Grace fa un cenno di saluto. Dopo un attimo anche Carol fa un cenno di saluto. La terza ragazza non fa alcun cenno di saluto. Rimangono lì tra gli aster e le verghe d’oro, in attesa che io vada loro incontro. Gli alberi sono coperti di mele avvizzite, rosse e gialle; alcune sono cadute e marciscono per terra. Nel ronzio dei calabroni ubriachi si sente un odore dolce di sidro. Le mele mi si spiaccicano sotto i piedi.
Grace e Carol sono più scure, meno pallide, i lineamenti più distanziati, i capelli più chiari. La terza bambina è la più alta. A differenza di Grace e di Carol, che indossano gonnelle estive, porta pantaloni di velluto e un pullover. Carol e Grace sono tutte e due tarchiate mentre questa bambina, pur senza essere fragile, è esile: smilza, sinuosa. Ha capelli d’un biondo scuro, tagliati alla paggetto, con frange che quasi le ricadono sugli occhi verdastri. Ha una faccia lunga, la bocca lievemente asimmetrica. Il labbro superiore è un po’ sghembo, come se fosse stato tagliato e ricucito storto.
Ma quando sorride la bocca è diritta. Ha il sorriso di una persona adulta, come se avesse imparato a farlo e lo mostrasse per cortesia. Mi tende la mano. «Ciao, sono Cordelia. E tu devi essere...»
La guardo attentamente. Se fosse una persona adulta le prenderei la mano, gliela stringerei, saprei cosa dire. Ma i bambini non si stringono la mano.
«Elaine» suggerisce Grace.
Mi sento intimidita davanti a Cordelia. Per due giorni ho viaggiato sul sedile posteriore di un’auto e dormito in una tenda; mi rendo conto del mio aspetto trasandato, dei capelli spettinati. Cordelia guarda alle mie spalle, dove i miei genitori stanno scaricando l’auto. I suoi occhi divertiti indagano. Senza voltarmi, posso vedere il vecchio cappello di feltro di mio padre, gli stivali, la barba ispida sul viso, e i capelli lunghi di mio fratello, la blusa logora, i suoi calzoni sformati e quelli grigi di mia madre con la sua camicia scozzese da uomo, la faccia senza trucco.
«Hai una scarpa sporca di cacca di cane» osserva Cordelia.
Abbasso lo sguardo. «È solo una mela marcia.»
«Però è dello stesso colore, non ti pare?» commenta Cordelia. «Non di quella dura: di quella molliccia, sfatta, che sembra burro di arachidi.» Ora ha una voce confidenziale, come se stesse parlando di qualcosa di privato che soltanto lei e io possiamo capire e approvare. Sta creando una cerchia per noi due e mi ci tira dentro.
Cordelia abita più a est, in una zona di case più nuove delle nostre, circondate dallo stesso fango. Ma casa sua non è un bungalow, è una costruzione a due piani. Ha una sala da pranzo separata da una tenda, che si può tirare indietro per fare del soggiorno e della sala da pranzo un unico grande ambiente, e un bagno a piano terreno che non ha la vasca e si chiama ‘ritirata’.
La casa di Cordelia non ha colori scuri come altre case, ma bianchi, grigi e verdi chiari. Il divano, per esempio, è verde mela. Non c’è niente di floreale, né marroni o velluto. In una cornice grigio chiaro è appeso un ritratto delle due sorelle maggiori di Cordelia, fatto a pastello quando erano più piccole, tutte e due in abiti pieghettati, i capelli soffici e gli occhi velati. Ci sono anche fiori veri, di diversi tipi e messi tutti insieme in panciuti vasi straripanti di vetro svedese. Il vetro svedese è il migliore, spiega.
La madre di Cordelia li dispone lei, questi fiori, usando guanti da giardinaggio. Mia madre non sistema mai i fiori. A volte ne infila qualcuno in un vaso che mette sul tavolo da pranzo, ma sono fiori che raccoglie lei durante le sue passeggiate in pantaloni, sulla strada o giù nella scarpata. In realtà sono soltanto sterpi, non le passerebbe mai per la testa di spendere soldi per i fiori. Mi viene in mente, per la prima volta, che non siamo ricchi.
