CAPITOLO SESTO

Cecilia, come mi sembra di aver fatto capire, non era loquace, anzi il suo atteggiamento naturale si sarebbe detto quello del silenzio; ma anche quando parlava, riusciva, per così dire, ad essere lo stesso silenziosa, grazie alla sconcertante brevità e impersonalità del suo linguaggio. Pareva che nella sua bocca le parole perdessero ogni reale significato, riducendosi a suoni astratti, come se fossero state parole di una lingua straniera che io ignoravo. La mancanza di qualsiasi accento dialettale o di qualsiasi inflessione sociale, l’assenza completa di luoghi comuni rivelatori, la riduzione della conversazione a constatazioni pure e semplici di fatti incontrovertibili del genere di: “oggi fa caldo”, confermavano questa impressione di astrattezza. Io le domandavo, per esempio, che cosa avesse fatto la sera del giorno prima; lei rispondeva: “Sono stata a cena a casa, poi sono uscita con mamma e siamo andate insieme al cinema.” Ora, come notavo subito, le parole: “casa”, “cena”, “mamma”, “cinema”, che in altra bocca avrebbero significato ciò che di solito significano e di conseguenza, secondo come venivano pronunziate, mi avrebbero fatto capire se mi si mentiva o mi si diceva la verità, queste stesse parole in bocca di Cecilia parevano nient’altro che suoni astratti, dietro i quali era impossibile immaginare sia la realtà della verità, sia quella della menzogna. Come poi Cecilia riuscisse a parlare dando l’impressione di tacere, me lo sono spesso domandato. E sono venuto alla conclusione che lei non aveva che un solo modo di espressione, quello sessuale, il quale, però, era ovviamente indecifrabile benché originale e potente; e che con la bocca lei non diceva niente, neppure le cose che riguardavano il sesso, perché, per così dire, la bocca in lei era un orifizio falso, senza profondità né risonanza, che non comunicava con niente di interiore. Tanto che, sovente, guardandola mentre mi stava accanto sul divano, dopo l’amore, supina e con le gambe aperte, io non potevo fare a meno di confrontare la fenditura orizzontale della bocca con quella verticale del sesso e di notare, meravigliato, quanto la seconda fosse più espressiva della prima, appunto nella maniera tutta psicologica che è propria a quei tratti del viso nei quali si rivela il carattere della persona.

D’altra parte, però, dovevo sapere che cosa si nascondesse dietro una frase come: “sono stata a cena a casa e poi sono uscita con mamma e siamo andate insieme al cinema”; se, insomma, dietro queste parole si nascondessero veramente una cena, una casa, una madre e un cinema, oppure un appuntamento con l’attore dai capelli ossigenati; e così, tutto ad un tratto, fui preso dalla smania di conoscere meglio Cecilia, di cui, finora, non mi ero curato di sapere niente appunto perché, illudendomi di possederla attraverso il rapporto amoroso, m’illudevo di sapere tutto. Per esempio: la famiglia. Cecilia mi aveva detto, con la consueta brevità, che era figlia unica, che viveva con suo padre e sua madre e che non avevano grandi mezzi perché il padre era malato e non lavorava più. Io mi ero contentato di queste informazioni, quasi grato, anzi, a Cecilia che non mi dicesse di più, poiché quel che mi importava soprattutto era che venisse ogni giorno allo studio e facesse l’amore con me. Ma a partire dal momento che ebbi il sospetto d’essere tradito e questo sospetto mi ebbe improvvisamente trasformato Cecilia da irreale e noiosa in reale e desiderabile, fui preso dalla curiosità di sapere di più sulla sua vita familiare, quasi sperando, attraverso una conoscenza più approfondita, di giungere a quel possesso che il rapporto amoroso mi negava. Presi, dunque, a interrogarla, un po’ come avevo fatto sui suoi rapporti con Balestrieri. Ecco un esempio della nostra conversazione: “Tuo padre è malato?”

“Sì.”

“Di che malattia è malato?”

“È malato di cancro.”

“Che dicono i medici?”

“Dicono che è malato di cancro.”

“No, voglio dire se pensano che possa guarire.”

“No, dicono che non può guarire.”

“Allora morirà presto?”

“Sì, dicono che morirà presto.”

“Ti dispiace?”

“Che cosa?”

“Che tuo padre muoia.”

“Sì.”

“Lo dici così?”

“Come dovrei dirlo?”

“Ma tu vuoi bene a tuo padre?”

“Sì.”

“Beh, andiamo avanti: tua madre, com’è?”

“Come sarebbe a dire com’è?”

“Beh, piccola, grande, bella, brutta, bruna, bionda?”

“È così così, una donna come ce ne sono tante.”

“Ma, insomma, che aspetto ha?”

“Mah, non ha nessun aspetto.”

“Nessun aspetto? Ma che dici?”

“Voglio dire nessun aspetto particolare. È come tutte le altre.”

“Vuoi bene a tua madre?”

“Sì.”

“Più o meno bene che a tuo padre?”

“È una cosa diversa.”

“Cosa vuol dire diversa?”

“Diversa vuol dire diversa.”

“Ma diversa in che modo?”

“Non lo so: diversa.”

“Beh, tua madre vuol bene a tuo padre?”

“Credo di sì.”

“Perché, non ne sei sicura?”

“Vanno d’accordo, dunque immagino che si vorranno bene.”

“Tuo padre che fa tutto il giorno?”

“Niente.”

“Che cosa vuol dire niente?”

“Niente vuol dire niente.”

“Ma si dice far niente così, per modo di dire, poi in realtà si fanno tante cose anche se non si fa niente. Dunque tuo padre non lavora, che fa invece?”

“Non fa niente.”

“E cioè?”

“Beh, non saprei: a casa, sta seduto accanto alla radio, in una poltrona. Ogni giorno fa una piccola passeggiata: ecco tutto.”

“Ho capito. Voi abitate in un appartamento in Prati?”

“Sì.”

“Quante stanze avete?”

“Non lo so.”

“Come non lo sai?”

“Non le ho mai contate.”

“Ma è un appartamento grande o piccolo?”

“Così così.”

“Cioè?”

“Medio.”

“Beh, descrivilo.”

“È un appartamento come ce ne sono tanti, non c’è niente da descrivere.”

“Ma non sarà mica vuoto questo appartamento? Ci saranno i mobili?”

“Sì, ci sono i soliti mobili, i letti, le poltrone, gli armadi.”

“Che specie di mobili?”

“Mah, non saprei, dei mobili come tutti gli altri.”

“Prendiamo per esempio il salotto. Ce l’avete il salotto?”

“Sì.”

“Che mobili ci sono?”

“I soliti mobili: delle seggiole, dei tavolini, delle poltrone, dei divani, come in tutti i salotti.”

“E di che stile sono questi mobili?”

“Non lo so.”

“Ma, infine, di che colore sono?”

“Non hanno colore.”

“Come sarebbe a dire, non hanno colore?”

“Voglio dire che non hanno colore, sono dorati.”

“Ho capito, ma anche l’oro è un colore. E ti piace la tua casa?”

“Non lo so se mi piace. Fra l’altro, ci sto così poco.”

