41

Dopo essermi rapidamente asciugata e avere indossato vestiti puliti, feci tutto quello che era in mio potere per dimenticare la breve conversazione con Kieran nella stanza da bagno.

Le brache erano un po’ strette e mi spinsero a chiedermi se fossero in effetti appartenute a un bambino, ma erano pulite e morbide e non avevo intenzione di lamentarmi. La tunica a maniche lunghe era fatta di lana pesante e mi arrivava alle ginocchia. Gli spacchi ai lati terminavano all’altezza dei fianchi e mi avrebbero consentito un facile accesso al pugnale.

Ma non vedevo la mia lama dal combattimento nelle stalle, e considerando quello che avevo combinato con l’ultima che avevo avuto in mano…

Feci una smorfia.

Dubitavo che mi sarebbe stato consentito di riaverla a breve, il che rendeva più difficile la fuga. Mi serviva un’arma, un’arma qualsiasi, ma quella che volevo era il pugnale che mi aveva regalato Vikter.

Aggiunsi quel dettaglio al mio piano, che non era esattamente un piano. Non ancora, almeno.

Kieran se ne andò poco dopo che avevo lasciato il bagno, e si chiuse la porta alle spalle. Dubitavo fosse andato molto lontano. Probabilmente montava la guardia fuori dalla
porta.

Iniziai a legarmi i capelli ancora umidi, ma mi ricordai del marchio sul collo e lasciai che le ciocche ricadessero sciolte. Poi vagai senza scopo per la stanza. Non c’erano vie di fuga. Non sarei nemmeno riuscita a passare dalla finestra. Sarei stata trattenuta in quella stanza finché lui avesse deciso che dovevo uscire?

Sospirando, mi lasciai cadere sul letto. Era morbido, molto più spesso del materasso che avevo trovato nella cella. Mi sdraiai raggomitolandomi su un fianco, rivolta alla porta.

Che cosa sarebbe successo quando fosse tornato da me? Lì per lì sembrava che avesse accettato il mio tentativo di ucciderlo, ma sarebbe stato ancora così? Tutto quello che aveva detto sugli Ascesi poteva essere vero, ma lui era comunque l’Oscuro ed era altrettanto pericoloso. Lo aveva ammesso lui stesso: molto sangue macchiava le sue mani.

Ero così nervosa che non credevo mi sarei assopita di nuovo, eppure fu esattamente quello che accadde. Doveva essere… doveva essere per via del morso ancora fresco e dei suoi effetti, perché un istante ero vigile e fissavo la porta chiusa; quello successivo non ero più cosciente e scivolavo in un sonno profondo e senza sogni. Non so bene che cosa fu a svegliarmi.

Non fu il mio nome. Non furono parole.

Fu un lieve tocco sulla mia guancia e poi su un lato del collo, appena più in alto del morso. Sbattei le palpebre e aprii gli occhi. La stanza era in penombra, salvo che per i candelabri da parete e l’unica lampada a olio sul comodino, ma lo vidi comunque.

Sedeva sul bordo del letto e, come accadeva ogni volta che lo vedevo, ebbi un tuffo al cuore. Immaginai che sarebbe sempre stato così, non importava quante cose scoprissi su di lui.

Almeno aveva trovato una camicia.

E anche il modo di farsi un bagno, perché i capelli umidi gli si arricciavano sulle tempie e intorno alle orecchie.

Vestito tutto di nero aveva un aspetto imponente, straordinario, e il suo abbigliamento non mi pareva più l’uniforme di una guardia. Davanti a me c’era l’Oscuro. Abbassai lo sguardo sulla manica della tunica scura che indossavo e poi sulla mia gamba piegata, dove mi aspettavo di vedere le brache nere. Invece vidi una coperta ricamata stesa sopra la parte inferiore del mio corpo. Turbata, lo guardai negli occhi.

Lui non disse nulla, né io parlai. Tacemmo a lungo. Continuò a tenere le dita sulla mia gola, al di sopra del marchio. Dopo quella che mi parve un’eternità, spostò la mano e chiese: «Come ti senti?».

Risi. Non riuscii a trattenermi. Scoppiai in una risatina.

Lui inclinò la testa da un lato, con un mezzo sogghigno. «Che c’è?»

