglia che arrivò fino a gara 7. Batterono poi Denver in sei partite, e si presentarono alle Nba Finals contro Dwight Howard e gli Orlando Magic.

La serie contro Denver fu quella in cui scattò qualcosa di particolare nei Lakers, dopo tanti anni di tentativi. Il lavoro svolto sul triangolo cominciava a raggiungere lo stadio degli «automatismi», come li definiva Winter, il che voleva dire che gli allenatori non dovevano più chiamare le opzioni perché i giocatori erano diventati così pratici dell’attacco che potevano leggere da soli la difesa ed effettuare i tagli e i passaggi necessari ad affrontarla. Come spiega Luke Walton, un altro dei preferiti di Winter nei Lakers, i giocatori lo capirono da soli in gara 6 delle finali di conference, quando la qualità del gioco toccò livelli sublimi e i Lakers distrussero i Denver Nuggets.

Eppure, anche se la squadra aveva giocato benissimo contro i Nuggets, i giocatori sapevano che Winter non si sarebbe mai dimostrato troppo soddisfatto.

«Avrebbe trovato comunque il modo di urlarci dietro qualcosa» dice sorridendo Walton.

Mentre lavoravano per portare Jackson al decimo titolo, i Lakers continuavano a tenere Winter nei loro pensieri. Questo fornì loro una motivazione extra per raggiungere a tutti i costi quei preziosi automatismi. Come spiega Walton, non c’era bisogno di esprimere certe cose ad alta voce. Era meglio lasciare tutto sottinteso.

Jackson rimase sconvolto dai problemi di salute di Winter, secondo le persone a lui più vicine, benché preferisse evitare di esprimersi in pubblico sull’argomento. Anche con la squadra, accennava alla cosa solo in modo vago. «Ci insegna e ci spiega sempre quello che il suo mentore ha insegnato a lui» raccontò in quel periodo Walton. «Noi pensiamo sempre molto a Tex, e ne sentiamo la mancanza».

In gara 1 delle Finals contro Orlando, i Lakers volarono sospinti da quell’ondata di entusiasmo così speciale, quasi mistico. Naturalmente i 40 punti di Bryant giocarono un ruolo decisivo, ma dietro a quella vittoria c’era molto di più. Ciò che contava era il modo in cui Bryant e i Lakers raggiunsero la vittoria. I punti di Bryant arrivarono all’interno dell’attacco triangolo. I Lakers innestarono i famosi automatismi e presero tutto quello che la difesa concedeva loro, che poi era sempre stata la direttiva principale di Winter. I 25 punti di scarto finali fanno capire quanto la difesa di Orlando si fosse trovata in difficoltà in quel frangente.

A fine partita, i giocatori di Orlando avevano lo stesso sguardo da cane bastonato che avevano gli avversari dei Bulls verso la fine degli anni Novanta.

Prima di gara 1, l’esperto assistente dei Magic Brendan Malone dichiarò che i Magic avrebbero contrastato il triangolo cercando di spezzare il ritmo dei tagli a canestro dei Lakers. «Dobbiamo mettere il corpo davanti a chi taglia» disse Malone. Avrebbe potuto funzionare contro una squadra meno esperta e non ancora in possesso degli automatismi dell’attacco, come era successo negli anni precedenti. Ma, come diceva Walton, questi Lakers erano molto cresciuti nell’interpretazione del sistema, e adesso erano in grado di leggere e reagire a qualsiasi scelta difensiva adottata dai Magic.

«Si è trattato di un aggiustamento costante» spiegò Walton. «Ma è stato verso la fine della serie contro Denver che siamo riusciti davvero a esprimerci a un altro livello».

I giocatori, proseguiva Walton, erano arrivati a comprendere che «potevamo sempre prenderci un buon tiro, se facevamo le giuste letture».

Essere in campo in momenti Zen come quelli voleva dire sperimentare un livello di basket raro e meraviglioso. «Quando hai la palla in mano,» concludeva Walton «e intorno a te vedi gente che si muove e taglia, quello è un modo fantastico di giocare a basket».

Un’osservazione che avrebbe riempito d’orgoglio Tex Winter.

Oltre alla soddisfazione di veder giocare il suo attacco a quei livelli di perfezione, il vecchio coach sarebbe senz’altro stato felice di vedere Kobe Bryant finalmente a suo agio nel ruolo di leader a tutti gli effetti. Come già era successo a Jordan in passato, Bryant non era proprio amato dai compagni, ma si era comunque guadagnato un immenso rispetto.

