CAPITOLO NONO

Intanto Cecilia continuava a vedere Luciani tutti i giorni, compresi quelli in cui vedeva me; di modo che la sua inafferrabilità, dopo esser stata per molto tempo una ipotesi, era diventata una certezza, ossia qualche cosa di simile ad un carattere fisso col quale dovevo, in un modo o in un altro, fare i conti e adattarmi. E, infatti, io sentivo che il mio amore per lei, originato dall’incapacità di possederla, dopo avere oscillato violentemente tra la noia e il dolore, adesso andava assumendo pian piano l’aspetto di una specie di vizio a quattro fasi successive: tentativo di possesso diverso da quello sessuale, fallimento del tentativo, rabbiosa e inane ricaduta nel rapporto sessuale, fallimento anche di quest’ultimo, e quindi daccapo. Ma la sola cosa di cui non ero capace era di rassegnarmi all’inafferrabilità di Cecilia, di accettarla, e, insomma, di condividere tranquillamente con Luciani i favori di lei. Ricordo che, non diversamente da Balestrieri il quale non era stato geloso di Tony Proietti perché si era illuso che Cecilia avesse tradito Tony con lui, io cercavo di consolarmi dicendomi che, mentre io sapevo che Cecilia faceva l’amore con l’attore, costui non sapeva che Cecilia faceva l’amore con me. In altri termini io venivo a trovarmi nei confronti di Luciani un po’ nella situazione degli amanti nei confronti dei mariti ignari; e nessun amante mai fu geloso del marito, appunto perché sapere, in certi casi, vuol dire possedere e non sapere vuol dire non possedere. Era una miserabile consolazione, ma mi faceva passare il tempo con calcoli di questo genere: io sapevo di Luciani e Luciani non sapeva di me, dunque Cecilia tradiva lui con me e non me con lui. D’altra parte, però, lui era venuto dopo di me, di conseguenza Cecilia aveva tradito me con lui e non lui con me. Infine c’era il denaro, come con Balestrieri: io le davo del denaro e Luciani non soltanto non gliene dava ma spendeva con lei il mio denaro: dunque lei si faceva pagare da me e non da lui e di conseguenza, in un certo modo, tradiva lui con me. Tuttavia non si poteva escludere che lei andasse con Luciani per amore e con me per denaro, dunque tradiva me con Luciani. Ma Cecilia, come avevo ormai accertato, non attribuiva alcuna importanza al denaro. Dunque, forse, il denaro, tra me e lei, aveva un significato sentimentale, e poiché l’attore non gliene dava, forse lei tradiva Luciani con me. E così via, all’infinito.

Dopo queste belle riflessioni, restava pur sempre, inalterabile e insopprimibile, il nudo fatto che Cecilia faceva l’amore con Luciani e che, fino a quando avesse fatto l’amore con Luciani, io non avrei potuto possederla perché non si dà possesso incompleto. E almeno Cecilia avesse cercato di farmi dimenticare questa incompletezza del possesso. Ma, fiduciosa di aver risolto in maniera definitiva il problema della presenza simultanea di due uomini nella sua vita, non soltanto mi parlava liberamente e casualmente dei suoi rapporti con l’attore, ma anche non si curava di nascondermi le tracce che l’amore di Luciani lasciava sulla sua persona. Non c’era del resto alcun compiacimento, alcuna crudeltà nella voce di Cecilia quando, ad una mia domanda, rispondeva con indifferenza: “È stato Luciani, mi ha dato un morso”; oppure: “Questa macchia bianca sul vestito me l’ha fatta Luciani, abbiamo fatto l’amore senza spogliarci,” bensì la serenità di chi trova più facile e comodo dire la verità piuttosto che inventare delle bugie. Cecilia era così convinta che io ormai non soffrissi più di questa mia compartecipazione amorosa, che giunse a dare, in mia presenza, al telefono, degli appuntamenti a Luciani, e poi a chiedermi di accompagnarla da lui. Alla fine, uno di quei giorni, mentre, appunto, la portavo in macchina a via Archimede, dove Luciani l’aspettava, ebbe a dirmi ad un tratto: “Mi farebbe tanto piacere che tu e Luciani vi conosceste e diventaste amici.” Non dissi niente; ma pensai che un mondo fatto a somiglianza di Cecilia sarebbe stato assai diverso da quello in cui vivevamo, promiscuo, privo di limiti e di contorni, informe, casuale e irreale, nel quale tutte le donne appartenevano a tutti gli uomini e nessuna donna aveva un uomo solo.

Ma soffrivo. E, pian piano, attraverso la sofferenza, si fece finalmente strada in me un’idea estrema che mi stupii di non avere avuto prima: forse la sola maniera di liberarmi di Cecilia, ossia di possederla davvero, e, conseguentemente, annoiarmi di lei, era sposarla. Non ero riuscito ad annoiarmi di Cecilia avendola per amante, ero quasi sicuro che mi sarei annoiato di lei una volta che fosse diventata mia moglie. L’idea del matrimonio cominciò, così, ad attirarmi sempre più, con una prospettiva completamente diversa da quella che di solito sorride a chi si accinga a sposarsi; questi accarezza il sogno di un amore infinito; a me, invece, sorrideva il sogno opposto della fine dell’amore. Immaginavo con compiacimento che, una volta sposata, Cecilia sarebbe diventata una moglie qualunque, piena di occupazioni casalinghe e sociali, soddisfatta e senza mistero; che, insomma, si sarebbe, come si dice in gergo familiare “seduta”. La presente inafferrabilità di Cecilia forse non era che l’espressione di un’ambizione matrimoniale; forse Cecilia cercava d’istinto, fra i suoi amanti, un marito col quale fermarsi e stare tranquilla. Pensavo di sposarla con tutte le pompe religiose e borghesi e, una volta sposata, farle fare un gran numero di figli che, anche loro, avrebbero contribuito a definirla e chiuderla nell’immagine per niente enigmatica della maternità.

Qualcuno dirà che quest’idea di adoperare il matrimonio là dove erano falliti il rapporto fisico e il denaro, era assurda e, comunque, inadeguata. Come bruciare la propria casa per accendere la sigaretta. Ma io ero slegato, come mi sembra di aver fatto capire, da qualsiasi società e, soprattutto, da quella di cui faceva parte mia madre. In questa mancanza completa di radici e di responsabilità, in questo vuoto assoluto della noia, il matrimonio era per me alcunché di morto e di insignificante che, in questo modo, serviva, almeno, a qualche cosa.

Naturalmente io contavo, appena sposato, di andare a vivere nella villa della via Appia, con mia moglie e mia madre. Il matrimonio, la villa, mia madre, la società di mia madre, erano tutte parti della macchina diabolica nella quale Cecilia sarebbe entrata demone enigmatico e leggiadro e sarebbe riuscita signora borghese qualsiasi.

D’altronde, l’idea del matrimonio m’era venuta spontaneamente, come il mezzo più sicuro per troncare i rapporti tra Cecilia e Luciani. Pensavo, infatti, che lei avrebbe lasciato di buon grado Luciani, una volta che avesse accettato di sposarmi. Ma era anche vero che, se Cecilia fosse diventata mia moglie, mi pareva che non mi avrebbe importato molto che lei continuasse ad avere per amante Luciani o un altro o nessuno.

A questo punto, debbo dire che, oltre alla prospettiva di liberarmi del mio amore per Cecilia, la soluzione coniugale mi faceva quasi balenare la speranza di ricominciare a dipingere appena Cecilia, ormai sistemata in casa di mia madre, avesse cessato di ingombrare il mio orizzonte. Immaginavo Cecilia indaffarata con i bambini e con la vita mondana; e io, intanto, nello studio in fondo al giardino, mi sarei dedicato deliziosamente alla mia cara, casta, intellettualissima pittura. Altro che Balestrieri con i suoi immondi nudi infuocati. Sentivo che avrei dipinto i quadri più astratti che siano stati mai dipinti da quando esiste la pittura astratta. Alla fine, avrei piantato Cecilia presso mia madre, con tutta una nidiata di marmocchi, e sarei tornato a vivere solo a via Margutta.

Si dirà che tutto questo era in contraddizione con quello che ero stato e avevo fatto sinora; e che, d’altra parte, i termini del mio problema non erano questi. Infatti: amare Cecilia e dipingere non erano due fatti dipendenti l’uno dall’altro, bensì equivalenti e autonomi. Ossia non era il mio amore per Cecilia ad impedirmi di dipingere; bensì ero io impotente a dipingere come lo ero a possedere Cecilia; e così disfarmi del mio amore per Cecilia, non voleva affatto dire che sarei stato in grado di ripigliare la pittura. D’altronde, avevo sempre odiato la casa di mia madre, la società di mia madre, il denaro di mia madre, ed ero andato ad abitare a via Margutta appunto perché avevo sentito che nella villa di via Appia mi sarebbe stato impossibile dipingere. E ora pensavo di tornare a vivere presso mia madre, proprio in quella casa, in quel mondo che aborrivo. Su tutto questo non so dare altra spiegazione, se non che la contraddizione costituisce il fondo mobile e imprevedibile dell’animo umano. In realtà, ero disperato; e mi pareva che persino questa specie di suicidio che era per me il ritorno da mia madre, purché avesse servito a liberarmi di Cecilia, fosse preferibile alla mia presente condizione.

Era ormai l’estate e uno di quei giorni, durante la solita telefonata della mattina, dissi a Cecilia che, invece di vederci allo studio, avremmo potuto andar fuori di Roma, con la macchina, per una passeggiata. Sapevo che Cecilia amava stare all’aperto; ma fui lo stesso sorpreso dal tono eccessivamente caloroso con il quale accolse la mia proposta: “Anzi,” soggiunse in maniera inaspettata, “oggi possiamo stare insieme tutto il giorno, fino a notte, sono libera.”

“Che succede?” domandai sarcasticamente, “il tuo severissimo padre ti permette di uscire con me?”

Rispose con franchezza, quasi stupita che le ricordassi la bugia di cui si era servita per nascondermi i suoi rapporti con Luciani: “Non è questo. È che Luciani stasera non può vedermi. Allora ho pensato che ti avrebbe fatto piacere stare con me tutto il giorno.”

“Ringrazia tanto da parte mia Luciani per la sua generosità.”

“Ecco, lo vedi come sei. Allora non è vero che ti si può dire la verità.”

“Va bene, vengo a prenderti verso le undici, così facciamo colazione insieme.”

“No, le undici no, non posso, faccio colazione con Luciani.”

“Mi pareva strano che per un giorno non lo vedessi.”

“Vengo io allo studio, verso le tre.”

“Va bene, alle tre.”

Cecilia si presentò con la solita puntualità, all’ora fissata. Indossava un vestito nuovo, verde, a due pezzi e le dissi che le stava bene. Rispose subito, con una grata premura che mi stupì oscuramente: “L’ho comprato coi tuoi soldi, e anche queste,” disse indicando le scarpe, “e queste,” soggiunse tendendo la gamba a mostrare la calza, “insomma,” concluse, “sotto e sopra sono tutta vestita con i tuoi soldi.”

Domandai, guidando la macchina fuori del cortile: “Perché mi dici questo?”