«Non riesco a credere che tu mi stia chiedendo se sto bene, quando sono io che ti ho pugnalato al cuore.»

«Credi che dovresti essere tu a domandarmi come sto?»

Sì? No? Forse?

Il sogghigno si accentuò. «Sono lieto di sentire che ti preoccupi per me. Sto benissimo.»

«Non mi importa» borbottai mettendomi a sedere.

«Bugiarda» mormorò lui.

Aveva ragione, naturalmente. Senza rendermi conto di quello che stavo facendo espansi le mie percezioni per vedere se provasse dolore fisico. Ma non ne trovai. Le conseguenze del mio gesto erano svanite. Lo seppi perché avvertii la sofferenza che ribolliva sempre appena sotto la superficie. Ma c’era anche qualcos’altro. Lo avevo già percepito in passato. Confusione, o conflitto.

«Non hai risposto alla mia domanda.»

«Sto bene.» Ritrassi il mio dono, abbassando lo sguardo sulla trapunta. Era vecchia, di un giallo pallido. Mi chiesi a chi appartenesse.

«Kieran ha detto che ti sei assopita nella vasca.»

«Ti ha detto che è entrato nella stanza da bagno?»

«Sì.»

Sorpresa, lo guardai negli occhi.

«Mi fido di Kieran» disse lui. «Hai dormito per diverse ore.»

«Non è normale?»

«Non è anormale. Immagino di…» Si accigliò, come se gli fosse appena venuto in mente qualcosa. «Immagino di sentirmi in colpa per averti morso.»

Inarcai le sopracciglia. «Immagini?»

Lui parve meditarci su, poi annuì. «Credo di sì.»

«Certo che dovresti sentirti in colpa!»

«Anche se mi hai pugnalato e mi hai lasciato qui a morire?»

Chiusi di scatto la bocca, con lo stomaco che si contorceva per la nausea. «Non sei morto. Ovviamente.»

«Ovviamente.» Nel suo sguardo vi era un luccichio canzonatorio. «Mi hai a malapena fatto mancare il fiato.»

«Congratulazioni» borbottai, roteando gli occhi.

Lui ridacchiò.

Irritata, mi strappai la coperta dalle gambe e mi spostai sull’altro lato del letto. «Perché sei venuto qui? Per riportarmi in cella?»

«Dovrei. Se qualcun altro a parte Kieran sapesse che mi hai pugnalato, si aspetterebbero che lo facessi.»

Mi alzai. «E allora perché non lo fai?»

«Non voglio.»

Lo fissai, aprendo e chiudendo le mani, mentre lui rimaneva seduto sul letto. «Dunque, che cosa succede adesso? Qual è il piano, Vostra Altezza?» Lo scorsi stringere la mascella e provai un moto di soddisfazione. «Mi terrai prigioniera in una stanza finché non sarai pronto a partire?»

«Questa stanza non ti piace?»

«È di gran lunga migliore di una cella lurida, ma è comunque una prigione. Una gabbia, non importa quanto graziosa.»

Lui tacque per un momento. «E tu lo sai bene, vero? Dopotutto, hai vissuto in prigione fin da quando eri bambina. In gabbia e velata.»

Non potevo negarlo. Ero stata tenuta sia in gabbie confortevoli che spoglie. I motivi erano diversi, ma il risultato finale era lo stesso. Incrociando le braccia, osservai il cielo notturno fuori dalla piccola finestra.

«Sono venuto per accompagnarti a cena.»

«Accompagnarmi a cena?» Sgranai gli occhi per l’incredulità e tornai a puntare lo sguardo su di lui.

«Mi pare che ci sia l’eco in questa stanza, ma sì, immagino che tu sia affamata» disse, e il mio stomaco scelse quel preciso istante per confermare che era vero. «Dopo aver messo del cibo nella pancia discuteremo di quello che succederà.»

«No.»

Lui inarcò le sopracciglia. «No?»

Sapevo che stavo facendo la difficile su una questione senza importanza. Proprio come avevo fatto con Kieran. Ma non ero disposta a obbedire a nessuno. Non ero più la Vergine. E le cose tra noi non erano a posto solo perché avevamo vissuto una temporanea perdita di razionalità nei boschi. Mi aveva tradito. Io avevo cercato di ucciderlo. Progettava ancora di usarmi per liberare suo fratello. Eravamo nemici, non importava che cosa fosse vero.