I Magic aprirono gara 3 tirando con percentuali pazzesche, e dal momento che Bryant era deciso a chiudere il discorso sul titolo, rispose a sua volta con una prestazione offensiva esplosiva che tenne i Lakers in partita per tutto il primo tempo.

Lo sforzo tuttavia sembrò costare molte energie a Bryant, come evidenziano le sue difficoltà nella seconda parte della gara e specialmente da una sanguinosa palla persa nell’ultimo quarto, che costò cara ai Lakers. Bryant peraltro aveva già dato segni di stanchezza durante la battaglia nelle finali di conference contro Denver.

Il calo di energia in gara 3 sembrava confermare le preoccupazioni di West sulla necessità di ridurre il minutaggio di Bryant in ogni partita. Lo staff tecnico aveva monitorato attentamente la situazione nel corso della stagione, disse Shaw, aggiungendo però che farlo restava un’impresa per via dell’agonismo smisurato Bryant. In gara 3, Jackson aveva fatto riposare Bryant in panchina nell’ultimo quarto nella speranza che recuperasse le forze. «Fosse per lui, resterebbe sempre in campo» disse Shaw. «Da allenatore, devi dargli un po’ di riposo. Devi proteggerlo da sé stesso. A volte si mette quasi a supplicare in panchina: “Fammi entrare. Fammi entrare”. Alla fine possiamo solo accontentarlo, ma sarebbe meglio resistere e tenerlo fuori».

La gestione del minutaggio di Bryant e della sua smania di competizione sarebbe diventato un fattore chiave nell’ultima parte della sua carriera.

Nell’immediato, però, Bryant e i Lakers si ripresero in fretta. Dopo la sconfitta di gara 3, fecero a pezzi i Magic in due partite consecutive aggiudicandosi la serie per 4-1, e Bryant venne nominato Mvp delle Finals per la prima volta nella sua vita.

J.A. Adande ricorda che O’Neal, appena conclusa la serie, postò questo messaggio su Twitter: «Sono sicuro che adesso Kobe mi dirà: “Shaq, dimmi che sapore hanno le mie chiappe”. Congratulazioni, Kobe».

Adande ritornò subito in campo e mostrò il messaggio a Kobe, che stava ancora festeggiando.

«Alzai il telefonino» ricorda Adande «e gli dissi: “Kobe, guarda cosa dice Shaq. Kobe era più felice che mai. Era al settimo cielo. Non avrebbe permesso nemmeno a Shaq di rovinargli quel momento. Disse solo: “Shaq è uno sciocco”. Ma lo disse in tono affettuoso».

DÉJÀ VU

Jerry West aveva suscitato risate e perplessità durante i playoff quando aveva detto che LeBron aveva rimpiazzato Bryant come miglior giocatore della Nba. Da un certo punto di vista, West stava semplicemente facendo quello che era stato pagato per fare negli ultimi trent’anni, ovvero valutare il talento che vedeva nella lega. James era più grosso, più forte fisicamente e più potente di Bryant e, di conseguenza, riusciva a fare più cose in campo rispetto a Bryant.

West era un esperto di quel tipo di paragoni. Lui stesso aveva passato la carriera a sopportare il paragone con l’ingombrante figura di Oscar Robertson. In effetti, West era ossessionato da questo tipo di confronti e spesso li usava per motivarsi. In realtà sapeva benissimo che discussioni del genere erano destinate a rimanere irrisolte, benché fossero spesso la linfa vitale di cui la Nba si nutriva, fungendo da stimolo sia dell’interesse dei tifosi che delle prestazioni in campo. Larry Bird e Magic Johnson erano l’esempio perfetto: due giocatori legati da una rivalità accesa che aveva portato entrambi a raggiungere la vetta assoluta del proprio gioco.

Era vero dunque che James era diventato più forte di Bryant?

West aveva fatto anche questa osservazione: è possibile vedere quello che un giocatore fa in campo, le sue doti fisiche, ma è quasi impossibile leggerne il cuore.

Dopo le Finals del 2009, una cosa era certa riguardo a Bryant: a trentun anni era pronto a dare tutto quello che aveva, senza risparmiarsi. Il cuore, nel suo caso, non era in discussione.

Per Bryant, la risposta a qualsiasi paragone con altri giocatori era semplice. Parlavano i titoli vinti. È così che sarebbero stati misurati nel corso del tempo.

