“CONVERSATION”

nella foresta con sophie stark

di Benjamin Martin

Ci sono registi a cui importa moltissimo se avete visto o meno i loro film. Lo so perché quando ero un giovane giornalista del “Burnell College Mongoose” mi toccò la bizzarra buona sorte di conoscere il dio dei film indipendenti William Cockburn, del quale si dà il caso che avessi visto tutti i film. Quando lo seppe mi prese sotto la sua ala e parlò solo con me tutta la sera, e di conseguenza il mio ventunenne ego già ipertrofico si gonfiò fin quasi a scoppiare. (Non gli dissi che tutti i suoi film tranne uno mi erano sembrati stanchi e banali, e anzi questo particolare mi passò di mente mentre lui lodava la mia intelligenza e il mio ottimo gusto.) Sophie Stark, il cui attesissimo secondo film, Nella foresta, uscirà in marzo, non è una di questi registi. Quando le ho detto di essere abbastanza sicuro di avere visto praticamente tutto ciò che ha girato, compreso il cortometraggio Daniel e il video musicale che ha diretto per il cantautore Jacob O’Hare, si è limitata a commentare: “Bene”.

Quando le ho chiesto di spiegarmi meglio, ha aggiunto: “Beh, ha scritto una cosa su di me, quindi è bene che lei abbia visto i miei film”.

Stavamo parlando nel piccolo ma luminosissimo salotto dell’appartamento di Brooklyn che divide con O’Hare, oggi suo marito. Stark ha 28 anni, ma si muoveva con la parsimonia di una persona anziana o di chi vuole conservare le energie. Indossava un abito grigio chiaro, con maniche ampie simili ad ali; durante la conversazione era accoccolata sul bordo del divano e spolpava con attenzione una coscia di pollo. Sembrava a volte dimentica, a volte iperconsapevole della mia presenza; quando ho chiesto se potevo usare il bagno mi ha ignorato, ma quando tornando dal medesimo mi sono fermato a osservare una foto sulla parete dietro di lei, si è girata per fissarmi. Lo scatto ritraeva un ragazzino che mangiava un biscotto gelato, e possedeva una certa qualità che associo ai film di Stark, un’attenzione all’inquadratura che sembra trasmettere lo stato emotivo del soggetto quasi per sbaglio. Stark mi ha confermato di averla scattata lei.

“È mio fratello,” ha spiegato, “quando aveva nove anni.”

Il bambino della foto sembrava meno serio di Stark, un po’ imbranato e bistrattato, ma la somiglianza era impressionante. Stark non era disposta a parlare molto del fratello, quando le ho chiesto se erano legati ha stretto gli occhi fissandomi come se fosse una domanda strana. Era tuttavia disposta a parlare di come la fotografia l’aveva portata ai film.

“Molto spesso mi sentivo abbastanza isolata,” ha detto, “come se fossi in una scatola e il resto del mondo fuori di quella scatola. Dopo aver cominciato a scattare fotografie la sensazione è diminuita. Ma ho cominciato a provare un enorme interesse per come la gente si muove, e non puoi mostrarlo veramente nelle foto; o meglio, si può ma è difficile, e si riesce a cogliere solo sprazzi di movimento. Quindi ho deciso che volevo fare film, e ho girato Daniel”.

Daniel è un’opera prima affascinante, nonostante i difetti, ma i non fanatici di cinema si sono probabilmente accorti di Stark dopo Marianne, il debutto cinematografico con budget ridotto all’osso che le ha permesso di ottenere la Cleveland Fellowship e l’ammirazione di svariati critici. Perfino Stark si anima, a modo suo, quando ne parla.

“Non ero sicura di essere in grado di farlo,” mi ha detto tra un boccone di pollo e l’altro. “Daniel era un documentario, più o meno, e non ero sicura di poter scrivere un film intero e girarlo e fare in modo che fosse anche lontanamente simile alla vita.”

In realtà Marianne è quasi più reale della vita stessa. Nel corso della sua carriera Stark ha perfezionato un tipo particolare di grandangolo, con la cinepresa che sovrasta appena gli attori e offre una panoramica di quasi centottanta gradi. Non è una visuale possibile per un essere umano; Stark sembra meno interessata a riprodurre la vita che a trascenderla, mostrandoci come sarebbe se fossimo in grado di superare i limiti di quello che è umanamente possibile.

Quando le ho menzionato questa teoria mi è parsa indifferente.

“Più che altro cerco solo di mostrare quello che vedo,” ha commentato.

Gli occhi di Stark sono enormi, e la regista dà la sensazione di non sbattere mai le palpebre; è possibile che sia in grado di godere di un campo visivo più ampio di quello concesso a gran parte di noi.

Marianne è degno di nota anche perché segna il debutto della non convenzionale ma incredibilmente talentuosa Allison Mieskowski, che non comparirà in Nella foresta. Stando ai pettegolezzi, le due donne erano amanti e si sono lasciate durante la produzione di Marianne; Mieskowski non si è presentata alla prima. Stark si è rifiutata di fare commenti su queste voci.

