Una ragazza è stata trovata assassinata giù nella scarpata. Non nella scarpata vicino a casa nostra ma in una parte più ampia, più a sud, oltre i lavori in muratura, dove il fiume Don, fiancheggiato da salici, cupo e disseminato di detriti, si snoda pigramente verso il lago. Cose simili non sono immaginabili a Toronto, dove la gente lascia aperta la porta di casa e le finestre spalancate la notte: però accadono, a quanto pare. È in prima pagina su tutti i giornali.
La ragazza aveva la nostra età. La sua bicicletta è stata trovata accanto a lei. È stata strangolata, e anche molestata. Lo sappiamo che cosa significa il termine ‘molestata’. Hanno pubblicato fotografie di quand’era viva, che mostrano già quell’espressione tormentata che queste immagini acquistano solitamente col passare degli anni, l’espressione del tempo trascorso, irrecuperabile, non ritrovato. Si leggono dettagliate descrizioni del suo abbigliamento. Indossava un golfino d’angora e un colletto di pelo con i ponpon, di quelli che vanno di moda adesso. Io non ho un colletto come questo ma mi piacerebbe. Il suo era bianco, ma si può trovare anche di visone. Portava una spilla sul golfino, a forma di due uccelli con brillantini al posto degli occhi. È ciò che tutte noi vorremmo portare a scuola. Questi particolari sull’abbigliamento mi sembrano un’ingiustizia, anche se leggo avidamente le descrizioni. Non mi sembra giusto che si possa uscire un giorno di casa, con comuni vestiti indosso, essere assassinate senza preavviso e poi osservate, esaminate da tutta quella gente. Una morte per omicidio dovrebbe essere una circostanza più cerimoniale.
Ho dimenticato ormai da tempo la storia degli uomini cattivi giù nella scarpata, che consideravo uno spauracchio inventato dalle madri. Ma a quanto pare esistono, nonostante tutto.
La storia di questa ragazza assassinata mi tormenta. Dopo la prima impressione, nessuno ne parla molto a scuola. Perfino Cordelia non vuole parlarne. È come se la ragazza avesse fatto lei qualcosa di vergognoso, per il fatto di essere stata assassinata. E così finisce in quel posto in cui vanno tutte le cose innominabili, portando con sé i capelli biondi, il golfino d’angora, le cose di tutti i giorni. Agita qualcosa, foglie morte. Penso a una mia vecchia bambola, col pelo bianco sui bordi della sottana. Ricordo che mi faceva paura, questa bambola. È da anni che non ci penso più.
Cordelia e io siamo sedute al tavolo da pranzo a fare i compiti. La sto aiutando: tento di spiegarle l’atomo ma lei si rifiuta di prenderlo sul serio. Il diagramma dell’atomo presenta un nucleo con gli elettroni tutt’intorno. Il nucleo sembra un lampone, gli elettroni e i loro anelli il pianeta Saturno. Cordelia fa schioccare la lingua e intanto osserva il nucleo. «Sembra un lampone» commenta.
«Cordelia» le dico, «domani c’è l’esame.» Le molecole non la interessano, né sembra in grado di capire la tavola periodica. Si rifiuta di comprendere la massa, di comprendere perché esplodono le bombe atomiche. Nel libro di fisica c’è la fotografia di una bomba atomica che esplode, con la sua nuvola a fungo e tutto il resto. Per lei è come tutte le altre bombe. «La massa e l’energia sono aspetti diversi» le dico. «Ecco perchéE¼mc2.»
«Sarebbe più facile se Percy il Puritano non fosse così odioso.» Percy il Puritano è l’insegnante di fisica. Ha i capelli rossi, ritti in testa come Woody Woodpecker, nei cartoni animati, e balbetta.
Stephen entra nella stanza e dà un’occhiata alle nostre spalle. «Così vi insegnano ancora questa fisica da bambini» commenta in tono indulgente. «Rappresentano ancora l’atomo in modo che sembri un lampone.»
«Visto?» dice Cordelia.
Mi sento contestata. «Questo è l’atomo da studiare per l’esame, quindi farai bene a impararlo» dico a Cordelia. E a Stephen domando: «E allora, che aspetto ha?».