Bryant si era fratturato il dito indice della mano destra nel gennaio 2009, altro doloroso infortunio che interferiva con il suo tiro. All’inizio della stagione 2009-10, non c’era tempo per l’intervento chirurgico. C’era a malapena il tempo di prepararsi per la nuova campagna, da affrontare senza cambiamenti significativi nel roster. Trevor Ariza aveva firmato con Houston, e al suo posto, proprio dai Rockets, era arrivato ai Lakers Ron Artest. Privati del supporto del tiro da fuori di Ariza, ai Lakers non sarebbe bastato affidarsi a una raffinata esecuzione del triangolo per vincere di nuovo il titolo. Questa volta ci sarebbe stato bisogno di tutta la grinta e la durezza mentale di Ron Artest.

Come altri veterani che avevano costruito un’intera carriera giocando in modo abbastanza istintivo, Artest considerava il triangolo una materia incomprensibile, il che significava che l’esecuzione da parte della squadra rischiava di regredire paurosamente.

Artest però era un giocatore di forte personalità, e aveva una voglia tremenda di vincere il suo primo titolo Nba. Il suo contributo di energia fu per i Lakers un potentissimo propellente nella strada per il titolo.

All’inizio della stagione, Jerry Buss annunciò l’intenzione di fare un passo indietro e di affidare le sorti della franchigia al figlio Jim, scatenando di fatto una durissima lotta fratricida tra quest’ultimo e la sorella Jeanie, ancora legata a coach Phil Jackson.

Jackson rimase sul vago per quanto riguardava il suo futuro alla guida della squadra. Alla stampa disse che un’eventuale conferma dei Lakers come campioni Nba avrebbe potuto influenzare la scelta se tornare o no la stagione successiva, anche se non sarebbe stato l’unico criterio.

Il «Los Angeles Times» riferì che i Lakers e Pau Gasol (che vantava un contratto da 16,5 milioni nel 2010 e 17,8 nel 2011) avevano raggiunto l’accordo per un’estensione triennale del contratto fino alla stagione 2013-14.

Il «Times» scrisse inoltre che Bryant, che aveva una clausola di uscita dal contratto che lo avrebbe reso free agent nel 2010, avrebbe presto siglato un nuovo accordo.

Si diceva infine che la squadra aveva chiesto a Jackson, che al momento era l’allenatore più pagato della Nba con dodici milioni annui di stipendio, oltre a essere il più vincente con dieci anelli alle dita, di accettare una riduzione del compenso in un’operazione di contenimento dei costi che avrebbe permesso ai Lakers di mantenere intatto il nucleo della squadra.

Quando i giornalisti chiesero a Jackson se avrebbe accettato una riduzione dell’ingaggio, il coach troncò le interviste chiedendo a sua volta: «Perché, voi accettereste?».

I Lakers partirono col piede giusto, superando alcuni infortuni, ma dopo una trasferta in gennaio Lamar Odom disse che la squadra soffriva la mancanza dell’occhio critico di Tex Winter. Non c’erano dubbi, sosteneva Odom, su quali obiezioni avrebbe mosso il coach alla squadra.

«Sicuramente direbbe a Kobe di muovere di più la palla» aggiunse Odom con una risata. «Ma lui diceva sempre a Kobe di muovere di più la palla, anche quando Kobe la stava già muovendo. Ci direbbe anche che la palla dovrebbe schizzare come una saetta. Ci direbbe di passare meglio, di fare più assist».

E se la squadra si concedeva delle pause in difesa, continuò Odom, Winter individuava il problema anche in quel caso nell’esecuzione imperfetta del triangolo.

Questo perché il triangolo, come attacco di squadra, prevedeva un costante equilibrio nelle spaziature, che metteva i giocatori nella situazione di poter sempre rientrare in difesa senza subire facili canestri in transizione.

Era un sistema spesso criticato dagli esperti ma che aveva fruttato dieci degli ultimi venti titoli Nba. Era abbastanza efficace da farne vincere un altro? Il basket pro era sempre stato caratterizzato da uno stile più libero, fino all’avvento del sistema di Tex Winter, più strutturato e disciplinato.

«Quello che molti non capiscono è che è molto simile a un attacco alla zona» disse Odom. «Crei un sovrannumero su un lato, e hai sempre giocatori in ottima posizione per il rimbalzo d’attacco. Devi solo andare a occupare certe posizioni. È un attacco che predilige il passaggio. Si passa la palla all’uomo libero e si vede cosa succede».

Odom disse che gli sembrava di sentire ancora nelle orecchie la voce di Winter che dava istruzioni sul gioco. «L’esperienza è la migliore maestra» spiegava Odom, con un tocco di tenerezza nella voce. «Tex era stato dappertutto. E aveva sempre qualche aneddoto da raccontare. Mi manca la sua presenza. Manchi a tutti noi, Tex. Un sacco».