La madre di Cordelia ha una signora per le pulizie, ed è l’unica delle nostre madri ad averne una. Questa signora delle pulizie non la chiamano, però, signora delle pulizie, ma semplicemente ‘la donna’. I giorni in cui viene la donna, dobbiamo stare alla larga.
«La donna che veniva prima di questa» ci racconta Cordelia con voce sommessa, scandalizzata, «è stata sorpresa a rubare patate. Quando ha posato la borsa le patate sono rotolate fuori, sul pavimento. È stato davvero imbarazzante.» Intende dire per loro, non per la donna. «Naturalmente, abbiamo dovuto licenziarla.»
Nella famiglia di Cordelia non mangiano le uova sode nella scodella ma dentro tazzine per uova. Ogni tazzina ha le iniziali, una per ogni persona della famiglia. Anche gli anelli per i tovaglioli hanno le iniziali. Non ho mai sentito parlare prima di tazzine per le uova, e dal silenzio di Grace immagino che nemmeno lei ne abbia mai sentito parlare. Carol dice titubante che anche lei ha queste tazzine a casa sua.
«Dopo aver mangiato l’uovo» ci spiega Cordelia, «si deve fare un buco sul fondo del guscio.»
«Perché?» domandiamo.
«Perché così le streghe non possono salpare in mare.» Lo dice in tono lieve ma sprezzante, come se soltanto uno sciocco potesse fare una domanda simile. Al contempo è possibile che stia scherzando, che ci prenda in giro. Anche le sue sorelle maggiori hanno questa abitudine. È difficile capire quando intendono essere prese sul serio. Hanno un modo strano e ironico di parlare, che sembra l’imitazione di qualcosa, solo che non si capisce bene cosa vogliano imitare.
«Sono quasi morta» dicono. Oppure: «Sembro una scappata di casa». E a volte: «Sembro proprio una strega» oppure: «Sembro Haggis McBaggis». Questa è una brutta vecchia che, a quanto pare, si sono inventate loro. Però non pensano sul serio di essere quasi morte, né di sembrare così brutte. Sono tutte e due molto belle: una è bruna e molto vivace, l’altra bionda con occhi dolci e sentimentali. Cordelia non è bella come loro.
Le sorelle maggiori di Cordelia si chiamano Perdita e Miranda, ma vengono chiamate Perdie e Mirrie. Perdie, quella bruna, va a scuola di ballo, mentre Mirrie suona la viola. Questa viola è riposta nell’armadio dei vestiti, e Cordelia la prende per mostrarcela, misteriosa e importante nella sua custodia foderata di velluto. Tra loro Perdie e Mirrie si prendono in giro garbatamente e in modo affettato per le cose che fanno, ma Cordelia dice che sono dotate. Sembra una specie di vaccinazione, qualcosa che abbia lasciato un segno. Quando chiedo a Cordelia se anche lei è dotata, si mette la lingua in un angolo della bocca e si volta, come se stesse pensando a qualcos’altro.
Cordelia dovrebbe essere Cordie, ma non la chiamano così. Chiede sempre di essere chiamata col suo nome per esteso, Cordelia. Sono tutti e tre nomi strani, a scuola nessun’altra ragazza si chiama in quel modo. Cordelia dice che derivano da Shakespeare e ne sembra orgogliosa, come se fosse qualcosa che tutte noi dovremmo sapere. «È stata un’idea di Mamy» dice.
Tutte e tre chiamano la madre Mamy e ne parlano con affetto e indulgenza, come se fosse una bambina intelligente ma capricciosa, da assecondare. È una donna minuscola, fragile, distratta; porta gli occhiali appesi a una catenella d’argento intorno al collo e va a scuola di pittura. Alcuni suoi dipinti sono appesi nella sala al piano superiore, e sono quadri verdognoli di fiori, prati, bottiglie e vasi.