«Di un mucchio di spazio vuoto» risponde Stephen. «Non c’è quasi. Sono soltanto alcuni puntini tenuti lì da alcune forze. A livello subatomico, non si può nemmeno dire che la materia esista. Si può dire soltanto che ha una tendenza a esistere.»
«Stai confondendo Cordelia» gli dico. Cordelia ha acceso una sigaretta e sta guardando fuori dalla finestra, dove alcuni scoiattoli si stanno inseguendo nel prato. A tutto questo non presta attenzione.
Stephen osserva Cordelia. «Cordelia ha una tendenza a esistere» dice.
Cordelia, anche se esce con i ragazzi, non lo fa al mio stesso modo. Di tanto in tanto, insieme al ragazzo con cui esco in quel momento, organizzo appuntamenti a quattro. Il ragazzo di Cordelia vale sempre un po’ di meno e lei, che se ne rende conto, si rifiuta di prenderlo in considerazione.
Cordelia non sembra capace di decidere quale tipo di ragazzo le piaccia realmente. Quelli con i capelli tagliati come mio fratello sono ‘pallosi’ e insignificanti, ma quelli con il codino, anche se sono sexy, sono sporchi e unti. Pensa che i ragazzi con cui esco io, che non vanno oltre i capelli a spazzola, siano troppo ragazzini per lei. Ha abbandonato il rossetto ultrarosso, la lacca per le unghie e il bavero rialzato; adotta dei rosa meno sgargianti, segue una dieta e si fa ‘strigliare’, come dicono le riviste, al pari dei cavalli. Ha capelli più corti e un guardaroba più sobrio.
Ma c’è qualcosa in lei che fa sentire i ragazzi a disagio. È come se fosse troppo attenta, troppo educata, studiata e artificiosa. Quando pensa che abbiano fatto una battuta di spirito, ride e dice: «Questa è davvero buona, Stan». Lo dice anche quando loro non intendevano essere spiritosi, e allora non capiscono se li sta prendendo in giro oppure no. A volte è vero, altre volte no. Le sfuggono parole inappropriate. Quando abbiamo finito di mangiare hamburger e patate fritte, si volta verso i ragazzi e domanda in tono disinvolto: «Avete sbafato abbastanza?» e loro la guardano a bocca aperta. Questi sono ragazzi che non usano tovaglioli con l’anello.
Fa loro domande tendenziose, tenta di coinvolgerli in discussioni, come potrebbe fare un adulto, e non sembra capire che la cosa migliore è lasciarli esistere nei loro silenzi, osservarli soltanto con la coda dell’occhio. Cordelia vuole guardarli apertamente negli occhi e loro rimangono accecati da questo sguardo, raggelati come conigli davanti ai fari. Quando è seduta con uno di loro sul sedile posteriore dell’auto posso capire, dai sospiri e dagli ansiti, che sta andando troppo oltre anche in quella direzione. «È un po’ strana, la tua amica» mi dicono i ragazzi, ma non sanno spiegare perché. Concludo che è perché non ha fratelli ma soltanto sorelle. Pensa che con i ragazzi l’importante sia ciò che si dice; non ha ancora capito le complessità, le sfumature dei silenzi maschili.
Io so, però, che Cordelia in realtà non è interessata a ciò che i ragazzi hanno da dire, lei stessa me l’ha confessato. Nella maggior parte dei casi, pensa che siano tardi di mente. I suoi tentativi di conversazione con loro sono un’esibizione, un’imitazione. La sua risata, quando è con loro, è studiata e sommessa, come le risate delle donne alla radio, tranne quando se ne dimentica, e allora ride troppo forte. Sta imitando qualcosa, qualcosa che ha in mente lei, qualche ruolo o immagine che soltanto lei riesce a vedere.
