«Oh, signore, cosa posso dire? È tutta colpa mia!»
Padma è tornata. E, ora che mi sono riavuto dal veleno e che sono di nuovo alla mia scrivania, è troppo esausta per tacere. Ancora e ancora, il mio loto ritornato si autocastiga, si percuote il seno pesante, geme con quanto fiato ha in gola. (Nelle mie fragili condizioni, tutto ciò è penoso; ma non le rimprovero nulla.)
«Lei non immagina neanche, signore, quanto mi stia a cuore il suo benessere! Che creature siamo, noi donne: mai un momento di pace quando i nostri uomini giacciono malati e indeboliti... Sono così felice che tu stia bene, credimi!»
La storia di Padma (riportata con le sue stesse parole e a lei riletta per una conferma a base di roteare d’occhi, gemiti strazianti e gran colpi al seno): «È stato per il mio stupido orgoglio e per la mia vanità, Saleem baba, che sono scappata via, anche se qui il posto è buono e tu hai tanto bisogno di qualcuno che badi a te! Ma dopo un po’, morivo dalla voglia di tornare!
«Allora ho pensato: come posso tornare da quest’uomo che non vuole amarmi e non s’occupa d’altro che del suo stupido scrivere? (Perdonami, Saleem baba, ma devo dire la verità. E per noi donne l’amore è la cosa più grande di tutte.)
«Così sono andata da un sant’uomo che mi ha spiegato cosa dovevo fare. E poi, con i miei pochi pice, ho preso un autobus e sono andata in campagna a raccogliere erbe, con cui risvegliare dal sonno la tua virilità... immagina, Saleem baba, ho praticato la magia con queste parole: “Erba, tu sei stata sradicata da tori!”. Poi ho sbriciolato le erbe nell’acqua e nel latte, dicendo: “Tu, erba potente e vigorosa! Pianta che Varuna si è fatto estrarre da Gandharva! Conferisci al mio signor Saleem la tua potenza! Dagli calore come quello del fuoco di Indra! Come l’antilope maschio, o erba, tu hai tutta la forza che esiste, tu hai i poteri di Indra e la forza vigorosa delle bestie”.
«Con questo preparato, sono tornata da te e ti ho trovato solo come sempre e come sempre col naso sulla carta. Ma alla gelosia, te lo giuro, ci ho rinunciato; ti pesa sulla faccia e la fa diventare vecchia. E poi, che Dio mi perdoni, ho messo quel preparato nella tua cena!... E allora, ahi-ahi, che il cielo possa perdonarmi, ma io sono una donna semplice, e se un sant’uomo mi dice qualcosa come posso controbattere?... Ora però, ringraziando Dio, se non altro stai meglio, e forse non ti arrabbierai.»
Sotto l’influsso della pozione di Padma, delirai per una settimana. Il mio loto-sterco giura (con un gran digrignare di denti) che ero rigido come un’asse e che c’erano bollicine intorno alla mia bocca. Avevo anche la febbre. Nel mio delirio farfugliavo di rettili; ma so che Padma non è un serpente; e non ha mai inteso farmi del male.
«È l’amore, signore» sta gemendo Padma. «Spinge una donna alla pazzia.»
Ripeto: non do la colpa a Padma. Ai piedi dei Ghat occidentali, ha cercato le erbe della virilità, mucuna pruritus e la radice della feronia elephantum; e chissà che cosa ha trovato. Chissà che cosa, infuso nel latte e mescolato al mio cibo, ha gettato le mie interiora in quello stato di “ribollimento”, dal quale, come sanno tutti gli studiosi di cosmologia indù, Indra creò la materia, mescendo il brodo primigenio nella sua grande zangola. Non ha importanza. È stato un nobile tentativo; solo che io non sono più rigenerabile – mi ha definitivamente rovinato la Vedova. Neanche la vera mucuna avrebbe potuto porre fine alla mia impotenza; né la feronia avrebbe mai suscitato in me «la forza vigorosa delle bestie».
Comunque; sono di nuovo al mio tavolo; e di nuovo Padma siede ai miei piedi, spronandomi. Sono di nuovo in equilibrio – la base del mio triangolo isoscele è solida. Rimango sospeso sul vertice, sopra il presente e il passato, e sento tornare nella mia penna la scorrevolezza.
È stata dunque praticata una sorta di magia; e l’escursione di Padma in cerca di pozioni d’amore mi ha collegato per un attimo a un mondo d’antica sapienza e di cognizioni stregonesche oggi tanto disprezzato dalla maggior parte di noi; ma (nonostante i crampi allo stomaco e la febbre e la bava alla bocca) sono contento della sua irruzione nei miei ultimi giorni, perché prenderla in considerazione significa riacquistare un poco del perduto senso delle proporzioni.
Pensate a questo: la storia, nella mia versione, entrò in una nuova fase il 15 agosto 1947 – ma in un’altra versione, questa data inevitabile non è che un fuggevole istante dell’età delle tenebre, Kali-Yuga, in cui la vacca della mortalità è stata ridotta a reggersi, traballando, su una zampa sola! Kali-Yuga – il lancio perdente nel nostro gioco di dadi nazionale; il peggio di ogni cosa; l’epoca nella quale è ciò che possiede a dar prestigio a un uomo, e la ricchezza è equiparata alla virtù, e la passione diventa l’unico vincolo tra uomini e donne, e il mentire porta al successo (qualcuno si stupisce che, in un periodo del genere, sia stato anch’io incerto sul problema del bene e del male?)... cominciò il 18 febbraio del 3102 a.C., e durerà solo 432.000 anni! Sentendomi già un tantino rimpicciolito, dovrei però aggiungere che l’Età delle tenebre è soltanto la quarta fase dell’attuale ciclo Maha-Yuga, in tutto dieci volte più lungo; e se tenete conto che occorrono mille Maha-Yuga per fare un solo giorno di Brahma, comincerete a capire che cosa intendo per proporzioni.
