Spingo per strada il passeggino di Sarah, evitando i mucchi di neve e di fanghiglia. Anche se ha più di due anni, con i suoi stivali rossi di gomma non riesce ancora a camminare abbastanza velocemente da tenere il mio passo quando andiamo a fare la spesa. Così posso anche appendere i sacchetti della spesa al manico del passeggino, infilarli intorno a lei. Conosco molti di questi piccoli trucchi, adesso, e anche oggetti, aggeggi e disposizioni di spazio che prima non avevo bisogno di conoscere.
Abitiamo tutti e tre in una casa più grande, agli ultimi due piani superiori di una casa di mattoni rossi quasi isolata, con uno sconquassato porticato di legno dai pilastri quadrati, in una strada laterale a ovest, lungo Bloor. Qui intorno abitano molti italiani. Le donne più anziane, quelle sposate e le vedove, indossano abiti neri e non si truccano. Una volta anch’io facevo così. Negli ultimi mesi della gravidanza mi sorridevano, quasi fossi stata una di loro. Ora sorridono prima a Sarah.
Indosso minigonne con colori base; sotto ho il collant e gli stivali, sopra un cappotto che mi scende fino alle caviglie. Non sono del tutto soddisfatta di questo abbigliamento. È difficile sedersi. Ho messo ancora su un po’ di peso da quando ho avuto Sarah. Queste gonne striminzite e queste magliette attillate sono state disegnate per donne molto più magre di me, e ora sembrano essercene a decine, a centinaia: ragazze col viso affilato e lunghi capelli che scendono fin dove dovrebbero esserci le natiche, il petto piatto come un’asse di legno, che al loro confronto mi fanno sentire prosperosa.
Con loro è arrivato un nuovo vocabolario: ‘Fuori di testa’ dicono, ‘Mondiale’, ‘Mi sconvolge’, ‘Incazzarsi’, ‘Farsi i cazzi propri’. Mi considero troppo vecchia per usare queste espressioni: sono adatte ai giovani, e io non sono più giovane. Mi sono scoperta un capello grigio dietro l’orecchio sinistro. Tra un paio d’anni sarò trentenne. In discesa.
Spingo il passeggino di Sarah lungo il vialetto d’ingresso, le slaccio la cintura, la metto in piedi davanti ai gradini del portico, sgancio e sollevo i sacchetti della spesa, piego il passeggino. Accompagno Sarah su per i gradini d’ingresso, che potrebbero essere scivolosi. Ritorno a prendere i sacchetti e il passeggino, li trascino su per i gradini, frugo nella borsetta alla ricerca delle chiavi, apro la porta, tiro dentro Sarah, poi i sacchetti e il passeggino, e richiudo a chiave la porta. Accompagno Sarah su per la scala interna, apro la porta di casa, la faccio entrare, la metto nel box, ridiscendo a prendere i sacchetti, li porto su, apro il box, lo richiudo, vado in cucina, poso i sacchetti sul tavolo e comincio a disfarli: sono uova, carta igienica, formaggio, mele, banane, carote, hot dog e focaccine. Mi preoccupa il fatto di cucinare troppi hot dog: quand’ero piccola, si mangiavano a carnevale e si diceva che facessero male, che potessero procurare la poliomielite.
Sarah ha fame, perciò smetto di disfare le borse della spesa per darle un bicchiere di latte. La amo ferocemente e spesso questo mi irrita.
Il primo anno ero sempre stanca e intontita dagli ormoni, ma ora ne sto uscendo. Mi sto guardando intorno.
Arriva Jon, solleva Sarah tra le braccia, le dà un bacio, le pizzica la faccia con la barba, la porta nel soggiorno mentre strilla. «Nascondiamoci dalla mamma» le dice. Ha questo suo modo di mettere tutti e due dalla stessa parte, fingendo un’alleanza contro di me che mi infastidisce più del normale. E non mi piace nemmeno che mi chiami ‘mamma’. Io non sono sua mamma, ma di Sarah. Eppure anche lui le vuole bene, e questa è stata una sorpresa di cui ancora gli sono grata. Non vedo Sarah come un dono che gli ho fatto io, ma come un dono che lui ha fatto a me. È stato per lei che ci siamo sposati in municipio, per il più antico dei motivi, un motivo che era divenuto quasi obsoleto. Ma noi non lo sapevamo.