“Perché tu una volta mi dicesti che ti faceva piacere che te lo dicessi.”

“È vero. Ma mi farebbe molto più piacere sapere che sei mia non soltanto sotto e sopra, ma anche dentro.”

“Dentro dove?”

“Dentro.”

La vidi ridere, con quel suo riso un po’ infantile che le sollevava le labbra sui canini aguzzi: “Dentro non sono di nessuno. Dentro ci sono i polmoni, il cuore, il fegato, gli intestini. Che te ne faresti?”

Era allegra e glielo feci notare. Disse leggermente: “Sono allegra perché sono con te.”

“Grazie, sei molto gentile.”

Attraversai piazza del Popolo, passai il Tevere, percorsi tutta via Cola di Rienzo e, dopo aver girato intorno le mura a sghembo del Vaticano, presi per la via Aurelia, in direzione di Fregene. Cecilia sedeva immobile al mio fianco, il collo eretto, la massa dei capelli crespi e folti sospesa intorno al volto rotondo, le mani in grembo. Ogni tanto, pur guidando, le gettavo un’occhiata di sbieco e riconoscevo una volta di più i caratteri che, in maniera enigmatica, me la rendevano al tempo stesso così desiderabile e così sfuggente: l’infantilità del volto, contraddetta, tuttavia, dalle rughe aride e sottili che le tagliavano la pelle agli angoli della piccola bocca; la gracilità aguzza delle spalle che pareva smentita dal rilievo pesante e colmo del seno: la snellezza flessuosa della vita che non trovava rispondenza nella rotondità dei fianchi e nella compattezza delle cosce. E, nel grembo, le mani brutte e grandi, di una bianchezza impura, attraenti però, e forse anche belle, se è possibile dire che una cosa brutta è bella. Non mi era mai tanto piaciuta; e in una maniera così simile a lei, cioè irritante ed evasiva. Appena fummo fuori di Roma, cominciai a pensare che non avrei resistito fino alle sei che era l’ora in cui saremmo tornati allo studio. Disponevo di dieci ore; dunque potevo fare l’amore due volte: adesso, immediatamente e quindi la notte, dopo cena. Adesso, in un prato qualsiasi; dopo cena, allo studio.

La strada scendeva e saliva tra colline senz’alberi, che ricopriva un’erba gonfia e lussureggiante, di un verde quasi azzurro: l’erba che le piogge abbondanti, cadute negli ultimi due mesi, avevano fatto crescere dal terreno inzuppato d’acqua. Ma il cielo non si era ancora pulito: nuvole nere, che parevano incapaci di sollevarsi per il peso della pioggia che portavano nei fianchi, stavano sospese in strati immobili sopra questa verdura ancora primaverile. Cercavo con gli occhi un luogo adatto, pur guidando a grande velocità, ma non lo trovavo: ora era troppo vicino alla strada, ora troppo scoperto, ora non lontano da un cascinale, ora in pendenza eccessiva. Tirai dunque avanti ancora per alcuni chilometri, sempre senza parlare, caricandomi, in quel silenzio, di tutta la forza e quasi la collera del mio desiderio. Alla fine, alla prima strada trasversale, svoltai. Cecilia domandò: “Ma non dovevamo andare al mare?”

Risposi: “Adesso andiamo in un luogo appartato per fare l’amore, dopo andremo al mare.”

Non disse niente; e io spinsi al massimo la velocità della macchina, sulla strada di campagna, bianca e sassosa. Dopo appena un chilometro di corsa a balzelloni, sul pietrisco crepitante, il paesaggio, come avevo sperato, prese a cambiare. Non più colline erbose e senz’alberi, bensì alture coperte di boschi, in fondo a piccole praterie sulle quali pascolavano cavalli e greggi. Era proprio quello che andavo cercando. Fermai ad un tratto la macchina presso una staccionata e dissi a Cecilia: “Scendiamo.”

Ubbidì, e si tirò da parte per farmi passare avanti. Dissi, senza ragione: “Preferisco che tu mi preceda.” Non obiettò niente; e, dopo aver spinto un rustico cancello, s’avviò per un sentiero, o meglio una traccia calpestata fra l’erba alta e folta; e allora capii perché le avevo chiesto di precedermi: volevo guardare al movimento insieme potente e neghittoso dei suoi fianchi. Io sapevo che questo movimento non mi riguardava, più di quanto il richiamo sessuale della femmina di qualsiasi specie riguardi un maschio particolare. Ora, se le avessi camminato avanti, avrei potuto forse anche illudermi di guidarla. Così, invece, facendola passare avanti a me, mi sarei confermato nell’idea che quel movimento non mirava tanto a me quanto al piacere che l’aspettava in un punto qualsiasi del bosco, piacere che le avrei procurato, è vero, ma di cui non sarei stato che lo strumento.

Camminammo, così, in silenzio, tra l’erba aggrovigliata e vischiosa. Sulle nostre teste la nuvolaglia pareva, adesso, sfilacciarsi in brani di nebbia, tanto era bassa e gonfia, simile ad un ventre gravido. L’aria era umida, calda e ronzante. Guardavo ai fianchi di Cecilia che, via via che ci avvicinavamo al bosco, sembravano affermare la forza e la monotonia del loro movimento come una macchina che abbia trovato il suo ritmo normale, e pensavo che tra questo movimento che lei faceva camminando e quelli che presto avrebbe fatto supina, non c’era alcuna differenza: Cecilia era sempre, per così dire, pronta al rapporto sessuale, appunto come una macchina ben nutrita di combustibile è sempre pronta a funzionare. Lei dovette avvertire questo mio sguardo perché, d’improvviso, si voltò e domandò: “Ma che hai, perché non parli?”

“Ti desidero troppo per parlare.”

“Tu mi desideri sempre?”

“Ti dispiace?”

“No, domandavo.”

Camminammo ancora un buon tratto; quindi, all’erba folta del prato cominciò a subentrare la vegetazione più rada e più alta del sottobosco e i primi alberi presero a sorgere dal suolo ineguale, in principio sparsi e poi sempre più fitti. Dopo pochi passi, eccoci in una piccola gola, tra due colline, con alberi dappertutto, e arbusti e cespugli su e giù per le gobbe e le fosse del terreno accidentato. Presi a cercare con gli occhi un luogo adatto, da potervisi stendere; alla fine mi parve di averlo trovato: uno spiazzo pianeggiante, muscoso, circondato da alte felci e grossi cespugli di ginestre. Stavo per indicarlo a Cecilia, quando lei si voltò e disse leggermente: “Ah, dimenticavo di dirti che oggi non è possibile fare l’amore.”

Ebbi come la sensazione di aver messo il piede in una trappola. Domandai: “E perché?”

“Non sto bene.”

“Tu non mi dici la verità.”

Non rispose, camminò ancora avanti, tra le felci e i cespugli di ginestre, con quel suo passo lento e forte, salì sopra un piccolo rilievo tondeggiante, si voltò verso di me, si chinò e, afferrato con le due mani l’orlo della veste, se la tirò fin sopra il ventre. Apparvero le cosce dritte e unite, inguainate di seta e, al punto più basso del ventre, là dove di solito il tessuto trasparente dello slip lasciava intravedere la macchia scura del pube, l’opacità candida di un tampone di ovatta. “Mi credi ora?”

Risposi con rabbia: “Si, è vero, con te è sempre vero.”

Si tirò giù la veste in silenzio; poi domandò: “Perché dici questo? Gli altri giorni non mi sono mai rifiutata a te.”

Provavo quasi un senso di pazzia, adesso; il desiderio frustrato faceva tutt’uno con la mia solita ossessione di non essere capace di possederla, quasi che il disturbo di quel giorno non fosse che una delle tante impossibilità di una situazione sempre uguale. Dissi: “Io ti desideravo tanto e tu venendo con me e lasciandomi credere che eri d’accordo, hai raddoppiato il mio desiderio. Perché non me l’hai detto subito che non stavi bene?”

Rispose, guardandomi con indifferenza, quasi come un negoziante che in cambio di un articolo esaurito, ne offra un altro del tutto diverso e di valore inferiore: “Però staremo insieme tutto il giorno.”

“Ma io volevo far l’amore.”

“Lo faremo un’altra volta, forse anche domani.”

“Ma io volevo farlo oggi, adesso.”

“Sei come un bambino.”

Seguì il silenzio. Cecilia camminava a testa bassa, fra i cespugli, pareva cercare qualche cosa. Poi si chinò, strappò un filo d’erba e se lo prese tra i denti. Dissi con furore: “È per questo che mi hai proposto di stare insieme tutto il giorno. Tanto sapevi che non potevi fare l’amore con Luciani.”

“Anche Luciani avrebbe voluto farlo e ho detto a lui la stessa cosa che ho detto a te.”

“Ma Luciani ti ha avuta ieri e io soltanto tre giorni fa.”

“Luciani non mi ha avuta ieri, mi ha avuta anche lui tre giorni fa, come te.”

Continuava a precedermi tra i cespugli, errabonda, il filo d’erba tra i denti. Tutto ad un tratto domandai con rabbia: “Ma dove vai, che cosa vuoi fare?”

“Quello che vuoi tu.”

“Quello che volevo, lo sai.”

“Ma se ti ho detto che non è possibile.”

“E allora se non si può fare quella cosa, non so davvero quello che si può fare.”

“Vuoi che torniamo in città e andiamo al cinema?”

“No.”

“Vuoi che andiamo al mare?”

“No.”

“Vuoi che andiamo dalla parte dei Castelli?”

“No.”

“Vuoi che restiamo qui?”

“No.”

“Vuoi che ce ne andiamo?”

“No.”

“Ma allora che cosa vuoi?”

“Te l’ho già detto: voglio prenderti.”

“E io te l’ho già detto anch’io: oggi no.”

“Allora torniamo alla macchina.”

“E dove andiamo?”

“Non lo so: andiamo.”

Così tornammo alla macchina e questa volta io precedevo Cecilia; benché, al contrario di lei che pareva sempre sapere, se non con la mente almeno col corpo, dove si dirigeva, ignorassi del tutto dove andavo.

Come fummo nella macchina, non aspettai neppure che Cecilia avesse chiuso del tutto lo sportello e partii a grande velocità. Provavo un furore crescente che non si saziava e non si spegneva, come un fuoco che trovi sempre nuovo alimento alle sue fiamme. E questo furore mi ispirava continue, ossessive illusioni, come se, non avendo potuto prendere Cecilia, la cercassi stupidamente e ostinatamente dappertutto, appena la più lontana somiglianza me lo consentiva. Così, certe brevi pianure in parte tosate e in parte erbose mi facevano pensare al suo ventre, certi poggi rotondi al suo seno, certi accidenti del terreno al profilo del suo volto e dei suoi capelli. Oppure vedevo la strada insinuarsi tra due lunghe colline tondeggianti, e allora mi pareva che fossero le gambe aperte di Cecilia distesa supina, e che tra le due colline ci fosse la fenditura del suo sesso e che la macchina corresse verso quella fenditura. Poi, tutto ad un tratto, quando mi pareva che fossi per immergermi, macchina e tutto, dentro la gigantesca Cecilia fatta di terra, ecco che la prospettiva cambiava, e invece di due colline ce n’erano quattro e non c’erano più né gambe né sesso, né niente, c’era soltanto un paesaggio qualsiasi. D’altra parte, come ho già detto, io non sapevo dove andavo; mi sembrava di correre alla ricerca di qualche cosa che, per quanto corressi, restava irraggiungibile. Questo qualche cosa era sempre davanti a me, laggiù, in quel gruppo di alberi, su quella collina, in quel vallone, su quel ponte, ma una volta raggiunti il gruppo di alberi, la collina, il vallone, il ponte, non c’era più niente e io dovevo di nuovo mettermi a correre a perdifiato verso nuove mete fittizie. E intanto, pur in questo delirio di furore ottuso e impotente, mi restava sempre la precisa sensazione che Cecilia era là, al mio fianco, al tempo stesso vicina e inafferrabile.