A questo punto, un pizzico d’umiltà (mentre tremando mi accingo a presentare i Bambini) non è, mi sembra, fuori luogo.
Padma, imbarazzata, sposta il proprio peso. «Cosa stai dicendo?» domanda, arrossendo un poco. «Sono discorsi da bramino; cosa c’entrano con me?»
... Nato e cresciuto nella tradizione musulmana, mi trovo improvvisamente sopraffatto da una cultura più antica, mentre qui accanto a me c’è la mia Padma il cui ritorno ho così intensamente desiderato... la mia Padma! La Dea del Loto! Colei che possiede lo sterco; che è Simile a miele e Fatta d’oro; e i cui figli sono Vapore e Fango...
«Devi avere ancora la febbre» protesta lei, ridacchiando. «Come fatta d’oro? E lo sai benissimo che non ho fi...»
... Padma, che insieme ai genii Yaksa, che rappresentano il sacro tesoro della terra, e ai sacri fiumi, Gange Yamuna Sarasvati, e alle dee dell’albero, è una dei Custodi della vita, che allettano e confortano i mortali durante il loro passaggio attraverso la rete dei sogni di Maya... Padma, il calice del loto, che crebbe dall’ombelico di Visnu e da cui nacque lo stesso Brahma; Padma la Fonte, la madre del Tempo!...
«Ehi,» adesso sembra preoccupata «fammi sentire la fronte!»
... E in questo schema di cose, cosa sono io? Un semplice mortale (allettato e confortato dal suo ritorno) – o qualcosa di più? Per esempio – sì, perché no – con questa mia proboscide da mammut con questo mio naso da Ganesh – potrei essere l’Elefante. Che, come Sin, la luna, controlla le acque e porta il dono della pioggia... e sua madre era Ira, regina e sposa di Kashyap, il Vecchio Uomo Tartaruga, signore e progenitore di tutte le creature della terra... l’Elefante che è anche l’arcobaleno e il fulmine, e il cui significato simbolico, bisogna aggiungere, è estremamente problematico e tutt’altro che chiaro.
Bene, allora: sfuggente come gli arcobaleni, imprevedibile come i fulmini, loquace come Ganesh, sembra, dopo tutto, che io abbia un mio posto nell’antica saggezza.
«Dio mio!» Padma corre a cercare un asciugamano da immergere nell’acqua fredda. «Hai la fronte che scotta! È meglio che ti sdrai adesso; è troppo presto per tutto quello scrivere! È la malattia che parla; non tu.»
Ma ho già perso una settimana; e quindi, febbre o non febbre, devo darci dentro; perché, avendo esaurito (per il momento) questo filone di antica favolosità, sto arrivando al cuore fantastico della mia storia personale, e devo scrivere in termini semplici e scoperti dei bambini della mezzanotte.
Cercate di capire quello che sto dicendo: durante la prima ora del 15 agosto 1947 – tra la mezzanotte e l’una – entro le frontiere del neonato Stato sovrano dell’India videro la luce non meno di milleuno bambini. Questo in sé non è un fatto insolito (anche se il numero ha risonanze curiosamente letterarie) – a quell’epoca nella nostra parte del mondo l’eccedenza dei nati sui morti era di circa seicentottantasette all’ora. Ciò che rese l’avvenimento degno di nota (degno di nota! Una definizione davvero spassionata, se volete!) fu la natura di questi bambini, ognuno dei quali, per qualche bizzarria biologica, o forse a causa di qualche potere sovrannaturale del momento, o anche ipoteticamente per mera coincidenza (anche se una sincronicità di queste proporzioni sconcerterebbe persino C.G. Jung), era dotato di caratteristiche, talenti o facoltà, che si possono definire soltanto miracolosi. Come se – se volete permettermi un attimo d’immaginazione in quello che sarà, lo prometto, il resoconto più lucido di cui sono capace – come se la storia, arrivando a un punto di altissima rilevanza e di enormi promesse, avesse voluto gettare, in quell’istante, il seme di un futuro che sarebbe stato realmente diverso da tutto ciò che il mondo aveva visto sino allora.
Se un simile miracolo sia avvenuto anche oltre il confine, nel neo-spartito Pakistan, io lo ignoro; le mie percezioni erano delimitate, finché durarono, dal Mare Arabico, dal Golfo del Bengala e dalla catena dell’Himalaya, ma anche dalle frontiere artificiali che straziavano il Punjab e il Bengala.
Inevitabilmente, molti di questi bambini non sopravvissero. La denutrizione, le malattie, le disgrazie della vita quotidiana ne avevano eliminati non meno di quattrocentoventi ancor prima che io mi accorgessi della loro esistenza; è tuttavia possibile ipotizzare che anche queste morti avessero una loro ragione, perché il 420 è, da tempi immemorabili, il numero legato alla frode, all’inganno e all’imbroglio. È quindi possibile che i bambini mancanti fossero stati eliminati perché si erano rivelati in qualche modo inadeguati, e non erano quindi gli autentici figli di quella mezzanotte? Be’, in primo luogo, questa è un’altra escursione nel regno della fantasia; e in secondo luogo essa attesta una visione della vita eccessivamente teologica e insieme barbaramente crudele. È anche una domanda che non può avere risposta; qualsiasi ulteriore riflessione in proposito è di conseguenza inutile.
