39

Con mani tremanti lasciai andare il pugnale, ricaddi seduta e strisciai all’indietro, incapace di staccare gli occhi dall’espressione sgomenta che si stava formando sul suo volto.

«Mi dispiace» sussurrai, senza nemmeno capire perché mi stessi scusando, o perché avessi una sensazione di umido sulle guance. Era sangue? Il suo sangue?

Lui alzò gli occhi sui miei. «Stai piangendo.» Un denso rivolo di sangue gli colò dall’angolo della bocca.

Era vero. Stavo piangendo. Non lo avevo più fatto dalla morte di Vikter, ma ora le lacrime mi scorrevano libere sul viso. Mi rimisi in piedi su gambe malferme e mi spostai di lato. Non sapevo bene che cosa stessi facendo, ma riuscii a raggiungere la porta: era aperta.

«Mi dispiace» ripetei tremando.

Lui rise, un suono rauco e strozzato, e batté una mano sul pavimento. «No» rantolò. «Non credo proprio.»

Invece era vero.

Mi voltai, attraversai alla cieca la soglia e imboccai il corridoio vuoto che conduceva a un’altra porta. Mi investì una folata di aria fredda e umida, ma me ne accorsi a stento. Non sapevo che cosa fare, né avevo idea di come uscire dalla fortezza. Continuai a camminare e basta.

A metà del corridoio, scattò qualcosa dentro di me: il dolore e l’orrore si spensero, e l’istinto di sopravvivenza prese il sopravvento. Con il respiro pesante spalancai la porta, corsi giù per la stretta scala e arrivai a un’altra porta che si aprì…

Sulla neve.

Per un momento rimasi paralizzata davanti alla bellezza dei fiocchi che cadevano lentamente. Uno strato sottile si era già depositato sul terreno e sugli alberi spogli. C’era un tale silenzio, e tutto appariva così pulito e intatto…

Una voce proveniente dalla fortezza mi fece riscuotere. Corsi sull’erba innevata, verso i boschi. In un angolino della mia mente sapevo di non essere nelle condizioni di poter fuggire: avevo vestiti troppo leggeri, oltretutto già ridotti a brandelli, non sapevo dove mi trovassi o dove sarei potuta andare da lì. E i boschi potevano essere infestati di Craven e di Caduti, magari anche di Wolven perfettamente in grado di seguire la mia pista. Ma continuai a correre, con le suole sottili degli stivali che scivolavano sul suolo della foresta. Continuai a correre perché…

Lo avevo pugnalato.

Al cuore.

Forse era già morto.

E io lo avevo ucciso.

Mi sfuggì un singhiozzo spezzato, mentre i fiocchi di neve si mescolavano con le mie lacrime. Dei… avevo dovuto farlo. Ogni cosa in lui, ogni cosa tra di noi era stata una menzogna. Ogni cosa. Avevo dovuto farlo. Avevo dovuto…

Non ci fu nessun suono, nessun preavviso, nulla.

Un braccio mi cinse la vita, arrestando la mia corsa. Urlai e scivolai, ma non finii per terra. Fui sollevata all’indietro e impattai contro un torace ampio e tiepido. Mi ritrovai con i piedi che penzolavano a trenta centimetri da terra.

Non mi restò una sola traccia di aria nei polmoni. Sapevo chi era ancora prima che aprisse bocca. Impossibile non riconoscere il suo profumo di pino e spezie, o l’esplosione di incredulità e rabbiosa angoscia che faceva da specchio alla mia e ora si riversava sui miei sensi, o almeno su quelli che non si erano arrestati di colpo. Per la prima volta da quando lo conoscevo, le sue emozioni avevano preso il sopravvento su di lui, e di conseguenza su di me.

A tenermi stretta non era l’Hawke che mi aveva fatta capitolare così in fretta nei giorni passati.

Non era la guardia che aveva giurato sulla sua vita di proteggermi, e che ora mi stava piegando la testa di lato tirandomi per i capelli.

Non era il respiro caldo di Hawke quello che adesso mi carezzava la gola.

Era lui.

Il Principe Casteel Da’Neer di Atlantia.

L’Oscuro.