Potrei continuare, su questo tono, all’infinito. Ma mi pare di aver dato un buon esempio di quello che ho chiamato l’astrattezza di Cecilia. Qualcuno penserà, a questo punto, che Cecilia fosse stupida e, comunque, priva di personalità. Ma non era così: che Cecilia non fosse stupida, lo dimostrava, se non altro, il fatto che non l’udii mai dire cose stupide; quanto alla personalità, essa stava, come ho già detto, altrove che nei suoi discorsi, così che riportare questi ultimi senza, contemporaneamente, accompagnarli con la descrizione del volto e del corpo di Cecilia, sarebbe un poco come leggere un libretto d’opera senza musica o una sceneggiatura senza le immagini dello schermo. Ma io ho voluto trascrivere un esempio di conversazione soprattutto per insinuare l’idea che il linguaggio di Cecilia era così schematico ed esangue per la buona ragione che Cecilia stessa ignorava le cose sulle quali la interrogavo, altrettanto e forse più di me. Ossia, lei viveva con suo padre e sua madre, in un appartamento in Prati ed era stata amante di Balestrieri; ma non si era mai fermata a guardare le persone e le cose della sua vita e perciò non le aveva mai veramente viste né tanto meno osservate. Insomma, essa era straniera a se stessa e al mondo in cui viveva; né più né meno di coloro che non conoscevano né lei né il suo mondo.

Ad ogni modo, il sospetto del tradimento di Cecilia, rendendomela misteriosa e inafferrabile e dunque reale, mi ispirò alla fine il desiderio di controllare quelle sue così vaghe informazioni, se non altro per annullare almeno quella parte di mistero che stava al di fuori del rapporto amoroso. Così, un giorno, le chiesi di farmi conoscere la famiglia. Con una certa quale sorpresa, notai che la richiesta non la imbarazzò affatto, nonostante i “brontolamenti” che aveva messo avanti per giustificare la sua intenzione di diradare i nostri rapporti. Disse: “Ci avevo pensato anch’io: mamma mi chiede sempre di te.”

“Avevi presentato anche Balestrieri in famiglia, a suo tempo?”

“Sì.”

“I tuoi genitori avevano mai saputo che tu eri l’amante di Balestrieri?”

“No.”

“Se lo avessero saputo che avrebbero fatto?”

“Chi lo sa?”

“Balestrieri ci veniva spesso a casa tua?”

“Sì.”

“Che ci faceva?”

“Niente. Veniva a colazione, oppure a prendere il caffè e poi andavamo insieme allo studio.”

“Avete mai fatto l’amore, tu e Balestrieri, in casa tua?”

“Lui voleva sempre farlo, ma io non volevo perché avevo paura che i miei se ne accorgessero.”

“Ma perché voleva farlo proprio in casa tua?”

“Non lo so, gli piaceva.”

“Ma l’avete fatto o no?”

“Sì, l’abbiamo fatto qualche volta.”

“Dove?”

“Non ricordo adesso.”

“Cerca di ricordarti.”

“Ah, sì, una volta l’abbiamo fatto in cucina.”

“In cucina?”

“Sì, mamma era uscita per comprare qualche cosa, e io dovevo stare dietro i fornelli.”

“Ma non potevate andare in camera, visto che eravate soli in casa?”

“Balestrieri dove gli veniva voglia di fare l’amore, lì lo faceva; gli piaceva farlo in luoghi strani.”

“Perché?”

“Non lo so.”

“Ma come lo faceste, poi, l’amore in cucina?”

“In piedi.”

Così uno di quei giorni, Cecilia mi comunicò l’invito a colazione dei genitori. Quella mattina, sostituii il maglione e i pantaloni di velluto con un vestito scuro, una camicia bianca e una cravatta poco appariscente, proprio da professore quale dovevo far credere di essere, e verso il tocco mi avviai all’indirizzo di Cecilia, una strada in Prati. Dico la verità, provavo una curiosità intensa e quasi un turbamento recandomi da lei; e questo perché, ormai, ogni scoperta che facevo o credevo di fare su Cecilia, diventava immediatamente un fatto di sensualità, come se scoprendo aspetti della sua vita che non conoscevo, avessi scoperto lei, materialmente, ossia l’avessi denudata.

Non faticai molto a trovare la strada, una tranquilla e scialba strada diritta, fiancheggiata di platani ormai spogli, con le botteghe allineate ai pianterreni dei casamenti gialli e grigi. Il portone del palazzo di Cecilia dava su un vasto cortile nel quale poche palme piantate nel mezzo delle aiuole brulle, levavano fino alle ghirlande dei panni stesi ad asciugare agli ultimi piani, le loro cime ingiallite e spennacchiate. C’erano varie scale contrassegnate con lettere dall’a all’effe, quella che portava all’appartamento di Cecilia era la scala E. Un cartello con la scritta: “Sospeso per manutenzione” pendeva alla grata del vecchio ascensore; salii così, a piedi, molte rampe di scala, in una luce smorta e fredda, da un pianerottolo all’altro, scrutando ad ogni piano le targhe delle porte. Interno primo, secondo e terzo, interno quarto, quinto e sesto, interno settimo, ottavo e nono, interno decimo, undicesimo e dodicesimo: questa era dunque la scala, non potei fare a meno di pensare, arrivando finalmente all’interno tredicesimo, al quinto piano, e premendo il campanello, questa era dunque la scala che Cecilia saliva e scendeva ogni giorno venendo da me e ritornandone. Che cosa avrei saputo di questa scala se ne avessi chiesto a Cecilia? Niente, meno che niente. Mi avrebbe risposto, con caratteristica tautologia, che: “la scala era una scala,” e tutto sarebbe finito lì. Eppure lei aveva lasciato su questa scala una parte della sua vita; e questa luce grigia, questi scalini di marmo bianco, queste piastrelle rosse dei pianerottoli, questo legno scuro delle porte avrebbero dovuto restarle nella memoria, come rimangono, ad altri più fortunati, i paesaggi sorridenti tra i quali hanno passato gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza. Tra questi pensieri, udii, al di là dell’uscio, un passo leggero che, però, risuonava fortemente sulle mattonelle traballanti di un vecchio pavimento. La porta si aprì e Cecilia comparve sulla soglia. Indossava la solita maglia verde e pelosa che le scendeva fin sotto la vita e la cui profonda scollatura triangolare lasciava intravedere il principio del seno; nella gonna nera, corta e stretta, il ventre s’imprimeva con pieghe concentriche e profonde. Come le dissi buongiorno, si sporse dalla soglia e io quasi mi meravigliai perché pensai che volesse baciarmi, e non era da lei, in quel luogo e in quel momento. Disse, invece, sottovoce: “Ricordati che oggi è giorno di lezione e che, dopo colazione, andiamo via insieme per recarci allo studio.” Non sapevo perché, questa insolita sollecitudine quasi mi insospettì; e mi venne fatto di pensare che Cecilia volesse servirsi di me e del nostro appuntamento per nascondere un altro impegno.