Come tutti gli anni, la compagnia teatrale degli Earle Grey Players viene nella nostra scuola. Vanno da una scuola superiore all’altra, ed è per questo che sono famosi. Ogni anno recitano una commedia di Shakespeare, che è sempre quella da presentare agli esami provinciali della tredicesima classe, quelli che si devono passare per andare all’università. Non esistono molti teatri a Toronto, ce ne sono soltanto due, e perciò a queste recite assistono molte persone. I ragazzi ci vanno perché è materia d’esame, i genitori perché non hanno spesso occasione di andare a teatro.
Gli Earle Grey Players sono il signor Earle Grey, che recita sempre la parte principale, sua moglie, che interpreta il ruolo della protagonista femminile, e due o tre altri attori che, a quanto si dice, sono cugini di Earle Grey e di solito si sdoppiano e recitano due o più parti. Le altre parti sono interpretate dagli studenti della scuola superiore in cui la compagnia recita quella settimana. L’anno scorso era in programma Giulio Cesare, e Cordelia faceva parte della folla. Doveva sporcarsi la faccia con sughero affumicato e avvolgersi in un lenzuolo portato da casa, per far parte del coro dei cittadini durante il discorso di Marcantonio.
Quest’anno è in programma Macbeth. Cordelia è una domestica, e anche un soldato nella scena finale della battaglia. Questa volta deve portare da casa una coperta scozzese, ed è fortunata perché ha anche un kilt, un vecchio kilt che portava Perdie quando andava alla scuola privata femminile. Oltre a recitare in queste parti, Cordelia è anche assistente di scena e deve riordinare il palco dopo ogni scena in modo che gli attori possano prepararsi dietro le quinte e uscire senza esitazioni.
Durante i tre giorni di prove Cordelia è molto eccitata, lo capisco da come fuma una sigaretta dopo l’altra quando ritorniamo a casa e si comporta con aria annoiata e noncurante, chiamando di quando in quando per nome i veri attori professionisti. I più giovani, dice, si sforzano di essere spiritosi, e chiamano le streghe ‘le tre sorelle irsute’, chiamano Cordelia ‘strolaga con faccia di burro’ e minacciano di metterle nel caffè occhi di tritone e zampe di rospo. Dicono che quando lady Macbeth esclama: «Via, dannata macchia!», durante la scena della follia, sta parlando al suo cane Macchia, che ha fatto la pipì sul tappeto. Dice che i veri attori non pronunciano mai il nome di Macbeth a voce alta, perché porta sfortuna. Lo chiamano ‘Tartan’.
«Tu invece l’hai appena pronunciato» le dico.
«Che cosa?»
«Il nome di Macbeth.»
Cordelia si ferma di botto sul marciapiede. «Oh Dio» esclama. «L’ho detto davvero?» Finge di ridere, ma è preoccupata.
Alla fine della tragedia Macbeth è decapitato e Macduff deve portare la testa sul palcoscenico. La testa è un cavolo avvolto in un tovagliolo bianco e Macduff la getta sul palcoscenico, dove cade con un agghiacciante tonfo di carne e ossa. O almeno questo è ciò che succede durante le prove. Ma la sera precedente la prima delle tre recite previste, Cordelia si accorge che il cavolo sta marcendo, è diventato molliccio e ha odore di crauti, perciò lo sostituisce con un cavolo nuovo.
La recita avviene nell’auditorium della scuola, dove si svolgono le assemblee e dove si esercita il coro. La sera della prima la sala è tutta piena. Le cose si svolgono senza molti contrattempi, a parte qualche risatina fuori posto e una voce anonima che dice: «Su, vai avanti!» quando Macbeth esita davanti alla camera di Duncan, e le urla e i fischi in fondo alla sala quando lady Macbeth compare in camicia da notte. Cerco Cordelia nella scena della battaglia e la vedo mentre corre in fondo al palco col suo kilt e una spada di legno, la coperta scozzese su una spalla. Ma quando Macduff entra alla fine in scena e getta il cavolo avvolto nel tovagliolo, questo, invece di cadere e rimanere immobile, rimbalza saltellando lungo il palco, come una palla di gomma, e cade giù. L’effetto tragico sprofonda e il sipario cala tra le risate generali.