«Un Atlantiano, a differenza di un Wolven o di un Asceso, non muore per una coltellata al cuore.» La sua voce era un ringhio mentre mi strattonava la testa ancora più indietro. «Se volevi uccidermi, principessa, dovevi mirare alla testa. Ma la cosa peggiore è che hai dimenticato

«Che cosa?»

«Che era reale

E poi affondò. Due esplosioni gemelle di dolore infuocato mi lacerarono il collo facendomi sussultare. Il fuoco mi percorse il corpo intero, stordendomi con la sua intensità. Non potevo muovermi. Non potevo nemmeno urlare di dolore.

Mi stringeva in una morsa d’acciaio, mentre la sua bocca beveva a fondo dalla ferita aperta dalle sue zanne. Con gli occhi sbarrati, gli afferrai il braccio e vi affondai le unghie. Il fuoco e la sensazione di risucchio nel mio collo mi privarono di ogni controllo sulle mie membra. Il grido che non riuscivo a lanciare si fece strada sempre di più…

E poi, solo pochi secondi dopo che le sue zanne erano penetrate nella mia pelle, tutto cambiò.

Il tremendo bruciore divenne qualcosa di diverso, altrettanto soverchiante ma del tutto differente. Un nuovo dolore mi nacque dentro, appiccando fuoco al mio sangue finché non ebbi la sensazione che le mie vene fossero colme di lava fusa.

Sbarrai gli occhi, anche se non riuscivo più a vedere nulla. Il calore mi riempì il petto e lo stomaco e si raccolse nello spazio tra le mie cosce. Lui mi succhiò alla gola, e questa volta la sensazione raggiunse il centro stesso del mio essere.

Mi contrassi in uno spasmo di pura eccitazione.

Lui mugolò e strinse le braccia intorno a me. Me lo sentii addosso, contro la schiena. Strinsi ancora di più il suo braccio mentre la tensione si annidava dentro di me…

Senza preavviso staccò la bocca dalla mia pelle e mi lasciò andare. Barcollai in avanti e non caddi per un soffio. Tremando confusa, con il desiderio che ancora mi ardeva dentro, mi voltai verso di lui.

Era in piedi a qualche metro da me, con il petto che si sollevava in respiri rapidi e brevi. Aveva occhi enormi, e sangue sulle labbra.

Mi portai una mano al collo e sentii il liquido caldo sulle dita. Arretrai di un passo.

«Non ci posso credere» Hawke si passò la lingua sul labbro inferiore. Chiuse gli occhi per un istante, ebbe un tremito e mandò un ringhio che mi ricordò i Wolven. Poi riaprì gli occhi, rivelando pupille così dilatate che le iridi color ambra erano ridotte a due sfere appena visibili. «Ma avrei dovuto saperlo.»

Prima che potessi capire che cosa voleva dire o che cosa stava per succedere, si mosse così velocemente che il mio occhio non riuscì a seguirlo, e me lo ritrovai di nuovo addosso.

Con una mano mi afferrò per i capelli e la sua bocca piovve sulla mia, mentre l’altro braccio mi cingeva la vita. E non fu solo un bacio.

Mi sentii divorata. C’era il sapore del mio sangue sulle sue labbra, sulla sua lingua. Lo percepii.

Non saprei dire quando esattamente cominciai a rispondere al bacio. Fu dopo qualche secondo o nel momento stesso in cui la sua bocca toccò la mia? Davvero non lo sapevo. L’unica cosa di cui ero consapevole era che lo desideravo con tutta me stessa, che fosse giusto o no. Ero affamata di lui.

Per questo non lottai quando mi fece stendere per terra. Il contrasto tra il gelo della neve sulla mia schiena e il calore del suo corpo sopra di me mi strappò un ansito. Ma probabilmente lui non se ne accorse, il mio gemito andò perso tra i suoi baci furibondi, e mi resi conto che ogni volta che mi aveva baciata in passato si era trattenuto. Ora però non stava più nascondendo il suo vero essere.

Premette su di me, mentre la mano si spostava dalla mia vita al fianco. Ci muovemmo entrambi, ansimando. Chiuse i denti sul mio labbro inferiore: ci fu un istante di dolore e lui tremò e gemette, mentre il sapore di sangue si intensificava di nuovo.

Interruppe il bacio e si sollevò quanto bastava per fissarmi. «Dimmi che lo vuoi.» Le sue anche premevano ancora forte sulle mie. «Dimmi che vuoi di più.»