Le ragazze hanno ordito una cospirazione contro Mamy, e concordano nel non dirle certe cose. «Mamy non deve saperlo» si ricordano reciprocamente. Però non vogliono deluderla. Perdie e Mirrie cercano sempre di fare quello che vogliono, ma senza deludere Mamy. Cordelia è meno disinvolta, meno abile nel fare ciò che vuole, e la delude più spesso. È questo che dice Mamy quando si arrabbia: «Mi hai delusa». Quando è molto delusa, viene chiamato in causa il padre di Cordelia, e allora la cosa si fa seria. Nessuna delle ragazze ride o scherza, quando parla di lui. È un uomo grosso, ruvido, simpatico, ma l’abbiamo sentito gridare, su al piano di sopra.
Siamo sedute in cucina, a scansare la donna e il suo straccio della polvere, in attesa che Cordelia scenda a giocare. Ha provocato ancora una delusione e deve finire di mettere in ordine la stanza. Entra Perdie, con il cappotto di cammello gettato con grazia e disinvoltura su una spalla, i libri di scuola in equilibrio su un fianco. «Sapete cosa dice che vuole fare Cordelia, quando sarà grande?» domanda in quel suo tono brusco, semiserio, confidenziale: «Il cavallo!». E noi non riusciamo a capire se è vero o se è falso.
Cordelia ha tutto un armadio pieno di costumi per travestirsi: sono vecchi abiti di Mamy, vecchi scialli, vecchie lenzuola che possiamo tagliare e drappeggiarci addosso. Una volta venivano usati da Perdie e da Mirrie, ma ora sono troppo stretti. Cordelia vuole farci recitare in teatro, usando la sala da pranzo e le tende come palcoscenico. Ha avuto un’idea: faremo queste rappresentazioni e l’ingresso sarà a pagamento. Accende le luci, si infila una torcia sotto il mento, ride in modo da far paura: è così che si fanno queste cose. Cordelia è stata a teatro, e una volta anche al balletto a vedere Giselle: lo dice distrattamente, come se tutte noi sapessimo. Ma queste recite non avvengono mai come lei vuole. Carol ridacchia e non riesce a ricordare quello che deve dire. Grace non vuole che le si dica cosa deve fare, e sostiene che ha mal di testa. Le storie inventate, se non contengono cose reali come i tostapane, i ferri da stiro, i guardaroba delle attrici, non la interessano. I melodrammi di Cordelia sono al di là della sua comprensione.
«Ora devi ucciderti» le dice Cordelia.
«E perché?» domanda Grace.
«Perché sei stata abbandonata» risponde Cordelia.
«E io non voglio» ribatte Grace. Carol, che fa la parte della domestica, scoppia a ridacchiare.
E così ci vestiamo soltanto e poi ci trasciniamo giù per le scale e usciamo attraversando il prato ancora bagnato e tirandoci dietro gli strascichi, senza sapere cosa dovrebbe succedere dopo. Nessuna vuole fare la parte del maschio perché non ci sono abiti belli per queste parti, ma qualche volta Cordelia si disegna i baffi con la matita per gli occhi di Perdita e si avvolge in una vecchia tenda di velluto, nell’estremo tentativo di costruire una trama.
A tornare insieme a casa da scuola siamo in quattro, adesso, e non più in tre. In una via laterale, a metà strada, c’è un negozietto dove ci fermiamo a spendere le nostre mance in gomma da masticare, rotoli di liquerizia rossa e ghiaccioli all’arancio, dividendo tutto in parti uguali. Troviamo castagne matte per terra, bagnate e lucide, e ce ne riempiamo le tasche dei golf senza sapere che farne. I ragazzi della nostra scuola e quelli della scuola cattolica di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso se le lanciano contro ma noi non lo facciamo: potrebbero colpire qualcuno a un occhio.