Anche se dover fare a meno di Winter costituiva un grosso cambiamento per i Lakers, un elemento era invariato: l’approccio di Bryant al gioco.

«Conosciamo bene le sue intenzioni» aggiunse Odom con una risata. «Ogni volta che entra in campo si mette ad attaccare come un matto. Ma è un diritto che si guadagna ogni singolo giorno. Se lo guadagna eccome».

Giunto ormai alla seconda stagione completa accanto a Bryant, in gennaio Gasol disse che doveva continuare a lavorare a rimbalzo offensivo perché l’attacco gli metteva a disposizione solo cinque tiri a partita.

Alcuni cronisti presero quella frase come una sottile frecciata all’indirizzo di Bryant, ma sia Gasol che Odom precisarono che non era il caso.

Si trattava più che altro della conferma dell’efficacia di un giocatore su cui spesso si concentravano gli sforzi difensivi degli avversari. «Pau si fa sempre trovare preparato. Appena prende la palla è pronto a far partire quel suo gancetto sinistro. Ha un arsenale di tiri e movimenti incredibile. Noi cerchiamo di fargli arrivare la palla il più possibile» disse Odom. «Quando Kobe si accende, sappiamo tutti che rimarrà aggressivo, continuerà a dare battaglia all’arma bianca. Pau è così versatile, ed è molto sottovalutato come rimbalzista. Può far male alle squadre avversarie in molti modi diversi. Anche con i passaggi, per esempio. È bravissimo a passarmi la palla sotto canestro. Dà sempre quattro, cinque o sei assist a partita».

Gli avversari e una fetta di tifosi avevano cominciato a definire «assist alla Kobe» i canestri segnati da Gasol e dai suoi compagni su rimbalzo d’attacco. Il punto era che per i compagni era più facile catturare il rimbalzo su un suo tiro sbagliato piuttosto che farsi passare la palla da lui.

Nonostante i Lakers cercassero poche volte di favorire Gasol, l’instabilità del roster e gli infortuni avevano accresciuto l’apprezzamento della squadra nei confronti del lungo spagnolo.

Gasol aveva saltato l’inizio della stagione 2010 per via di un infortunio all’adduttore ma, dopo essere rientrato in quintetto e ritrovato forza e mobilità, si era stabilizzato su una media di 18,3 punti e 11,3 rimbalzi, che si combinavano a meraviglia con la media di 27 punti, 5,4 rimbalzi e 5 assist di Bryant.

L’ottima annata di Bryant metteva in luce anche un altro aspetto dell’impatto di Gasol, ovvero i raddoppi che attirava in modo sistematico ogni volta che prendeva palla in post basso. «Le squadre raddoppiano un sacco Pau» disse Odom. «Un sacco».

Quei raddoppi creavano spazio a Bryant per attaccare. «Il mio giocatore preferito, se devo essere sincero, è Pau Gasol» diceva Bryant ai ragazzini che frequentavano la sua scuola di basket. «La sua versatilità non ha eguali. È un grande esempio per i giovani. Sa usare la mano sinistra esattamente come la destra. È un lungo che sa mettere palla per terra, sa giocare in post, tira, prende i rimbalzi. Sa fare tutto, in pratica».

L’alleanza tra Gasol e Bryant si traduceva in una micidiale combinazione di pick and roll, capace di offrire un raro motivo per sorridere perfino al super esigente Bryant. La sua soddisfazione per quell’alleanza aumentò di diverse tacche durante i playoff del 2010.

Nel corso della stagione, Bryant aveva segnato sei volte il canestro della vittoria, più di qualsiasi altro giocatore di quel decennio, ed era diventato il più giovane nella storia a raggiungere i 25.000 punti in carriera. Durante una partita a Toronto, in gennaio, aveva stabilito il suo record personale di rimbalzi, catturandone 16.

Andò otto volte sopra i 40 punti e, sempre nel corso di quella stagione, arrivò alla centesima prestazione da almeno 40 punti della sua carriera.

In una gara a Memphis, in febbraio, segnò 44 punti (neanche a farlo apposta, il numero di maglia di Jerry West) superando proprio West come miglior realizzatore nella lunga storia della franchigia.

Pur continuando a giocare ad altissimi livelli in attacco, la stagione di Bryant fu contrassegnata dagli infortuni. Uno stiramento al tendine d’Achille del piede sinistro pose fine alla sua striscia di tre anni senza saltare una partita, e lo costrinse in panchina per due settimane nel mese di febbraio.