È colpa di Cordelia, è stata lei a sostituire il cavolo. È mortificata. «Doveva essere marcio!» geme dietro le quinte, dove sono andata a congratularmi con lei. «Soltanto adesso me l’hanno detto!» Gli attori l’hanno messa sul ridere, dicono che è un effetto inedito. Ma anche se Cordelia ride, anche se arrossisce e si sforza di non prendersela, posso vedere che è quasi in lacrime. Dovrei provare comprensione, ma non ci riesco. Invece, quando ritorniamo a casa il giorno dopo, le dico: «Balzellon, balzelloni...» e lei esclama: «Oh, smettila!». Ha una voce atona, cupa. Non c’è niente da ridere. Mi domando, per un attimo, come posso essere così cattiva con la mia migliore amica. Perché tale è Cordelia.
Il tempo passa e siamo più vecchie, siamo le più vecchie, siamo in tredicesima classe. Possiamo guardare dall’alto gli studenti del primo anno, quelli che sono ancora bambini com’eravamo noi una volta. Possiamo sorridere di loro. Siamo abbastanza vecchie per seguire il corso di biologia, che viene tenuto nel laboratorio di chimica. In questo corso lasciamo i nostri compagni di classe e incontriamo studenti di altre classi. Cordelia è mia compagna di studio a biologia, sul tavolo del laboratorio di chimica che è nero e ha un lavandino. A Cordelia la biologia non piace più di quanto le piacesse la fisica, che ha superato per il rotto della cuffia; però deve seguire qualche corso di scienze, e secondo lei biologia è più facile di molte altre materie che avrebbe potuto scegliere.
Ci vengono dati gli strumenti per sezionare, primitivi bisturi che potrebbero essere più affilati, tavolette col fondo coperto di cera e una scatoletta di spilli come nei corsi di cucito. Per primo ci viene dato da sezionare un verme, uno per ciascuna di noi. Guardiamo lo schema interno del verme nel testo di zoologia: è questo che dovremmo vedere dopo averlo aperto. l vermi si contorcono e si attorcigliano sulle tavolette col fondo di cera e strisciano sui bordi nel tentativo di scappare. Hanno l’odore dei buchi nella terra.
Infilzo le due estremità del mio verme con gli spilli e traccio un viscido taglio verticale. Il verme si contorce come sugli ami da pesca. Punto con gli spilli la pelle del verme ai due lati. Posso vedere il suo cuore di verme, che non ha forma di cuore, la sua arteria centrale che pompa sangue di verme, il suo apparato digestivo pieno di fango. «Oh, come puoi fare una cosa simile» esclama Cordelia. Sta diventando sempre più schifiltosa, penso, sta diventando una vera piaga. Le taglio il suo verme quando l’insegnante non guarda. Poi disegno lo schema del verme aperto, con le opportune didascalie.
Dopo è la volta della rana. La rana scalcia, è più difficile del verme, assomiglia un po’ troppo a una persona che nuota. Addormento la rana col cloroformio, seguendo le istruzioni, e la seziono abilmente puntando gli spilli. Disegno l’interno della rana, con tutti i suoi bulbi e ghirigori, i suoi minuscoli polmoni, il suo cuore di anfibio a sangue freddo.
Cordelia non riesce a sezionare nemmeno la rana. Dice che le fa male lo stomaco anche solo all’idea di affondarle il bisturi nella pelle. Mi guarda pallida, gli occhi sgranati. L’odore della rana sale fino a lei. Gliela taglio io la rana: in questo me la cavo bene.
Memorizzo le statocisti di un gamberetto d’acqua dolce, le parti delle branchie e della bocca. Memorizzo il sistema circolatorio del gatto. L’insegnante, che di solito fa l’allenatore di calcio dei ragazzi, ha recentemente seguito un corso estivo di zoologia per poter insegnare a noi; ci ha ordinato un gatto morto, con tutte le vene e le arterie riempite di lattice azzurro e rosa. Rimane deluso perché arriva un gatto quasi putrefatto, e nonostante la formaldeide se ne può sentire l’odore. Così non ci tocca sezionarlo, possiamo usare lo schema del libro e basta.