Nel 1957, tutti i superstiti cinquecentottantun bambini si stavano avvicinando al loro decimo compleanno, ignorando completamente, per la maggior parte, l’uno l’esistenza dell’altro – anche se c’erano sicuramente delle eccezioni. Nella cittadina di Baud nell’Orissa, sul fiume Mahanadi, c’erano due gemelle che nella zona erano già diventate leggendarie, perché, nonostante la loro impressionante bruttezza, avevano entrambe la capacità di indurre ogni uomo che le vedeva a innamorarsi disperatamente di loro sino a spingersi al suicidio, e di conseguenza i loro sbalorditi genitori erano incessantemente importunati da fiumane di uomini che chiedevano la mano di una delle due sconcertanti bambine o addirittura di entrambe; vecchi che avevano rinunciato alla saggezza delle loro barbe e giovani che avrebbero dovuto impazzire per le attrici del cinematografo ambulante che veniva a Baud una volta al mese; e c’era anche un’altra, più inquietante, processione di famiglie dolenti che maledicevano le gemelle per aver stregato i loro figli sino a far loro commettere atti di violenza contro se stessi, mutilazioni fatali, flagellazioni e persino (in un caso) autoimmolazione. Ma, fatta eccezione per questi rari casi, i bambini della mezzanotte erano cresciuti totalmente ignari dei loro veri fratelli germani, degli altri eletti in tutta la lunghezza e la larghezza del rudimentale e sproporzionato rombo dell’India.
Ma, per effetto di una scossa subita in un incidente ciclistico, io, Saleem Sinai, divenni consapevole di tutti loro.
A chiunque abbia una mentalità personale troppo rigida per accettare questi fatti, devo dire quanto segue: Così stavano le cose; non c’è modo di sfuggire alla verità. Dovrò semplicemente addossarmi il peso dell’incredulità dei dubbiosi. Ma in questa nostra India non c’è persona non analfabeta che possa essere totalmente immune dal tipo d’informazione che m’accingo a svelare – non c’è lettore della nostra stampa nazionale che non si sia imbattuto in una serie di bambini magici – sia pure di minor rilievo – e di assortiti fenomeni da baraccone. Soltanto la settimana scorsa c’è stato il caso di quel ragazzo bengalese che dichiarò di essere la reincarnazione di Rabindranath Tagore e cominciò a improvvisare versi di notevole qualità con grande stupore dei suoi genitori; e personalmente ricordo bambini con due teste (a volte, una umana e una animale) e altre curiose caratteristiche come corna bovine.
Dovrei subito dire che non tutte le doti di questi bambini erano desiderabili, o anche desiderate dai bambini stessi; e che in alcuni casi essi erano sopravvissuti ma avevano perso le qualità conferite loro dalla mezzanotte. Per esempio (come pendant alla storia delle gemelle di Baud) mi si permetta di citare una mendicante di Delhi, tale Sundari, nata in una strada dietro la Posta centrale, non lontano dal tetto su cui Amina Sinai aveva ascoltato Ramram Seth, e così intensamente bella che pochi momenti dopo la sua nascita era già riuscita ad accecare la madre e le vicine che avevano assistito al parto; suo padre, precipitatosi nella stanza appena le sentì urlare, era stato messo in guardia da loro appena in tempo; ma l’unica rapidissima occhiata che scoccò alla figlia gli danneggiò talmente la vista da impedirgli in seguito di distinguere gli indiani dai turisti stranieri, con grande danno per le sue capacità di guadagno come accattone. Dopo di che, per qualche tempo, Sundari fu costretta a vivere con la faccia coperta da un cencio; fin quando una prozia vecchia e spietata non la prese tra le braccia ossute e non le sfregiò nove volte il viso con un coltello da cucina. Quando io mi accorsi di lei, Sundari si guadagnava abbondantemente da vivere, perché nessuno di quelli che la vedevano poteva non aver pietà di una ragazza che era stata evidentemente troppo bella perché si potesse guardarla e che ora era così crudelmente sfigurata; riceveva pertanto più elemosine di ogni altro membro della sua famiglia.
Poiché nessuno dei bambini sospettava che l’ora della sua nascita avesse un rapporto con ciò che lui era, mi ci volle un po’ per scoprirlo. All’inizio, dopo l’incidente ciclistico (e più ancora dopo che i marciatori per la lingua mi ebbero guarito da Evie Burns), mi accontentai di scoprire, l’uno dopo l’altro, i segreti delle favolose creature entrate all’improvviso nel mio campo visivo mentale e di collezionarle voracemente, come certi ragazzi collezionano insetti e altri riconoscono treni; perdendo qualsiasi interesse per i quaderni d’autografi e per tutte le altre manifestazioni dell’istinto della raccolta, m’immergevo ogni volta che mi era possibile nella realtà particolare e decisamente più brillante dei cinquecentottantuno. (Duecentosessantasei di noi eravamo maschi, ed eravamo quindi in minoranza rispetto alle nostre equivalenti femmine – trecentoquindici in tutto, tra cui Parvati, Parvati-la-strega.)