Il sentiero sterrato che scende al ponte di legno è asciutto e polveroso, le foglie degli alberi sospese su in alto sono di un verde opaco, stinto dall’estate. Ai bordi del sentiero crescono piante selvatiche: verghe d’oro, aster, lappole, belladonna con le bacche rosse come candeline. Cordelia dice che per avvelenare qualcuno, questo sarebbe un buon metodo. La belladonna ha odore di terra umida, grassa, pungente, e di piscio di gatto. I gatti si aggirano qui intorno: li vediamo tutti i giorni accovacciati e furtivi che graffiano la terra e ci guardano con i loro occhi gialli come se fossimo la loro preda.
In mezzo a questi sterpi troviamo bottiglie di liquore vuote e pezzi di Kleenex. Un giorno troviamo anche un preservativo. Cordelia sa che si chiama così, gliel’ha detto Perdie quando lei era bambina e l’aveva preso per un palloncino. Sa che è una cosa usata dagli uomini, quegli uomini da cui dovremmo guardarci, ma non sa perché è chiamato così. Lo raccogliamo con un bastoncino e lo esaminiamo: è biancastro, flaccido, gommoso, come qualcosa dentro un pesce. Carol fa un’esclamazione di disgusto. Lo portiamo furtivamente su per la collina e lo infiliamo dentro un tombino del marciapiede, dove rimane a galleggiare nell’acqua scura, pallido come un annegato. Persino trovare cose come questa è sporco, e lo è anche nasconderle.
Il ponte di legno è ancora più sbilenco e marcio di quanto ricordassi; le assi sono cadute anche in altri punti. Di solito camminiamo nel mezzo, ma oggi Cordelia va vicino al parapetto e si china a guardare giù. Una dopo l’altra la seguiamo cautamente. Il ruscello là sotto è in secca, in questa stagione dell’anno, e si vede l’immondizia che la gente ci scarica dentro: pneumatici lisci, bottiglie rotte, pezzi di metallo arrugginiti.
Cordelia dice che il ruscello, scorrendo giù dal cimitero, è fatto di cadaveri che si sono dissolti. Dice anche che se qualcuno beve quell’acqua, se vi entra o anche solo se si avvicina, i morti ne usciranno tutti coperti di nebbia, e se lo porteranno via con loro, e che se questo non ci è successo è solo perché siamo sul ponte, che è fatto di legno, e i ponti proteggono dai ruscelli dei morti come questo.
Carol è spaventata, o finge di esserlo: Grace sostiene che Cordelia stia dicendo sciocchezze.
«Provate a vedere» ribatte Cordelia. «Andate laggiù, vi sfido.» Non ci andiamo.
So che è uno scherzo. Mia madre scende laggiù durante le sue passeggiate, mio fratello ci va con i ragazzi più grandi. Guadano tra i massi con gli stivali di gomma, si dondolano dagli alberi e dalle travi più basse del ponte. Il motivo del divieto non dipende dai morti, ma dagli uomini vivi. In ogni caso, mi domando come sono fatti questi morti. Io ci credo e non ci credo, una cosa e l’altra.
Raccogliamo fiori selvatici bianchi e azzurri, qualche bacca di belladonna, e disponiamo tutto su foglie di lappola sul ciglio della strada, con una castagna matta su ciascuna. Dovrebbero essere piatti di vivande ma non si sa a chi siano destinati. Quando abbiamo finito risaliamo la collina, lasciando dietro di noi queste composizioni per metà floreali e per metà alimentari. Cordelia dice che dobbiamo lavarci le mani molto bene per via di quelle bacche di belladonna, dobbiamo lavar via il veleno. Dice che una sola goccia potrebbe trasformarci in zombie.
Il giorno dopo, quando torniamo da scuola, questi piatti di fiori sono scomparsi. Probabilmente li hanno distrutti i ragazzi, sono queste le cose che distruggono, o forse gli uomini in agguato. Ma Cordelia sgrana gli occhi, abbassa la voce, si volta a guardare.
«Sono stati i morti» dice. «Chi altri potrebbe essere?»