L’anticamera era arredata come quelle di certe antiquate pensioni di famiglia, nei luoghi balneari: seggiole e tavola di vimini, una pianta in un angolo, nell’altro una statua di gesso rappresentante una donna ignuda. Ma le seggiole e il tavolino apparivano vecchi e sgangherati, la statua, dovunque ci fosse una cavità o rientranza, era grigia di polvere e per giunta mancava di una mano, e la pianta, della specie chiamata ficus, non aveva più che un paio di foglie in cima a un lungo stelo. Notai pure che le pareti erano bianche, ma con il sospetto della polvere dappertutto, una polvere vecchia e attaccaticcia, che negli angoli del soffitto pareva condensarsi in certe piccole ragnatele fitte e scure. Mi venne ad un tratto in mente che questa era una casa di cui, a torto o a ragione, qualsiasi ragazza si sarebbe vergognata nel momento in cui ci faceva entrare il proprio amante; qualsiasi ragazza ma non Cecilia. Intanto lei mi precedeva in un lungo corridoio vuoto e quindi apriva un uscio e mi faceva segno di seguirla.

Vidi una grande stanza rettangolare, con quattro finestre velate da tende gialle, allineate sulla stessa parete. La stanza appariva divisa in due parti da un paio di scalini e da un arco; la parte più grande era il salotto, in cui si trovavano quei mobili che Cecilia a suo tempo aveva definiti senza colore, ossia dorati. Erano, in realtà, mobili Luigi quindici, imitati dall’antico, come andavano di moda quarant’anni addietro, disposti in gruppi spettrali intorno a tavolinetti rotondi e smilzi lumi dai paralumi ornati di perline. Fin dal primo sguardo, notai le scrostature bianche dello stucco dorato, l’ombra del sudicio sui braccioli a fiorami, le macchie di umidità sui piccoli arazzi dai soggetti galanti. Ma la decadenza della casa si rivelava non tanto nell’aspetto logoro dell’arredamento, quanto in alcuni particolari quasi incredibili che parevano indicare una trascurataggine antica e ingiustificata: un lungo, stretto lembo di carta da parati, con un disegno di mazzetti e di canestrini, penzolava, per esempio, a mezza parete, scoprendo la calcina del muro grezzo; una delle tende gialle delle finestre aveva un largo strappo ineguale dai bordi lacerati; nel soffitto, addirittura, vaneggiava in un angolo un largo buco nero. Perché i genitori di Cecilia non provvedevano almeno a incollare il lembo di carta da parati, a rammendare la tenda, a fare riparare alla meglio il soffitto? E quanto a Cecilia: questa era dunque la casa che era una casa, il salotto che era un salotto, i mobili che erano i mobili? Possibile, cioè, che lei vivesse in un appartamento, nel suo squallido modo, così singolare, e non ne avesse mai avuto coscienza? Pur pensando queste cose seguii Cecilia nella parte più piccola della stanza, al di là dell’arco, arredata, questa, da sala da pranzo, con mobili di quello stesso stile rinascimentale, scuro e massiccio che avevo già notato nello studio di Balestrieri. Dal vano di una finestra, nel silenzio, giungevano i suoni saltellanti di una musichetta di radio. Forse perché il silenzio della casa aveva qualche cosa di gelato, udendo questi suoni mi accorsi ad un tratto che, sebbene si fosse già ai primi di dicembre, l’appartamento non era riscaldato. Cecilia, che mi precedeva, disse: “Papà, ti presento il mio professore di disegno.”

Il padre di Cecilia si alzò a fatica dalla poltrona in cui stava seduto ad ascoltare la radio e mi tese la mano senza parlare, indicando nello stesso tempo la propria gola, come per avvertirmi che, a causa della malattia, era afono. Ricordai lo strano sussurro o respiro che avevo udito al telefono giorni prima e capii che era stato lui a rispondermi, o meglio, a tentare, invano, di rispondermi. Lo guardai mentre si lasciava cadere di nuovo nella vecchia poltrona di cuoio, tutta annerita e consunta, e, sporgendosi in avanti, abbassava il volume della radio. Doveva essere stato quello che di solito si chiama un bell’uomo, della bellezza, però, un po’ volgare che è propria a certe fisionomie troppo simmetriche. Ma di quella bellezza ormai non restava più nulla. La malattia gli aveva stravolto il viso, qua gonfiandolo e là svuotandolo, qua arrossandolo e là sbiancandolo. E la morte, pensai, era già nei capelli neri, che, piatti ed esanimi, parevano incollati come da un sudore malsano sulle tempie e sulla fronte; nel colore violaceo delle labbra; e, soprattutto, negli occhi rotondi, dall’espressione intensamente sbigottita. Questi occhi parevano dire cose che la bocca, anche se non fosse stata afona, avrebbe taciuto; e più che al mutismo prodotto dalla malattia, facevano pensare ad una impotenza coatta, come di persona legata e imbavagliata e lasciata lì, sola e indifesa, di fronte ad un pericolo mortale.

Cecilia disse al padre che sedesse, e invitò anche me a sedermi e a tenere compagnia al padre, perché lei doveva andare in cucina: parlava con voce alta, nominando il padre come un oggetto inanimato di cui si potesse disporre come si voleva. Sedetti, dunque, di fronte all’infermo, e, non sapendo che dire, presi a parlare in maniera elogiativa del talento artistico di Cecilia. Il padre mi ascoltava roteando quei suoi occhi atterriti, quasi che invece di parlargli della figlia, gli avessi rivolto delle gravi minacce. Ogni tanto parlava anche lui, o meglio tentava di parlare come aveva fatto al telefono il giorno che mi aveva risposto; ma i suoni che gli uscivano dalla bocca, più soffiati che articolati, mi restavano incomprensibili. Tutto ad un tratto, senza tanti complimenti, con la maleducazione involontaria propria ai sani nei confronti dei malati, dissi che dovevo lavarmi le mani, mi alzai ed uscii dal salotto.

Ciò che mi aveva spinto ad uscire era pur sempre la stessa curiosità che mi aveva fatto chiedere a Cecilia di presentarmi ai suoi genitori. Come fui nel corridoio, andai a caso alla prima delle quattro porte che vi stavano allineate e l’aprii. Mi apparve una cameretta di una povertà gelata: la luce, fredda e bassa, veniva dal cortile, attraverso i vetri senza tendine della finestra. Un letto di ferro verniciato di nero, con l’olivo benedetto legato alle sbarre e la coperta rossa ben rincalzata sul materasso sottile, due seggiole cosiddette da cucina, col fondo di paglia gialla e un piccolo armadio di legno grezzo, componevano tutto l’arredamento. Fui subito sicuro che questa cameretta quasi vuota fosse quella di Cecilia; lo capii dall’odore che era nell’aria, un odore femminile un po’ acre e selvatico che ricordavo di aver sentito tra i suoi capelli e sulla sua pelle. Aprii l’armadio per assicurarmi meglio e, infatti, appesi alle stampelle, vidi i pochi vestiti a me ben noti, in cui consisteva il guardaroba di Cecilia: la gonna da ballerinetta che aveva portato durante l’estate, quando l’avevo conosciuta; un vestito a due pezzi, di lana grigia, che indossava nei giorni freddi; un cappottino nero che portava la sera; un vestito nero, di quelli chiamati da mezza sera. Su un ripiano c’era un involto di carta velina bianca: la borsa che avevo regalato a Cecilia il giorno che avrebbe dovuto essere quello della nostra separazione. Richiusi l’armadio e mi guardai intorno cercando di definire a me stesso la sensazione che mi ispirava la camera; e alla fine compresi: era nuda e squallida, ma di una nudità e di uno squallore naturali e quasi ferini, quali si notano nei luoghi, anfratti o grotte, in cui abitano le bestie selvatiche. Una nudità, per dirla in una parola sola, non tanto di casa povera, quanto di tana.