“Jacob vuole che assuma un addetto stampa che mi suggerisca come rispondere a domande di questo genere. Ma probabilmente dimenticherei la risposta e sbaglierei, e a quel punto si arrabbierebbero con me. Sì, insomma, quello che voglio che la gente sappia di Allison è che a volte incontri qualcuno e pensi: ‘Ecco, è la faccia giusta, è quello che cerco da tanto tempo’. E da quel momento qualsiasi cosa faccia la persona diventa interessante. Non è sempre la faccia, però; potrebbe essere il modo in cui si muove o sta in piedi, o perfino una sola delle sue caviglie. Provi un brivido inspiegabile quando incontri quella persona, come se la morte ti passasse accanto, e dopo quel primo momento si prova la sensazione più bella del mondo, come mettere insieme i pezzi di un puzzle.”

Le chiesi se stava parlando di film o di amore.

“È difficile per me parlare d’amore,” ha risposto. “Credo di farlo attraverso i film.”

Comunque è sposata, e O’Hare sembra iperprotettivo con lei. Varie volte durante la nostra conversazione è entrato nella stanza per comunicarmi quanto tempo mi restava secondo gli accordi presi; quaranta minuti, dieci, cinque. L’agente di Stark mi aveva concesso un limite invalicabile di novanta minuti e mi aveva avvertito di non trattenermi oltre. Quando le ho chiesto spiegazioni, Stark ha risposto: “Sanno che mi stanco molto facilmente”.

Interpellata su cosa succede quando si stanca, ha aggiunto: “Dico cose che alla gente non piacciono”.

Uno dei vantaggi del genio è che si può essere difficili, o addirittura impossibili e non solo sfuggire alle critiche ma anche godersi le lodi e le premurose attenzioni altrui. Ciò è fonte di speciale gelosia per chi di noi ha semplicemente un carattere difficile senza il beneficio del genio.

La mia udienza di novanta minuti includeva la visione di un breve estratto del non ancora ultimato Nella foresta. Qualsiasi risentimento che mi albergasse in cuore è svanito quando ho cominciato a guardare.

Era una versione senza sonoro; Stark dice che questo le permette di guardare ogni inquadratura senza distrazioni. In un raro momento di franchezza, mi ha raccontato che è come quando aveva insegnato al fratello a disegnare: il primo anno gli aveva fatto disegnare tutto alla rovescia per accertarsi che guardasse con attenzione invece di lavorare a memoria. Le ho detto che mi sembrava una bambina insolita; lei si è dichiarata d’accordo. Essendo stato io stesso un bambino insolito, non sono riuscito a non chiedere se avesse subito angherie da qualche bullo.

“Naturale,” ha risposto. “Alle medie un ragazzino ha riempito un bicchiere con la propria urina e me l’ha rovesciata sul didietro del vestito. Puzzava, ma la cosa non mi ha disturbato granché. A un certo punto mi sono resa conto che potevo imparare molte cose sulla gente dal modo in cui mi prendevano in giro, potevo scoprire che genere di persona volevano essere e cosa volevano che gli altri pensassero di loro. E visto che non sono mai stata molto simile alle altre persone, sono stata costretta a imparare come sono i miei simili in tutti i modi possibili.”

Le scene che abbiamo guardato mostravano la protagonista Olivia Warner e Jason Koutsakis, al suo debutto cinematografico, che interpreta il figlio adolescente. Si dice che il film sia ispirato all’infanzia di O’Hare, una cosa che ho chiesto quando ho visto Koutsakis strimpellare la chitarra. Stark si è rifiutata di fare commenti, ma dopo pochi istanti la cosa non ha più avuto importanza. Una scena in cui Warner e Koutsakis litigano fino a quando lei lo schiaffeggia era veloce e, anche senza audio, ammaliante. È seguita una scena girata, mi ha detto Stark, nel National Aquarium di Baltimora. La scena ha richiesto delicate trattative con la direzione dell’acquario a proposito dell’illuminazione; i responsabili temevano che un eccesso di luce artificiale avrebbe danneggiato o disturbato i pesci. Evidentemente è stato raggiunto un accordo, perché la scena comincia con la luce soffusa e i colori brillanti di un bel sogno; sembra che brillino perfino i pesci mentre Warner e Koutsakis passeggiano accanto a loro. Si fermano davanti a un polpo, i cui tentacoli viola che si contorcono senza posa e il centro oscuro (si capisce che quello che c’è dentro è la bocca dell’animale) hanno un effetto completamente ipnotico. Intanto la luce cambia a poco a poco, le ombre diventano più profonde, il polpo e i due esseri umani naufragano insieme in un’isola di luce. È un bel sogno o un incubo? Poi il grandangolo; la cinepresa si allontana per mostrare tutti i pesci, che pulsano silenziosi all’interno delle loro vasche, e Warner che stampa un bacio sulla fronte di Koutsakis. Di fronte a tutto questo, come potremmo sentirci rassicurati? La scena dà la sensazione di essere una terribile rivelazione dell’insufficienza dell’amore.

Alla fine della proiezione non sono riuscito a non commentare: “È stato stupefacente”.

Stark si è limitata ad annuire.

Nei miei ultimi cinque minuti le ho fatto la domanda che mi tormentava dall’inizio dell’intervista: “Le importa se al pubblico piacciono i suoi film?”.

Stark è rimasta in silenzio a lungo. Riuscivo a sentire il ticchettio dell’orologio da parete, poi i passi di O’Hare che veniva a cacciarmi via. Sembrava che Stark fissasse una superficie a circa un metro di fronte alla mia faccia.

“Sì,” ha detto alla fine.

E il tempo a nostra disposizione è finito.