I bambini della mezzanotte!... Nel Kerala un ragazzo era in grado di entrare in uno specchio e di riemergere da qualsiasi superficie riflettente del paese – laghi e (con un po’ più di difficoltà) le lucide carrozzerie metalliche delle automobili... e una ragazza di Goa era capace di moltiplicare i pesci... e c’erano bambini con poteri di trasformazione: un licantropo sui colli Nilgiri, e sul grande spartiacque dei Vindhya un ragazzo che poteva aumentare o ridurre le proprie dimensioni quando voleva, e aveva già (maliziosamente) provocato scene di panico e voci su un ritorno dei Giganti... e nel Kashmir un bambino dagli occhi azzurri del cui sesso originario non fui mai sicuro, perché immergendosi nell’acqua poteva mutarlo a proprio piacimento. Alcuni di noi lo chiamavano Narada, altri Markandaya, a seconda dell’antica fiaba sul cambiamento di sesso che avevamo udito... e vicino a Jalna nel cuore dell’arido Deccan trovai un ragazzo rabdomante, e a Budge-Budge nei pressi di Calcutta una ragazza dalla lingua tagliente le cui parole avevano già il potere di infliggere ferite, per cui, dopo che ad alcuni adulti era capitato di sanguinare copiosamente in seguito a certe frecce scoccate casualmente dalle sue labbra, avevano deciso di rinchiuderla in una gabbia di bambù e di farla scendere sulla corrente del Gange sino alle giungle del Sundarbans (che sono la legittima dimora dei mostri e dei fantasmi); ma nessuno osava andarle vicino, e lei girava ancora per la cittadina circondata da un vuoto di paura; e nessuno aveva il coraggio di negarle cibo. C’era un ragazzo in grado di mangiare metalli e una ragazza che aveva il pollice talmente verde da far crescere melanzane da esposizione nel deserto del Thar; e tanti tanti tanti altri... sopraffatto dal loro numero e dall’esotica molteplicità delle loro doti, prestavo ben poca attenzione, in quei primi giorni, agli aspetti normali delle loro personalità; ma i nostri problemi, ogni volta che si presentavano, erano inevitabilmente i soliti problemi umani che derivano dal carattere e dall’ambiente; nelle nostre liti eravamo soltanto un branco di ragazzini.
Un fatto importante: quanto più l’ora della nostra nascita era vicina alla mezzanotte, tanto maggiori erano le nostre doti. I bambini nati negli ultimi secondi dell’ora erano (per parlar schietto) poco più che fenomeni da baraccone: ragazze barbute, un ragazzo con le branchie, perfettamente funzionanti, di una trota mahaseer d’acqua dolce, fratelli siamesi con due corpi penzolanti da una sola testa e da un unico collo – e la testa poteva esprimersi con due voci, una maschile e l’altra femminile, e in tutte le lingue e i dialetti parlati nel subcontinente; ma, nonostante i loro aspetti prodigiosi, questi erano gli sventurati, le vittime viventi di quell’ora magica. Verso la mezz’ora arrivavano facoltà più interessanti e più utili – nella foresta di Gir viveva una giovanissima strega che sapeva guarire con l’imposizione delle mani e a Shillong c’era il figlio di un ricco trapiantatore che aveva il dono (o forse la maledizione) di non poter mai dimenticare niente di ciò che aveva visto o udito. Viceversa i bambini nati nel primo minuto – a questi bambini l’ora aveva riservato le più alte capacità che mai gli uomini avessero sognato. Se tu, Padma, avessi un registro delle nascite, con le ore annotate esattamente al secondo, sapresti quale rampollo di una grande famiglia di Lucknow (nato ventun secondi dopo la mezzanotte) divenne completamente padrone, a soli dieci anni, delle arti perdute dell’alchimia, grazie alle quali restaurò le ricchezze della sua antica ma dissoluta casata; e quale figlia di un dhobi di Madras (mezzanotte e diciassette secondi) poteva volare più di qualsiasi uccello semplicemente chiudendo gli occhi, e a quale figlio di un argentiere di Benares (dodici secondi dopo la mezzanotte) fu concessa la facoltà di viaggiare nel tempo e quindi di profetizzare il futuro oltre che di chiarire il passato... una facoltà che, essendo noi bambini, godeva implicitamente della nostra fiducia quando si riferiva a cose passate e dimenticate, ma veniva derisa quando ci avvertiva della nostra fine... ma per fortuna questa documentazione non esiste; e per parte mia non rivelerò mai – o se darò l’impressione di rivelarli, li falsificherò – i loro nomi e neanche i luoghi in cui agirono; perché, queste informazioni sarebbero sì una prova incontestabile delle mie affermazioni, ma ora i bambini della mezzanotte meritano, dopo tutto quello che è accaduto, di essere lasciati in pace; forse anche di dimenticare; soltanto io spero (contro ogni speranza) di ricordare...
Parvati-la-strega nacque a Delhi vecchia in un misero quartiere raccolto intorno ai gradini della moschea del venerdì. Non era però un quartiere povero qualsiasi, benché le baracche di vecchie casse d’imballaggio, di pezzi di lamiera ondulata e di brandelli di sacchi di juta che s’ammucchiavano alla rinfusa all’ombra della moschea non differissero a prima vista da un’altra qualsiasi bidonville... questo infatti era il ghetto dei maghi, ma sì, lo stesso che aveva un tempo generato un Colibrì che i coltelli avevano trafitto e i cani randagi non erano riusciti a salvare... il misero quartiere degli stregoni, dove affluivano ininterrottamente i migliori prestigiatori, fachiri e illusionisti del paese per cercar fortuna nella capitale. Vi trovavano le baracche, le vessazioni dei poliziotti e i topi... Il padre di Parvati era stato un tempo il più grande mago di Oudh; e lei era cresciuta tra ventriloqui capaci di far raccontare barzellette dalle pietre e contorsionisti che riuscivano a inghiottire le proprie gambe e mangiatori di fuoco che emettevano fiamme dal buco del culo e clown tragici in grado d’estrarre lacrime di vetro dagli angoli dei propri occhi; era rimasta tranquilla in mezzo a folle a bocca aperta mentre suo padre le conficcava chiodi nel collo; e in tutto quel tempo aveva protetto il suo segreto, decisamente superiore a tutte le fandonie illusionistiche che la circondavano; perché a Parvati-la-strega, nata solo sette secondi dopo la mezzanotte del 15 agosto, erano stati conferiti i poteri dell’autentica adepta, dell’illuminata, i poteri reali della magia e della stregoneria, l’arte che non aveva bisogno d’artifici.