«Di più…» sussurrai, prima di riuscire anche solo a pensare a quello che stavamo facendo, a quello che avevamo già fatto… e a chi era lui.

«Grazie al cielo» grugnì lui in risposta, e infilando una mano tra di noi raggiunse con un dito la parte anteriore dei miei pantaloni, tirandola tanto forte da sollevarmi i fianchi da terra. I bottoni saltarono via e finirono sul terreno innevato.

«Oh, dei…» mormorai.

Lui esplose in una risata che sembrava un latrato e mi abbassò i pantaloni fino a scoprirmi una gamba. «Lo sai, vero, che aggiustare questa tunica era già impossibile?»

«Cosa?» L’unica risposta che ricevetti fu il rumore di stoffa lacerata. Abbassai lo sguardo e vidi i miei seni. Anche lui li stava fissando, mentre armeggiava con le sue brache, percorreva con gli occhi le scie di sangue secco che mi solcavano lo stomaco e infine osservava i miei capezzoli turgidi.

«Li ammazzerò» ringhiò sottovoce. «Li ammazzerò tutti quanti.»

Capii che non parlava delle mie ferite più antiche.

Ma poi non pensai più a nulla. Mi baciò ancora mentre si posizionava tra le mie gambe, e il mondo… cominciò a girare. Questa volta non ci fu alcuna lenta seduzione, niente lunghe carezze e baci languidi: solo un istante di fastidio che lasciò subito il posto a un piacere pulsante, travolgente, e nel mio corpo o nella mia mente, o tra di noi, non rimase più spazio per nulla di diverso dalle nostre sensazioni. Eravamo solo io e lui, il sapore del mio sangue e del suo sulle nostre labbra e quel bisogno che non riuscivo assolutamente a comprendere.

Intorno, la neve continuava a cadere greve sugli alberi, inzuppandomi i capelli sulla nuca mentre ansimavamo e ci aggrappavamo l’uno all’altra. Gli unici suoni udibili erano i nostri baci, i nostri corpi che collidevano e si separavano e i nostri gemiti.

Dopo un lunghissimo bacio, la sua bocca si spostò sul mio mento e poi più in basso. Le labbra e i denti acuminati indugiarono sulla mia gola provocandomi un brivido che mi corse giù per la spina dorsale. Poi si immobilizzò. Stava per… per azzannarmi ancora? Anziché paura, il pensiero mi trasmise un’ondata di calore misto a senso di colpa: il dolore sarebbe durato solo pochi istanti, e quel che sarebbe venuto dopo…

Gli strinsi le spalle con le mani, troppo persa per domandarmi se forse non avrei fatto meglio a non volerlo, o a pensare alle conseguenze.

Sentii la sua lingua sulla pelle, che girava intorno al segno lasciato prima dai denti. Poi alzò la testa e vidi che sotto le ciglia le sue pupille si erano contratte. Subito dopo la sua bocca tornò sulla mia.

E lui ricominciò a muoversi.

I suoi fianchi si ritraevano e poi spingevano di nuovo in avanti, oscillando e strusciando, mentre le sue dita giocavano con i miei seni. Ora si muoveva più lentamente di prima, quasi con languore, al punto che mi sentii sciogliere. Tremai sotto di lui e infilai la mano nei suoi capelli umidi di neve.

La tensione crebbe finché non riuscii più a sopportare i suoi movimenti lenti e misurati, che sembravano quasi volermi provocare. Sollevai i fianchi, tentando di indurlo ad accelerare, ad andare più a fondo, ma lui si trattenne finché non urlai e non lo afferrai per i capelli.

Lui alzò la testa ed emise un suono a metà tra una risata e un ringhio. «Lo so che cosa vuoi, ma…»

Io mi contorsi sotto di lui, con il cuore fuori controllo. «Ma?»

«Voglio sentirti dire il mio nome.»

«Cosa?»

Continuò a roteare i fianchi, con una lentezza esasperante. «Voglio sentirti dire il mio vero nome.»

Aprii le labbra e inspirai bruscamente.

Lui si fermò di nuovo, con gli occhi che sfavillavano. «Ti sto chiedendo solo questo.»

Solo quello? Era tanto.