Jon, che è un luterano non osservante di Niagara Falls, pensava che dovessimo andare in quel posto in luna di miele. Si sbellicava dalle risate alla parola ‘luna di miele’; pensava che fosse una sorta di battuta, una deliberata sdolcinatura, come un dipinto di una bottiglia di Coca-Cola gigante. ‘Fantastica arte visiva’ diceva. Voleva portarmi a vedere il museo delle cere, l’orologio fiorito e la Maid of the Mist. Voleva acquistare per tutti e due camicie di seta con i nostri nomi ricamati sul taschino e la scritta NIAGARA FALLS sulla schiena. Ma io mi sentivo silenziosamente offesa da questa visione del nostro matrimonio. Qualsiasi cosa ci aspettasse col trascorrere delle settimane, con il mio corpo che si gonfiava come un lento pallone di carne, non era uno scherzo. E così abbiamo finito col rinunciare.
Subito dopo il matrimonio mi sono abbandonata a una voluttuosa indolenza. Il mio corpo era come un letto di piume, caldo, morbido, assolutamente confortevole, in cui mi rinchiudevo come in un bozzolo. Forse era la gravidanza che mi prosciugava l’adrenalina. O forse era il sollievo. Jon mi guardava allora raggiante come il sole, sfavillante, perfetto nella forma. Me ne stavo sdraiata a letto accanto a lui, oppure seduta al tavolo della cucina, e facevo scorrere gli occhi su di lui come mani. La mia adorazione era fisica e senza parole. Pensavo: ‘Ah’, nient’altro, come un alito di sospiro. Oppure, come una bambina pensavo: ‘È mio’, sapendo che non era vero. ‘Rimani così’, pensavo. Ma lui non poteva.
Jon e io abbiamo cominciato a litigare. I nostri litigi sono segreti, avvengono di notte quando Sarah dorme, sono battibecchi sotto voce. Glieli teniamo nascosti perché se spaventano noi, il che succede, quanto spaventeranno lei?
Pensavamo di fuggire dal mondo degli adulti e ora siamo noi gli adulti; questo è il fatto, e nessuno di noi vuole accettarlo, comunque non interamente. Facciamo a gara, per esempio, a chi dei due sta peggio. Se io ho mal di testa, lui ha l’emicrania. Se gli fa male la schiena, io ho un micidiale torcicollo. Nessuno dei due vuole occuparsi dell’armadietto dei medicinali. Ci disputiamo il nostro diritto a rimanere bambini.
All’inizio non sono io a spuntarla in queste dispute, perché lo amo. O almeno, questo è quel che mi dico. Se fossi io a spuntarla, l’ordine del mondo verrebbe sconvolto, e io non sono preparata a tanto. E così esco sconfitta, ma mi impadronisco di altre arti. Scrollo le spalle, chiudo la bocca in un silenzioso rimprovero, gli volto le spalle a letto, lascio senza risposta le sue domande. Gli dico: ‘Fai come ti pare’, provocando in lui una sorda collera. Non vuole soltanto la capitolazione ma ammirazione, entusiasmo per sé e per le sue idee, e quando non arrivano si sente defraudato.
Jon ha trovato lavoro; adesso è direttore part-time in uno studio grafico in cooperativa. Anch’io lavoro part-time. Tra tutti e due riusciamo a racimolare i soldi dell’affitto.
Jon non dipinge più né su tela, né su altre superfici piatte. In effetti non dipinge più. Le superfici piatte dipinte le chiama ‘arte da parete’. Non c’è motivo per cui l’arte vada appesa al muro, non c’è motivo per incorniciarla o dipingerla. Sta facendo invece costruzioni con cose che raccoglie nella spazzatura o che trova qua e là. Costruisce scatole di legno con scomparti, ognuno dei quali contiene una cosa diversa: tre paia di mutande da donna fuori misura in colori fluorescenti, una mano di gesso con lunghe unghie false incollate su, un clistere, un parrucchino. Costruisce una pentola ricoperta di pelo, motorizzata, che corre da sola sul pavimento e una serie di diaframmi dotati di occhi e di bocche, come quelli dei mostri del cinema, e gambe che saltellano sulla tavola, simili a ostriche colpite da radiazioni. Ha dipinto il nostro bagno in rosso e arancione, con sirene scarlatte che nuotano sulle pareti, e ha collegato il sedile della tazza del water in modo che suoni Jingle Bells quando viene sollevato. Questo l’ha fatto per Sarah. Costruisce anche giocattoli per lei, mentre lavora la lascia giocare con pezzi di legno, avanzi di stoffa e alcuni dei suoi strumenti meno pericolosi.
Ciò avviene quando è in casa. Il che non costituisce di certo la maggior parte del suo tempo.
Il primo anno dopo la nascita di Sarah non ho dipinto niente. Lavoravo come freelance in casa, ed era già un bel risultato riuscire a mantenere i pochi impegni che mi ero presa per alcune copertine di libri. Mi sentivo impacciata, come se stessi nuotando vestita. Ora che lavoro mezza giornata va meglio.