Uscii in punta di piedi e aprii la porta accanto. Qui il buio era quasi completo, ma dai contorni incerti di un grande letto matrimoniale e da un odore di chiuso molto diverso da quello della stanza di Cecilia, più pesante e meno sano, arguii che fosse la camera dei genitori. Chiusi anche questa porta ed aprii la terza.

Era il cesso, più simile ad un corridoio lungo e stretto che ad una stanza, con la finestra dalle persiane accostate all’estremità opposta a quella della porta. Tutti in fila contro la stessa parete, stavano allineati la vasca da bagno, il bidè, il lavandino e la tazza. La vasca era di una forma antiquata, con le scolature rugginose sul vecchio smalto ingiallito; il lavandino appariva reticolato di sottili incrinature nere; il bidè mostrava nel fondo come una patina grigia e grassa; infine, il mio sguardo, rimbalzando con disgusto crescente dall’uno all’altro di questi malconci strumenti di pulizia, mi rivelò, sul bordo interno della tazza, qualche cosa di fresco, di scuro e di luccicante che, evidentemente, aveva resistito allo scroscio insufficiente dell’antiquato sciacquone. Mi avvicinai al lavandino, presi un piccolo pezzo di sapone dal portasapone e incominciai a lavarmi le mani. Pur lavandomi, ricordavo tutte le domande che avevo rivolte a Cecilia sulla sua casa e le risposte che ne avevo ricevute, così schematiche e astratte; e mi confermavano nella mia prima supposizione: Cecilia non aveva saputo dirmi niente sulla sua casa perché, in realtà, non l’aveva mai vista. Poi la porta si aprì e Cecilia entrò.

Disse: “Ah, sei qui,” senza mostrarsi stupita che non fossi nel salotto a tenere compagnia al padre, come mi aveva raccomandato. Mi passò dietro le spalle, andò direttamente alla tazza e, rialzando con le due mani la gonna, sedette e orinò. Allora vedendola così seduta, con le gambe piegate e aperte, il busto proteso in avanti e il volto girato verso di me, vedendo, soprattutto, i suoi bellissimi occhi oscuri e inespressivi che mi fissavano con un’innocenza paragonabile a quella degli animali quando, ignari dell’uomo che li osserva, sfogano i loro bisogni, mi tornò di nuovo l’idea della tana, che mi era venuta poco prima visitando la sua camera. Sì, mi dissi, quell’appartamento stringeva il cuore se si pensava che era abitato da uomini; ma a partire dal momento che si immaginava che ci vivesse un animale selvatico, piccolo e grazioso, una volpe, una martora, una lontra, diventava accettabile, normale. Cecilia intanto aveva finito di orinare. La vidi trasportare le natiche nude dal cesso al bidè, accovacciarsi e lavarsi a lungo con una mano sola. Poi si rialzò e, scosciandosi, si passò con forza un asciugamani tra le gambe. Disse, alla fine, tirandosi giù la veste. “Scostati un momento, che mi pettino.”

Mi feci da parte, lei prese sulla mensola una spazzola spelacchiata, e un pettine molto sporco, al quale mancavano alcuni denti, e cominciò a pettinarsi con energia. Dissi a caso: “Tuo padre è davvero molto malato; ho paura che i medici abbiano ragione.”

“E cioè?”

“Che muoia presto.”

“Sì, lo so.”

“Come farete?”

“Come faremo che cosa?”

“Quando sarà morto.”

“In che senso?”

“Di che vivrete?”

Rispose in fretta, passandosi un lapis di rossetto sulle labbra: “Come abbiamo fatto sinora.”

“E come avete fatto?”

“Abbiamo un negozio. Viviamo di quello.”

“Un negozio? Non me lo avevi mai detto.”

“Tu non me lo avevi mai chiesto.”

“Che cosa vendete in questo negozio?”

“Ombrelli, valigie, borse, pelletterie.”

“E chi ci sta al negozio?”

“Mia madre e mia zia.”

“Rende molto questo negozio?”

Finì di dipingersi le labbra, quindi rispose in maniera conclusiva: “No, rende poco.”

Le passai un braccio intorno alla vita e mi strinsi a lei, aderendole con il ventre al dorso. La vidi lanciarmi un breve sguardo, non capii bene se d’intesa o di sorpresa; poi prendere una matita nera e cominciare a ritoccarsi le sopracciglia. Domandai: “Ma tu pensi mai alla morte?”

Le stavo addosso e lei prese a muovere i fianchi, lentamente e con forza, da destra a sinistra: “No, non ci penso mai.”

“Neanche quando vedi tuo padre così ridotto?”

“No.”

“Eppure chiunque al tuo posto ci penserebbe.”

“Sto bene, perché dovrei pensare alla morte?”

“Ma ci sono anche gli altri.”

“Così dicono.”

“Perché, non ne sei sicura?”

“No, ho detto tanto per dire.”

“Tuo padre, credi che lui ci pensi alla morte?”

“Lui sì.”

“Ha paura di morire tuo padre?”

“Altroché.”

“Ma lo sa che sta per morire?”

“No, non lo sa.”

“E tu non ci pensi mai che sta morendo?”

“Finché è vivo, anche se è malato, non penso alla sua morte. Ci penserò il giorno che morirà. Adesso penso soltanto che è malato.”

Bruscamente mi staccai da lei dicendo: “Lo sai che ti desidero?”

“Me ne sono accorta.”

Finì di ritoccarsi le sopracciglia, rimise il lapis sulla mensola e quindi mi spinse verso l’uscio, dicendo: “Andiamo, fra l’altro deve esser tornata mamma.”

Era tornata, infatti. Come riuscimmo nel corridoio, una voce squillante e discorde, simile al suono di uno di quei carillon che in certi negozi si scatenano ogni volta che si apre la porta, prese a gridare: “Cecilia, Cecilia.”

Cecilia si avviò verso quella voce e io la seguii. La porta della cucina era aperta e la madre, in cappotto e con il cappello sulla testa, stava in piedi davanti ai fornelli, rimestando con un cucchiaio dentro una pentola. La cucina, buia e affumicata, aveva una forma insolita ossia triangolare: i fornelli stavano sul lato più lungo, sotto la cappa; la punta del triangolo era rivolta verso la finestra stretta e alta, una mezza finestra in realtà, e per giunta accecata da alcuni panni stesi ad asciugare. La cucina appariva sudicia e in gran disordine, con il pavimento sparso di bucce, il tavolo di marmo coperto di involti e di cartacce e, presso la finestra, sull’acquaio, pile e pile torreggianti di piatti sporchi posati alla rinfusa gli uni sugli altri. La madre di Cecilia disse senza voltarsi: “I piatti, bisogna lavare i piatti.”