«Voglio che tu lo riconosca» insistette, mentre il suo pollice continuava a tirare e accarezzare. «Che tu ammetta che sei pienamente consapevole di chi c’è in questo momento dentro di te, di chi desideri così tanto, anche se sai che non dovresti. Anche se non desidereresti altro che non provare quello che provi. Voglio sentirti dire il mio vero nome.»

«Sei un bastardo» sussurrai.

Lui sollevò un angolo della bocca. «Me lo hanno già detto, ma non è quello il mio nome. E sto ancora aspettando, principessa.»

Non volevo dargliela vinta. Dei, quanto non volevo.

«Quanto lo desideri, Poppy?»

Strinsi più forte i suoi capelli, tirai la sua testa verso di me e in quei suoi occhi splendenti ci fu un lampo di sorpresa. «Molto» ringhiai. «Vostra Altezza.»

Aprì la bocca, ma io gli cinsi la vita con le gambe e, approfittando della sua sorpresa e della mia rabbia, rotolai sopra di lui. La mia intenzione era di lasciarlo steso a terra, ma non avevo previsto che effetto avrebbe fatto quel movimento quando mi piegai all’indietro…

Tornai ad affondare su di lui, con i nostri corpi che fremevano all’unisono, e il mio grido andò a morire nel suo gemito quando gli piantai le mani sul petto. Dei. Era troppo.

«Oh» sussurrai tra un respiro spezzato e l’altro.

Il suo torace si muoveva in modo irregolare sotto le mie mani. «Sai cosa?»

«Cosa?» Strinsi le dita dei piedi dentro gli stivali.

«Non serve che tu dica il mio nome.» Ora aveva gli occhi semichiusi. «Basta che tu rifaccia quello che hai fatto. Ma ti avverto che se non ricominci a muoverti potrei rimanerci secco.»

Mi venne da ridacchiare. «Io… non so cosa fare.»

Qualcosa nei suoi lineamenti si ammorbidì, anche se il desiderio bruciante continuava a trasparire dagli occhi socchiusi. «Muoviti. Nient’altro.» Mi mise le mani sui fianchi, mi sollevò di qualche centimetro e mi riabbassò. Un suono profondo irradiò dal suo corpo. «Così. Non puoi sbagliare. Ancora non lo hai capito?»

Non ero sicura di che cosa intendesse, ma imitai il movimento che mi aveva mostrato, andando su e giù mentre la neve cadeva sulla sua tunica. Da un punto profondo dentro di me, non toccato fino a quel momento, partirono ondate intense di piacere. «Così?» ansimai.

Lui mi strinse le mani sui fianchi. «Proprio così.»

Quel punto profondo venne toccato ancora e ancora, e nuove ondate di piacere mi travolsero. Prima di rendermene conto, cominciai a muovermi sempre più rapidamente su di lui. Sapevo che mi stava guardando mentre chiudevo gli occhi e gettavo la testa all’indietro: sentivo il suo sguardo sul seno e sul punto in cui i nostri corpi si univano, e quella consapevolezza fu troppo.

La tensione esplose, mandandomi in pezzi. Urlai e il mio corpo si contrasse, come trafitto da mille schegge di estasi.

Mi rovesciò di nuovo sotto di sé e riprese ad affondare con i fianchi. La sua bocca raggiunse la mia e tutto il suo corpo fece lo stesso, entrando nel mio ancora e ancora, finché il piacere sembrò sollevarsi di nuovo come un’onda. Lui sembrò perdere ogni residuo di controllo, e la cosa fu impressionante. Continuò a muoversi dentro di me, finché mi crollò addosso tremando e il suo grido scomparve tra i nostri baci.

Non so per quanto tempo rimanemmo sdraiati nella neve, con i cuori e i respiri che rallentavano a poco a poco. Gli stringevo ancora le spalle con le mani, e lui teneva la fronte accostata alla mia. Dopo un po’ mi accorsi del suo pollice che si muoveva pigramente su e giù lungo la mia vita. Quando il fuoco della passione finalmente si dissipò, si lasciò dietro solo confusione. Non pentimento. Non vergogna. Solo… confusione.

«Io… non capisco» sussurrai con voce roca.

Lui si mosse sopra di me. «Che cosa?»

«Tutto. Tutto quello che è successo.» Lui cominciò a ritrarsi e io feci una smorfia. «Come è potuto succedere?»