Gli infortuni però non si tradussero per forza in uno svantaggio per la squadra. Uno dei momenti chiave della stagione arrivò con una sconfitta a Dallas, quando Bryant restò in campo, tormentato dagli spasmi alla schiena oltre che dai problemi alle dita, fermandosi a soli 10 punti segnati ma aiutando i compagni a metterne altri 86.

I problemi di Artest nel comprendere i meccanismi del triangolo costrinsero però Jackson ad affidarsi sempre meno al suo sistema strutturato. Un po’ per questo e un po’ per vari infortuni, i Lakers si fermarono a cinquantasette vittorie nella regular season, sufficienti comunque per aggiudicarsi il titolo della Pacific Division.

Anche se riuscirono a ottenere un discreto bilancio vittorie-sconfitte, in quella stagione, diventava sempre più evidente che Bryant, che aveva appena firmato un rinnovo triennale per quasi trenta milioni di dollari a stagione, cominciava ad accusare i problemi che tutti i giocatori affrontavano alla sua età. Le due lunghissime stagioni precedenti, culminate con la partecipazione a due Nba Finals consecutive e inframmezzate dalla vittoria olimpica del 2008 col Team Usa, lo avevano letteralmente consumato. L’infortunio al dito indice lo aveva costretto a modificare il suo stile di gioco, abbassando in maniera sensibile le sue percentuali al tiro.

Si trovava a questo punto intrappolato in una nuova realtà da cui non poteva fuggire, come già era successo ad altri grandi del passato. Larry Bird aveva trascorso gli ultimi anni della sua carriera lottando contro gli speroni ossei nelle caviglie e diversi problemi alla schiena, il prezzo che aveva dovuto pagare per aver sempre giocato senza risparmiare un briciolo di energia. Per Magic Johnson, la fine era arrivata in seguito a un’imbarazzante sconfitta per opera di Jordan e dei Bulls nelle Finals del 1991, seguite pochi mesi dopo dalla scioccante rivelazione di essere positivo all’Hiv. I successivi tentativi di rientro erano stati imbarazzanti da osservare.

Jerry West aveva stretto i denti di fronte a una serie di infortuni arrivando finalmente conquistare un anello Nba con i Lakers nel 1972, dopo che la squadra era crollata miseramente nelle sette occasioni precedenti in cui erano arrivati a giocarsi il titolo. Due stagioni dopo, West si era ritrovato a discutere così animatamente del suo contratto con il proprietario dei Lakers, Jack Kent Cooke, che aveva giocato un’ultima, furiosa amichevole prima di ritirarsi con amarezza. Aveva poi fatto causa alla squadra con cui aveva giocato per tutta la carriera.

Si pensava che Michael Jordan fosse l’unico capace di lasciare il gioco alle proprie condizioni. Aveva sconfitto gli Utah Jazz con un tiro micidiale nelle Finals del 1998, cogliendo il sesto titolo con i Bulls. Sembrava essere la perfetta conclusione di una carriera, fino a quando MJ aveva ceduto alla tentazione del rientro e aveva disputato due inutili stagioni con i Washington Wizards, tre anni dopo il suo ultimo ritiro. Quel misero tentativo era stato poi ricompensato in modo disdicevole quando Jordan, diventato dirigente, era stato licenziato in tronco dal proprietario dei Wizards Abe Pollin.

Tutti i più grandi campioni del basket pro, dopo aver toccato i vertici della fama e della gloria, si erano trovati ad affrontare una dura realtà: la loro gioventù se n’era andata, risucchiata in un vortice inarrestabile di partite e allenamenti, in una sequenza di stagioni logoranti sul piano fisico, intervallate da estati sempre più brevi e infarcite di impegni. Avevano tutti trascorso gli ultimi anni della loro carriera cercando di imbrogliare il tempo fino a quando avevano capito di essere arrivati infine all’atto conclusivo. Adesso Bryant, impegnato nell’impresa titanica di vincere due titoli consecutivi, iniziava a scorgere le prime avvisaglie di quella nuova realtà. La tifoseria dei Lakers si era trasformata in una specie di coro greco e su twitter impazzavano le indiscrezioni e le discussioni su quanto rapidamente stesse scemando la qualità complessiva del gioco di Bryant.

Lo aveva ammesso perfino lui, che in agosto avrebbe compiuto trentadue anni, e anche Jackson aveva riconosciuto che Bryant non riusciva più a dare vita a quelle azioni miracolose che un tempo erano quasi di ordinaria amministrazione.

Come aveva predetto West, Bryant aveva bisogno di più «tempo per recuperare».