Cecilia rispose: “Laverò stasera tutti quanti quelli di oggi e quelli di ieri.”

“E anche quelli di avant’ieri.” disse la madre, “Dici così ogni giorno e presto non avremo più piatti. Stamattina ho lavato quelli della colazione; ma quelli della cena bisognerà che li lavi tu, perché io devo andare al negozio.”

“Mamma, ti presento Dino.”

“Oh, professore, mi scusi, piacere, piacere, mi scusi, mi scusi, piacere.” Il carillon della voce della madre continuò per un pezzo a scampanellare le parole “piacere” e “mi scusi”, mentre io le stringevo la mano. La guardai. Era una donna di piccola statura, dal viso sciupato e minuto nel quale, però, pareva essere esplosa, in ritardo, una giovinezza chiassosa. Gli occhi neri e semplici, circondati di rughe sottili, risplendevano di una luce imprudente; un colorito acceso, non capii se artificiale o naturale, ravvivava le guance flosce; la bocca, dipinta e molto larga, si apriva in un sorriso brillante. Rassomigliava a Cecilia, come notai, soprattutto per l’infantilità della fronte sporgente sugli occhi sgranati e per la forma rotonda del viso. Gridò con quella sua voce sgangherata: “Ma io non sapevo che ci fosse il professore. Cecilia accompagna il professore in salotto, a cucinare ci penserò io.”

Nel corridoio dissi a Cecilia: “Mi hai presentato a tuo padre come professore di disegno, a tua madre come Dino. Ma non ricordavi il mio cognome?”

Rispose quasi distrattamente: “Non ci crederai, ma ancora non lo so. Ti ho conosciuto come Dino e poi non ho mai pensato di domandarti come ti chiamavi. Dunque, a proposito, come ti chiami, allora?”

Dissi: “Beh, se ancora non lo sai, tanto vale continuare così. Te lo dirò un’altra volta.” Improvvisamente mi ero sentito, per così dire, innominabile, forse, appunto, perché Cecilia pareva preferirmi innominato.

“Come vuoi tu.”

Entrammo nel salotto; e io domandai a Cecilia: “Tua madre ti rassomiglia molto, fisicamente. Che carattere ha?”

“Come sarebbe a dire?”

“Com’è, buona o cattiva, calma o nervosa, generosa o meschina?”

“Ma non saprei, non ci ho mai pensato, ha un carattere qualsiasi. Per me è mia madre e basta.”

“E lui?” domandai ancora indicando il padre seduto nella sua poltrona, accanto alla radio, “lui che carattere ha, secondo te?”

Questa volta non mi rispose affatto ma sì limitò ad alzare stranamente le spalle, come se le avessi rivolto una domanda priva di senso. Preso da una improvvisa irritazione, l’afferrai per un braccio e le domandai, in un orecchio: “Che cos’è quel buco nero, lassù nel soffitto?”

Levò gli occhi e guardò il buco come se l’avesse visto per la prima volta:

“È un buco, è un pezzo che c’è.”

“Ah, dunque, lo vedi il buco.”

“E perché non dovrei vederlo?”

“E allora com’è che non vedi il carattere di tuo padre e di tua madre?”

“Il buco si vede, il carattere non si vede. Mio padre e mia madre sono persone come ce ne sono tante, ecco tutto.”

Adesso eravamo presso il padre che ascoltava, immobile, la radio. Sedetti su una seggiolina, di fronte a lui e gridai: “Oggi come si sente?”

Fece un salto nella poltrona e mi guardò sbigottito. Poi disse qualche cosa che non intesi. “Dice che non c’è bisogno che gridi, non è sordo,” spiegò Cecilia che, a quanto pareva, capiva perfettamente i sussurri paterni.

Aveva ragione, chissà perché avevo pensato che, poiché era quasi muto, fosse anche sordo. Dissi: “Mi scusi, le chiedevo come si sentiva.” Egli indicò le finestre e disse qualche cosa che Cecilia tradusse in questo modo: “C’è lo scirocco e nei giorni di scirocco si sente sempre poco bene.”

Domandai: “E perché non va al suo negozio? La distrarrebbe, non le pare?”

Lo vidi fare un gesto di umile diniego e poi rispondere in maniera particolareggiata, indicando la gola e il viso. Cecilia disse: “Dice che non ci può andare perché i clienti s’impressionerebbero, vedendolo così cambiato, e le vendite ne soffrirebbero. Dice che ci andrà appena starà meglio.”

“Si sta curando?”

Di nuovo egli parlò e di nuovo la figlia tradusse: “Sta facendo una cura di raggi. Spera dentro l’anno di guarire.” Questa volta guardai Cecilia per vedere che effetto le facessero queste patetiche illusioni del padre; al solito, niente traspariva sul volto rotondo, negli occhi inespressivi. Pensai che Cecilia non soltanto non si rendeva conto che il padre stava morendo, ma neppure, contrariamente a quanto aveva affermato, che fosse malato. O meglio, sì, ne era consapevole, ma come del buco nero che era nel soffitto del salotto: il buco era un buco, e la malattia di suo padre era una malattia. Alle nostre spalle, la voce della madre scampanellò: “È pronto, siete pregati di accomodarvi.”

Andammo a sederci alla tavola e la madre, scusandosi di non avere una domestica, portò in giro lei stessa la zuppiera colma di pasta asciutta. Allora, guardando la matassa degli spaghetti rossi e unti nella zuppiera di porcellana, feci la riflessione che anche il cibo aveva qualche cosa di simile alla casa, qualche cosa, voglio dire, di vecchio e di trascurato. Mangiai, così, con ripugnanza, quella pasta cattiva, servendomi di una forchetta dal manico di osso ingiallito e traballante e invidiando in cuor mio quei tre, ma soprattutto Cecilia, che, loro, divoravano invece con appetito. La madre di Cecilia mi versò un vino che giudicai, al primo sorso, inacidito, e, alla mia richiesta di acqua fresca, mi riempi l’altro bicchiere di un’acqua minerale anche essa vecchia, ossia calda e priva di frizzante. La spiacevolezza del cibo era, però, superata dalla spiacevolezza della conversazione che la madre, la sola che parlasse, si ostinava a tenere con me. Logicamente, essa era pervenuta quasi subito alla conclusione che, a parte i soliti discorsi sul tempo, gli spettacoli e altre cose del genere, il solo argomento che noi due avessimo in comune, era Balestrieri, come mio predecessore nelle lezioni di disegno a Cecilia. Così, a metà del pranzo, mentre, dopo la pasta cattiva, mangiavo un pezzo di carne duro e bruciacchiato, con un contorno di verdure cotte in olio di pessima qualità, essa mi aggredì con la sua voce squillante: “Professore, lei conosceva il professor Balestrieri, nevvero?”

Guardai Cecilia, prima di rispondere. Mi guardò a sua volta e mi parve che non mi vedesse, tanto astratto e incerto era il suo sguardo. Dissi, asciutto: “Sì, lo conoscevo un poco.”

“Un uomo tanto buono, tanto simpatico, tanto intelligente. Un artista. Lei non può neppure immaginare che impressione mi fece la sua morte.”