Ma vermi, rane e gatti non sono sufficienti per me, voglio qualcos’altro. Il sabato pomeriggio vado all’istituto di zoologia, per usare i microscopi nei laboratori deserti. Guardo i vetrini, sono planarie in sezione con la testa triangolare e gli occhi incrociati, i batteri colorati con vivide tinte, rosa accesi, un porpora violento, azzurri sgargianti. Illuminati da sotto fanno un effetto stupefacente, come quello delle vetrate nelle chiese. Li disegno delineando le strutture con matite di diverso colore; eppure non ci riesco, a rendere quella luminosità radiosa.
Il signor Banerji, che è divenuto ora il dottor Banerji, scopre quello che sto facendo e mi porta vetrini che secondo lui mi piacerebbe vedere; me li presenta timidamente, avido, con un risolino di complicità, come se spartissimo un delizioso segreto esoterico o religioso. «Parassiti dei filugelli» mi comunica, depositando con reverenza il vetrino sul mio tavolo, su un pezzo di carta pulita. «Uovo delle pulci dei germogli.»
«Grazie» gli dico. Lui guarda i miei disegni, afferrandoli agli angoli con dita agili e mangiucchiate. «Molto bene, molto bene, signorina» mi dice. «Ben presto prenderà il mio posto.»
Ha una moglie, adesso, che è venuta dall’India, e un bambino. Qualche volta li vedo, spiando attraverso la porta del laboratorio: il bambino compito e insicuro, la moglie ansiosa. Porta orecchini dorati e una sciarpa con i lustrini. Sotto al cappotto marrone canadese si vede il suo sari rosso, dal quale spuntano le soprascarpe.
Cordelia viene a casa mia per farsi aiutare a finire i compiti di zoologia, e si ferma a cena. Mio padre, mentre serve lo stufato di carne, dice che ogni giorno si estingue una specie. Dice che stiamo avvelenando i fiumi e rovinando il patrimonio genetico del pianeta. Dice che quando si estingue una specie, altre specie occupano il suo posto ecologico perché la natura aborre il vuoto. Le cose che ne prendono il posto sono erbacce, scarafaggi e topi; ben presto tutti i fiori saranno soffioni. Dice, agitando la forchetta, che se la nostra specie continua a ipernutrirsi, verrà una nuova epidemia a ristabilire l’equilibrio. Tutto ciò accade perché la gente ha dimenticato le lezioni fondamentali della scienza e si è data invece alla politica, alla religione, alla guerra, cercando infiammate giustificazioni di parte per ammazzarsi a vicenda. La scienza, invece, è imparziale e senza pregiudizi, è l’unico linguaggio universale. Il linguaggio è nei numeri. Alla fine, quando ci troveremo tutti immersi fino al collo nella morte e nella rovina, ci rivolgeremo alla scienza per far ordine nel nostro caos.
Cordelia ascolta tutto ciò con un lieve sorriso affettato. Pensa che mio padre sia un tipo bizzarro. Lo ascolto con le orecchie di lei: non è di queste cose che si deve parlare a tavola.
Vado a cena a casa di Cordelia. Le cene a casa di Cordelia sono di due tipi: quelle con suo padre e quelle senza. Quando lui non c’è, la situazione si fa caotica: Mamy viene a tavola con la sua aria svagata, il grembiule da pittrice ancora indosso; Perdie, Mirrie e anche Cordelia si presentano in blue jeans, con una camicia da uomo e i bigodini in testa. Si alzano dal tavolo e vanno a zonzo per la cucina alla ricerca del burro o del sale, che sono stati dimenticati. Parlano tutte insieme, in tono languido, divertito, e si lamentano quando è il loro turno di sparecchiare la tavola, mentre Mamy dice: «Su, ragazze» ma senza convinzione. Sta perdendo la voglia di essere delusa.
Ma quando è presente il padre di Cordelia tutto cambia. La tavola viene apparecchiata con i fiori, e ci sono anche le candele. Mamy ha i suoi orecchini di perle e i tovaglioli sono ben arrotolati dentro i loro anelli, anziché accartocciati sotto i bordi dei piatti. Non è stato dimenticato niente. Sul tavolo non ci sono né bigodini né gomiti, e anche le spalle sono più diritte.
