Ritorniamo in settembre. Nel nord le notti sono fredde e le foglie cominciano a cambiare colore, ma la città è ancora calda, umida. È straordinariamente rumorosa e puzza di benzina e del catrame che si scioglie nelle strade. L’aria in casa nostra è piatta e stagnante, aria che è rimasta chiusa al caldo tutta l’estate. All’inizio, l’acqua esce dai rubinetti rugginosa. Faccio un bagno in quest’acqua rossastra e tiepida. Il mio corpo si sta già irrigidendo, sta svuotandosi di sentimento. Il futuro sta chiudendosi davanti a me come una porta.
Cordelia mi ha aspettata. Lo capisco non appena la vedo davanti alla fermata dello scuolabus. Prima dell’estate alternava la gentilezza alla malignità con qualche pausa di indifferenza, ma ora è più aspra, più assillante. È come se a incitarla fosse la voglia di vedere fin dove può arrivare. Sta spingendomi indietro verso un baratro, una scogliera: un passo indietro, un altro passo, poi cado giù e precipito.
Carol e io siamo in quinta, adesso. Abbiamo una nuova insegnante, la signorina Stuart. È scozzese, si sente subito dall’accento. Tiene sulla cattedra un mazzetto di erica essiccata dentro un barattolo della marmellata, e un ritratto in miniatura del principe Charlie ‘Bonnie’, che fu rovinato dagli inglesi e aveva il suo stesso cognome. Ha anche una bottiglietta di lozione nel cassetto, se l’è preparata lei.
Il pomeriggio si fa una tazza di tè che non profuma solo di tè, ma anche di qualcos’altro che ci versa dentro da una bottiglietta d’argento. Ha capelli d’un bianco azzurrino, ben ondulati, e indossa fruscianti abiti di seta color malva con un fazzoletto dall’orlo di merletto infilato nella manica. Mette spesso una garza bianca da infermiera davanti al naso e alla bocca perché è allergica alla polvere del gesso, ma ciò non le impedisce di lanciare il cancellino della lavagna contro i ragazzi che non fanno attenzione. Anche se lo lancia di nascosto e senza forza, non sbaglia mai un colpo. Quando è colpito, il ragazzo deve riportare il cancellino alla lavagna, ma nessuno sembra risentirsi di questa sua abitudine, anzi, essere colpiti è considerato un segno di distinzione.
Tutti amano la signorina Stuart. Carol dice che siamo fortunate a essere nella sua classe. Anch’io l’amerei, se ne avessi voglia. Ma sono troppo intorpidita, troppo soggiogata.
Tengo il mio occhio di gatto in tasca, dove posso stringerlo. Mi sta nella mano, prezioso come un gioiello, e guarda attraverso le ossa e la stoffa col suo sguardo imparziale. Grazie al suo potere, posso ritirarmi dentro i miei occhi. Davanti a me camminano Cordelia, Grace e Carol. Guardo le loro figure mentre camminano, l’ombra che si muove da una gamba all’altra, le macchie di colore, un quadrato rosso del cardigan, un triangolo azzurro della sottana. Sono come burattini, lì davanti a me, piccoli e nitidi. Posso vederle o non vederle, a mio piacimento.
Arrivo al sentiero che porta al ponte e inizio a scendere, oltre le piante di belladonna con le loro bacche rosse, oltre le foglie ondeggianti e i gatti in agguato. Tutte e tre sono già sul ponte ma si sono fermate, mi stanno aspettando. Guardo l’ovale delle loro facce, il profilo dei capelli tutti intorno. Hanno visi che sembrano uova sode ammuffite. I miei piedi scendono giù per la collina.
Immagino di diventare invisibile. Immagino di mangiare le bacche velenose della belladonna lungo il sentiero. Immagino di bere la candeggina della bottiglietta col teschio e le tibie incrociate nella lavanderia, di buttarmi giù dal ponte e di sfracellarmi come una zucca, con mezzo occhio e mezza bocca. Mi spiaccicherei, sarei morta, sarei come i morti.