Non importava che lo amassi.

«Devi essere affamata.» Fece una pausa, allungandosi su un fianco, e appoggiò la guancia al pugno. Nemmeno se si fosse sforzato avrebbe potuto avere un’aria più rilassata.

O più seducente.

Scossi la testa. «Sono affamata.»

Lui sospirò. «Allora qual è il problema, principessa?»

«Non voglio mangiare con te» gli dissi. «Questo è il problema.»

«Be’, dovrai fartelo andare bene, perché è la sola opzione che hai.»

«Vedi, è qui che ti sbagli. Ne ho di opzioni.» Gli diedi le spalle. «Preferirei morire di fame piuttosto che mangiare con te, Vostra Altezza…» Feci un balzo e strillai. All’improvviso era davanti a me. Si era mosso così rapido e silenzioso che quasi non l’avevo visto. «Dei» mormorai, premendomi una mano sul cuore in tumulto.

«È qui che ti sbagli, principessa.» Mi fissò truce, gli occhi che brillavano di un fuoco d’ambra. «Non hai opzioni, se si tratta del tuo benessere e della tua insensata testardaggine.»

«Come, scusa?»

«Non ti permetterò di indebolirti e soffrire la fame perché sei pazza. E ti capisco. Capisco perché sei arrabbiata. Perché vuoi contraddirmi su tutto, in ogni momento.» Si avvicinò di un passo, e la mia schiena si irrigidì: mi rifiutavo di indietreggiare. I suoi occhi si fecero ancora più ardenti. «E voglio che tu lo faccia, principessa. Mi piace.»

«Sei contorto.»

«Non ho mai detto di non esserlo» ribatté lui. «Perciò, contraddicimi. Discuti con me. Scopri se riesci effettivamente a ferirmi, la prossima volta. Ti sfido.»

Sgranai gli occhi e abbassai le braccia. «Sei… C’è qualcosa che non va in te.»

«Magari è vero, ma è vero anche il fatto che non ti permetterò di metterti inutilmente in pericolo.»

«Forse te lo sei dimenticato, ma so badare a me stessa» replicai.

«Non l’ho dimenticato. Non ti impedirò mai di impugnare una spada per proteggere la tua vita o le persone a cui vuoi bene» disse lui. «Ma non ti permetterò di usarla per trapassarti il cuore da sola, magari per dimostrare qualcosa.»

Una metà di me era in soggezione, ancora sbalordita che non mi volesse impedire di combattere. L’altra metà era furiosa perché lui pensava di poter esercitare un qualsiasi controllo su di me. Le due metà insieme emisero un grido di frustrazione. «Ma certo che non lo farai! Che valore avrei per te da morta? Immagino che tu stia ancora progettando di usarmi per liberare tuo fratello.»

Un muscolo guizzò sulla sua guancia. «Non sei niente per me da morta.»

Tirai un respiro brusco e bruciante, che mi ustionò i polmoni. Che cosa mai mi aspettavo dicesse? Che non avrebbe voluto che morissi perché teneva a me? Sapevo bene come stavano le cose.

Dovevo saperlo.

«Vieni. Il cibo si raffredderà.» Senza attendere la mia risposta, mi prese per mano e si avviò, ma io puntai i talloni. Lui si voltò verso di me, tenendomi la mano in una stretta ferma, ma non dolorosa. «Non contraddirmi su questo, Poppy. Hai bisogno di mangiare e la mia gente deve vedere che godi della mia protezione, se vuoi sperare di non dover passare i tuoi giorni chiusa in una stanza.»

Ogni parte di me esigeva che mi comportassi nel modo che lui più gradiva. Volevo contraddirlo su ogni cosa, ma il buonsenso prevalse. A malapena. Avevo fame e avevo bisogno di tutte le mie energie se desideravo fuggire. Inoltre, la sua gente doveva vedere che non mi poteva toccare. Se cenare con lui come se fossimo stati carissimi amici mi avrebbe concesso quel vantaggio, allora dovevo farlo.