“Eh, sì,” dissi a caso, “non era poi tanto vecchio.”

“Sessantacinque anni appena, ma ne dimostrava cinquanta. Lo conoscevamo da due anni soltanto e mi sembrava averlo conosciuto da sempre. Faceva parte della famiglia, per modo di dire. Era affezionato a Cecilia in un modo! Diceva di considerarla un po’ come sua figlia.”

“Avrebbe dovuto dire,” corressi senza sorridere, “come sua nipote.”

“Già, come sua nipote,” approvò la madre meccanicamente, “pensi, non voleva neppure essere pagato per le lezioni. Diceva: ‘L’arte non si paga.’ Com’è vero.”

“Forse,” osservai con malizia penosa, “lei vuol suggerire che anch’io dovrei dare gratis le mie lezioni a Cecilia.”

“No, volevo soltanto dire che Balestrieri voleva bene a Cecilia. Lei è un’altra cosa. Balestrieri veramente, per Cecilia, se ne moriva.”

Mi stava sulla punta della lingua: “Anzi ne è morto.” Domandai, invece: “Lo vedevate spesso?”

“Spesso? Tutti i giorni, quasi. Era di casa. A tavola c’era sempre un posto per lui. Ma lei non deve credere che fosse un indiscreto, al contrario.”

“E cioè?”

“Beh, cercava sempre di sdebitarsi. Collaborava alla spesa, comprava questa o quest’altra cosa. E poi mandava dolci, vini, fiori. Diceva: ‘Non ho più famiglia, questa ormai è la mia famiglia. Consideratemi un po’ come un vostro parente.’ Poveretto, era separato dalla moglie e viveva solo.”

Cecilia disse a questo punto: “Professore mi dia il suo piatto, mamma dammi il tuo, papà dammi il tuo.” Mise i quattro piatti e le quattro scodelle l’una sull’altra e uscì dalla stanza. Appena Cecilia fu scomparsa, il padre, che durante l’elogio funebre di Balestrieri, tessuto dalla moglie, si era limitato a guardarci alternativamente con quei suoi occhi atterriti e imploranti, accennò a parlare nella mia direzione. Mi sporsi un poco e l’infermo aprì la bocca e pronunziò con forza qualche cosa che non capii. La madre si alzò, senza dir parola andò al buffet e prese un taccuino e una matita che mise sulla tavola, accanto al marito, dicendo: “Scrivi, il professore non ti comprende.”

Ma il padre, con un gesto violento, spazzò via il taccuino e il lapis gettandoli a terra. La madre disse: “Noi lo comprendiamo ma gli estranei quasi mai. Gli abbiamo detto tante volte di scrivere ma non vuole. Dice che non è muto. Non lo è, ma se gli altri non lo capiscono, sarebbe meglio che scrivesse, non le pare?”

Il padre lanciò un’occhiata furibonda in direzione della moglie e quindi riprese a parlarmi. La moglie disse con voce triste e rassegnata: “Dice che Balestrieri non gli era simpatico.” Essa scosse la testa con un compatimento accorato e sincero, quindi soggiunse: “Chissà che gli aveva fatto quel povero Balestrieri!”

Il marito disse di nuovo qualche cosa, con energia. La madre tradusse: “Dice che Balestrieri gli spadroneggiava in casa.”

Il marito adesso la guardava con occhi addirittura angosciati. Quindi, con enfasi disperata, proprio come un muto che non riesca a farsi capire, spalancò la bocca e mi soffiò in faccia ancora una volta quei suoi suoni incomprensibili. Vidi Cecilia, che intanto era rientrata, alzare gli occhi verso di me e guardarmi. La madre disse: “Mio marito dice delle cose assurde. Ha capito che cosa dice?”

“No.”

Ebbi l’impressione che la madre esitasse per un momento, quindi ella spiegò: “Dice che Balestrieri mi faceva la corte.” La madre pronunziò queste parole con aria preoccupata guardando non a me, ma al marito, con uno sguardo intenso in cui pareva mescolarsi la tristezza, la preghiera e il rimprovero. Mi voltai verso il marito e capii che, in qualche modo, lo sguardo della moglie aveva sortito il suo effetto. Egli pareva adesso avvilito e mortificato, come un cane che abbia ricevuto un calcio. Con aria già più sollevata, la madre disse: “Balestrieri, gli piaceva dire dei complimenti, magari scherzare un poco con me, insomma fare il galante. Ma questo era tutto. Questo era veramente tutto. No, professore,” ella soggiunse parlando del marito come se non fosse stato presente o fosse stato un oggetto inanimato, un po’ come aveva fatto Cecilia poco prima, “mio marito è tanto buono e bravo, ma con la testa lavora, lavora e lavora, non lo vede che occhi ha? Sono i pensieri che lui rimescola tutto il giorno nella testa. Lavora, lavora e lavora e poi tira fuori delle assurdità.”

Guardai al marito che adesso taceva, amareggiato e mogio, roteando di qua e di là gli occhi atterriti e radunando con le dita le molliche di pane; e tutto ad un tratto mi balenò un’interpretazione plausibile del suo furore così presto sbollito. E cioè: egli aveva subodorato che c’era stato qualche cosa tra Balestrieri e Cecilia; o per lo meno che Balestrieri aveva nutrito per Cecilia un sentimento non proprio paterno, come avrebbe voluto far credere. Questa era l’accusa che aveva gridato in faccia alla moglie, la quale, però, in gran fretta, aveva sostituito se stessa alla figlia, spiegando che il marito, geloso, si era immaginato che Balestrieri le faceva la corte.

Restava da sapere perché la madre aveva voluto nascondermi il vero significato delle parole del marito. Per non riferire un’accusa che le pareva falsa e sconveniente? Perché aveva, come si dice, la coda di paglia, e cioè aveva tratto dei vantaggi dalla generosità interessata di Balestrieri, sia pure senza accorgersi che lui e Cecilia erano amanti? O perché, infine, aveva sempre saputo della relazione tra la figlia e il vecchio pittore e aveva consapevolmente accettato doni e favori? Queste tre ipotesi, come mi accorsi subito, erano tutte e tre egualmente plausibili, benché diverse e di diversa gravità. Pur rivolgendo in mente questi pensieri, guardavo Cecilia e capivo una volta di più che, in fondo, tutto quello che venivo scoprendo durante la mia visita, non la riguardava; ossia che, anche nel caso peggiore, e cioè che la madre avesse saputo della relazione e d’accordo con la figlia ne avesse tratto dei vantaggi materiali, io non avrei potuto dire di avere appreso qualche cosa di definitivo su Cecilia. E questo per la buona ragione che Cecilia stava nella sua famiglia allo stesso modo che una sonnambula tra i mobili della propria casa, ossia escludendola dalla propria coscienza.