Si fermò, accigliato. «Stai bene?»

«Sì. Certo.» Chiusi gli occhi.

Lui rimase fermo ancora per lunghi istanti, poi si spostò al mio fianco. «Sei sicura?»

Annuii.

«Guardami negli occhi e dimmi che stai bene.»

Sollevai le palpebre e lo fissai: era appoggiato a un gomito e sembrava non badare alla neve che si posava su di noi. «Sto bene.»

«Hai fatto una smorfia. Ti ho vista.»

Scossi la testa, incredula. Il mio dono in quel momento non mi sarebbe servito a nulla: ero troppo travolta dalle sensazioni per riuscire a concentrarmi. Quindi non potevo nemmeno… barare. «Non riesco assolutamente a capire. A meno di non pensare che mi sia soltanto immaginata gli ultimi due giorni.»

«Non ti sei immaginata nulla.» Il suo sguardo frugò il mio viso. Sbattei le palpebre per scuotere via dei fiocchi di neve. «Preferiresti che tutto questo, quello che abbiamo appena fatto, non fosse accaduto?»

Avrei potuto mentire. Non lo feci. «No… E tu?»

«No, Poppy. Anzi, detesto l’idea che tu abbia dovuto chiedermelo.» Distolse lo sguardo e contrasse la mascella. «Quando ci siamo incontrati la prima volta, è stato come… non lo so. Mi sono sentito quasi trascinato verso di te. Avrei potuto prenderti già in quel momento. Avrei potuto impedire che tanto di quello che è successo in seguito accadesse, ma… ho perso di vista molte cose. Ogni volta che ti vedevo, non riuscivo a non provare la sensazione di conoscerti già. E ora credo di sapere perché.»

Lo disse come se fosse quella la risposta al come eravamo passati dalle pugnalate al cuore allo strapparci i vestiti di dosso a vicenda. Scossi di nuovo la testa e l’aria umida e fredda mi fece rabbrividire.

L’attrazione reciproca non spiegava nulla.

«Hai freddo.» Drizzandosi in piedi con un movimento fluido, si riallacciò i pantaloni con l’unico bottone sopravvissuto e mi tese la mano. «È ora di tornare al coperto.»

Ed era vero. O almeno, lo era per me: lui probabilmente non pativa granché quel clima, se era capace di prendersi una coltellata nel petto e stare benissimo pochi minuti dopo.

Accettai la sua mano e dissi quello che sentivo di dover dire ancora una volta: «Ho tentato di ucciderti».

«Lo so.» Mi aiutò a rialzarmi. «E a essere sincero non posso biasimarti.»

Lo fissai allibita mentre si chinava e mi risollevava i pantaloni. «Cosa?»

«Ti ho mentito. Ti ho tradita e ho avuto una parte nella morte di persone che amavi.» Aveva il tono di chi legge la lista della spesa. «In realtà mi sorprende che tu ci abbia provato una sola volta.»

Seguitai a fissarlo.

«E non credo neppure che sarà l’ultima.» Cercò di abbottonarmi i pantaloni ma si rese conto che tutti i bottoni erano finiti nella neve. Incurvò gli angoli della bocca. «Dannazione.» Ispezionò la mia tunica, che era strappata in due proprio al centro: tirò i due lembi uno verso l’altro, come se bastasse ad aggiustare la stoffa, poi imprecò di nuovo e ci rinunciò. Si tolse la sua e me la porse. «Tieni.»

Rimasi lì, immobile, a domandarmi se quel che provavo derivasse dalla perdita di sangue o dalla beatitudine dell’orgasmo. Forse una combinazione delle due, perché non riuscivo assolutamente a credere a quello che stava accadendo. «Non sei… infuriato con me?»

Lui mi fissò alzando un sopracciglio. «E tu?»

Questa volta non dovetti riflettere. «Sì, lo sono ancora.»

«Anche io, del fatto che tu mi abbia accoltellato.» Fece un passo verso di me. «Alza le braccia.»

Obbedii.

«Non hai mancato il cuore, tra l’altro. Hai davvero un’ottima mira.» Mi passò la tunica sopra la testa e la tirò giù lungo le braccia irrigidite. «Per questo ci ho messo un minuto a raggiungerti.»