Purtroppo, le circostanze non concedevano ai Lakers grandi occasioni di limitare il suo minutaggio. Era la dura vita delle superstar. Il loro destino era di rimanere in campo. Giunto alla prima serie di playoff contro Oklahoma City, alla sua quattordicesima stagione, Bryant aveva già giocato più di 44.000 minuti tra regular season e playoff, e alla fine di quella postseason sarebbe arrivato a sfiorare i 45.000 minuti effettivi.

Jordan, a lungo considerato la pietra di paragone perché aveva condotto i Bulls al titolo a trentacinque anni suonati, e giocando da guardia, era rimasto in campo per un totale di 48.485 minuti nell’arco delle sue quindici stagioni Nba, gli ultimi cinquemila nelle frustranti stagioni a Washington.

Per molto tempo, Jackson aveva ritenuto incredibile il fatto che Jordan fosse riuscito ad esprimersi ancora a livelli altissimi e a vincere il sesto titolo a trentacinque anni, anche se Jordan in realtà si era preso due stagioni di pausa per tentare di giocare a baseball.

Con questo in mente, Bryant aveva spiegato che il suo obiettivo per l’ultima parte della carriera era di «giocare finché le ruote non si staccano».

Le ruote non si erano ancora staccate, all’inizio dei playoff del 2010, ma un bullone aveva cominciato a girare a vuoto in uno dei mozzi.

La differenza di età tra le due formazioni era piuttosto marcata, quando i Lakers scesero in campo contro i talentuosi Oklahoma City Thunder nel primo turno dei playoff 2010.

E anche se i Lakers si portarono subito sul 2-0, sfruttando 39 punti di Bryant e 25 di Gasol in gara 2, tutte le chiacchiere sull’età di Kobe tornarono d’attualità dopo le sconfitte subite dai Lakers nella terza e quarta partita della serie.

I Thunder potevano contare sull’astro nascente Kevin Durant, confermatosi per tutta la stagione come terminale offensivo di altissimo livello, anche se sul suo conto permanevano dei dubbi legati soprattutto alle sue attitudini difensive. Nel secondo tempo di gara 3, Durant mise a tacere ogni critica chiedendo di marcare personalmente Bryant. Quel cambio difensivo inaspettato e le lunghe leve di Durant crearono problemi evidenti a Bryant, i cui errori al tiro nell’ultimo quarto consegnarono ai Thunder una vittoria importante per il morale.

In gara 4, Bryant segnò 12 punti con soli 10 tiri, rinunciando palesemente ad attaccare nel modo abituale per assecondare la richiesta di Jackson di sfruttare la maggiore taglia fisica dei Lakers nei confronti dei Thunder. Con Bryant meno aggressivo del solito, più concentrato a passare la palla ai lunghi, Oklahoma City vinse con largo margine.

Con la serie in parità, 2-2, le squadre tornarono a Los Angeles per gara 5. In passato, da giovane, Bryant avrebbe cercato di vincere la partita da solo. Questa volta invece scelse di dare ancora fiducia ai compagni e al collettivo, prendendosi solo 9 tiri mentre i Lakers travolgevano i Thunder e si aggiudicavano poi la serie.

Superato lo scoglio di Oklahoma City, i Lakers si sbarazzarono rapidamente degli Utah Jazz in quattro partite e sconfissero i velocissimi Phoenix Suns in sei partite nelle finali di conference, compresa un’epica gara 5 in cui Bryant sfiorò la tripla doppia con 30 punti, 11 rimbalzi e 9 assist.

Ad attenderli nelle Finals c’erano di nuovo i Boston Celtics. Per i Lakers era una ghiotta occasione di fare i conti una volta per tutte con i fantasmi del passato.

Quando l’esperto di statistiche della Espn, John Hollinger, dichiarò che i Lakers erano favoriti sui Celtics, su twitter si scatenò una tempesta di reazioni da parte dei tifosi Lakers di tutto il mondo. In pratica, era come se li avesse condannati, dicevano i tifosi.

Quella sciocca presa di posizione riassumeva perfettamente la lunga rivalità tra due delle franchigie più vincenti nella storia della Nba. Il trionfo del 2008 aveva risvegliato la sensazione di superiorità dei Celtics nei confronti dei Lakers.