Ho fatto anche un po’ di quello che chiamo il mio vero lavoro, seppure con qualche esitazione: le mani sono fuori esercizio, gli occhi disabituati. Perlopiù disegno perché la preparazione della superficie, la laboriosa mano di fondo e l’accurata composizione della tempera a uovo sono ancora troppo ardue per me. Ho perso fiducia: forse sarò sempre e soltanto quella che sono adesso.
Sono seduta su una sedia di legno pieghevole, su un palcoscenico. Le tende sono aperte e posso vedere la sala piccola, scalcinata e deserta. Sul palco ci sono anche le scene, non ancora smontate, di uno spettacolo terminato da poco. Sono ambientate nel futuro, che sarà scarsamente arredato, ma abbonderà di colonne nere cilindriche e di austere rampe di scale.
Disposte intorno alle colonne su altre sedie di legno e sedute qua e là sulle scale, ci sono diciassette donne. Ognuna di loro è un’artista o qualcosa di simile. Oltre a me sono presenti alcune attrici, due ballerine e tre pittrici. C’è una giornalista di riviste e una redattrice della mia casa editrice. Una donna è annunciatrice della radio (programmi diurni di musica classica), un’altra fa spettacoli di marionette per bambini, un’altra ancora è clown professionista. Ce n’è una che disegna scenografie, ed è per questo che siamo qui: è stata lei a trovare lo spazio per questa riunione. So tutto questo perché abbiamo dovuto dire a turno i nostri nomi e ciò che facciamo, ma non per vivere: per vivere è diverso, soprattutto per le attrici. E anche per me.
Questa è una riunione. Non è la prima riunione del genere cui partecipo, ma mi sembra ancora una cosa sconcertante. Intanto sono tutte donne. Ciò di per sé è insolito, e ha una sua aria di clandestinità, una sua indistinta e attraente indecenza: l’ultima riunione di sole donne cui ho partecipato è stata quella della lezione d’igiene alle superiori, dove le ragazze erano separate dai maschi in modo da poter essere informate delle mestruazioni. Non che questo termine fosse usato allora: ‘quei giorni’ era l’espressione convenuta, ufficiale. Ci veniva spiegato che gli assorbenti interni, pur non raccomandati per le giovinette (il che sapevamo che significava ‘vergini’) non potevano scomparire dentro il corpo per finire nei polmoni. Prolungati risolini e poi quando l’insegnante ha pronunciato la parola ‘sangue’, scandendola, una ragazza è svenuta.
Oggi non ci sono risolini né svenimenti. L’argomento della riunione è la rabbia.
Vengono dette cose sulle quali prima non ho mai riflettuto consciamente. Le cose vengono rovesciate. Perché, per esempio, ci radiamo le gambe? Perché mettiamo il rossetto? Perché indossiamo abiti attillati? Perché alteriamo le nostre forme? Che cosa c’è che non va nel modo in cui siamo?
È Jody a fare queste domande, una delle altre pittrici. Lei non porta abiti attillati, né altera le sue forme. Indossa stivali e tuta da lavoro, e scopre una gamba per mostrarci veramente com’è, provocatoriamente, fulgidamente pelosa. Penso alle mie gambe, pavidamente rasate, e mi sento condizionata perché so che non riuscirò mai ad arrivare a tanto. Il mio limite l’ho tracciato all’altezza delle ascelle.
Ciò che non va di come siamo sono gli uomini.
Degli uomini si dicono molte cose. Due di queste donne sono state violentate, ad esempio. Una è stata picchiata. Altre sono state discriminate sul lavoro, accantonate, ignorate; oppure è stata ridicolizzata la loro arte, rifiutata perché troppo femminile. Altre hanno iniziato a confrontare il loro stipendio con quello degli uomini e hanno scoperto che è molto inferiore.
Non dubito che tutte queste cose siano vere. I violentatori esistono, e anche quelli che molestano bambine e strangolano ragazze. Esistono nell’ombra come gli uomini sinistri appostati nella scarpata, che non ho mai visto. Sono violenti, scatenano guerre, commettono omicidi. Lavorano meno e guadagnano di più. Scaricano sulle donne i lavori di casa.
Sono insensibili e si rifiutano di confrontarsi con le loro emozioni. Sono facilmente ingannabili, e desiderano esserlo: con qualche ansito e gemito, ad esempio, possono essere indotti a credere di essere superuomini, nel sesso. A questa osservazione seguono risolini d’approvazione. Inizio a chiedermi se ho mai simulato un orgasmo senza saperlo.
Ma io sono su un terreno sicuro, in questa testimonianza contro gli uomini, perché vivo con uno di loro. Le donne come me, con marito e figli, sono definite un po’ sprezzantemente nukes, che sta per ‘famiglia nucleare’. ‘Procreazionista’ è divenuto d’improvviso un termine spregiativo. Sono presenti altre nukes in questo gruppo, ma non sono la maggioranza e non dicono niente in loro difesa. Sembra più rispettabile essere una donna con figli ma senza uomo. In questo modo si è pagato il proprio debito. Per chi sta con un uomo, qualsiasi problema abbia è colpa sua.