«Più di un minuto.» La mia voce uscì soffocata da dentro la tunica, che per un attimo mi rimase avvolta intorno alla testa.

Lui piegò in su un angolo della bocca, mentre mi aiutava con le maniche. «Diciamo un paio.»

Fissai l’indumento che indossavo: anche questo era strappato al centro, non sul petto, ma sullo stomaco.

Fissai il suo petto nudo: c’era una ferita ben visibile, con i bordi irregolari di un colore vivido. Mi si rimescolò lo stomaco, e scossi la testa. «Guarirà?»

«In poche ore. Probabilmente anche meno.»

Deglutii. «Sangue atlantiano» dissi sottovoce.

«Il mio sangue inizia immediatamente a riparare qualunque ferita non letale. Inoltre mi sono nutrito, e questo aiuta.»

Mi sono nutrito.

Mi portai una mano alla gola: le due piccole ferite sembravano avere già cominciato a guarire. Al contatto un leggero brivido di piacere mi percorse. Spostai subito la mano. «Il tuo morso avrà… conseguenze su di me?»

«No, Poppy. Non ho bevuto molto da te, né tu molto da me. Sarai un po’ stanca, ma nient’altro.»

Fissai di nuovo la ferita sul suo petto. «Fa male?»

«Pochissimo.»

Non gli credetti. Appoggiai una mano sul suo sterno, pochi centimetri sopra la ferita, e cercai di attingere al mio potere. Mi resi conto che facevo fatica, per cui aprii le mie percezioni. Lui si immobilizzò. L’angoscia che avevo avvertito le altre volte era lì, più forte e acuta che mai, per quanto lui a un certo punto avesse iniziato a tenerla sotto controllo: non era più in grado di sopraffarlo, ma al di sotto di essa si celava un dolore di tipo diverso. Un dolore fisico, incandescente. La ferita stava senz’altro guarendo, ma non era vero che non faceva male. Ne faceva eccome.

Agii senza pensare. Presi entrambi i suoi dolori, e questa volta non pensai alle spiagge del Mare di Stroud: pensai a come mi ero sentita mentre lui si muoveva dentro di me. E la cosa non fece che confondermi ancora di più.

Lui posò la mano sopra la mia, e quando alzai lo sguardo vidi che le linee bianche di tensione intorno alla sua bocca erano scomparse. E c’era meraviglia nei suoi occhi. «Avrei dovuto capirlo subito.» Si portò alla bocca la mia mano, macchiata del mio sangue e del suo, e mi baciò le nocche.

Cercai di ignorare l’effetto che quel gesto ebbe sul mio cuore. «Capire che cosa?»

«Capire perché volevano così disperatamente fare di te la Vergine.»

Non riuscivo a seguire bene quello che stava dicendo, ma questo probabilmente dipendeva dal mio cervello annebbiato.

«Vieni.» Mi tirò per la mano e si incamminò.

«Dove stiamo andando?»

«Per ora torniamo al coperto, dove possiamo darci una ripulita e…» Tacque e sospirò, notando che mi tenevo l’orlo dei pantaloni con la mano per non farli cadere. Prima che potessi rendermene conto, mi prese tra le braccia e mi sollevò, stringendomi al petto come se non pesassi più di un micino bagnato. «E trovarti dei nuovi pantaloni.»

«Questo era l’unico paio che avevo.»

«Te ne farò dare degli altri.» Continuò a camminare a grandi passi. «Sono sicuro di riuscire a trovare qualche bambinetto disposto a separarsi dalle sue brache per qualche moneta.»

Mi accigliai.

Ma sulla sua bocca aleggiava l’ombra di un sorriso mentre scavalcava un ramo caduto.

«E dopo?» chiesi.

«Ti porterò a casa.»

Il mio cuore perse un battito per la centesima volta quel giorno. «A casa?» Era l’ultima cosa che mi sarei aspettata di sentire. «A Masadonia? O a Carsodonia?»

«Nessuna delle due.» Abbassò lo sguardo, gli occhi colmi di segreti. Ma poi sorrise, un sorriso luminoso che mi tolse il respiro. Aveva veramente due fossette, una per guancia, e capii finalmente perché in passato aveva sempre fatto solo mezzi sorrisi: le punte dei canini si vedevano bene. «Verrai ad Atlantia.»