Insomma tra i bambini della mezzanotte c’erano infanti capaci di trasformarsi, di volare, di profetizzare, di compiere incantesimi – ma due di noi erano nati allo scoccare dell’ora, Saleem e Shiva, Shiva e Saleem, naso e ginocchia e ginocchia e naso... a Shiva l’ora aveva conferito i doni della guerra (di Rama che sapeva tendere l’arco non tendibile; di Arjuna e di Bhima; l’antico valore dei kuru e dei pandava, uniti, inesorabilmente, in lui!)... e a me la più grande delle facoltà – quella di guardare nel cuore e nella mente degli uomini.
Ma è Kali-Yuga; i bambini dell’ora delle tenebre erano nati, temo, nel pieno dell’era delle tenebre; e di conseguenza benché per noi fosse facile essere brillanti, avevamo problemi a essere buoni.
Ecco: l’ho detto. È questo che ero – che eravamo.
Padma ha l’aria di chi le è morta la mamma – il suo viso, con la bocca che si apre e si chiude, è quello di una lampuga tirata a riva. «O baba!» finisce col dire. «O baba! Tu sei malato; che cosa hai detto?»
No, sarebbe troppo facile. Mi rifiuto di cercar rifugio nella malattia. Non commettete l’errore di liquidare quel che vi ho svelato come mero delirio; o anche come la fantasia assurda di un bambino brutto e solitario. Ho già detto che non sto parlando per metafora; ciò che ho appena scritto (e letto ad alta voce all’esterrefatta Padma) non è altro che la pura verità, lo giuro sui capelli della testa di mia madre.
La realtà può avere contenuti metaforici; ma questo non la rende meno reale. Nacquero mille e uno bambini; ci furono mille e una possibilità che in precedenza non si erano mai presentate contemporaneamente in un unico luogo; e ci furono mille e uno vicoli ciechi. I bambini della mezzanotte possono essere molte cose a seconda del vostro punto di vista: si può considerarli l’ultimo sprazzo di tutto ciò che c’era di antiquato e di retrogrado nella nostra nazione infestata di miti, e ritenere la loro disfatta totalmente auspicabile nel contesto di una modernizzata economia novecentesca; o la vera speranza di libertà, ora definitivamente spenta; ma non devono mai diventare la creazione bizzarra di una mente sconnessa e malata. No: la malattia non c’entra.
«D’accordo, d’accordo, baba» tenta di calmarmi Padma. «Perché t’arrabbi tanto? Riposati adesso, riposati un po’, non ti chiedo altro.»
Certo i giorni che precedettero il mio decimo compleanno furono un periodo allucinante; ma le allucinazioni non erano nella mia testa. Mio padre, Ahmed Sinai, spinto dalla proditoria morte del dottor Narlikar e dagli effetti sempre più potenti dei ginn-and-tonic, aveva preso il volo per un regno dei sogni d’inquietante irrealtà; e l’aspetto più insidioso del suo lento declino era che, per moltissimo tempo, la gente lo scambiò per l’esatto opposto di ciò che era... Ecco la madre di Sonny, Nussie-l’anatroccola, che una sera nel nostro giardino dice ad Amina: «Che grandi giorni per tutti, sorella Amina, adesso che il tuo Ahmed è nel fiore degli anni! Un così brav’uomo, e quanto successo sta avendo per amore della sua famiglia!». Lo dice talmente forte che lui la sente; e benché finga di spiegare al giardiniere cosa bisogna fare per le buganvillee malate, benché assuma un’espressione di umile sottovalutazione di sé, non convince nessuno, perché il suo corpo, senza che lui lo sappia, ha cominciato a gonfiarsi e a pavoneggiarsi. Persino Purushottam, lo scoraggiato sadhu sotto il rubinetto del giardino, ha un’aria imbarazzata.
Il mio evanescente padre... per quasi dieci anni era sempre stato di buon umore al tavolo della colazione, prima di radersi il mento; ma quando i suoi peli facciali imbiancarono insieme alla sua pelle sbiadita, questo punto fisso di allegria cessò di essere una certezza; e venne il giorno in cui per la prima volta perse le staffe a colazione. Fu il giorno in cui venne deciso di aumentare le tasse e contemporaneamente di abbassare il minimo imponibile; mio padre scaraventò a terra il «Times of India» con un gesto violento e si guardò irosamente attorno con quegli occhi rossi che sapevo tipici del suo malumore. «È come andare in bagno!» esplose enigmaticamente; uova toast tè rabbrividirono nell’esplosione della sua collera. «Tu ti tiri su la camicia e cali i pantaloni! Moglie, questo governo sta andando in bagno addosso a tutti noi!» E mia madre, colorandosi di rosa sotto il nero: «Janum, i bambini, ti prego», ma lui se n’era già rumorosamente andato, lasciandomi con un’idea precisa di quel che intendeva la gente quando diceva che il paese stava andando in merda.
Nelle settimane successive il mento mattutino di mio padre continuò a sbiadire e perdemmo qualcosa di più della pace della prima colazione: incominciò a dimenticare che specie d’uomo era stato nei lontani giorni precedenti il tradimento di Narlikar. I rituali della nostra vita domestica si deteriorarono. Prese l’abitudine di non venire a far colazione a tavola, per impedire ad Amina di strappargli soldi con le sue moine; ma in compenso divenne sbadato con i soldi e i vestiti che si toglieva erano così pieni di monete e di banconote, che svuotandogli le tasche mia madre riusciva benissimo a sbarcare il lunario. Un segno ancor più deprimente del suo allontanamento dalla vita della famiglia era che veniva solo di rado a raccontarci storie quando andavamo a letto, e quando lo faceva non ci divertivamo più perché erano diventate fiacche e ben poco convincenti. I loro argomenti erano sempre gli stessi, principi folletti cavalli volanti e avventure in terre magiche, ma nella sua voce negligente coglievamo i cigolii e gli scricchiolii di una fantasia arrugginita, decaduta.