E quindi lo feci.

Lasciai che mi guidasse fuori dalla camera e non fui nemmeno sorpresa di trovare Kieran ad aspettarci. A giudicare dal barlume di divertimento che traspariva dai suoi lineamenti, doveva aver sentito almeno metà della nostra discussione.

Kieran aprì la bocca.

«Non mettere alla prova la mia pazienza» lo mise in guardia lui.

Kieran fece una risatina sommessa, ma non disse nulla e ci seguì. Salimmo le stesse scale da cui eravamo corsi giù solo poche ore prima, e io cercai di non pensare alla mia folle fuga nei boschi. A quello che era successo quando lui mi aveva catturata.

Ma un’ondata di calore mi invase comunque le vene.

Lui mi rivolse uno sguardo interrogativo che ignorai, pregando che non riuscisse a intuire la direzione presa dai miei pensieri.

Non appena giungemmo nell’area comune, Kieran rallentò il passo in modo da camminare subito dietro di me. Sapevo che non era un gesto inconsapevole. Lungo le pareti c’erano i Caduti, volti pallidi che si scambiavano sussurri e ci seguivano con gli occhi. Riconobbi alcuni di coloro che erano stati spettatori fuori dalla cella. Scorsi Magda. Adesso non c’era compassione nei suoi occhi. Solo… congetture.

Alzai il mento e raddrizzai la schiena. Gli Ascesi potevano anche essere l’incarnazione del male, e un numero imprecisato degli abitanti di Solis poteva esserne complice, ma quello che i Caduti mi avevano fatto dimostrava che loro non erano migliori.

Svoltammo l’angolo e io sollevai lo sguardo…

«Oh, dei» sussurrai con un salto indietro e la mano che volava a coprirmi la bocca. Urtai Kieran, che mi posò la mano sulla spalla, facendomi riprendere l’equilibrio, mentre fissavo le pareti del salone. Non riuscivo a muovermi. Potevo a malapena respirare, soffocata dall’orrore.

Adesso comprendevo il pallore dei volti nell’area comune. Lungo le pareti erano allineati dei corpi a braccia spalancate, inchiodati per le mani da spuntoni di diaspro sanguigno. Alcuni erano stati anche infilzati con paletti rosso-brunastri al centro del petto, altri alla testa. Alcuni erano mortali. Altri Atlantiani. Su ogni lato ve n’era una mezza dozzina. Vidi Rolf e l’uomo che avevo tramortito, e vidi…

Vidi il signor Tulis.

Fissandolo, sentii le ginocchia deboli. Era morto, con il volto di un grigio spettrale. Era stato un mortale, eppure dal suo petto emergeva lo stesso un paletto.

Non desiderava altro che salvare il suo ultimo figlio. Gli era stata concessa l’opportunità di farlo. Era fuggito e adesso… adesso era lì.

Non tutti però erano morti.

Uno respirava ancora.

Jericho.

Bloccai le mie percezioni prima che si protendessero e avvertissi il dolore che provava. Aveva la testa scompigliata e china, il petto che si alzava in respiri faticosi e irregolari. Il diaspro gli trafiggeva il palmo e l’avambraccio appena sopra il moncherino, ma l’ultimo, fatale paletto gli era stato conficcato in gola. Il petto nudo era macchiato di cremisi, il sangue gli scendeva sui pantaloni e si raccoglieva in una pozza sul pavimento.

«Ti avevo promesso che avrebbero pagato per quello che hanno fatto.» Lui non aveva un’espressione o un tono compiaciuti. Non sembrava orgoglioso. «E adesso gli altri sanno che cosa succederà se disobbediranno ai miei ordini e cercheranno di farti del male.»

Mi risalì la bile in gola. «È… è ancora vivo» mormorai, fissando il Wolven.

«Solo finché non sarò pronto a porre fine alla sua vita» commentò lui, lasciandomi la mano. Avanzò senza guardarsi indietro. Due uomini aprirono le grosse porte di legno della Sala Grande e lui entrò, raggiungendo a grandi passi il tavolo al centro, dove diversi piatti coperti erano in attesa.

Avvertii un’ondata di nausea.

Kieran mi diede una stretta alla spalla. «Non si meritavano di meno.»