Non so quanto corsi, così, a casaccio, da una strada all’altra, infilando i bivi senza alcuna direzione precisa, tornando indietro, correndo per chilometri e chilometri, lungo il mare o tra gli alberi delle boscaglie; forse più di un’ora. Tutto ad un tratto, in una strada qualsiasi, di fronte ad una distesa di prati delimitati da filari di pioppi, frenai bruscamente la macchina e mi voltai verso Cecilia: “Debbo farti una proposta.”

“Quale?”

Non ci avevo mai pensato durante la corsa. Ma ci avevo pensato i giorni precedenti e quella mattina stessa prima di vedere Cecilia. Così mi parve di dire qualche cosa di assai naturale: “Voglio che tu diventi mia moglie.”

La vidi guardarmi senza stupore, con tranquilla diffidenza: “Vorresti che ci sposassimo?”

“Sì.”

“Ma perché me lo dici adesso?”

“È un pezzo che ci pensavo e adesso è giunto il momento.”

Mi guardava, e io provavo, intanto, il sentimento vertiginoso e voluttuoso di chi, dopo molte esitazioni, si getti a capofitto nel vuoto. Le afferrai le mani e dissi in fretta: “Diventerai mia moglie, andremo a stare in casa di mia madre. Forse tu non sai che io sono ricco.”

“Sei ricco?”

“Sì, o meglio, mia madre lo è, e una volta che vivremo con lei, nella sua villa della via Appia, le sue ricchezze saranno anche le mie, anzi le nostre.”

Non disse niente. Ripresi: “Ci sposeremo con tutta la solennità possibile. Matrimonio in chiesa, regali, confetti, fiori, pranzo, ricevimento e così via. Subito dopo faremo un bel viaggio di nozze, andremo al Nord, in Scandinavia, oppure al Sud, in Egitto. Al ritorno, la tua vita cambierà da capo a fondo. Sarai una signora della società romana, di quelle che si vedono a via Veneto o a piazza di Spagna.”

Di nuovo non disse niente. Ripresi con rabbia crescente, stringendole le due mani: “Avremo dei figli, perché io voglio dei figli. Hai tutta l’aria di poterne fare non so quanti. Te ne farò fare due, quattro, sei, otto, quanti ne vuoi.”

Il suo silenzio, tuttavia, mi inquietava. Domandai ad un tratto: “Allora, che ne pensi?”

Finalmente si decise a rispondere; pronunciò lentamente: “Non posso dirtelo, così su due piedi. Bisogna che ci pensi.”

“Pensaci. Vuoi darmi la risposta domani, dopodomani? Come vuoi. Intanto,” soggiunsi ad un tratto, “andiamo subito da mia madre e ti presento come la mia fidanzata.” Mi era venuto in mente che Cecilia dubitasse delle mie affermazioni sulla ricchezza di mia madre e volevo che se ne accertasse coi suoi occhi. D’altra parte, presentarla come mia fidanzata, voleva dire comprometterla e, in certo modo, costringerla ad accettare la proposta.

Domandò: “Perché da tua madre? Puoi farmela conoscere un altro giorno.”

“No, è meglio oggi, così la conosci e ti rendi conto di che si tratta.”

“Ma tu non puoi presentarmi come tua fidanzata, non lo sono ancora.”

“Che importa? Se poi non ci sposiamo dirò a mia madre che ci hai ripensato.”

“La risposta te la darò oggi stesso,” disse improvvisamente, in una maniera strana, come se avesse già preso la decisione che doveva annunciarmi tra qualche ora. “Stasera.”

“Perché stasera? Perché non adesso?”

“No, stasera.”

Non dissi niente, buttai giù il freno, riaccesi il motore e partii. Provavo adesso un tale desiderio di lei che il matrimonio che le avevo offerto mi pareva quasi un prezzo inadeguato non già per l’eternità dell’amore ma anche per un solo, fuggitivo amplesso. Pur di possederla anche una volta sola, ma davvero, non soltanto l’avrei sposata, ma, come mi pareva, avrei fatto un patto col diavolo e dannato la mia anima. Si dirà che questa è una frase e per giunta di specie molto romantica. Tuttavia, in quel momento, la dannazione non era per me una frase ma un fatto reale che avrebbe potuto avvenire non nell’altro mondo in cui non credevo, bensì in questo in cui sapevo che ero tenuto a vivere. Strano a dirsi, però, il senso di questa dannazione non andava disgiunto da una lontanissima speranza di liberazione; quella liberazione, appunto, che continuamente mi illudevo di raggiungere il giorno che fossi riuscito a possedere Cecilia.

Ormai era quasi il tramonto; e i cipressi e i pini della via Appia si profilarono, alla fine, neri come l’inchiostro, sullo sfondo di una lunga striscia rossa che pareva la fessura di un incendio nello sfasciume scuro delle nuvole. Presi a risalire pian piano la stretta via romana, rallentando dove il pavimento antico affiorava dall’asfalto, indugiando ogni tanto a guardare le rovine, i cancelli, le macchine ferme sulle prode erbose. Riflettevo, intanto, sulla proposta matrimoniale che avevo fatto a Cecilia e mi rendevo conto che avevo adoperato il matrimonio con disinvoltura forse eccessiva, come un mezzo qualsiasi, uno dei tanti, per giungere ad uno scopo che non soltanto gli era estraneo, ma anche lo negava. Mi venne il timore di aver scoperto il mio stato d’animo e le mie intenzioni e così di non essere riuscito convincente, anzi di aver dato a Cecilia la sgradevole sensazione che desideravo sposarla soltanto per disfarmi di lei. Dopo tutto, pensai, poteva benissimo darsi che Cecilia custodisse nel cuore l’idea coniugale; e io, con quella maniera sbrigativa di proporle di diventare mia moglie, avevo forse offeso questo ideale. Ripresi dopo un poco: “Fai bene, del resto, a non volermi rispondere subito. Il matrimonio non è una cosa che si debba fare, così, alla leggera.”

Non disse niente e io continuai: “Sposarsi vuol dire unirsi per tutta la vita. Io, almeno, lo intendo in questo modo: per questo voglio che ci sposiamo in chiesa.”

Improvvisamente, in maniera imprevista, domandò: “Perché in chiesa?”

“Perché,” dissi con compiacimento, “col matrimonio in chiesa siamo uniti davvero, senza possibilità di separarci mai più.”

Disse: “Ma tu non ci credi.”

“Io lo farei per te.”

“Neanch’io ci credo.”

“Non ci credi? Mi avevi detto che eri stata dalle monache fino a dodici anni.”

“Non vuol dire niente. Anche quando ero dalle monache non ci credevo.”

“A che cosa credevi?”

Parve riflettere un momento e poi rispose, con scrupolo arido ed esatto: “A niente. Ma non è che non ci credessi perché ci pensassi, e pensandoci, mi accorgessi che non ci credevo. Non ci credevo perché non ci pensavo mai. E anche adesso non ci penso mai. Penso a qualsiasi cosa ma non alla religione. Ora se uno non pensa mai ad una cosa, vuol dire che per lui questa cosa non esiste. Per me la religione non è che mi piaccia o non mi piaccia, non esiste.”

Dissi, rallentando la macchina fin quasi a fermarla: “Adesso non ci pensi mai, ma non puoi escludere che un giorno non ti venga fatto di pensarci.”

Stette un momento in silenzio e poi rispose: “Non credo. Non ci pensavo dalle suore dove, per modo di dire, non c’era che la religione, perché dovrei pensarci fuori del convento, con tante altre cose a cui pensare? Lo sai che pensavo mentre dicevo le preghiere dalle suore?”

“A che cosa?”

“All’orologio.”

“Perché all’orologio?”

“C’era un pendolo e io lo guardavo e, pur dicendo le preghiere, contavo i secondi e i minuti.”

“Ti annoiava tanto dire le preghiere?”

“Sì.”

“Perché?”

“Perché tante cose, anche noiosissime, si sa almeno che servono a qualche cosa. Ma la preghiera, almeno per me, non serve a niente.”

“Non si può sapere. Un giorno forse ti servirà.”

“Non lo credo. Non posso immaginare il giorno in cui sentirò il bisogno della religione. È un di più.”

“Un di più?”

“Sì, come dire? se c’è, le cose stanno in un certo modo e se non c’è, le cose stanno nello stesso modo. Niente cambia: dunque è un di più.”

“Questo si potrebbe dire di tante cose in questo mondo.”

“Quali?”

“Beh, per esempio, anche l’arte. Le cose, come dici tu, starebbero allo stesso modo anche se l’arte non ci fosse.”

“Ma l’arte diverte chi la fa. Balestrieri si divertiva. Tu ti diverti. Invece la religione è noiosa. Al convento ho sempre avuto l’impressione che le monache si annoiassero, come si annoiano i preti e in generale tutti quelli che si occupano di religione. Nelle chiese la gente si annoia non si sa quanto. Guardali mentre stanno in chiesa, vedrai che non ce n’è uno solo che non si annoi da morire.”

Era la prima volta che Cecilia mi parlava della noia; e non potei fare a meno di domandare, incuriosito: “Ma tu ti annoi?”

“Sì, qualche volta.”

“E che provi quando ti annoi?”

“Provo la noia.”

“Che cos’è la noia?”

“Come faccio a spiegartelo? La noia è la noia.”

Avrei voluto dirle: “La noia è l’interruzione di ogni rapporto. E io voglio sposarti per annoiarmi di te, per non soffrire più, per non amarti più e, insomma, far sì che tu per me non esista più, proprio come per te non esistono la religione e tante altre cose;” ma non ne ebbi il coraggio. Del resto, in maniera improvvisa, ella interruppe il nostro colloquio, alzando una mano e facendomi una carezza sulla guancia. “Adesso andiamo da tua madre, se no faremo tardi.”