Tutto ciò non viene detto esplicitamente.
Queste riunioni dovrebbero farmi sentire più forte, e in qualche modo ci riescono. La rabbia può muovere le montagne. Oltre a ciò, mi stupiscono: è sconcertante, ed eccitante anche, sentire queste cose che escono dalla bocca di donne. Comincio a pensare che alcune donne, da me giudicate stupide o imbranate, forse nascondevano semplicemente qualcosa, proprio come facevo io.
Ma queste riunioni mi rendono anche nervosa, e non capisco perché. Non parlo molto, mi sento impacciata e insicura, qualsiasi cosa dica potrebbe essere sbagliata. Non ho sofferto abbastanza, non ho pagato i miei debiti, non ho diritto di parlare. Ho la sensazione di essere fuori da una porta chiusa quando vengono prese decisioni, mentre all’interno si pronunciano giudizi negativi contro di me. Nello stesso tempo voglio essere gradita.
Quello di essere sorella è un concetto difficile per me, o perlomeno credo, perché non ho mai avuto una sorella. La condizione di fratello no.
Lavoro di notte, quando Sarah dorme, o il mattino presto. Ora sto dipingendo la Vergine Maria. La dipingo in azzurro, con il solito velo bianco ma con una testa da leonessa. Gesù è sul suo grembo in forma di cucciolo. Se Cristo è un leone, come appare nell’iconografia tradizionale, perché la Vergine Maria non dovrebbe essere una leonessa? In ogni caso, mi sembra una rappresentazione della maternità più aderente di quella delle antiche Vergini esangui, bianche come latte, dei libri di storia dell’arte. La mia Vergine Maria è fiera, vigile, selvaggia. Guarda in faccia chi la osserva con i suoi occhi gialli da leonessa. Ai suoi piedi si vede un osso rosicchiato.
Dipingo la Vergine Maria che discende sulla terra, coperta di neve e di fanghiglia. Indossa un cappotto invernale sopra la sua tunica azzurra, e ha una borsa appesa alla spalla. Tiene in mano due sacchetti di carta marrone della spesa. Dai sacchetti sono cadute alcune cose: un uovo, una cipolla, una mela. Sembra stanca.
Nostra Signora del Perpetuo Soccorso, la chiamo.
A Jon non piace che io dipinga di notte. «E quando posso farlo, altrimenti?» replico. «Dimmelo tu.» C’è un’unica risposta, grazie alla quale non ci sarebbe per lui alcuna perdita di tempo: «Non farlo mai». Ma non lo dice.
Non mi dice quello che pensa della mia pittura, ma io lo so lo stesso. Pensa che non abbia alcuna importanza. Secondo lui, quello che dipingo fa tutt’uno con i lavori delle donne che dipingono fiori. ‘Fare tutt’uno’ è proprio l’espressione che usa. Il presente sta muovendosi avanti, buttando via un concetto dopo l’altro, e io sono ai margini, a trastullarmi con tempere all’uovo e superfici piatte, come se il ventesimo secolo non fosse mai arrivato.
In questo c’è un senso di libertà perché quello che faccio non ha importanza, posso fare quello che voglio.
Abbiamo cominciato a sbattere le porte e a lanciare oggetti. Io lancio la mia borsetta, un portacenere, un pacchetto di cioccolato in scaglie che si rompe all’impatto, e dobbiamo raccogliere scaglie per giorni e giorni. Jon lancia un bicchiere di latte: il latte, non il bicchiere, perché a differenza di me conosce la sua forza. Lancia una scatola di pomodori pelati non aperta. Le cose che lancio io mancano il bersaglio ma sono più pesanti. Quelle che lancia lui lo colpiscono ma sono innocue.
Comincio a vedere dov’è tracciata la linea di divisione tra la finzione e l’omicidio.
Jon spacca le cose, poi incolla i pezzi seguendo le linee lungo le quali si sono rotte. Posso capire l’allusione.
Jon è seduto in soggiorno a bere birra con un pittore. Io sono in cucina e sbatto in giro le pentole.
«Che cos’ha?» domanda il pittore.
«È incavolata perché è una donna» risponde Jon. È una frase che non sento ormai da molti anni, dai tempi delle scuole superiori. Una volta era qualcosa di cui vergognarsi, e quand’era un uomo a dirlo di noi era mortificante. Implicava stravaganza, deformità, problemi sessuali.
Vado sulla porta del soggiorno. «Non sono incavolata perché sono una donna» gli dico. «Sono incavolata perché tu sei uno stronzo.»