Non voglio fare queste cose, ho paura. Ma immagino Cordelia che mi dice di farle, non col suo tono sprezzante ma con quello gentile. Sento la sua voce gentile nella testa: ‘Su, fallo. Dài’. Farei tutte queste cose per farle piacere.
Penso di parlarne con mio fratello, di chiedergli aiuto. Ma che cosa dirgli, esattamente? Non ho occhi pesti, non perdo sangue dal naso, Cordelia non fa niente che sia fisico. Se fossero ragazzi che mi rincorrono o mi stuzzicano, lui saprebbe cosa fare, ma non subisco niente di simile dai ragazzi. Contro le ragazze, i loro mezzi indiretti, i loro sussurri, sarebbe impotente.
E poi mi vergogno. Ho paura che rida di me, che mi disprezzi perché sono così fifona davanti a un gruppetto di ragazze, perché faccio tanto baccano per niente.
Sono in cucina e sto ungendo le teglie del forno per mia madre. Guardo i disegni che l’unto lascia sul metallo, guardo le lunette delle mie unghie, la pelle strappata delle mie dita che si muovono tutt’intorno.
Mia madre prepara la pastella per le focaccine, misura il sale, setaccia la farina. Il setaccio fa un rumore secco, come quello della carta vetrata. «Non sei obbligata a giocare con loro» mi dice. «Ci saranno pure altre bambine con cui giocare, no?»
La guardo. L’infelicità mi assale come un vento lento. Che cosa ha osservato, cosa ha intuito, cosa sta pensando di fare? Non riesco nemmeno a immaginarlo. Mia madre non è come le altre madri, non assomiglia all’idea della madre. Non vive in casa come le altre madri, è ariosa, difficile da tenere ferma. Le altre madri non vanno a pattinare sulla pista qui vicino, non vanno a camminare da sole giù per la scarpata. Mi sembrano adulte, in un modo che non è di mia madre. Penso alla madre di Carol e al suo twin set, al suo sorriso scettico, e alla madre di Cordelia, ai suoi occhiali con la catenella e alla sua aria svagata, a quella di Grace, alle sue forcine per i capelli e al grembiule cascante. Mia madre si presenterebbe alla loro porta di casa con i pantaloni indosso e un mazzetto di erbe in mano, assurdamente. Non le crederebbero.
Poi mi dice: «Quand’ero piccola e i ragazzini ci dicevano parolacce, noi rispondevamo: sassi e bastoni rompono il collo, ma le parolacce non fanno mai male». Agita vigorosamente un braccio in un gesto confuso, efficace ed energico.
«Non mi dicono parolacce» rispondo. «Sono mie amiche.» E ci credo.
«Devi imparare a cavartela da sola» dice mia madre. «Non lasciarti comandare. Non essere succube. Devi diventare un osso duro.» Versa cucchiaiate di pastella dentro le teglie.
Penso alle sardine e alle loro ossa, la loro spina dorsale. Si può mangiare, la loro spina dorsale; le ossa si sbriciolano tra i denti, un morso e si spezzano. Così dev’essere la mia spina dorsale, quasi inesistente. Quello che mi sta capitando è per colpa mia, perché non ho spina dorsale.
Mia madre posa la ciotola e mi prende tra le braccia. «Vorrei sapere cosa fare» dice. È una confessione. Ora so ciò che sospettavo: per quanto riguarda questa cosa, è impotente.
So che le focaccine devono essere messe nel forno appena è pronta la pastella, altrimenti si afflosciano e non vengono bene. Non posso lasciarmi distrarre dalla consolazione, altrimenti quel po’ di spina dorsale che mi è rimasta si sbriciolerebbe del tutto.
Mi scosto da lei. «Devono essere messe in forno» le dico.