Dissi: “Va bene.” Ma nello stesso tempo non potei fare a meno di domandarmi il motivo di questo subitaneo desiderio di andare da mia madre; mentre, poco prima, Cecilia aveva mostrato quasi della ripugnanza per quella visita. Mi parve di capire, dopo riflessione, che Cecilia mi proponeva di andare da mia madre per sottrarsi ad una conversazione che la metteva a disagio. Cecilia, infatti, come sapevo, non amava che si parlasse di lei. E io, invece, lo facevo continuamente, e mi venne in mente che forse la sua ostinata reticenza derivasse, appunto, dalla sua antipatia per il genere di conversazione a cui la costringevo. Sempre pronta a darsi nel rapporto fisico, in qualsiasi momento e in qualsiasi condizione, Cecilia, quando si veniva al discorso su di lei, era invece paragonabile ad un’ostrica chiusa e tenace che tanto più stringa le proprie valve quanto più ci si sforza di disserrarle. Di solito, come sapevo, Cecilia procurava di interrompere questo genere di conversazione, proponendomi di far l’amore: mi prendeva la mano, se la portava al ventre, e chiudeva gli occhi. Ossia, mi offriva il corpo per meglio sottrarmi tutto il resto. Ma quel giorno l’amore non potevamo farlo e allora, nel suo disperato bisogno di non sentir parlare di se stessa, mi proponeva ciò che le capitava sotto mano: l’antipatica visita a mia madre.

Guidai per un poco in silenzio, pur pensando queste cose; quindi le domandai: “Balestrieri ti parlava mai di te stessa?”

“No, mai.”

“Di che cosa parlava soprattutto?”

“Soprattutto di sé.”

“Che diceva?”

“Diceva che mi amava.”

“E poi?”

“E poi, niente. Continuava a parlare di se stesso, cioè di quello che sentiva per me. Lo sai, i soliti discorsi che fanno gli uomini quando sono innamorati.”

Non potei fare a meno di pensare che, finalmente, avevo trovato una differenza tra me e Balestrieri: io non facevo che parlare a Cecilia di lei stessa, Balestrieri, invece, come tutti gli erotomani, le parlava di sé. In realtà, decisi ad un tratto, Balestrieri non aveva mai veramente amato Cecilia. Domandai: “E ti faceva piacere che ti parlasse di se stesso?”

“Quando mi diceva che mi amava, per un poco mi faceva piacere, ma poi ripeteva sempre le stesse cose e allora non lo ascoltavo più.”

“Avresti preferito che ti parlasse di te?”

“No.”

“Non ti fa piacere che si parli di te?”

“No.”

“Perché?”

“Non lo so.”

“Allora io che ti faccio continuamente delle domande su te stessa, ti reco dispiacere?”

“Sì.”

Rimasi quasi senza fiato di fronte a questo monosillabo così deciso: “Forse arrivi a odiarmi quando ti parlo di te stessa?”

“No, non ti odio, ma non vedo l’ora che tu finisca al più presto.”

“Che cosa provi quando ti interrogo su te stessa?”

Rifletté un momento, e poi rispose: “Provo il desiderio di non risponderti.”

“Cioè, di star zitta?”

“Sì, oppure di dirti qualche cosa che non è vero, tanto per accontentarti.” Tacque un momento e poi riprese, con improvvisa loquacità: “Figurati, quando ero al convento e dovevo confessarmi, pur di non parlare di me stessa, inventavo peccati che non avevo commesso. Così il prete era contento e mi diceva che dovevo pentirmi e recitare non so quante preghiere alla Madonna e a San Giuseppe e io gli dicevo di sì, sempre di sì, benché poi non facessi niente di quello che mi diceva di fare, perché non avevo fatto niente di male e non dovevo pentirmi affatto.”

Mi venne in mente, ad un tratto, che quel prete indiscreto aveva voluto fare, in fondo, la stessa cosa che io avevo tentato tante volte: afferrare Cecilia, chiuderla in un peccato, inchiodarla ad un giudizio. Domandai allarmato: “Anche con me hai inventato cose che non hai mai fatto?”

Rispose vagamente: “Sì, qualche volta forse ho inventato.”

“Ma che vuoi dire? Che mi hai mentito? E quando?”

“Può darsi, adesso non ricordo.”

“Cerca di ricordare.”

“Non ricordo.”

“Per esempio mi hai mentito per quanto riguarda i tuoi rapporti con Balestrieri?”

“Giuro che non ricordo.”

“Così, tutto quello che mi hai detto sul tuo passato potrebbe anche non essere vero?”

“No, questo no. Ti ho detto delle bugie soltanto quando era necessario.”

“Quando, per esempio?”

“Ora non ricordo: quando era necessario.”

“E quando è necessario per te dire le bugie?”

“Come faccio a dirtelo? È necessario quando è necessario.”

“Beh, ora andiamo da mia madre. Ti presento come mia fidanzata e tra un mese al massimo ci sposiamo.”

Riprendemmo in silenzio la corsa e, ben presto, ecco il noto cancello fra i due pilastri ornati di anticaglie romane. Ma non era chiuso, come il solito, bensì spalancato; le due lanterne in cima ai pilastri erano accese; e proprio in quel momento tre o quattro macchine si accingevano a varcarne la soglia. Dissi con disappunto: “Ho paura che mia madre stia, come si dice, ricevendo, ossia dando un cocktail. Che vogliamo fare?”

“Quello che vuoi tu.”

Pensai che, dopo tutto, per lo scopo che mi proponevo di ottenere, il ricevimento avrebbe potuto essere utile: in tal modo Cecilia si sarebbe fatta un’idea del mondo in cui, sposandola, l’avrei introdotta. E se, come speravo, ella era ambiziosa, quest’idea non poteva essere che favorevole. Dissi sbadatamente: “Entriamo, ti presento a mia madre, bevi qualche cosa, vedi la casa e poi ce ne andiamo, va bene?”

“Va bene.”

Risalii il viale dietro le altre macchine, e andai a fermarmi, non senza difficoltà, nello spiazzo già quasi pieno. Cecilia discese e io la seguii. Ella si avviò verso la porta della villa, sollevando con le due mani, dal collo, i capelli e assestandoli sulle spalle, un gesto che in lei denotava, come sapevo, timidezza e volontà di sormontarla. La raggiunsi e la presi per un braccio sussurrandole: “Questa è la casa in cui andremo ad abitare quando saremo sposati; ti piace?”

“Sì; è una bella casa.”

Entrammo nell’anticamera e di qui passammo nel primo dei quattro o cinque salotti che occupavano il pianterreno. C’erano già molti invitati, i quali stavano in piedi l’uno contro l’altro, i bicchieri in mano, parlandosi sul naso e sbirciandosi di traverso, come avviene, appunto, nei cocktail. Allora, spingendo Cecilia per il braccio a fendere questa folla impettita e vanitosa; e guardando tutti quegli uomini floridi e lustri e tutte quelle donne dipinte e vestite secondo l’ultima moda; e vedendo che Cecilia quasi si confondeva con questa moltitudine odiosa, al punto di sembrare una di loro; e pensando che se questo fosse davvero avvenuto, come infatti poteva avvenire dopo il nostro matrimonio, io non soltanto mi sarei liberato di Cecilia e del mio amore per lei, ma anche l’avrei odiata, come odiavo gli invitati di mia madre; mi vennero quasi il rimorso di aver sperato di perderla fra quella folla orribile e quasi la speranza che lei, alla fine, non avrebbe accettato di sposarmi. Sì, io volevo annoiarmi di Cecilia, ma non volevo odiarla. E comunque l’amavo troppo per desiderare di liberarmi di lei al prezzo della sua trasformazione da fanciulla povera e piena di grazia in danarosa arpia.

Tra queste riflessioni, continuavo a sospingere Cecilia attraverso la folla, da un gruppo all’altro, da un cerchio di facce ad un altro, nel fumo delle sigarette e nel brusio delle conversazioni, sfiorando al nostro passaggio i vassoi pieni di bicchieri di varie grandezze e colori che i camerieri offrivano in giro. Era davvero un ricevimento molto affollato, e si poteva vedere che mia madre aveva fatto le cose in grande, senza badare a spese. Ma il denaro che mia madre aveva sborsato per accogliere degnamente i suoi ospiti era poca cosa in confronto del denaro, quest’ultimo quasi incalcolabile, che stava dietro ognuno di quegli invitati. Ricordai, non so perché, una domanda che, in un ricevimento analogo, molti anni prima, avevo udito rivolgere, con aria di compiacimento e al tempo stesso di quasi scientifica incertezza, da un certo vecchio grasso, rubizzo e allegro ad un altro vecchio magro, pallido e triste: “Secondo te che capitale è rappresentato dentro queste quattro mura, di’ un po’, fa’ una cifra.” Al che l’altro, cupamente, aveva risposto: “E che ne so. Non sono mica l’agente delle imposte, io.” Più volte mi ero domandato perché provassi un’avversione così profonda per il mondo di mia madre; ma soltanto quel giorno, ricordando quella frase e confrontandola con le facce che vedevo intorno a me, lo compresi finalmente. Infatti, scrutando i volti degli invitati di mia madre, ebbi ad un tratto, precisissima, la sensazione che non una ruga, non una inflessione della voce, non un tremolio del riso, non un solo tratto, insomma, non fosse direttamente determinato dal denaro che, come aveva detto il vecchio grasso, gli invitati rappresentavano là dentro in maggiore o minore quantità. Sì, pensai, il denaro si era fatto, in questa folla, sangue e carne; guadagnato col lavoro onesto e fortunato oppure rubato con la furberia e la prepotenza, esso produceva sempre lo stesso risultato: una volgarità disumana riconoscibile così nelle più pasciute grassezze come nelle magrezze più risecchite. E se era vero, come era vero, che il denaro non consentiva il divorzio dal denaro, perché chi è ricco non può far finta di non esserlo; io capivo, una volta di più, che anch’io, sia pure mio malgrado, facevo parte di questa società di ricchi e che era proprio il denaro, al quale avevo rinunziato senza riuscire a disfarmene, che aveva provocato la crisi della mia arte e, in genere, della mia vita. Io non ero, dunque, che un uomo ricco il quale avrebbe voluto non esserlo; potevo benissimo indossare stracci, mangiare tozzi di pane, vivere in un tugurio; ma il denaro di cui disponevo trasformava in vestiti eleganti i miei stracci, in manicaretti raffinati i miei tozzi di pane, in palazzo il mio tugurio. La stessa mia macchina, così vecchia e sgangherata, era più lussuosa di tante macchine lussuose, perché era la macchina di chi avrebbe potuto, soltanto che l’avesse voluto, averne un’altra, nuova di zecca e di gran marca.

Trasalii alla voce di mia madre che diceva: “Oh Dino, che bella sorpresa.”

Era davanti a me, ma non l’avevo vista, o meglio, forse, l’avevo vista ma non avevo saputo distinguerla tra la folla dei suoi invitati, perché in quel momento essa mi appariva una di loro, in tutto simile a loro, senza alcun legame con me, neppure di sangue. Da sola mia madre era mia madre; ma nella folla che riempiva i suoi salotti, essa diventava indistinguibile come un uccello nel suo stuolo o un pesce nel suo branco. Così la determinazione economica che, quando mia madre era sola, poteva anche sembrare un tratto individuale, tra la folla degli invitati rivelava il suo carattere impersonale e collettivo. E come per tutti i personaggi che gremivano i salotti della villa, anche per mia madre si poteva giurare che dietro lo scintillio di vetro dei suoi occhi azzurri, la vistosità dei suoi massicci gioielli, la nervosità della sua magrezza, l’artificio eccessivo del suo belletto e la sgradevolezza della sua voce, ci fosse il conformismo del denaro proprio alla società di cui lei faceva parte piuttosto che l’originalità di una esperienza solitaria.

