Barbabietole

Pur avendo dedicato la maggior parte del tempo alle riparazioni della casa e alla scrittura, abbiamo superato senza grosse difficoltà l’esame di maturità. Io mi sono portato a casa un 42 mentre tu sei riuscito a ottenere 57 su 60, ma a nessuno dei due importava granché, pensavamo già ad altro. A che facoltà iscriverci, per esempio, ma soprattutto al film che avevamo in mente di fare. La sceneggiatura ormai era pronta, però mancava ancora una cosa importante. I quattrini. Anche risparmiando all’osso e trovando attori disposti a recitare senza compenso, servivano soldi. Per gli obiettivi, la pellicola, le luci, il materiale vario che occorreva per realizzare le scene, e per gli spostamenti, ovviamente, visto che il film avrebbe dovuto essere girato tra Amsterdam, Bologna e la costiera adriatica, dalla Romagna alla Puglia.

Era estate, e in quel periodo si potevano trovare diversi lavori: cameriere in qualche ristorante sulla riviera, manovale in imprese edili o di asfaltatura delle strade, bracciante per la raccolta della frutta. Uno dei più redditizi era farsi assumere in uno degli zuccherifici dell’area attorno a Bologna. Era un lavoro a turni, pesante, ma in un paio di mesi, tra tutti e due, avremmo potuto mettere da parte una discreta somma.

Abbiamo fatto domanda e qualche giorno più tardi ci avevano già assunti alla sede di San Pietro in Casale. Il primo turno cominciava alle sette di mattina, il secondo alle due di pomeriggio.

Quando siamo arrivati in moto, la prima giornata, già a qualche chilometro dallo stabilimento siamo stati investiti da un fetore rivoltante. La ciminiera si stagliava contro il cielo color panna, carico di umidità. Ci sono voluti parecchi giorni per abituarsi a quel tanfo ma dopo una settimana non ci facevamo più caso.

Ci hanno assegnati all’area campionature. Stavamo alla fine di un nastro trasportatore su cui arrivavano sacchi da venticinque chili pieni di barbabietole, che dovevamo spostare su un altro macchinario. Migliaia di mosche ci ronzavano continuamente attorno. Dopo qualche giorno eravamo diventati bravissimi ad agguantarle al volo. I turni erano di sette ore, con qualche interruzione di tanto in tanto, mentre un nuovo camion depositava il carico sul nastro. Durante quelle brevi pause divoravamo i panini che ci eravamo portati da casa. Era un lavoro faticoso, e anche se all’epoca le nostre schiene sopportavano bene il peso di tutti quei sacchi, quando finalmente suonava la sirena di fine turno, ci sfilavamo i grossi guanti da lavoro con un sospiro di sollievo. Dopo che ci eravamo tolti gli abiti sudati, c’era la corsa verso Bologna, sulla tua Ducati o sulla mia Gilera, con l’aria della campagna fra i capelli e la prospettiva di un pomeriggio o di una serata a rifinire la nostra sceneggiatura, tra bottiglie di birra e sigarette.