Davvero?

Perfino il signor Tulis, che molto probabilmente mi aveva inferto il colpo fatale.

«Vai.» Kieran mi sospinse con la mano. In qualche modo costrinsi i miei piedi a muoversi e superai i corpi inchiodati alle pareti come farfalle.

In preda allo stordimento, non mi resi conto di sedere alla sua destra, al tavolo, il tipico posto d’onore. Kieran si accomodò accanto a me. Rimasi lì seduta, insensibile, mentre i servitori scoperchiavano i vassoi e il resto del seguito ci imitava, sistemandosi tutto intorno al tavolo. Riconobbi Delano e Naill, e mi sentii stranamente sollevata che stessero bene. Mi avevano difesa, e io non volevo pensare alle ragioni che avevano avuto per farlo.

Di fronte a noi era allestito un vero banchetto. Stufato di manzo. Anatra arrosto. Salumi e formaggi. Patate al forno. Ogni cosa aveva un profumino delizioso.

Ma seduta lì, incapace di muovermi, sentivo lo stomaco rivoltarsi. Kieran mi offrì un po’ di manzo, e io evidentemente acconsentii, perché la carne finì nel mio piatto. Poi arrivarono l’anatra e le patate. Lui tagliò un pezzo di formaggio e me lo mise nel piatto, allungando poi la mano verso il suo bicchiere, come se si fosse ricordato che avevo un debole per quella prelibatezza.

Fissai il piatto. Non vedevo il cibo. Vedevo solo i corpi fuori dalla stanza, mentre la conversazione, iniziata con lentezza, si animava rapidamente, fino a diventare un costante brusio. Piatti e bicchieri tintinnavano. Risuonarono delle risate.

E c’erano dei corpi inchiodati alle pareti, proprio fuori dalla Sala Grande.

«Poppy.»

Sbattei le palpebre e alzai lo sguardo su di lui. I suoi occhi dorati non ardevano più, ma la linea della sua mascella era così dura da tagliare il vetro.

«Mangia» ordinò a bassa voce.

Presi la forchetta e infilzai un pezzo di carne. Masticai lentamente il boccone. Il sapore era buono quanto il profumo, ma si depositò greve nel mio stomaco. Raccolsi un po’ di patate.

Dopo qualche istante, lui disse: «Non sei d’accordo con ciò che ho fatto loro?».

Lo guardai, senza sapere bene come rispondere… sempre che quella fosse davvero una domanda.

Lui si appoggiò allo schienale della sedia, con il bicchiere in mano. «O sei così sconvolta da essere rimasta effettivamente senza parole?»

Mandai giù l’ultimo boccone di cibo e posai lentamente la forchetta sul tavolo. «Non mi aspettavo una cosa simile.»

Lui si portò il bicchiere alle labbra con un sorrisetto. «Non immaginavo lo facessi.»

«Per quanto… per quanto tempo li lascerai là?»

«Finché mi andrà.»

Mi si strinse il petto. «E Jericho?»

«Finché sarò certo che nessuno oserà di nuovo alzare un dito su di te.»

Mi accorsi che diversi degli uomini al tavolo avevano smesso di parlare e ci stavano ascoltando, perciò scelsi con cura le mie parole. «Non conosco la tua gente molto bene, ma immagino che abbiano imparato la lezione.»

Lui bevve un sorso. «Quello che ho fatto ti disturba.»

Sapevo che quella non era una domanda. Riportai lo sguardo sul piatto. Mi disturbava? Sì. Credo che avrebbe turbato la maggior parte delle persone. O almeno lo speravo. Che lui fosse capace di una violenza così sfacciata era sconvolgente, anche se non del tutto sorprendente, e lo separava ancora di più dalla guardia che conoscevo come Hawke.

«Mangia» disse ancora, abbassando il calice. «So che hai bisogno di mangiare di più di così.»

Resistetti all’impulso di dirgli che ero capace di stabilire da sola quanto cibo mi serviva. Invece aprii le mie percezioni indirizzandole verso di lui. L’angoscia che avvertii era diversa, aveva un sapore… acre e quasi amaro. L’impulso a prendergli la mano fu così forte da farmi posare il pugno in grembo. Era stato quello che era successo tra noi a provocare quel dolore? Quello che aveva fatto ai suoi stessi sostenitori? Forse erano entrambe le cose. Presi il bicchiere, chiusi gli occhi, e quando li riaprii lo trovai a osservarmi da sotto le lunghe ciglia.