Simile ai suoi invitati nell’apparenza fisica, mia madre lo fu anche nella condotta durante il nostro breve incontro. Di solito, quando era sola, era molto attenta; ma, adesso, nel cocktail, la cui norma pare essere una disattenzione suprema fatta di indifferenza, di fretta e di stordimento, anche mia madre si comportava come tutti gli altri guardando senza vedere e parlando senza ascoltare. Subito dopo, infatti, quella sua frase così festosa di accoglienza, disse non so quali parole incoerenti sul suo gran daffare che le avrebbe impedito per quel pomeriggio di occuparsi di me; e quindi, in maniera niente affatto incuriosita, guardandosi intorno, in fretta e come pro-forma, soggiunse: “Ti faccio osservare che non mi hai ancora presentato la signorina.”

Dissi, con una certa solennità, prendendo Cecilia per il braccio: “Questa è Cecilia, la mia fidanzata.” E allora avvenne un fatto impreveduto. O mia madre non udì la frase, o, se la udì, non la capì, voglio dire la percepì come suono ma non come significato; fatto sta che, dopo aver posato un momento i suoi occhi crudelmente scintillanti su Cecilia, esclamò ad un tratto: “Scusatemi, ci vediamo dopo, adesso debbo proprio fare una cosa;” e, senza aspettare risposta, si mosse attraverso la folla con la decisione di uno squalo che si avventi attraverso le profondità marine verso la preda. Era arrivato qualcuno, come mi parve di capire; forse qualcuno d’importante; e mia madre non mi aveva ascoltato perché, proprio nel momento in cui le presentavo Cecilia, i suoi occhi avevano sorpreso, laggiù, presso una delle porte, il movimento vorticoso che provoca l’affluenza di nuovi ospiti nella folla di un ricevimento.

Presi dal vassoio di un cameriere due bicchieri, ne porsi uno a Cecilia; e quindi la sospinsi nel vano di una finestra: “Allora che ne dici?”

“Di che cosa?”

Tacqui un momento, imbarazzato. Non sapevo che cosa volevo sapere da Cecilia; tutto, in fondo, poiché non sapevo niente. Dissi a caso: “Di questo ricevimento.”

“È un ricevimento.”

“Ti piacciono i ricevimenti?”

Rispose dopo un momento, con aria leggermente disturbata: “Non tanto. Mi danno fastidio il fumo e il rumore.”

“Che ne pensi di tutta questa gente?”

“Non penso niente. Non conosco nessuno.”

“Alcune delle persone che sono qui, potrebbero esserti utili, se vuoi ti presento.”

“Utili in che modo?”

“Socialmente.”

“Cosa vuol dire?”

“Beh, potrebbero fare amicizia con te, prenderti a benvolere, invitarti in feste simili, oppure, se sono uomini, farti, la corte. Da tutte queste cose può venire qualche utilità. Molta gente va nei ricevimenti per questo. Allora, vuoi che ti presento?”

“No, non importa, tanto non li rivedrò mai più.”

“Li rivedrai certamente, visto che ci sposiamo.”

“Beh, in questo caso, me li presenterai allora.”

Volevo mettere il discorso sull’argomento della ricchezza, ma non sapevo come. Dissi alla fine: “La gente che vedi qua dentro è tutta molto ricca.”

“Si vede.”

“Da che cosa si vede?”

“Dai vestiti e dai gioielli delle signore.”

“Ti piacerebbe di essere come loro?”

“Non lo so.”

“Perché non lo sai?”

“Io non sono ricca; per sapere se mi piacerebbe di esserlo, dovrei diventarlo. Soltanto dopo aver provato, potrei dire se mi piace o no.”

“Ma puoi immaginarlo, no?”

“Come si fa a immaginare un cosa che non si conosce?”

“Ma il denaro ti piace?”

“Quando ne ho bisogno, sì.”

“E non hai forse bisogno di denaro?”

“Adesso no, quello che mi dai tu, mi basta.”

“Insomma se tu mi sposassi, avresti molto denaro e diventeresti simile alle signore che vedi qua dentro, che ne dici?”

La vidi girare sulla folla degli invitati i grandi occhi oscuri; e ancora una volta mi domandai che cosa lei vedesse e se quello che vedeva rassomigliasse in qualche modo a quello che vedevo io. Disse, poi, lentamente: “Non ci sono ragazze, qui dentro. Ci sono soltanto signore dell’età di tua madre.”

“Mia madre riceve le sue amiche; è naturale, quindi, che le signore qua dentro abbiano tutte più o meno la sua età. Ma tu non mi hai ancora risposto. Che ne dici, dunque, della prospettiva di sposarmi e di diventare simile a queste signore?”

“Non te lo so dire, non ci ho mai pensato.”

“Pensaci adesso.” La vidi guardare di nuovo la sala, quindi portare il bicchiere alle labbra, bere un sorso e restare silenziosa. Era anche questa una sua maniera di sfuggirmi: il silenzio. Insistetti: “Ma si può almeno sapere che cosa stai pensando?”

Rispose, quasi bruscamente: “Stavo pensando che forse sarebbe meglio che andassimo in un luogo più tranquillo, così anche, ti do la risposta che tu mi hai chiesto.”

“Quale risposta?”

“Sul fatto di sposarci.”

“Dove vuoi andare?”

“Per me è lo stesso.”

“Andiamo al secondo piano. Lì potremo stare tranquilli. Così vedrai anche la casa.”

Posammo i nostri due bicchieri sopra il davanzale della finestra, quindi io ripresi Cecilia per il braccio e la guidai attraverso la folla verso una porta in fondo al salotto. Aprii la porta e spinsi Cecilia nel corridoio. Subito, al fracasso, al fumo, alla folla, subentrò la consueta aria pulita deserta e silenziosa della casa. Guidai Cecilia verso la scala e poi presi ad ascendere con lei, una mano sulla guida di ottone e l’altra sulla sua spalla. Le domandai: “Ti piacerebbe abitare qui?”

“Qui o in un altro luogo, per me fa lo stesso.”

“Ma qui c’è mia madre.”

“È simpatica, tua madre.”

Esclamai, stupito: “Santo Cielo, ma che ci trovi di simpatico in mia madre?”

“Non lo so, è simpatica.”

Intanto eravamo giunti al secondo piano. Domandai: “Vuoi vedere la mia camera?”

“Sì.”

Spalancai la porta e gliela mostrai. Era rimasta come era il giorno che ero scappato, lasciando i miei pantaloni nelle mani di Rita: con le persiane chiuse e il materasso arrotolato sul letto. La guardò appena con una mancanza assoluta di curiosità, e disse: “Non ci abita nessuno adesso?”

“Ci sono alcune stanze vuote, quassù. Potremmo prenderle noi, se ci sposiamo. Non credi che staresti meglio qui, in una camera come questa, piuttosto che in quella dove stai adesso?”

Rispose, confermando la mia convinzione che non vedeva niente e che per lei non c’era differenza tra i magnifici mobili impero di mia madre e la rigatteria di casa sua: “Perché? Sono due stanze uguali. C’è un letto qui come lì, un armadio qui come lì, delle seggiole qui come lì.”

“Almeno ammetterai che è più grande?”

“Questo sì.”

Richiusi la porta e dissi: “Andiamo nella camera di mia madre. Lei è affaccendata con il suo cocktail. Potremo parlare quanto vorremo.”

La guidai verso la camera, aprii la porta e la spinsi nel buio, come l’avrei spinta in una prigione per rinchiudervela per sempre. Quindi accesi la luce. La camera vasta e comoda, nella quale, però, non c’era un palmo di parete nuda o di pavimento scoperto e dappertutto erano tende, tappezzerie e tappeti, mi parve soffocante. Andai ad una delle finestre, la spalancai e per un momento guardai fuori. La finestra dava sul giardino all’italiana e si vedeva, di lassù, tutto il giardino, con i suoi viali, i suoi alberi, la sua fontana, la sua pergola. Era notte, con il cielo nero e senza stelle ogni tanto incertamente illuminato dai baleni di un remoto temporale, con un’aria poco meno calda e soffocante che nella camera. Le lampade dissimulate in terra, tra le siepi, spandevano un chiarore falso e vibrante sui piedi dei numerosi invitati che si erano sparsi per il giardino, uscendo via via dai salotti del pianterreno. Gli invitati apparivano, così, illuminati fino al ginocchio, in maniera spettrale; ma dalle ginocchia in su si confondevano con l’oscurità; di modo che si sarebbe detto che tutto il giardino fosse popolato di gambe femminili e maschili prive affatto del resto del corpo. Mentre osservavo questo spettacolo, la voce di Cecilia mi fece trasalire: “Dov’è il bagno?”

“Lì, quella porta.”

Si avviò senza dire parola alla porta del bagno. Io lasciai la finestra, andai a sedere in una poltrona ai piedi del letto, e accesi una sigaretta.

Mi colpì un grande quadro antico che stava appeso a sinistra del letto. Rappresentava Danae e la pioggia d’oro, probabilmente un acquisto recente di mia madre che, come sapevo, “investiva” il proprio denaro anche in opere d’arte: non ricordavo, infatti, di averlo mai visto. Danae vi era raffigurata distesa su un letto molto simile a quello di mia madre, basso e ampio, con le testiere ornate di bronzi. Appoggiata con la schiena ad un mucchio di guanciali, il petto tirato indietro e il ventre proteso in avanti, una gamba allungata sul materasso e l’altra ripiegata e pendente nel vuoto, Danae guardava con compiacimento al proprio grembo nel quale, dall’ombra dei pesanti cortinaggi, cadeva la pioggia di monete, di un oro altrettanto chiaro e luminoso che quello dei suoi capelli di peccatrice sparsi sulle spalle bianche e sul seno roseo. Era un quadro qualsiasi, di soggetto mitologico, e in altre circostanze non ci avrei fatto caso. Ma in quel momento mi colpì come qualcosa che mi riguardasse, sia pure in maniera indiretta e oscura. Presi, dunque, a contemplare il quadro domandandomi perché mi incuriosisse e quale fosse il significato di questa curiosità. Ad un tratto la porta del bagno si aprì e Cecilia rientrò nella camera.

Si era spogliata ed aveva avvolto il corpo in un corto asciugamani, che le copriva appena i fianchi e il seno, un po’ come le stoffe succinte di cui si fasciano le donne ai tropici. Disse, avvicinandosi in punta di piedi: “Lo sai che il mio disturbo è finito? Allora, se vuoi, possiamo fare l’amore.”

“Qui?”

“Perché no? è così comodo qui.”

Ebbi la sensazione improvvisa quasi di una generosità insidiosa e interessata, come se Cecilia, offrendosi in maniera imprevista quando io avevo già rinunziato, intendesse in qualche modo risarcirmi in anticipo per una perdita che ancora ignoravo. Dissi bruscamente: “Va bene, ma prima devi darmi quella risposta.”

“Quale risposta?”