Lo stereotipo prevedeva che i tifosi di Boston passassero i playoff festeggiando ogni vittoria facendo baldoria e bevendo fin dalle prime ore del mattino, mentre i tifosi Lakers correvano a prenotare sedute extra dallo strizzacervelli. Era di nuovo Hollywood contro Beantown, la città dei fagioli. Lo star power contro il potere mistico dei druidi. Le due squadre si erano incontrate undici volte in una finale per il titolo, e la storia confermava che i tifosi gialloviola finivano quasi sempre per dover ricorrere al lettino dello psicanalista.

In gara 1, Bryant distribuì 6 assist e segnò 30 punti per la decima volta nelle ultime undici partite di playoff, Gasol catturò 14 rimbalzi, e i Lakers rifilarono una sonora sconfitta ai Celtics per 102-89 allo Staples Center. In gara 2, tuttavia, i Celtics ribaltarono il fattore campo, imponendosi fuori casa per 103-94 sulla scia delle 11 bombe messe a segno da Ray Allen, record delle Nba Finals.

Con una vittoria a testa, la serie si spostava a Boston per gara 3, da disputare l’8 giugno, quando Bryant segnò 29 punti mentre Bynum e Gasol presero 10 rimbalzi a testa. La terza partita però fu la partita di Fisher, che segnò 11 dei suoi 16 punti nell’ultimo quarto con 5 su 7 al tiro, stroncando a sorpresa i Celtics sul loro campo. In gara 4 si impose ancora Boston per 96-89, nonostante 33 punti di Bryant e 21 di Gasol. Sfruttando l’inerzia di quella vittoria, i Celtics sopravvissero ad altri 38 punti di Bryant aggiudicandosi l’ultima partita casalinga per 92-86 e portandosi in vantaggio nella serie per 3-2.

Ora i Lakers dovevano vincere due partite di fila in casa per conquistare il titolo. Ce l’avrebbero fatta? La risposta fu una larga vittoria, 89-67, in gara 6 allo Staples, il 15 giugno, con 26 punti di Bryant e magnifici passaggi dal post di Gasol, che mise a referto 9 assist e 13 rimbalzi. Il crollo di Boston era iniziato nel primo quarto, con l’infortunio al ginocchio riportato dal centro Kendrick Perkins.

Si arrivò dunque a gara 7, Celtics contro Lakers, un evento epico nella storia delle Nba Finals. Bryant doveva dimostrarsi pronto a tirare fuori tutta la cattiveria agonistica che aveva dentro, quella che per molti era la vera natura dell’uomo che Scoop Jackson definiva affettuosamente «la più grande carogna nella storia del basket».

Alcuni osservatori rimasero sorpresi nel constatare quanto la pressione dell’ultima partita sembrasse gravare su Bryant. Scoop Jackson arrivò a chiedersi se la pressione non fosse causata più «dalle chiacchiere che giravano attorno alla partita» che dalla partita in sé. In altre parole, dal fatto che il posto di Bryant nell’élite del basket dipendesse in gran parte dal risultato di quella sfida.

Bryant aveva sempre aspirato a un posto nella storia, fin da ragazzino. Sentiva di essere destinato a diventare il più grande, e all’improvviso quella partita diventava la realizzazione massima della sua ambizione.

«Era il momento che aspettava da tutta la vita» disse Jackson. «Non si trattava soltanto di ottenere un altro anello e di avvicinarsi ai sei titoli di Jordan. La sua prestazione in quella partita poteva legittimare una volta per tutte il suo diritto di essere accostato a Jordan».

Lo stesso Bryant aveva parlato di «sedersi al tavolo» con Jordan e gli altri grandi del passato. Adesso giocava per un posto a quel tavolo. E se i Lakers avessero perso quella partita, il risultato avrebbe pesato su di lui come un macigno, trascinandolo in fondo all’abisso. «Lo avrebbe fatto a pezzi» afferma Scoop Jackson. «Anche tutti gli altri Lakers sapevano quanto fosse importante quella gara per Kobe. Non soltanto per loro, o per l’organizzazione. Per Kobe».

Le circostanze amplificavano la percezione dell’evento. «I giocatori ne erano consapevoli» continua Scoop Jackson. «Sanno riconoscere la grandezza quando la vedono. I membri di quella formazione dei Lakers riconoscevano la grandezza di Kobe. Sapevano anche che, se avessero perso, la sconfitta avrebbe pesato su Kobe molto più che su di loro. Perdere quella gara 7 non avrebbe avuto sulle loro carriere lo stesso impatto che avrebbe avuto su Kobe e sul suo posto nella storia. Ne erano tutti consapevoli, non potevano non notarlo a ogni piè sospinto. Pensavano: “Per lui la situazione è completamente diversa”. Per lui c’è in ballo un posto nella storia del basket”».