Potevo dirgli che mi turbava. Potevo non dire nulla. Immaginai che forse si aspettasse una di quelle due reazioni. Invece gli dissi la verità. Non perché sentissi di dovergliela dire, ma perché dovevo dirla a me stessa.

«Quello che ho visto mi ha inorridita. È stato sconvolgente, soprattutto per il signor Tulis. Quello che hai fatto mi ha sorpreso, ma ciò che mi disturba di più è che…» Presi un respiro profondo. «Non mi dispiace così tanto.»

Lui sollevò le palpebre pesanti e mi puntò addosso uno sguardo penetrante.

«Quelle persone hanno riso quando Jericho ha detto di volermi mozzare una mano. Gioivano mentre sanguinavo, urlavano, proponevano altre parti che Jericho avrebbe dovuto tagliare e tenersi» dissi, e il silenzio circostante era quasi intollerabile. «Non avevo mai incontrato la maggior parte di loro, eppure erano felici di vedermi fare a pezzi. Perciò, non provo compassione.»

«Non la meritano» affermò lui in tono calmo.

«Concordo» mormorò Kieran.

Sollevai il mento. «Ma sono pur sempre mortali… o Atlantiani. Meritano comunque la dignità, nella morte.»

«Non credevano che tu meritassi dignità» fece lui.

«Si sbagliavano, ma questo non rende giusto negarla a loro.»

Il suo sguardo mi percorse il viso. Il muscolo aveva smesso di fremere. «Mangia» ripeté.

«Sei ossessionato dal farmi mangiare» gli dissi.

Lui sollevò un angolo della bocca. «Mangia, e ti dirò dei nostri progetti.»

Questo attirò l’attenzione di diversi astanti. Sperando che lo stomaco non mi si rivoltasse, iniziai a mangiare anziché spiluccare. Non osai guardare verso Kieran, perché se l’avessi fatto avrei visto il corridoio all’esterno della Sala Grande.

«Partiremo domattina» affermò lui, e io quasi mi strozzai con il boccone di formaggio. Nessuno dei presenti parve sorpreso.

«Domani?» squittii, divisa tra panico e speranza. In viaggio avrei avuto migliori possibilità di scappare, rispetto alla fortezza.

Lui annuì. «Come ti ho detto, andremo a casa.»

Bevvi un sorso abbondante. «Ma Atlantia non è casa mia.»

«Lo è, invece. Almeno in parte.»

«Che significa?» Di fronte a me, Delano parlò per la prima volta.

«Significa qualcosa che avrei dovuto comprendere prima. Adesso moltissime cose che non avevano senso sono diventate chiare. Perché ti hanno reso la Vergine, come hai fatto a sopravvivere a un attacco di Craven. Il tuo dono» aggiunse, abbassando la voce in modo che solo io e le persone più vicine potessimo sentire l’ultima parte. «Non sei una mortale, Poppy. O, quantomeno, non del tutto.»

Aprii la bocca e poi la richiusi, pensando di non avere sentito bene. Per un momento mi parve di avere qualcosa bloccato in gola. Bevvi un sorso, ma la sensazione rimase.

Delano socchiuse gli occhi azzurri come gioielli. «Stai suggerendo che lei sia…»

«In parte Atlantiana?» concluse lui al suo posto. «Sì.»

Mi tremarono le mani, e uno schizzo di bevanda mi finì sulle dita. «È impossibile» sussurrai.

«Ne sei sicuro?» gli chiese Delano, e quando guardai il Wolven vidi lo sgomento nello sguardo con cui mi osservava. I suoi occhi indugiarono sul mio collo.

«Al cento per cento» fu la risposta.

«Ma come?» domandai.

Un lieve sorriso gli danzò sulle labbra piene. Anche il suo sguardo si abbassò, fermandosi… sulla mia gola.

Sul morso che, mi resi conto, era a stento nascosto dalle ciocche di capelli. Il mio sangue. Lo aveva capito dopo avere… assaggiato il mio sangue?