“Se accetti di diventare mia moglie.”

Non disse niente, girellò un poco per la stanza, quindi, con subitanea deliberazione, venne a sedersi sulle mie ginocchia e, incominciando a disfarmi il nodo della cravatta e a sbottonare il colletto, pronunziò lentamente: “Tu, Dino, sei il solo uomo che potrei sposare perché con te posso essere naturale e sincera e non nascondere niente.”

“Veramente?” esclamai un po’ stupito di questo preambolo, “io invece ho sempre l’impressione che con me nascondi tutto o quasi. Se tanto mi dà tanto, figuriamoci cosa succede con gli altri.”

Riprese, come se non avesse udito, a testa bassa, sfilandomi via la cravatta e quindi liberando, uno dopo l’altro, i bottoni della camicia dalle asole: “E questa casa è molto bella. Mi piacerebbe viverci con te.”

“E allora?”

“E poi,” continuò, ostinandosi a trarmi un braccio fuori dalla manica della giacca, “tu mi hai promesso tante belle cose: viaggi, vestiti, feste.”

“E dunque?”

“Ma debbo anche dirti che non posso sposarti. Avrei dovuto fartelo sapere subito, appena me ne hai parlato, ma non ne ebbi il coraggio, vedevo che ci tenevi tanto.” Adesso era riuscita a sfilarmi la giacca e anche la camicia; le ripiegò e le gettò lontano, in fondo al letto.

Ora provavo un senso di stupore enorme; come se realmente avessi creduto che Cecilia sarebbe stata lusingata dall’idea di diventare mia moglie. In realtà, pensai alla fine, come, in passato, avevo sperato di possedere Cecilia per mezzo del denaro, così, questa volta, mi ero illuso di raggiungere lo stesso scopo offrendole qualche cosa che le donne quasi sempre antepongono al denaro: il matrimonio. Domandai con rabbia: “Ma perché non vuoi?”

“Non voglio perché non voglio.”

“Ma perché?”

“Per Luciani,” disse seccamente. “Non desidero separarmi da lui.”

“Vuoi sposare lui?”

“Oh, no, non ci penso neppure, oltre tutto ha già moglie.”

“Luciani ha moglie?”

“Sì, e gli tocca anche mantenerla.”

Gridai, esasperato: “Che m’importa Luciani, te lo lascerei vedere quanto ti pare.”

“No, ho detto di no, ed è no.”

“Ma perché?”

Disse, con lo stesso tono col quale mi aveva risposto quando le avevo offerto di corrisponderle una somma mensile fissa, come attaccandosi ad un’abitudine comoda e cara: “Ma no, Dino, perché dovremmo sposarci? Restiamo come stiamo, va tanto bene così.”

Adesso, con incredibile tenacia, mi aggrappavo sempre più all’idea del matrimonio, forse perché lei non voleva saperne: “Ma se ti permetterò di vedere Luciani o chiunque altro, se niente cambierà se non in meglio, se invece di abitare in una casa miserabile con la tua famiglia, vivrai in questa villa con me, perché mai rifiuti? Che cos’è che ti fa rifiutare?”

Rispose in maniera definitiva: “Non mi va di sposarmi, ecco tutto;” e quindi, scendendo giù dalle mie ginocchia e tirandomi per una mano: “su, vieni; adesso facciamo l’amore.”

Meccanicamente, quasi mio malgrado, mi levai in piedi. E allora avvenne una cosa ridicola: i pantaloni, di cui, intanto, Cecilia aveva allentato la cintura, mi caddero ai piedi e io vi incespicai. Al colmo del furore, urlai: “No, non ho voglia. Voglio soltanto sapere perché non vuoi diventare mia moglie.”

Stava in piedi, guardandomi; poi mi avvertì, ambiguamente: “Come vuoi. Ma se non lo facciamo oggi, poi non potremo farlo per qualche tempo.”

“Perché?”

“Avevo deciso di non dirtelo, per non farti arrabbiare. Ti avrei scritto una cartolina e così lo avresti saputo. Ma, dopo tutto, è meglio che tu lo sappia. Domani mattina parto per Ponza insieme con Luciani e stiamo via una quindicina di giorni.”

Ero già furente, questa rivelazione raddoppiò il mio furore, spiegandomi finalmente la condotta di Cecilia, quel giorno. Aveva deciso di passare a Ponza due settimane insieme con Luciani; per questo, soltanto per questo, cioè per consolarmi in qualche modo, mi aveva proposto quella mattina di passare insieme la giornata; per questo e soltanto per questo mi aveva proposto di fare l’amore; infine, per quanto possa sembrare strano, per questo e soltanto per questo aveva rifiutato di diventare mia moglie. Conoscevo Cecilia ormai abbastanza bene e avevo fatto l’esperienza della sua completa mancanza di immaginazione e del suo indifferente e apatico disinteresse. Sapevo pure che lei non era in grado di pensare che ad una cosa sola per volta, quella che era più vicina e immediata e che le piaceva di più. In questo caso, la gita a Ponza con l’attore era la cosa più vicina e immediata e che le piaceva di più; per la gita, dunque, non esitava a rifiutare il matrimonio che, forse, in altro momento, avrebbe accettato.

Mi accorsi ad un tratto che soffrivo, e che, mentre poco fa, volevo a tutti i costi che diventasse mia moglie, adesso mi sarei accontentato che non andasse a Ponza. Dissi con voce angosciata: “Non andarci.”

Non mi rispose; ma andò al letto, vi salì e vi si distese, con lentezza compiaciuta e placida, il dorso sui cuscini, una gamba allungata sul materasso e l’altra ripiegata con il piede pendente nel vuoto; proprio come la Danae del quadro. Disse, poi, prendendo a svolgere dal corpo l’asciugamani: “Perché pensi al futuro? Adesso vieni qui, accanto a me.”

“Ma io non voglio che tu ci vada.”

“Abbiamo già fissato la stanza.”

“Ebbene, di’ a Luciani che non ti senti bene e non partire.”

“Non è possibile.”

“Ma perché?”

“Perché mi fa piacere andare a Ponza e non vedo perché non dovrei farlo.”

“Se non parti, ti faccio un regalo.”

Adesso era nuda, in un atteggiamento rilasciato, il petto in libertà, i fianchi ben posati e abbandonati sul materasso; e con curiosità infantile, guardava in su, ai cortinaggi. Domandò, senza abbassare gli occhi, con voce distratta: “Che regalo?”

“Quello che vuoi.”

“Ma per esempio?”

“Per esempio, una somma di denaro.”

I suoi grandi occhi oscuri si abbassarono su di me in maniera inespressiva, incerta e quasi meravigliata:

“Quanto mi daresti?”

La guardavo e allora, come scaturita dalla somiglianza del suo atteggiamento con quello di Danae, nel quadro lì accanto, sulla parete, mi venne ad un tratto un’idea. Dissi: “Ti darei tutto il denaro che ci vuole per ricoprirti di denaro.”

“Come sarebbe a dire?”

“Sarebbe a dire che tu starai ferma, distesa sul letto e io ti ricoprirò di biglietti di banca dalla testa ai piedi. Se rinunci ad andare a Ponza ti darò tutto il denaro che ci vorrà appunto per ricoprirti di denaro dalla testa ai piedi.”

Si mise a ridere, lusingata e attirata, si sarebbe detto più dalla novità del gioco che dalla posta: “Che idee ti vengono.”

Dissi con malafede: “Sono delle idee da pittore.”

“E poi dove ce l’hai il denaro?”

“Aspetta.”

Mi alzai, corsi nel bagno e rapidamente feci quello che in tutti quei giorni avevo preveduto che avrei finito per fare: spostai le mattonelle, scoprii lo sportello di acciaio del forziere, girai le rotelle secondo il segreto che sapevo a memoria. Intanto mi auguravo che il denaro ci fosse. In caso che non ci fosse, pensai, avrei ricoperto Cecilia di titoli industriali, che erano, poi, equivalenti a denaro, come mia madre sovente mi aveva fatto notare.

Ma il denaro c’era. Sopra i soliti due o tre rotoli di titoli, stava posata la ben nota busta gialla, gonfia da scoppiare. L’afferrai, ne estrassi i biglietti che conteneva e tornai alla camera. Cecilia mi sbirciò, mentre le venivo incontro, con uno sguardo, non potei fare a meno di pensare, davvero mitologico, simile a quello che aveva dovuto avere Danae allorché la prima moneta d’oro le era piovuta in grembo. Le ordinai, sorridendo: “Adesso stenditi.”

Si distese guardandomi incuriosita e divertita e, come mi parve, anche un po’ turbata. Il fascio di biglietti che avevo tratto dalla busta era grosso, calcolai che fossero cinquanta banconote da diecimila lire l’una. Cominciai dal basso, simbolicamente, stendendo sul pube buio e ricciuto un solo biglietto ben spiegato. Quindi, risalendo, ricoprii di biglietti il ventre bianco e infantile, la snella vita e il bel seno bruno, un biglietto per mammella. Avvolsi intorno al collo un altro biglietto; quattro ne misi sulle spalle e quattro sulle braccia. Poi ridiscesi sotto il ventre e ricoprii di biglietti le gambe, fino ai piccoli piedi. Cecilia aveva dapprima seguito questa operazione con una curiosità puerile e attenta, proprio come un gioco; quindi, ad un tratto, incominciò a ridere, di un riso nervoso e irrefrenabile. Il riso, non potei fare a meno di pensare con speranza, di una donna che finalmente ceda ad un amante, dopo averlo a lungo respinto. Così, pensai ancora, aveva dovuto ridere Danae, sentendo la divina pioggia d’oro sommergerla nella voluttà amorosa. Pur ridendo, Cecilia continuava a secondare il gioco, indicando i luoghi che restavano ancora da coprire: “Qui c’è ancora posto, mettine uno qui, e qui.” Alla fine giacque immobile, simile ad uno strano animale istoriato, supina, il viso girato verso di me, gli occhi spalancati. Dissi brevemente: “Sono ventiquattro biglietti da diecimila lire l’uno. Se non vai a Ponza, te li do tutti.”

Si mise a ridere di nuovo e poi esclamò: “Credevo che sarebbero stati di più.”

Pensai che non le bastassero e insistetti: “Te ne do il doppio, cioè quelli che ci vogliono per coprirti sopra e sotto. È giusto, perché te hai un sopra e un sotto.”

Adesso, pur giacendo sotto i biglietti, immobile e come timorosa di spostarli e rovinare il gioco, mi guardava con una perplessità piena di rammarico. Disse alla fine: “Mi dispiace Dino, ma non è possibile.” Tacque un momento guardandomi, quindi soggiunse con una dolcezza straordinaria che non poteva esser finta: “Facciamo l’amore, adesso. Poi, quando tornerò da Ponza, ti prometto che lo faremo più spesso che per il passato e ti prometto che ci vedremo di più.”

Compresi che la dolcezza della sua voce era quella dell’eccitazione che le aveva ispirato il gioco dei biglietti. Un’eccitazione che, nella mia intenzione, avrebbe dovuto permettermi di possederla attraverso il denaro; e che invece, dopo il suo rifiuto, la faceva essere, una volta di più, sfuggente e inafferrabile. Domandai: “Non vuoi proprio?”