Mio padre si era arreso all’astrazione. La morte di Narlikar, a quanto pareva, e la fine del sogno dei tetrapodi avevano rivelato ad Ahmed Sinai l’inattendibilità delle relazioni umane; e aveva quindi deciso di sbarazzarsi di qualsiasi legame del genere. Prese l’abitudine di alzarsi prima dell’alba e di rinchiudersi con la Fernanda o la Flory del momento nel suo ufficio al piano di sotto, davanti alle cui finestre i due sempreverdi che aveva piantato per celebrare la mia nascita e quella della Scimmia erano cresciuti al punto da escludere quasi completamente la luce del giorno quando arrivava. E poiché non osavamo quasi mai disturbarlo, mio padre s’immergeva in una solitudine profonda, condizione talmente insolita nel nostro sovraffollato paese da sconfinare nell’anormalità; cominciò persino a rifiutare i piatti della nostra cucina e a vivere di robaccia a buon mercato acquistata ogni giorno dalla sua segretaria al banco di un venditore ambulante, tiepide paratha e umide samosa di verdura e bibite effervescenti. Uno strano profumo filtrava da sotto la porta del suo ufficio; secondo Amina era l’odore dell’aria stantia e dei cibi di terz’ordine; ma io sono convinto che fosse un antico aroma tornato in una forma più intensa, il vecchio odor di fallimento che gli aveva aleggiato intorno sin da giorni lontani.
Svendette i numerosi casamenti o chawl che aveva comprato a poco prezzo quando era arrivato a Bombay, e sui quali si basava la prosperità della nostra famiglia. Troncando ogni rapporto d’affari con altri esseri umani – persino con i suoi anonimi inquilini di Kurla e di Worli, di Matunga e di Mazagoon e di Mahim – liquidò i suoi beni ed entrò nel mondo astratto e rarefatto della speculazione finanziaria. Chiuso nel suo ufficio, il suo unico contatto col mondo esterno (a parte le Fernande di turno) era, in quei giorni, il telefono. Passava il suo tempo immerso in colloqui con questo apparecchio, che investiva il suo denaro nell’azione X o nell’obbligazione Y, comprava buoni del tesoro e nei periodi di ribasso titoli a interesse variabile e vendeva al coperto o allo scoperto obbedendo alle sue istruzioni... e spuntando invariabilmente il miglior prezzo della giornata. In una vena di fortuna paragonabile soltanto alle vincite sui cavalli di mia madre di tanti anni prima, mio padre e il suo telefono presero d’assalto la borsa, un’impresa resa ancor più notevole dal costante aggravarsi dell’alcolismo di Ahmed Sinai. Fradicio di ginn, riusciva tuttavia a veleggiare alto sugli astratti movimenti ondulatori del mercato del denaro, rispondendo ai suoi emotivi e imprevedibili cambiamenti come un amante può reagire al minimo capriccio dell’amata... riusciva a sentire quando un titolo sarebbe salito, quando sarebbe arrivato al massimo; e vendeva sempre prima che scendesse. Fu così che venne mascherata la sua immersione nell’astratta solitudine delle giornate telefoniche e che i suoi colpi finanziari riuscirono a nascondere il suo costante distacco dalla realtà; ma, coperte dalla sua crescente ricchezza, le sue condizioni andavano continuamente peggiorando.
Col tempo si licenziò anche l’ultima delle sue segretarie in gonna di calicò, non potendo più vivere in un’atmosfera talmente rada e astratta da rendere difficile persino il respiro, e a questo punto mio padre chiamò Mary Pereira e la lusingò a forza di «Tu e io siamo amici, no, Mary?» al che la povera donna rispose: «Sì, sahib, lo so; lei provvederà a me quando sarò vecchia», e finì promettendo di trovargli una sostituta. L’indomani gli portò sua sorella, Alice Pereira, che aveva lavorato per principali d’ogni genere e che aveva una tolleranza quasi infinita degli uomini. Alice e Mary si erano da tempo rappacificate dopo la lite per Joe D’Costa; e la più giovane delle due saliva spesso da noi al termine della giornata, portando il suo brio e la sua sfrontatezza nell’atmosfera piuttosto opprimente di casa nostra. Io avevo un debole per lei e fu grazie a lei che fummo informati dei peggiori eccessi di mio padre, le cui vittime erano stati una cocorita e un cane bastardo.
In luglio, Ahmed Sinai era arrivato a uno stato d’ebbrezza quasi permanente; un giorno, riferì Alice, era improvvisamente uscito a fare un giro in macchina, facendole temere per la sua vita, ed era poi in qualche modo tornato con una gabbia da uccelli coperta da un panno nella quale, disse, c’era il suo nuovo acquisto, un bulbul o usignolo indiano. «Per Dio sa da quanto tempo,» confidò Alice «mi racconta tutto sui bulbul; tante belle favole su come cantano e su tutto il resto; e come una certa califfa si lasciò sedurre dal loro canto, e come cantando possono prolungare la bellezza della notte; Dio sa che cosa stava farfugliando quel pover’uomo, citando poeti persiani e arabi, ma per me erano discorsi che non avevano né capo né coda. Poi però tolse il panno, e nella gabbia non c’era altro che una cocorita parlante, su cui qualche imbroglione del Chor Bazaar doveva aver dipinto delle penne! Ma come facevo a dirlo a quel pover’uomo, talmente eccitato dal suo bulbul che se ne stava lì seduto a supplicarlo: “Canta, piccolo bulbul, canta!”... e poi, questa è proprio buffa, poco prima di morire per colpa della vernice, la cocorita gli ripeté la stessa frase, chiara e precisa – non gracchiando come un uccello, voglio dire, ma proprio con la sua stessa voce: Canta, piccolo bulbul, canta!»