La sfida non partì nel migliore dei modi.

Era una partita durissima, dal punteggio molto basso, e mentre Bryant faceva una fatica immane a trovare il canestro, i Celtics si portarono in vantaggio all’intervallo per 40-34. Nell’ultimo quarto, i rimbalzi di Gasol (che chiuse poi a quota 18), la razionalità di Fisher, e la difesa e i tiri pesanti di Artest spinsero in rimonta i Lakers, che si portarono sul 64 pari a sei minuti dal termine.

Alla fine, pur con tutta la sua classe, Bryant fu costretto ad affidarsi completamente ai compagni, in particolare all’antico alleato Fisher, che molti tifosi dei Lakers avevano già bollato come troppo vecchio per mettere piede in campo.

Bryant chiuse con 23 punti, 15 rimbalzi e 2 assist, tirando però soltanto 6 su 24 dal campo con 11 tiri liberi. Artest, che avrebbe poi cambiato nome in Metta World Peace, segnò 20 punti, Gasol 19 e Fisher 10.

Stanchi e disperati, i Celtics cominciarono a fare fallo per fermare il tempo mentre i Lakers strappavano una vittoria per 83-79 che dava il via al delirio e cementava la reputazione dei Lakers del 2010 come una delle più grandi squadre di tutti i tempi, mentre Bryant poteva finalmente reclamare il suo «posto al tavolo dei grandi». Il suo 8 su 9 ai liberi nei minuti finali, sotto una pressione tremenda, avevano messo il sigillo finale a una grande vittoria.

Kobe venne eletto ancora una volta Mvp delle Finals. Il suo curriculum adesso vantava ben dodici partecipazioni all’All-Star Game e tre titoli di Mvp dell’All-Star Game (2002, 2007 e 2009). Era stato nominato dodici volte in uno dei quintetti Nba e dieci volte in uno dei quintetti difensivi. Nel 2009, la rivista «Sporting News» lo aveva dichiarato Atleta Nba del decennio, come anche la Tnt.

Per quanto prestigiosi fossero questi riconoscimenti, non erano nulla in confronto alla soddisfazione profonda di aver battuto Boston alla settima partita di quelle splendide Finals del 2010.

Nella sua città natale, a Philadelphia, i suoi allenatori e compagni di high school avevano assistito al suo più grande trionfo a bocca aperta, in ammirazione. Bryant si era messo in testa di scalare quella montagna e lungo la strada aveva arrecato danni tremendi a sé stesso, soffrendo pubblicamente, per poi riprendere il cammino combattendo, ed era infine arrivato in vetta completamente prosciugato nel corpo e nello spirito.

J.A. Adande ricorda che Bryant era di pessimo umore nei giorni che precedevano la serie finale, e rifiutava di ammettere che quella serie contro i Celtics rivestisse per lui un significato particolare. Invece era vero l’esatto contrario, sostiene Adande. «C’era una grande tensione emotiva, nel 2010, e tutto ruotava attorno alla grande rivalità tra quelle due squadre, allo scontro tra quelle grandi personalità, Kobe e Pau, Derek Fisher e Lamar Odom, contrapposti a Kevin Garnett e Paul Pierce, Ray Allen e Doc Rivers. Gli occhi di tutti erano puntati su di loro, e Kobe giocò davvero malissimo in gara 7. In generale, quella fu davvero una brutta partita, piena di errori da parte di entrambe le squadre, ma la tensione in campo era alle stelle. Quella è stata una delle peggiori partite che io abbia mai visto, ma allo stesso tempo è stata anche quella con il più alto livello di tensione che mi ricordi, la sfida decisiva delle Nba Finals tra due grandi franchigie. Le due squadre volevano prevalere a ogni costo. Kobe sentì moltissimo la pressione, e lo ammise in seguito. All’inizio continuava a sbagliare un tiro dopo l’altro, e io non riuscivo a credere ai miei occhi, non riuscivo a credere a quanto stesse giocando male. Molti cominciavano già a dire: “Questa è la fine della sua leggenda”».

In caso di sconfitta, il bilancio di Bryant nelle Finals sarebbe stato un risicato 4-3, ma i Lakers avevano vinto, e il suo posto nella storia era salvo.

«Appena finita la partita,» ricorda Adande «volevo sapere quale fosse la prima cosa che gli era passata per la testa. Gli dissi: “Ok, adesso sei arrivato a cinque titoli. Che cosa significa per te in questo momento?”. La sua risposta fu: “Vuol dire che ne ho uno più di Shaq”.

«Non vedeva l’ora di poterlo dire».