Cordelia porta uno specchio a scuola. È uno specchio tascabile, di quelli semplici e oblunghi, senza cornice. Lo prende dalla tasca e me lo mette davanti, poi dice: «Guardati! Guarda soltanto!». La sua voce è piena di disgusto, di esasperazione, come se la mia faccia, e soltanto quella, fosse arrivata a qualcosa, avesse superato il limite. Guardo nello specchio e non vedo niente d’insolito. È soltanto la mia faccia, con le macchie scure sulle labbra dove mi sono morsicata la pelle.
I miei genitori organizzano partite di bridge. Quand’è giorno di bridge spingono i mobili del soggiorno contro le pareti e aprono due tavolini di metallo con otto sedie. Nel mezzo di ciascun tavolo sono posati due piatti di porcellana, uno con noccioline salate, l’altro con caramelle miste. Le caramelle sono chiamate ‘misto per bridge’. Su ogni tavolino ci sono anche due portacenere.
Poi inizia a squillare il campanello della porta e arriva la gente. La casa si riempie dell’odore estraneo delle sigarette, che rimarrà qui fino al mattino insieme con qualche caramella e nocciolina non mangiata, e scoppi di risate che diventano sempre più forti col passare del tempo. Mi sento isolata, esclusa. E non capisco nemmeno perché tutta questa attività, con i suoi rumori e i suoi odori, venga chiamata ‘bridge’, come un ponte. Non ha niente di un ponte.
A volte viene anche il signor Banerji a queste partite di bridge. Mi apposto nell’angolo del corridoio, nel mio pigiama di flanella, con la speranza di intravederlo. Non è che abbia preso una cotta per lui, niente del genere, desidero vederlo per curiosità e per simpatia. Voglio vedere come si comporta, come se la cava con i tacchini quando deve mangiarli, e con altre cose della vita. Non molto bene, a giudicare dai suoi occhi scuri, smarriti, e dalla risata un po’ isterica. Ma se può cavarsela con quello che lo assilla, e qualcosa c’è, allora posso riuscirci anch’io. O quanto meno, questo è ciò che penso.
La principessa Elisabetta sta per arrivare a Toronto. È in visita in Canada con suo marito, che è un duca. È una visita reale. Alla radio si sentono folle plaudenti e voci solenni che descrivono i colori dei suoi abiti, colori ogni giorno diversi. Sono distesa sul pavimento del soggiorno con la musica dei violini dei Maritimes sullo sfondo, e con il ‘Toronto Star’, aperto sotto i gomiti studio la sua fotografia in prima pagina. È più vecchia di quanto dovrebbe essere e più comune: non indossa più l’uniforme delle Girl Scout, come ai tempi del Blitz, ma nemmeno la gonna lunga e il diadema, come la regina nella foto in fondo all’aula. Indossa un abito semplice, con i guanti e la borsetta come una persona qualunque, e porta un cappellino da signora. Ma è pur sempre una principessa. All’interno del giornale c’è una pagina intera per lei, con donne che fanno l’inchino e bambine che offrono mazzolini di fiori. Lei sorride dall’alto, sempre con lo stesso sorriso benevolo, e viene definita raggiante.
Giorno dopo giorno, distesa sul pavimento, sfoglio le pagine dei giornali e seguo sulla cartina geografica il suo tragitto in aereo, in treno, in auto, da una città all’altra. Imparo a memoria il percorso proposto per la sua visita a Toronto. Ho buone probabilità di vederla perché dovrebbe passare in auto proprio vicino a casa nostra, per la strada dissestata e piena di buche che costeggia il cimitero, con i suoi gracili alberelli nuovi, i mucchi di terra scavata dai bulldozer e le cinque nuove colline di fango in fila.
Le colline di fango si trovano dalla nostra parte della strada. Sono comparse di recente, a sostituire la precedente striscia di terreno erboso. Ogni collina sta accanto alla sua buca, più o meno simile a una cantina con una pozza di acqua melmosa sul fondo. Mio fratello vuole averne una per sé, e progetta di scavare una galleria dall’alto e una sul fianco come entrata laterale. Non si sa cosa vorrà fare lì dentro.
Non capisco perché la principessa debba essere portata in auto tra queste colline di fango. Non penso che siano una cosa che vorrà necessariamente vedere, ma non ne sono sicura perché vede molte altre cose che non sembrano affatto più interessanti. Ho visto una sua fotografia davanti a un municipio e un’altra in una fabbrica di pesce in scatola. Ma che voglia vederle o no, le colline di fango saranno un buon posto d’osservazione.
Attendo con impazienza questa visita. Mi aspetto qualcosa, anche se non so bene cosa. Questa è la stessa principessa che ha sfidato le bombe a Londra, la principessa coraggiosa ed eroica. Penso che qualcosa mi succederà, quel giorno. Qualcosa cambierà.
Il corteo regale arriva finalmente a Toronto. La giornata è coperta, con spruzzi di pioggia o rovesci, così li chiamano. Esco presto di casa e mi apposto sulla cima della collina di fango. C’è una fila sparsa di gente, di adulti e di ragazzi, lungo la strada centrale, tra gli sterpi infangati. Alcuni bambini hanno bandierine dello Union Jack. Ne ho una anch’io, ce le hanno date a scuola. Non c’è molta folla perché non abitano molte persone da queste parti, e alcuni probabilmente devono essere andati in centro, dove ci sono i marciapiedi. Scorgo Grace, Carol e Cordelia sulla strada che porta a casa di Grace. Spero che non mi vedano.
Sono qui sulla montagnola di fango con il mio Union Jack afflosciato sull’asticella. Passa il tempo e non succede niente. Penso che forse dovrei ritornare a casa per sentire alla radio quanto è ancora lontana la principessa, ma d’improvviso compare un’auto della polizia sulla sinistra, lungo la strada del cimitero. Inizia a piovigginare. In lontananza si odono le ovazioni della folla.
Passano alcune motociclette, poi delle automobili. Riesco a vedere le braccia della gente in strada che si alzano, sento acclamazioni intercalate. Le auto stanno andando troppo velocemente, nonostante le buche nella strada. Non riesco a capire qual è quella giusta.
Poi la vedo. È l’auto col guanto chiaro che esce dal finestrino, agitandosi avanti e indietro. Già è davanti a me, già sta passando oltre. Non agito la mia Union Jack e non acclamo, perché vedo che ormai è troppo tardi; non ho più tempo per ciò che stavo aspettando e che soltanto adesso mi è diventato chiaro. Ciò che devo fare è correre giù dalla montagnola con le braccia tese in fuori per tenermi in equilibrio, e gettarmi davanti all’auto della principessa. Davanti, sopra o dentro. Allora la principessa ordinerà di fermare l’auto. Dovrà farlo, se vuole evitare di investirmi. Non mi immagino di essere portata via sull’auto della principessa, sono realistica. E in ogni caso non voglio lasciare i miei genitori. Ma le cose cambieranno, saranno diverse, qualcosa succederà.
L’auto con il guanto sta allontandosi, ha voltato l’angolo, se n’è andata e io non mi sono mossa.