Oggi è un giorno di quelli con le candele. Il padre di Cordelia seduto a capotavola, con le sue sopracciglia cespugliose e lo sguardo da lupo, rovescia su di me tutto il peso del suo greve, ironico, terrificante fascino. Riesce a dare la sensazione che quanto pensa degli altri sia importante perché lui sarà sempre nel giusto, mentre quello che gli altri pensano di lui non ha alcun peso.
«Sono perseguitato dalle streghe» si lamenta, simulando un tono afflitto. «L’unico uomo in una casa di donne. Il mattino non mi permettono nemmeno di entrare in bagno, a farmi la barba.» Sollecita con una strizzata d’occhio la mia simpatia e la mia complicità, ma non mi viene in mente niente da dirgli.
Perdie commenta: «Dovrebbe considerarsi fortunato che lo sopportiamo». Lei può permettersi qualche piccola impertinenza, qualche maliziosa libertà. Ne ha la facoltà. Mirrie, quando viene provocata, lancia occhiate di rimprovero. Cordelia non è capace né di una cosa né dell’altra. Ma tutte cercano di accattivarselo.
«Che cosa state studiando adesso?» mi chiede. È una delle sue solite domande. Qualsiasi cosa io dica la trova divertente.
«L’atomo» rispondo.
«Ah, l’atomo» soggiunge. «Me lo ricordo, l’atomo. E cosa ha da dire l’atomo, di questi tempi?»
«Quale?» dico, e lui ride.
«Già, quale» replica. «Questa è davvero buona.» Può darsi che sia proprio questo, che vuole: uno scambio di battute qualsiasi. Ma Cordelia non ci riesce, perché ha troppa paura di lui. Ha paura di non piacergli. E lui, comunque, non ne è compiaciuto. Li ho visti parecchie volte, gli esitanti e impacciati tentativi di Cordelia per compiacerlo. Ma niente di ciò che lei può fare o dire sarà mai sufficiente: per qualche motivo, è la persona sbagliata.
Osservo tutta la scena e mi fa infuriare. Mi fa venir voglia di prenderla a calci. Come può essere così strisciante? Quando imparerà?
Cordelia non supera l’esame di zoologia di metà anno. Non sembra dispiaciuta. Ha trascorso metà del tempo concesso per l’esame disegnando di nascosto caricature dei vari insegnanti; me le mostra mentre ritorniamo a casa, con la sua risata esagerata.
A volte sogno ragazzi. Sono sogni senza parole, sogni del corpo. Rimangono con me per qualche minuto dopo il risveglio e allora li accarezzo un po’, ma poi li dimentico presto.
Faccio anche altri sogni.
Sogno che non posso muovermi, non posso parlare, non posso nemmeno respirare. Sono in un polmone d’acciaio. Il metallo è stretto tutt’intorno al mio corpo, come una dura pelle cilindrica.
È questa pelle d’acciaio che respira per me, dentro e fuori. Sono opaca e pesante, non sento nient’altro che questa pesantezza. La mia testa fuoriesce a un capo del polmone d’acciaio. Sto guardando il soffitto sul quale è appesa una plafoniera, simile a un nebuloso ghiaccio giallastro.
Sogno che sto provando un colletto di pelo davanti allo specchio del mio cassettone. C’è qualcuno dietro di me. Se mi muovo in modo da poter guardare nello specchio, riuscirò a vedere alle mie spalle senza voltarmi. Riuscirò a vedere chi è.
Sogno di aver trovato una borsetta rossa di plastica, nascosta in un cassetto o in un baule. So che dentro c’è un tesoro, ma non riesco ad aprirla. Mi sforzo di più, e finalmente la borsetta esplode come un pallone. È piena di rane morte.
Sogno che mi hanno dato una testa avvolta in un tovagliolo bianco. Attraverso il tessuto bianco, posso vedere il profilo del naso, del mento, delle labbra. Potrei togliere questo tessuto per vedere di chi è la testa ma non voglio, so che se lo faccio la testa prenderà vita.