“No, non è possibile.”

Stava distesa, badando a non muoversi sotto la sua veste di biglietti di banca; quasi che il gioco avesse continuato e lei ne aspettasse la fase finale. Allora, improvvisamente, mi sentii assalire dal solito, cieco impulso maschile, che mi spingeva a prenderla perché non riuscivo a possederla, come se prendendola l’avessi posseduta. Mi gettai su di lei e ricoprii col mio corpo il suo e i biglietti di banca che lo ricoprivano. Cecilia mostrò subito che essa si era aspettata che il gioco finisse in questo modo, allacciandosi a me con le braccia e con le gambe, mentre, tra i nostri due corpi ardenti e sudati, i biglietti scricchiolavano e scivolavano, orribilmente sudici ed estranei. Altri biglietti, intanto, si erano sparsi intorno a noi sulle coperte; e altri sul capezzale, tra i capelli di Cecilia.

Dopo l’amore, Cecilia giacque supina e a gambe larghe, immobile e sazia come un grosso serpente che abbia inghiottito un animale più grosso di lui. Io stavo sopra di lei, non meno immobile; e riflettendo su queste nostre due immobilità, mi resi conto che la mia era quella che può seguire uno sforzo inane e stremante, mentre la sua aveva il carattere di una soddisfazione piena e ricca. Improvvisamente ricordai il tempo in cui ancora dipingevo, quando, dopo aver lavorato il giorno intero, mi sentivo stanco ma non di una stanchezza esausta, come la mia adesso, bensì soddisfatta come quella di Cecilia, e mi dissi che, in realtà, nel nostro rapporto, era lei a possedermi ed io a essere posseduto, benché, poi la natura, per i suoi fini, illudesse lei e me del contrario. Così, pensai, ero un uomo finito: non soltanto non avrei mai più dipinto ma anche mi sarei distrutto nell’inseguimento di questa specie di miraggio che pareva sorgere dal grembo di Cecilia come dalle sabbie di un deserto; e alla fine sarei scivolato, come Balestrieri, verso la oscurità della mania.

Fui tratto da queste riflessioni dalla voce di Cecilia che diceva: “Dovrai ammettere, almeno, che non sono una donna interessata.”

Domandai meravigliato: “Perché dici questo?”

“Un’altra, al mio posto, avrebbe preso il denaro e poi, magari, sarebbe partita lo stesso.”

“E allora?”

“Dunque, devi ammettere, che in un certo modo hai risparmiato molto denaro.”

“Non sono io che l’ho risparmiato,” dissi quasi con la speranza che Cecilia ci avesse ripensato e stesse per accettare la mia proposta; “sei tu che l’hai perduto.”

“Come vuoi. Vorrei adesso chiederti un favore.”

“Quale?”

“Eri pronto a darmi quasi mezzo milione se non fossi partita. Prestami invece una piccola parte di questa somma, quarantamila lire.”

Domandai stupidamente: “Ma a che ti servono?”

“Luciani, lo sai, è disoccupato, e abbiamo pochissimi soldi. Ci servirebbero per Ponza.”

Prima ancora che avessi avuto il tempo di accorgermi di quello che avveniva, avevo già fatto un balzo e avevo stretto le mie mani intorno il collo di Cecilia, gridandole le prime ingiurie che mi venivano in mente. Si dice che in certi momenti molto intensi si possono pensare e vivere diverse cose. In quell’attimo che le strinsi il collo, io pensai che la sola maniera, forse, di possedere Cecilia era ucciderla. Uccidendola l’avrei strappata a tutto ciò che la rendeva inafferrabile e l’avrei chiusa nella prigione definitiva della morte. Così, per un istante, pensai di strangolarla, sul letto di mia madre, tra i biglietti di banca che aveva rifiutato, in quella stessa casa in cui avremmo abitato insieme se ci fossimo sposati. E l’avrei fatto certamente se, sempre in quell’istante lucido e fulmineo, non mi fosse venuto in mente che questo delitto, almeno per quanto riguardava lo scopo che mi proponevo, sarebbe stato inutile. In realtà, invece di possedere Cecilia e liberarmi di lei, sarei riuscito soltanto ad assicurarle una autonomia definitiva; avvolta in un mistero ormai suggellato dalla morte, lei mi sarebbe allora sfuggita per sempre, senza rimedio. Allentai la stretta e dissi a bassa voce: “Scusami, per un momento mi hai fatto perdere la testa.”

Cecilia non pareva aver capito il pericolo che aveva corso. Disse: “Mi hai fatto male. Che ti è venuto in mente di arrabbiarti in questo modo?”

“Non lo so, scusami ancora una volta.”

“Non importa. Non fa niente.”

Mi sollevai un poco sul gomito, radunai rapidamente alcuni biglietti e glieli porsi dicendo: “Sono settantamila lire, ti bastano?”

“Sono troppi, me ne bastano quarantamila.”

“Prendili, ti faranno comodo.”

“Grazie.”

Mi baciò con ingenua e disarmante gratitudine e io provai di nuovo il desiderio di lei, sempre per lo stesso vecchio motivo che lei era lì, tra le mie braccia e al tempo stesso non c’era e forse, chissà, se l’avessi presa ancora una volta, chissà, forse ci sarebbe stata e ci sarebbe rimasta. Così, senza furore questa volta, dolcemente, teneramente, disperatamente, le passai un braccio sotto la schiena procurando di non farle male con l’orologio che tenevo al polso e quando la mia mano, girando intorno alla vita così snella, fu quasi ricongiunta con il mio braccio, le introdussi le gambe fra le gambe, le passai l’altro braccio sotto il collo, e poiché l’ebbi tutta avvolta e rinchiusa, penetrai lentamente dentro di lei, quasi avessi sperato, con questa lentezza, di giungere al possesso che altre volte mi era sfuggito. Alla fine, le domandai: “È stato bello, no?”

“Sì, è stato bello.”

“Molto o poco?”

“Molto.”

“Più del solito?”

“Sì, forse più del solito.”

“Sei contenta?”

“Sì, sono contenta.”

“Mi vuoi bene?”

“Sì, lo sai che ti voglio bene.”

Erano frasi che avevo detto chissà quante volte, ma mai con un sentimento così definitivamente disperato. Pensavo, dicendole, che adesso Cecilia sarebbe partita per Ponza e che questa partenza, simbolo concreto della sua inafferrabilità, avrebbe certamente ridato forza al mio amore e al mio conseguente desiderio di liberarmi di lei possedendola. E così, quando Cecilia fosse tornata, tutto sarebbe ricominciato, come prima della partenza, peggio di prima. D’improvviso, provai il desiderio di non star più con lei, di allontanarmi da lei. Dissi più dolcemente che potei: “Sarà ora che ce ne andiamo. Altrimenti potrebbe succedere che mia madre ci trovi qui, sarebbe seccante.”

“Mi vesto subito.”

“Non aver troppa fretta. Ho detto che sarebbe seccante, ma non più che seccante. In fondo non ha importanza. Tutt’al più mia madre protesterebbe non tanto per la cosa quanto per il modo.”

“Cosa vuol dire?”

“Mia madre tiene molto a quello che lei chiama la forma. Facendo l’amore in camera sua, invece che nel mio studio, abbiamo mancato alla forma.”

“Che cos’è la forma?”

“Non lo so. Probabilmente quello che rimane quando si pensa molto al denaro.”

Finimmo di vestici in silenzio. Quindi raccolsi i biglietti di banca sparsi sul letto, andai nel bagno, scrissi, sopra la busta, con un lapis: “Prelevate settantamila lire. Grazie. Dino” e rimisi la busta nel forziere. Cecilia stava rassettando le coperte del letto. Domandò, poi: “Dove andiamo adesso?”

Mi venne un subitaneo impulso di rabbia. Dissi: “Non andiamo più in nessun luogo, tanto ormai sarebbe inutile. Ti accompagno a casa.”

Quasi speravo che mostrasse dispiacere o rammarico di fronte a questa brusca modificazione del nostro programma. Rispose, invece, con indifferenza: “Come vuoi.”

Insistetti: “Come voglio io? no, come vuoi tu, sei tu che parti domani. Spetta a te dire se vuoi che stiamo insieme fino a mezzanotte o no.”

“Per me fa lo stesso.”

“Ma perché fa lo stesso?”

“Perché so che ti rivedrò fra due settimane.”

“Ne sei sicura?”

“Sì.”

“Beh, ti accompagno a casa.”

Durante questa piccola discussione eravamo usciti dalla camera ed eravamo scesi a pianterreno. Passammo per il corridoio; dietro le porte chiuse si udiva tuttora un brusio intenso, come di alveare in subbuglio: il ricevimento continuava. Seguimmo il corridoio fino all’anticamera e di qui uscimmo sullo spiazzo.

La freschezza inattesa della notte estiva mi fece levare d’istinto gli occhi al cielo, mentre aprivo la portiera della macchina: il temporale che per tutto il giorno era stato sospeso sulla città, si era sfogato altrove; adesso il cielo era sgombro, con uno stellato limpido, e qua e là, qualche leggera nuvola bianca che si confondeva con la bianchezza luminosa della Via Lattea. Pensai che Cecilia avrebbe avuto il bel tempo nella sua gita a Ponza e di nuovo sentii il morso della gelosia nel mio cuore ansioso. Sì, avrei aspettato il suo ritorno contando i giorni, le ore, i minuti e i secondi e sapendo che durante quei giorni, quelle ore, quei minuti e quei secondi, lei scherzava, rideva, passeggiava, andava in barca sul mare, faceva l’amore con Luciani, cioè mi sfuggiva. E quando fosse tornata, io non avrei potuto fare a meno di ricominciare a correrle dietro, come Balestrieri, di cui, a quanto pareva, ero condannato a ricalcare la esperienza.

Non credo che parlassi più di due o tre volte e sempre molto brevemente durante il tragitto dalla casa di mia madre a quella di Cecilia. Una volta le domandai stupidamente di scrivermi, benché mi rendessi conto benissimo che Cecilia, già così reticente nella parola, doveva essere addirittura muta nella corrispondenza, e così non avrebbe scritto niente, neppure una cartolina illustrata. Arrivammo nella sua strada. Fermai, lei discese e io le dissi arrivederci, dopo averle sfiorato la bocca con un bacio leggero. La guardai mentre attraversava la strada e pensai: “Almeno speriamo che si volti dalla soglia e mi sorrida e mi saluti.” Ma fui deluso nella mia attesa. Cecilia varcò la soglia e scomparve senza voltarsi.

Appena fu scomparsa, mi accorsi che non avevo voglia di andare allo studio né altrove. Il solo luogo dove avessi voglia di andare era la casa di Cecilia: mi sembrava che non avessi ancora finito con lei, desideravo salire al suo appartamento, farmi aprire, andare con lei nella sua camera e lì riprenderla per la terza volta in quel giorno. Sapevo che era una pazzia, che riprendendola non l’avrei posseduta più di quanto non la possedessi adesso, ossia niente affatto, che ciò che mi sfuggiva non era già il suo corpo perfino troppo compiacente, ma qualche cosa che niente aveva a che fare con il corpo; eppure sentivo che quella era la sola cosa che desiderassi di fare.