Ma doveva accadere di peggio. Pochi giorni dopo, mentre sedevo con lei sulla scala a chiocciola di ferro per la servitù, Alice disse: «Non capisco, baba, cosa gli abbia preso al tuo papà da qualche tempo. Passa tutta la giornata seduto lì a lanciar maledizioni contro il cane!».
La cagna bastarda che avevamo chiamato Sherri era capitata in cima alla collinetta a due piani in un precedente periodo dell’anno e ci aveva tranquillamente adottati, ignorando che nella Proprietà Methwold la vita per gli animali era una faccenda pericolosa; e Ahmed Sinai, nella sua ubriachezza, la usò come cavia per i suoi esperimenti con la maledizione di famiglia.
Era la stessa maledizione fittizia che aveva inventato per impressionare William Methwold, ma ora nelle camere liquescenti del suo cervello, i ginn lo avevano convinto che non era affatto un’invenzione, ma che lui aveva semplicemente dimenticato le parole; di conseguenza passava lunghe ore nel suo ufficio follemente solitario a sperimentare varie formule... «E cosa non dice per maledire quella povera creatura!» commentò Alice. «Ho sempre paura che la faccia crepare da un momento all’altro!»
Ma Sherri se ne stava tranquilla in un angolo e reagiva sorridendo stupidamente e rifiutandosi di diventare rossa o di coprirsi di foruncoli, fino alla sera in cui lui sbucò dall’ufficio e ordinò ad Amina di portarci tutti in macchina a Hornby Vellard. Venne anche Sherri. Passeggiammo, con espressioni perplesse, su e giù per il Vellard; dopo di che lui disse: «Montate tutti in macchina». Solo che non volle che Sherri ci salisse... e quando la Rover si allontanò veloce con mio padre al volante, lei cominciò a inseguirci, e con la Scimmia che strillava Papàpapà e Amina che supplicava Janum-ti-prego e io ammutolito dall’orrore, ci toccò percorrere dieci miglia, fin quasi all’aeroporto Santa Cruz, prima che mio padre riuscisse finalmente a vendicarsi della cagna che non aveva voluto soccombere alle sue stregonerie... le scoppiò un’arteria e morì zampillando sangue dalla bocca e dal sedere, sotto gli occhi di una vacca affamata.
La Scimmia d’ottone (cui i cani neanche piacevano) pianse per una settimana; mia madre, temendo che si disidratasse, le faceva bere litri d’acqua, versandoli in lei come su un prato, diceva Mary; ma a me piaceva la cagnetta che mi aveva comprato mio padre per il mio decimo compleanno, forse per un guizzo di rimorso; si chiamava Baronessa Simki von der Heiden e aveva un pedigree fitto di campioni alsaziani, ma col tempo mia madre scoprì che era falso come lo pseudo-bulbul e immaginario come la maledizione dimenticata e gli antenati Moghul di mio padre; e dopo sei mesi la cagna morì di una malattia venerea. Da allora non tenemmo più animali.
Mio padre non fu il solo ad avvicinarsi al mio decimo compleanno con la testa tra le nuvole dei suoi sogni personali; perché c’è anche Mary Pereira che si abbandona alla sua passione di preparare chutney, kasaundy e pickle d’ogni genere, e nonostante la rallegrante presenza di sua sorella Alice, c’è nel suo viso qualcosa di tormentato.
«Ciao, Mary!» Padma – che sembra avere un debole per la mia ayah criminale – saluta il suo ritorno al centro della scena. «Ma che cos’ha?»
Ha questo, Padma: afflitta da incubi con aggressioni di Joseph D’Costa, Mary aveva sempre più difficoltà a prender sonno. Sapendo cosa le riservavano i sogni, si sforzava di star sveglia; cerchi scuri comparvero sotto i suoi occhi, coperti da un sottile fragilissimo velo; e a poco a poco, la nebulosità delle sue percezioni fuse sonno e veglia in qualcosa che li rendeva molto simili... ed è una condizione pericolosa, Padma. Non solo ne soffre il tuo lavoro ma le cose cominciano a straripare dai tuoi sogni... Joseph D’Costa era in effetti riuscito a varcare quella nebulosa frontiera, e ora compariva a Villa Buckingham, non più come incubo ma come un vero e proprio fantasma. Visibile (allora) solo da Mary Pereira cominciò a tormentarla nelle stanze di casa nostra che, con orrore e vergogna di lei, trattava con disinvoltura come se fossero state sue. Mary lo vide in salotto tra i vasi di vetro tagliato e le statuette di Dresda e le ombre rotanti dei ventilatori sul soffitto, sdraiarsi su morbide poltrone con le gambe cenciose stese sui braccioli; i suoi occhi erano pieni di bianco d’uovo e nei suoi piedi c’erano buchi dove lo aveva morso il serpente. Un pomeriggio lo vide sul letto di Amina begum, assolutamente tranquillo proprio accanto a mia madre addormentata, e sbottò: «Ehi, tu! Scendi di lì! Cosa credi di essere? un lord?» – ma riuscì solo a svegliare la perplessa Amina. Il fantasma di Joseph tormentava Mary restando muto; e la cosa peggiore era che la donna si stava abituando a lui, e aveva nelle viscere sensazioni dimenticate di tenerezza, e benché continuasse a dirsi che era una pazzia cominciò a riempirsi di una sorta di nostalgico amore per lo spirito del defunto inserviente d’ospedale.