La colazione finì in una maniera inaspettata. Dopo che ebbimo mangiato ciascuno una piccola mela rossa e verde, il padre si alzò d’improvviso e, trascinando le gambe malferme nei pantaloni larghi e lenti che parevano vuoti, uscì dal salotto, per riapparire, subito dopo, vestito di un pastrano troppo ampio, il volto mezzo nascosto dalla tesa di un cappello che non sembrava il suo. Da lontano, egli mi salutò agitando la mano e quindi soggiunse qualche cosa indicando le finestre che adesso apparivano illuminate da una debole spera di sole. “Dice che va a spasso,” spiegò la madre, alzandosi a sua volta, “e io bisogna che vada con lui. Facciamo un giretto e poi l’accompagno al cinema, e lì lo lascio, perché il negozio apre alle quattro. Eh, è una gran croce, professore, un uomo ridotto in queste condizioni.” Ella disse alcune altre cose dello stesso genere sul marito che, intanto, simile ad uno spaventapasseri, l’aspettava fermo sulla soglia, in fondo al salotto, poi mi salutò, raccomandò a Cecilia di chiudere bene la porta appena fossimo usciti e se ne andò. Il marito uscì con lei. Dopo un poco udii la voce della madre che diceva non capii che cosa nell’ingresso, e poi la porta si chiuse e ci fu silenzio.

Cecilia ed io eravamo restati ai nostri posti, l’uno lontano dall’altro, davanti la tavola in disordine. Io dissi, dopo un momento: “E questi sarebbero i genitori che, secondo te, brontolavano perché ci vedevamo tutti i giorni?”

La vidi alzarsi e cominciare a sparecchiare senza dire parola. Era la sua maniera di rispondere alle domande imbarazzanti, come sapevo. Insistetti: “Come vuoi che creda che un padre e una madre come i tuoi abbiano veramente brontolato?”

“Perché, che hanno di speciale mio padre e mia madre?”

“Niente di speciale. Semmai qualche cosa di molto comune.”

“Che vuoi dire?”

“Che sono genitori che non mi sembrano troppo severi.”

“Eppure è vero, brontolavano perché ci vedevamo troppo spesso.”

“Forse brontolava tuo padre, ma tua madre no.”

“Perché mia madre no?”

“Perché tua madre sapeva di Balestrieri. E se non aveva brontolato per lui, perché avrebbe dovuto brontolare per me?”

“Ti ho già detto che non sapeva niente.”

“Allora se non sapeva niente, perché oggi ha cambiato le parole di tuo padre?”

“Ma quando mai?”

“Che cosa credi che non me ne sono accorto? Tuo padre ha detto in realtà che Balestrieri non gli piaceva perché ti faceva la corte; tua madre invece ha voluto farmi credere che Balestrieri la corte la faceva a lei. Non è così?”

Esitò, poi ammise con riluttanza: “Sì.”

“E allora torno a chiederlo: se tua madre veramente non sapeva niente della tua relazione con Balestrieri, che bisogno aveva di farmi credere che Balestrieri faceva la corte a lei?”

Rispose con semplicità: “Perché era vero.”

“Che cosa era vero?”

“Glielo dissi io, a Balestrieri, di far la corte a mamma. Così non si sarebbe accorta che era innamorato di me.”

“Molto giusto e molto ingegnoso. E tua madre ci credette alla corte di Balestrieri?”

“E come.”

“Tuo padre, invece, lui, non ci credette, eh?”

“No, lui no.”

“Perché?”

“Un giorno ci aveva visto, me e Balestrieri.”

“Che cosa aveva visto?”

“Aveva visto che lui mi baciava.”

“E non lo disse a tua madre?”

“Glielo disse, sì, ma mamma non gli credette, perché intanto Balestrieri faceva la corte a lei, e così disse a papà che lui se l’era inventato perché era geloso.”

“Dopo quella volta Balestrieri continuò a venire a casa vostra?”

“Sì, continuò, ma facevamo più attenzione. Tanto che, alla fine, papà quasi credeva di aver visto male. Però continuò a odiare Balestrieri. Come lo vedeva venire, usciva.”

La tavola era sparecchiata. Cecilia, adesso, rimetteva al loro posto le seggiole. Come mi passava vicino, l’attirai per un braccio e la costrinsi a sedere, riluttante e distratta, sulle mie ginocchia. Domandai: “Allora tra poco andiamo allo studio?”

La vidi guardare all’orologio che teneva al polso. Poi mi rispose: “Aspetto una telefonata.”

“Che c’entra?”

“Dalla telefonata dipende se verrò allo studio o meno.”

“Chi è che deve telefonarti?”

Mi considerò un momento con indefinibile espressione contemplativa e poi rispose: “Deve telefonarmi un produttore cinematografico per fissarmi un appuntamento. Se l’appuntamento è tra poco, ho paura che oggi non potremo vederci.”

Fui subito sicuro che mentiva. La spia alla menzogna la faceva il tono della voce che era di una naturalezza eccessiva, quale, appunto, si può ottenere soltanto mentendo. Dissi: “Perché non dire la verità? È l’attore che deve telefonarti.”

“Quale attore?”

“Luciani.”

“L’ho visto ieri,” disse in maniera inaspettata, gettandomi in pasto, come pensai, una verità vecchia di ventiquattr’ore per nascondermi la bugia di un minuto prima. “Siamo andati insieme da un produttore: non debbo mica vederlo tutti i giorni.”

“Anche ieri da un produttore?”

“È lo stesso. È Luciani che mi ha presentato. Il produttore ieri non poteva ricevermi e mi fece dire che mi avrebbe telefonato oggi.”

Notai come tutto quanto fosse plausibile. E forse tutto era vero, almeno nei particolari, perché sapevo che Cecilia, nel caso fosse costretta a mentire, lo faceva costruendo l’edificio della menzogna con il materiale della verità. Insistetti: “Via, è Luciani che ti telefona tra poco. Che ti costa ammetterlo?”

“Non mi costa niente ma non è vero.”

“Allora, se non è vero, lascia che vada io al telefono e risponda io per te.”

“Fallo pure, se ti fa piacere.”

La sua arrendevolezza mi fece pensare che poteva esserci un accordo tra lei e Luciani come avviene spesso tra amanti: se era lei a rispondere, Luciani si sarebbe palesato per quello che era; se un altro, avrebbe detto di essere il produttore. Dissi con amarezza: “No, non voglio fare prove. Vorrei soltanto che tu capissi una cosa, una sola.”

“E quale?”

“Che io non voglio che tu mi ami, voglio che tu mi dica la verità. Preferisco che tu mi dica che oggi devi vedere Luciani, se è vero che lo vedi, piuttosto che tu mi dica che non lo vedi per farmi piacere.”

Ci guardammo. Poi mi accarezzò la guancia con un gesto quasi tenero. Disse: “La mia verità è che oggi non vedo Luciani. Preferisci che dica la tua verità, cioè che lo vedo?”

Così Cecilia, senza volerlo, lasciava intendere che la verità e la menzogna erano per lei la stessa cosa, e che, in fondo, non c’era né verità né menzogna. Improvvisamente giunse dal corridoio lo squillo del telefono. Cecilia si levò subito dalle mie ginocchia esclamando: “Il telefono,” e scappò fuori dalla stanza. La seguii.