Non so quanto tempo dibattei questo problema, seduto nella mia macchina, nella strada deserta, di fronte al portone di Cecilia. Alla fine mi dissi che Cecilia, dopo tutto, aveva quasi insistito che si rimanesse insieme fino alla mezzanotte, e che perciò non c’era niente di strano che io, pentito di averla lasciata così presto, le telefonassi e le proponessi di portarla a cena. Cecilia, come sapevo, aveva una pazienza quasi illimitata, e quando si rifiutava non si rifiutava mai perché non aveva voglia, si rifiutava soltanto perché non poteva fare altrimenti. Decidendomi ad un tratto, feci rapidamente la marcia indietro fino al cantone, discesi, entrai nel bar.

Ma il telefono era occupato proprio dal genere di persona da cui era quasi impossibile aspettarsi che finisse presto: una ragazza di modesta apparenza, forse una cameriera, che parlava e rispondeva con la voce bassissima e i lunghi riflessivi silenzi di chi è impegnato in una conversazione sentimentale. Non esitai un momento, e riuscii subito avviandomi con decisione verso il portone di Cecilia. Perché telefonarle? Sarei salito nell’appartamento, l’avrei trovata, l’avrei sospinta nella sua camera.

Di corsa mi feci tutte le scale, di corsa andai a suonare il campanello, e ristetti ansimante sul pianerottolo aspettando che la porta si aprisse per precipitarmi di corsa nella casa. Ma non fu Cecilia che venne ad aprirmi, bensì la madre, con qualche cosa, come notai subito, di stravolto nel viso sciupato e dipinto. Domandai: “E Cecilia?”

Rispose in tono afflitto: “Non c’è Cecilia, professore.”

“Come non c’è?”

“È uscita proprio due minuti fa.”

“Ma dove è andata?”

“È andata fuori a cena.”

“A che ora ritorna?”

“Non ritorna, professore. Ha preso con sé la valigia. Va con un’amica a Ponza. Stanotte dorme dall’amica, torna tra quindici giorni.”

Così, mentre io dibattevo sull’opportunità di telefonarle, Cecilia era corsa a casa, aveva preso la valigia già preparata, era uscita dal solito portone che dava sull’altra strada e se ne era andata da Luciani. Levai gli occhi verso la madre e vidi che mordicchiava il fazzoletto e aveva gli occhi pieni di lacrime. Non potei fare a meno di domandare: “Ma che cosa è successo?”

“Cecilia se ne è andata, e suo padre sta morendo. Mi lascia sola in questa casa vuota. Mio marito è stato trasportato ieri alla clinica e ormai non c’è più speranza.”

“Non c’è più speranza?”

“No, i medici gli danno soltanto due o tre giorni di vita.”

“Ma Cecilia non è affezionata a suo padre?”

“Eh, Cecilia non è affezionata a nessuno, professore.”

Non so perché, tutto ad un tratto, ricordai come Cecilia fosse venuta a cercarmi il giorno stesso in cui Balestrieri era morto. Dissi bruscamente: “Mi dispiace. Mi dispiace veramente;” e dopo avere ascoltato con volto chiuso e impaziente altre poche lamentele della donna, me ne andai.

Come tornai alla macchina, mi accorsi che non potevo sopportare l’idea che in quel momento Cecilia si trovasse dall’attore. Era la solita impossibilità di fare qualsiasi cosa all’infuori di quella che sentivo che non avrei dovuto fare; ma confermata e resa ancor più insormontabile dalla recente delusione. Salii nella macchina e ben presto mi accorsi che correvo alla volta di via Archimede, dove si trovava la casa di Luciani. Dico che mi accorsi perché agivo in maniera automatica, dell’automatismo proprio al furore. Giunto in via Archimede, discesi a precipizio la strada tortuosa e stretta fino al bar, fermai e guardai le finestre di Luciani. Erano buie e fui subito sicuro che i due amanti non c’erano. Tuttavia smontai, entrai nel palazzo e andai al pianterreno a suonare alla porta dell’attore. Non so che cosa mi avvenne nella testa mentre ascoltavo il campanello risuonare a lungo dentro l’appartamento vuoto; so soltanto che, due minuti dopo, ero nel bar e formavo, al telefono, il numero di una mezzana alla quale, in passato, mi ero rivolto per incontrare delle ragazze mercenarie. Venne, dunque, la donna all’altro capo del filo, mi disse che la ragazza c’era e che il luogo era la solita villa sulla via Cassia.

Una volta in macchina, pensai che la ragazza che adesso mi accingevo a visitare era il contrario giusto di Cecilia: essa era a mia completa disposizione per una somma di denaro e io l’avrei posseduta intieramente, senza margini di autonomia e di mistero, grazie, appunto, a quel denaro. Così, ciò che non mi era riuscito di fare alla villa della via Appia, con una proposta di matrimonio e mezzo milione di lire, lo avrei fatto, adesso, con piccola spesa, nella casa d’appuntamenti della via Cassia. Ma la ragazza non era Cecilia; perché, dunque, mi recavo da lei?

Mi accorsi con stupore, a questa domanda, che all’origine della mia assurda telefonata alla mezzana, c’era una strana, quasi incredibile speranza. Nel mio furore io speravo, davvero speravo che nella villa della via Cassia avrei trovato Cecilia stessa, che mi aspettava, pronta a darsi e a lasciarsi finalmente possedere. Non so davvero donde mi venisse questa speranza; in parte, forse, dalle lusinghe di cui si servono le mezzane le quali promettono sempre, meravigliosamente, proprio quello che, invece, non possono in alcun modo procurare, ossia l’amore; ma in parte dal fatto che, dimostratisi vani i mezzi razionali per possedere Cecilia, io speravo ormai soltanto in un miracolo.

Tra queste riflessioni, o meglio, in questo stato d’animo furente e quasi mistico, uscii dalla città e presi a correre per la via Cassia. La villa si trovava in aperta campagna; corsi, forse, per una ventina di minuti e poi, ecco un cancello rustico spalancato e, oltre il cancello, una straduccia terrosa, in salita, che portava in cima ad una collina sulla quale si vedeva una costruzione bianca. Infilai di corsa il cancello, risalii il viale tra gli alberelli stenti che parevano essere stati piantati da poco. Chinandomi sul volante, potei vedere che la villa aveva tutte le finestre spente; poi una di quelle finestre si accesa. La macchina sbucò sul piazzale ghiaiato, si fermò e io discesi.

La villa era una costruzione molto semplice, a due piani, con tre finestre per piano, e una scala esterna, di tipo rustico, per la quale, dal di fuori, si saliva al secondo piano. La scala portava ad un piccolo ballatoio sul quale, nel momento in cui scendevo dalla macchina, si accese improvvisamente una lanterna. Quindi una figuretta nera si profilò nella luce gialla della lanterna, quella di una ragazza dai capelli folti, dal petto prominente, dalla vita snella, ossia, ne fui sicuro, Cecilia.

Pensai: “È lei,” e mi slanciai su per la scala; mentre la figuretta nera, adesso, mi guardava venire, placidamente appoggiata coi gomiti sulla balaustra. Come fui in cima alla scala, si raddrizzò e mi venne incontro dicendo: “Buonasera.”

Era contro luce e non potei vederla in viso, ma la voce mi parve quella di Cecilia e la presi tra le braccia. Vidi, allora, un grazioso volto paffuto di ragazza molto giovane, ricoperto della livida cipria cadaverica che andava di moda, con le labbra tinte di lilla, gli occhi cerchiati di nero, e i capelli biondo paglierino. Aveva il petto prominente come quello di Cecilia; la vita, che le mie braccia circondavano, era altrettanto snella che quella di Cecilia. Ma non era Cecilia.

Dissi, però, stupefatto: “Cecilia.”

La ragazza sorrise e rispose: “Non mi chiamo Cecilia, mi chiamo Gianna.”

“Ma io volevo Cecilia.”

“Non so chi sia Cecilia, qui non c’è nessuna Cecilia. Allora vuoi che andiamo dentro?”

Dissi: “Cecilia, io ero venuto per Cecilia,” quindi mi liberai con uno strattone dalla ragazza, corsi giù per la scala, attraversai il piazzale e risalii sulla macchina. Dopo un minuto già correvo sulla Cassia, ma non in direzione di Roma, bensì verso la campagna.

Da qualche tempo mi ero accorto che, guidando l’automobile, provavo spesso la tentazione di deviare dalla strada e spingere la macchina, a tutta velocità, contro il primo ostacolo in cui m’imbattessi. Era una tentazione di una singolare irresistibilità, allettante e al tempo stesso rassicurante, simile a quella che prova il bambino mentre si balocca con la rivoltella del padre e ogni tanto la porta alla tempia. Però io non pensavo di uccidermi, l’idea del suicidio non era mai nella mia mente. La voglia della morte era invece, nel mio corpo stremato dall’angoscia, così che io sentivo spesso che il mio braccio avrebbe impresso facilmente al volante quel mezzo giro che sarebbe stato sufficiente per scagliare la macchina contro un muro di cinta o un platano fasciato di bianco. Come ho detto era una tentazione irresistibile, dolce e rassicurante; che mi faceva pensare alla tentazione del sonno il quale, talvolta, ci vince nostro malgrado, facendoci sognare che resistiamo al sonno e stiamo svegli, mentre in realtà ci siamo già addormentati. Così, io sapevo già in anticipo che se mi fossi ucciso con l’automobile, lo avrei fatto senz’accorgermene e senza volerlo, come se avessi veramente seguito una strada immaginaria diversa da quella su cui correvo, la quale non teneva conto né dei muri di cinta, né degli alberi, né delle case e in fondo alla quale c’era la morte.

Ora, quella sera, mentre guidavo la macchina sulla Cassia, dirigendomi a caso verso la campagna, mi tornò alla mente una frase che avevo udito non so quando, né dove: “L’umanità si divide in due grandi categorie: coloro che di fronte ad una difficoltà insormontabile provano l’impulso di uccidere e coloro che invece provano l’impulso di uccidersi.” Mi dissi che avevo sperimentato il primo corno del dilemma e avevo fallito la prova: non ero stato capace di uccidere Cecilia, poco fa, sul letto di mia madre. Adesso, dunque, non mi restava che uccidermi. Mi venne fatto di pensare che, se mi fossi ucciso, mi sarei comportato esattamente nel modo di qualsiasi innamorato, da che mondo è mondo: Cecilia se ne andava a Ponza con Luciani e io mi uccidevo. Ma proprio questa riflessione sulla banalità e normalità della mia situazione, mi ispirò una rabbia distruttiva più forte che mai. In quel momento mi trovavo di fronte ad un rettifilo fiancheggiato di alberi; un camion mi precedeva andando piano. Cambiai marcia per sorpassarlo e, forse, fu questo cambio di marcia, con il conseguente rallentamento, che mi salvò la vita. Subito dopo aver cambiato marcia, come se davvero avessi visto un’altra strada sulla mia sinistra, e avessi voluto imboccarla, diressi la macchina contro un platano.