Delano si appoggiò allo schienale della sedia, fissandomi con occhi sgranati come se fosse la prima volta che mi vedeva. Mi dimenticai del corridoio e guardai Kieran. In lui non vidi stupore. Mi restituì lo sguardo inarcando un sopracciglio. L’informazione non doveva giungergli nuova. «È raro, ma succede che un mortale e un Atlantiano si incontrino. La natura fa il suo corso, e nove mesi dopo nasce un bimbo mortale.» Kieran fece una pausa, passando il pollice sul bordo del suo calice. «Ma a volte nasce un figlio di entrambi i regni. Mortale e Atlantiano.»

«No. Dev’essere un errore.» Mi girai sulla sedia. «Mia madre e mio padre erano mortali…»

«Come puoi esserne sicura?» mi interruppe Hawke… No, non Hawke. Casteel. Il principe. «Credevi che io fossi mortale.»

Il cuore mi si agitò nel petto. «Ma mio fratello… lui è un Asceso, adesso.»

«Bella domanda» si accodò Delano.

«Solo se ci basiamo sull’ipotesi che siate fratelli di sangue, figli di entrambi i genitori» disse lui, e io trasalii.

«O che sia effettivamente asceso» commentò qualcuno.

Il bicchiere iniziò a scivolarmi dalle dita…

I suoi riflessi furono fulminei. Afferrò al volo il bicchiere prima che potesse cadere sul tavolo. Lo posò, poi coprì la mia mano con la sua, posandola sul tavolo. «Tuo fratello è vivo.»

Il mio cuore si fermò. «Come puoi esserne sicuro?»

«L’ho avuto sotto gli occhi per mesi, Poppy. Non si faceva vedere di giorno, e posso solo immaginare che sia perché è un Asceso.»

Qualcuno imprecò, poi sputò per terra. Io chiusi gli occhi. In parte… in parte Atlantiana? Se era quello il motivo per cui ero la Prescelta ed era l’origine delle mie capacità, significava che il duca e la duchessa lo avevano sempre saputo? E la regina? Aprii gli occhi. «Perché tenermi in vita, se sapevano?»

Le labbra di lui si assottigliarono. «Perché tengono in vita mio fratello?»

Sussultai, paralizzandomi. «Io non sono in grado di fare una cosa simile. Giusto? Cioè, non ho… le… be’, le parti per farlo.»

«Parti?» Kieran tossì. «Ma di che cosa ti hanno riempito la testa?»

Il principe gli scoccò un’occhiata neutra. «Denti. Credo intenda questi.» Arricciando il labbro superiore, si passò la lingua su una delle zanne. Il mio stomaco si contorse e piroettò, in preda a un misto di piacere e disagio. «Non ne hanno bisogno. Gli serve solo il tuo sangue perché possano completare l’Ascensione.»

Se non fossi stata seduta, probabilmente sarei caduta. Volevo negare quello che sosteneva, ma non riuscivo a trovare nemmeno una buona ragione perché mentisse su questo. Non aveva nulla da guadagnarci a farlo. Curvai la schiena e mi chiesi se fosse possibile che stessi avendo un attacco di cuore.

«Sono curioso, Cas. Perché dobbiamo andare a casa?» chiese Kieran, e avrei giurato che avesse alzato la voce di proposito. «Ci allontaneremo da dove tuo fratello è tenuto prigioniero.»

«È l’unico posto in cui possiamo andare» replicò lui, tenendo quei suoi occhi dorati puntati su di me. «Sapevi che un Atlantiano può sposarsi solo se entrambi i coniugi si trovano nella loro terra? Solo così possono diventare un tutt’uno.»

Il silenzio calò sull’intera stanza e io dischiusi le labbra. Ero ancora di sasso per tutta la faccenda dell’essere mezza Atlantiana e non riuscii a credere alle mie orecchie. Stava dicendo…

Quella maledetta fossetta gli comparve sulla guancia destra, poi sulla sinistra. Casteel Da’Neer, il principe di Atlantia, fece un largo sorriso e, alzando le nostre mani intrecciate, annunciò: «Andiamo a casa a sposarci, mia principessa».