Il telefono era in fondo al corridoio, nel punto più buio, sopra una mensola. Vidi Cecilia staccare il ricevitore, portarlo all’orecchio e dire subito: “Buongiorno.” Mi avvicinai, e lei, come se avesse voluto nascondere e difendere il portavoce di ebanite nera nel quale parlava e dal quale le si stava parlando, mi voltò d’improvviso la schiena. Quindi la conversazione proseguì; ma notai che Cecilia rispondeva con monosillabi o parole ancora più insignificanti, se era possibile, di quelle con cui di solito si esprimeva; e fui sicuro, improvvisamente, che all’altro capo del filo ci fosse l’attore, che lui e Cecilia stessero combinando un appuntamento, e che Cecilia mi tradisse con lui. Nello stesso tempo mi accorsi che provavo un desiderio violento di lei che mi mentiva e dunque mi sfuggiva e perciò diventava reale e attraente; quasi che prendendola lì, in quel corridoio, mentre parlava al suo amante, avessi potuto possederla nel momento stesso in cui, attraverso il telefono, si sottraeva al possesso. Le stavo addosso, come poco prima nel bagno; e dall’inizio appena accennato di un movimento delle sue natiche contro il mio ventre, mi parve di capire che lei non soltanto non si sarebbe opposta ad un amplesso così scomodo e insolito, ma anche l’avrebbe favorito, come per risarcirmi, con una dedizione falsa, della dedizione vera che nello stesso momento faceva di se stessa a colui che le stava telefonando. E già mi stringevo contro di lei, pieno di rabbia e di desiderio, quando ricordai che Balestrieri l’aveva presa, in cucina, nello stesso modo e, verosimilmente, con lo stesso sentimento. Mi staccai bruscamente; Cecilia sentì che non le stavo più addosso e mi lanciò al di sopra delle spalle uno sguardo interrogativo; quindi, pur continuando a telefonare, stese indietro la mano libera a stringere la mia. Mi lasciai stringere la mano e mi appoggiai alla parete, dietro di lei, il volto chinato sul petto, la mente smarrita, Cecilia disse alla fine:

“Allora arrivederci a tra poco,” quindi riposò il ricevitore e restò un momento soprapensiero, la mano nella mia mano. “Mi dispiace,” soggiunse alla fine voltandosi, “ma oggi non potrò venire allo studio. Sono aspettata fra mezz’ora da quel produttore.”

“Va bene, ti lascio subito.”

“Aspetta, ora vieni con me.”

Mi precedeva nel corridoio dirigendosi verso la sua camera. Entrò prima di me; appena fui entrato, chiuse con cura la porta: “Vuoi che, intanto, facciamo l’amore qui? Ma dobbiamo farlo subito perché non ho davvero tempo.”

Provai di nuovo, di fronte a questa proposta così amabile e così cinica, il desiderio di lei che non pareva mai saziarsi, perché, appunto, non desideravo il suo corpo sempre pronto e docile, ma lei tutta intera. Dissi però: “No, non se ne parla neppure, non mi piacciono le cose fatte in fretta.”

“Ma non lo facciamo in fretta. Soltanto devo scappare, subito dopo.”

“No, non sono come Balestrieri, non m’importa di fare l’amore in casa tua.”

“Che c’entra Balestrieri?”

“A proposito di Balestrieri: devi dirmi una cosa.”

“Quale?”

“Quella volta che avete fatto l’amore in cucina, non c’era stato fra di voi, poco prima, una discussione, un diverbio, un disaccordo?”

“Come faccio a ricordare. È successo tanto tempo fa.”

“Cerca di ricordartelo.”

“Ebbene, sì, ci sarà stata qualche discussione. Balestrieri era così noioso, voleva sempre sapere tutto.”

“Tutto?”

“Sì, tutto: chi vedevo, dove andavo, cosa facevo.”

“Quel giorno avevate avuto una discussione simile?”

“Credo di sì.”

“E come finì?”

“Finì nel solito modo.”

“E cioè?”

“Che io ad un certo punto non gli risposi più nulla, e lui allora volle fare l’amore.”

Non potei fare a meno di esclamare: “Proprio come me.”

“No, tu sei il contrario, l’amore non lo vuoi fare. Su, allora, perché non facciamo l’amore?”

Mi guardava, tentante, come se si fosse sentita in debito con me e avesse voluto pagarmi a tutti i costi, per non pensarci più. Avrei voluto rispondere: “Non voglio far l’amore perché non voglio fare le stesse cose che faceva Balestrieri.” Dissi, invece, dandole un bacio sul collo: “Lo facciamo domani allo studio, con calma.” La vidi scuotere il capo in segno di leggero disappunto, quindi andare all’armadio, aprirlo, trarne l’involto della borsa e liberarla della carta velina. “Lo vedi?” disse, poi, sorridendomi: “porto la tua borsa.”

Uscimmo dalla stanza e quindi dall’appartamento. Cecilia scendeva davanti a me e io la seguivo, riflettendo. Mi dicevo che avevo evitato, sia pure con sforzo quasi sovrumano, di prenderla nel corridoio benché ne avessi un così furioso desiderio; cioè, che avevo evitato, almeno questa volta, di rifare esattamente la stessa cosa che aveva già fatto Balestrieri; ma non era, questo, che un episodio minimo di una passione che, nel suo svolgimento più generale, tendeva sempre più a rassomigliare a quella che il vecchio pittore aveva nutrito per Cecilia. Insomma, io potevo, grazie ad una maggiore consapevolezza, impedirmi di agire come Balestrieri in occasioni particolari; ma, come sembrava, non potevo fermarmi sulla strada che lui aveva seguito fino in fondo prima di me. Come fummo nell’androne, dissi bruscamente a Cecilia: “Allora, arrivederci.”

Parve stupita così dalle parole come dal tono: “Ma come, non mi accompagni?”

“Ma dove?”

“Te l’ho già detto, da quel produttore.”

“E va bene: andiamo.”

Durante tutto il percorso, non parlai. In fondo, quello che mi esasperava di più era non tanto che Cecilia si facesse accompagnare da me all’appuntamento con l’amante, quanto che lo facesse senza malizia e senza crudeltà, distrattamente, soltanto, forse, perché le seccava di prendere il solito autobus affollato, e c’ero lì io, pronto, con la mia automobile. E mi accorsi che soffrivo di questa insensibilità dissociata e infantile molto più che di qualsiasi compiaciuta perversità.

Alla fine fermai la macchina davanti al portone della casa cinematografica e guardai Cecilia, mentre scompariva, col solito passo un po’ slombato e ancheggiante, nel buio dell’androne. Evidentemente l’appuntamento con il produttore c’era davvero; ma, o l’attore aspettava Cecilia negli uffici, oppure Cecilia l’avrebbe raggiunto a casa sua, dopo aver parlato con il produttore. In ambedue i casi mi sarebbe stato facile appurare la verità, sia seguendo subito Cecilia nel palazzo, sia aspettando che ne fosse uscita. Ma ci rinunziai: ero ancora a quel punto della gelosia in cui un senso superstite di dignità impedisce di spiare la persona di cui si è gelosi. Allontanandomi, tuttavia, capii che non avevo che rimandato la sorveglianza. La prossima volta, pensai, non avrei più saputo resistere alle circostanze che, appunto, mi suggerivano e quasi mi imponevano di spiare Cecilia.