Ma il suo amore non era contraccambiato: gli occhi-bianco d’uovo di Joseph rimanevano inespressivi; le sue labbra erano sempre atteggiate a un sorriso sardonico, accusatore; e alla lunga Mary si rese conto che questa nuova manifestazione non era differente dal vecchio Joseph dei sogni (anche se non l’aggrediva mai) e che se voleva liberarsi di lui doveva compiere un atto inimmaginabile: confessare al mondo il suo delitto. Tuttavia non confessò, e probabilmente fu colpa mia – perché Mary mi amava come un suo figlio non concepito e inconcepibile, e confessare mi avrebbe sicuramente danneggiato, e per amor mio sopportò dunque il fantasma della sua coscienza e rimase a tormentarsi in cucina (mio padre aveva licenziato il cuoco in una sera impregnata di ginn) dove ci preparava il pranzo e diventò, casualmente, l’incarnazione della prima riga del mio libro di latino, Ora maritima. «In riva al mare, l’ayah cucinava la cena.» Ora maritima, ancilla cenam parat. Guardate negli occhi un’ayah che cucina, e vi vedrete molto di più di ciò che potranno mai sapere i libri di scuola.
Nel mio decimo compleanno molti nodi stavano venendo al pettine.
Nel mio decimo compleanno era ormai chiaro che il tempo assurdo – tempeste, inondazioni, grandinate a ciel sereno – seguito al caldo intollerabile del 1956, aveva completato il naufragio del secondo Piano quinquennale. Il governo era stato costretto – benché le elezioni fossero ormai dietro l’angolo – ad annunciare al mondo che non gli era più possibile accettare prestiti per lo sviluppo, a meno che chi li offriva non fosse disposto ad aspettare il rimborso a tempo indeterminato. (Ma non voglio esagerare: benché la produzione dell’acciaio, allo scadere del Piano nel 1961, avesse raggiunto soltanto i 2,4 milioni di tonnellate e benché in quei cinque anni il numero delle persone senza terra e senza lavoro fosse in realtà aumentato, al punto da essere superiore a quanto fosse mai stato sotto il Raj inglese, ci furono anche progressi rilevanti. La produzione di minerale ferroso venne più che raddoppiata; quella di antracite balzò da trentotto a cinquantaquattro milioni di tonnellate. Si produssero annualmente cinque miliardi di iarde di tessuti di cotone. Nonché grandi quantità di biciclette, macchine utensili, motori diesel, pompe idrauliche e ventilatori. Ma il mio finale non può che essere triste: l’analfabetismo sopravviveva intatto; la popolazione continuava a crescere.)
Per il mio decimo compleanno venne a trovarci mio zio Hanif che si rese estremamente impopolare nella Proprietà Methwold, tuonando allegramente: «Arrivano le elezioni! Attenti ai comunisti!».
Nel mio decimo compleanno mi regalarono un cucciolo alsaziano con pedigree fasullo, che sarebbe presto morto di sifilide.
Nel mio decimo compleanno tutti alla proprietà Methwold facevano il possibile per essere di buon umore, ma sotto questa sottile vernice erano tutti ossessionati dallo stesso pensiero: «Dieci anni, Dio mio! Dove sono finiti? Cosa abbiamo fatto?».
Nel mio decimo compleanno il vecchio Ibrahim annunciò di aver dato il proprio appoggio al Maha Gujarat Parishad; per quanto concerneva il possesso della città di Bombay si era quindi schierato con la parte perdente.
Nel mio decimo compleanno, con i miei sospetti destati da un rossore, spiai i pensieri di mia madre; e ciò che vidi fu all’origine del fatto che cominciai a seguirla, che divenni un poliziotto privato audace quanto il leggendario Dom Minto di Bombay e che arrivai a scoperte importanti nel Pioneer Café e dintorni.
Nel mio decimo compleanno, diedi una festa cui intervennero i miei familiari che avevano dimenticato come si sta allegri, i miei compagni della Cathedral School che erano stati mandati dai loro genitori e un certo numero di annoiate nuotatrici dei Breach Candy Pools, che permisero alla Scimmia d’ottone di scherzare con loro e di pizzicare i loro muscoli rigonfi; e tra gli adulti c’erano Mary e Alice Pereira e gli Ibrahim e Homi Catrack e zio Hanif e zia Pia e Lila Sabarmati alla quale rimasero saldamente appiccicati gli occhi di tutti gli scolari (e di Homi Catrack) con notevole irritazione da parte di Pia. Ma il solo membro della banda della collina che si fece vivo fu il fedelissimo Sonny Ibrahim, che aveva così sfidato l’embargo posto sulla festa dall’esacerbata Evie Burns. Mi portò anche un messaggio: «Evie ha detto di dirti che sei fuori della banda».
Nel mio decimo compleanno, Evie, Fettadocchio, Brillantina e persino Ciro-il-Grande presero d’assalto il mio nascondiglio personale; occuparono la torre dell’orologio e mi privarono di questo rifugio.
Nel mio decimo compleanno, Sonny aveva un’aria sconvolta e la Scimmia d’ottone si staccò dalle sue nuotatrici e divenne assolutamente furibonda con Evie Burns. «Gliela farò vedere io» mi disse. «Non preoccuparti fratello; gliela darò io una lezione a quella.»
Nel mio decimo compleanno, abbandonato da un gruppo di bambini, appresi che stavano celebrando il loro compleanno anche altri cinquecentottantuno, e fu così che mi resi conto del segreto dell’ora della mia nascita; e, espulso da una banda, decisi di formarne una per mio conto, una banda estesa a tutta la lunghezza e la larghezza del paese, e con un quartier generale dietro le mie sopracciglia.
E nel mio decimo compleanno, rubai le iniziali del Metro Cub Club – che erano anche quelle di una squadra inglese di cricket in tournée – e le passai alla nuova Midnight Children’s Conference (Conferenza dei bambini della mezzanotte), la mia MCC personale.
Così andavano le cose quando io avevo dieci anni; nient’altro che preoccupazioni fuori della mia testa; nient’altro che miracoli dentro.